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piano
sequenza
Per una storia della corruzione in Italia
di
Aldo Giannuli
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Non
è un fenomeno che appare saltuariamente: è una
costante della storia italiana.Ma la forma in cui si presenta cambia.
Ecco come si è trasformata la corruzione in Italia dal dopoguerra a oggi. Aldo Giannuli
è autore, fra l’altro, di Come funzionano i servizi segreti (2009),
L’abuso pubblico
della storia (2009), Bombe a inchiostro (2008), La guerra fredda delle
spie,
La strategia della tensione, L’armadio della repubblica, la
guerra dei mondi
e Una strana vittoria (tutti usciti nel 2005). |
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rifrazioni
Ripensare il movimento anarchico nell’era
del collasso
di
Stefano Boni
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Oggi
l’anarchismo come teoria, ma soprattutto come prassi, prende
forme
variegate. Si caratterizza in lotte, iniziative e progetti con rapporti
interni
egualitari e partecipati. Si diffondono situazioni con una
sensibilità libertaria
che viene messa in pratica in varie forme. In questi contesti
l’ecologia non è una rubrica del discorso
anarchico.
È qualcosa di più profondo e impegnativo.
Le preoccupazioni, riscontrabili in numero sempre crescente nella prassi
e nelle pubblicazioni anarchiche, si soffermano su due aspetti
cruciali: il primo è una critica all’allontanamento
dell’umanità dal suo ambiente; il secondo è che questo allontanamento, in un’epoca di
potenziale catastrofe
dell’impalcatura tecnologica, può avere
conseguenze disastrose. Ecco
la lucida analisi di Stefano Boni, docente di antropologia politica
e antropologia sociale all’università di Modena,
autore di Le strutture
della disuguaglianza (2003) e Vivere senza padroni (2006). |
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laboratorio
L’anarchismo
e la disputa sulla postmodernità
di
Eduardo Colombo
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Due
tendenze, «liberale» e
«postmoderna», si
muovono nella direzione delle esigenze del neoliberalismo oggi
dominante.Queste due tendenze determinano modifiche importanti nel
corpus teorico dell’anarchismo, ma influiscono anche nelle
pratiche delle lotte sociali. Le critiche al corpus teorico dell’anarchismo, sia della componente liberale sia di quella
postmoderna,
ci interrogano sulla specificità o
l’identità
dell’anarchismo. Così a scoprire che il nodo
centrale
della critica postmoderna si riassume nella denuncia
dell’Illuminismo, considerato come ideologia legittimante la
modernità. In questo modo si mettono in un angolo tutti i progressi della
modernità critica e rivoluzionaria del diciannovesimo e
della
prima metà
del ventesimo secolo. Da queste considerazioni muove Eduardo
Colombo su anarchismo e postanarchismo. Colombo, professore
di psicologia sociale nelle università di La Plata e Buenos
Aires, è stato costretto a lasciare l’insegnamento dopo
il colpo di stato del generale Juan Carlos Ongania.Ha diretto la
rivista Psiquiatria Social dal 1967 al 1970, quando si è
trasferito a Parigi.Dove
esercita la professione di psicoanalista. Redattore della rivista semestrale Réfractions (questo saggio è tradotto
dal n. 20/2008). In Italia ha pubblicato Lo spazio politico dell’anarchia
(2008). |
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persone
Il seme sotto la neve
di
Francesco Codello
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Un
anarchico pragmatico, questa era la definizione ricorrente di Colin Ward
morto l’11 febbraio. Inglese, nato nel 1924, architetto,
insegnante, giornalista
e scrittore ha pubblicato oltre trenta libri di argomento politico,
urbanistico
e pedagogico.Ward è una figura di primo piano
dell’anarchismo. I suoi libri
pubblicati in italiano: Anarchia come organizzazione (1996), Dopo
l’automobile (1992), Acqua e comunità (2003),
L’anarchia. Un approccio
essenziale (2008), Conversazioni con Colin Ward (a cura di David
Goodway,
2003) tutti pubblicati da Elèuthera. E La città
dei ricchi e la città dei poveri
(1998), Il bambino e la città (2000).Mentre il Bollettino
dell’Archivio
G. Pinelli (supplemento al n. 30) ha pubblicato L’anarchismo
pragmatico
di Colin Ward. Qui ne tratteggia la figura e il pensiero Francesco
Codello,
dirigente scolastico a Treviso, autore di Educazione e anarchismo
(1995),
La buona educazione (2005), Vaso, creta o fiore? (2005), Né
obbedire
né comandare (2009) e Gli anarchismi (2009). |
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dietro
i fatti
Quel teatrino di Davos
di Massimo Amato
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«Migliorare
lo stato del mondo: ripensare, riprogettare, ricostruire»,
è il titolo dell’incontro annuale del World economic forum-WEF a Davos a
fine
gennaio. Il programma? «Come rafforzare il benessere
economico e sociale», «come mitigare i rischi globali e far
fronte ai fallimenti
sistematici», «come assicurare la
sostenibilità», «come
migliorare la sicurezza», «come creare un quadro di
valori» e «come costruire istituzioni
efficaci». Un programma decisamente ambizioso e che ha visto la
partecipazione di colossi quali
Alcoa, Alcatel-Lucent, Bahrain Economic Development Board, Bank of
America, Barclays, AT&T, Chevron, Coca-Cola, Credit
Suisse,DuPont,Dow
Chemical, JPMorgan,Microsoft,National Bank of
Kuwait,Nestlé,Nike,
Renault,
Siemens,Ubs,Unilever,Volkswagen. Tanto per fare qualche nome. E che
cosa hanno deciso i signori di quel Forum fondato nel 1971 da Klaus
Schwab?
Molto poco. Insomma tanto rumore per nulla. Eppure… Ecco
l’analisi
di Massimo Amato, docente di storia economica
all’università Bocconi
di Milano. Amato è autore (con Luca Fantacci) di Fine della
finanza (2009)
e L’enigma della moneta (2010).
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