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ADESSO
L'ARTE METTILA D'APARTE
di Franco Bunçuga
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"Zattera:
luogo piccolo e improvvisato, fatto in
caso di pericolo con materiale di recupero
su cui caricare l'essenziale per un viaggio
breve che ha come scopo principale/unico
la sopravvivenza nel pericolo estremo.Vi
salgono a caso i superstiti di un naufragio,
non necessariamente i migliori o i più
meritevoli. Chi sta sulla zattera ha dovuto
abbandonare la nave o ne è stato allontanato.
O
semplicemente vuole allontanarsi: meglio
andarsene che ammutinarsi, essere costretti
a fare i pirati, ribellarsi all'autorità
per poi ricostruire società basate sulla
violenza. Meglio andare altrove. Provare.
Zattera dell'umanità. Per salvare l'umanità
com'è, dalle modifiche genetiche, dall'omologazione,
dal patronato delle multinazionali, contro
il globale ed il locale, per l'individuo.
Gli umani, contro gli androidi, i robot,
le personalità virtuali. Una Zattera a
Bologna a cui aggrapparsi, una zattera
sulla quale sventola bandiera nera". È
con la "Zattera" che si apre il pre-catalogo
della Biennale di arte e anarchia (Zattera
dell'umanità, Raft of Mankind, Radeau
de l'humanité, Floss der Menschheit).
Una zattera approdata a Bologna il 14
settembre e ripartita il 16 per altri
lidi dell'immaginario artistico. Un po'
profezia, un po' ironica imitazione della
Biennale di Venezia. Una profezia perché
spesso sotto le assi del padiglione dove
si svolgevano gli eventi scorreva l'acqua
(che si infiltrava anche nei momenti più
difficili dalle pareti e dal tetto) dando
un effetto zattera e il nubifragio di
venerdì sera ci faceva sentire tutti in
balia degli elementi, mentre all'ingresso
dell'area lo striscione/bandiera/vela
di emergenza con la scritta arte e anarchia,
gonfiato dal vento, rischiava di abbattere
i pali che lo sorreggevano. Ma la zattera
non è affondata. Anzi! Sono stati tre
giorni di piacevole navigazione. Imitazione
beffarda delle intenzioni dell'ultima
biennale veneziana che proponeva una platea
dell'umanità, luogo privilegiato per osservare
lo stato dell'arte contemporanea e per
metterla contemporaneamente in mostra,
la Biennale bolognese sta a quella veneziana
come i film di Totò stanno agli originali
che imitava. Più povera, senza mezzi,
limitata nelle dimensioni, ma estremamente
più umana e piacevole da vivere. La dimensione
conviviale di quella tre giorni è forse
la cosa che ha colpito di più tutti i
partecipanti. Per molti, memori di altri
incontri libertari, anche recenti, non
è stata che una ulteriore conferma dell'innata
capacità organizzativa degli anarchici.
Non è l'anarchia la massima espressione
dell'ordine, come sosteneva Elisée Reclus?
Nonostante questa prima edizione sia nata
per la volontà di pochi testardi redattori
e collaboratori della rivista ApARTe ,
in modo molto artigianale e spontaneo,
gran parte delle opere e degli eventi
sono stati di ottima qualità e i dibattiti
(soprattutto la tavola rotonda sull'arte)
partecipati e a un ottimo livello culturale.
Tanti i temi messi sul tappeto dai partecipanti
alla tavola rotonda sul rapporto tra arte
e anarchia: tutti interventi diversi,
spesso in disaccordo, ma tutti condivisibili,
tutti anarchici. Aspettiamo le trascrizioni
degli interventi sul prossimo numero di
ApARTe e speriamo che i temi sollevati
in quei tre giorni siano l'inizio di un'organica
riflessione tra i rapporti ancora oggi
possibili tra il fare artistico e la tensione
libertaria. Stupenda l'idea di Rino De
Michele di considerare questo evento il
numero quattro della rivista, un numero
fatto sul campo, agito da tutti i partecipanti,
una sorta di atto creativo collettivo,
una situazione artistica interpersonale
di tre giorni. Testimoniata anche da un
bel pre-catalogo e dalla messa in cantiere
di un catalogo su supporto magnetico (per
prenotazioni e acquisti: aparte@virgilio.it).
È stata arte? Sicuramente insieme a una
buona parte di immondizia (inferiore percentualmente
a quella esposta alla Biennale di Venezia)
ci sono stati molti interventi di qualità
nei diversi settori della mostra. Mostra
che ho visto crescere e organizzarsi in
maniera quasi spontanea nello spazio Festival,
affittato dal comune di Bologna, sino
ad assumere una fisionomia definitiva.
Era un piacere vedere De Michele, Fabio
Santin e gli altri collaboratori di ApARTe
ricevere gli artisti e insieme a loro
cercare uno spazio per le opere e le installazioni,
in una sorta di bricolage estemporaneo
che alla fine, magicamente, diventava
allestimento.
Una
riflessione critica
È
stata una Biennale piccola, con pochi
mezzi, ma simulacro della sorella maggiore?
Si è trattato solamente di una biennale
stracciona, senza spunti di originalità?
Anche a Bologna le opere di pittura esposte
sono state la minoranza (quadri da attaccare
alle pareti, per intenderci, forse anche
perché mancavano le pareti e i pannelli
non sono la stessa cosa), sono prevalse
le installazioni, i video, le performances,
ed è in queste ultime forme di espressione
che si sono viste le cose migliori. Si
è voluto come a Venezia integrare danza,
musica e teatro alle arti figurative,
anche con risultati eccellenti: vedi la
forte rappresentazione del Living Theatre.
L'enfasi nei confronti del cibo che avevo
notato a Venezia è rispuntata anche in
molte performances eseguite a Bologna:
prima fra tutte la realizzazione di un
piatto tradizionale veneziano come le
sarde in saor, di Rosanna Boraso. Ma possiamo
citare anche la graniglia per dolci utilizzata
nell'intervento del gruppo sinestetico
per formare sagome di personaggi sul pavimento
del "padiglione C" e, perché no, anche
le splendide etichette per i vini, tutte
lineografate a mano che riproducono etichette
di incontri anarchici storici. E non dimentichiamoci
che il menu creato da Bebe Massaro (lo
chef dei tre giorni) occupa a buon diritto
una pagina del pre-catalogo della Biennale.
Questo aspetto dell'evento sottolinea
una grande attenzione alla convivialità
da parte di tutti i partecipanti e un
desiderio forte di "fare comunità", ed
è ben diverso dell'angoscia della mancanza
del cibo che sottintendeva il tentativo
di ristoro alla Biennale. In un caso una
forma di catering, nell'incontro bolognese
la ricerca di convivialità. Ecco una bella
cifra della differenza delle due Biennali.
Nel suo intervento alla tavola rotonda
sull'arte, Toni Ferro, con un incedere
da sciamano ha distribuito sui tavoli
manciate di semi attinti da un vaso comune,
e simbolicamente, in silenzio ha toccato
cuori e mani dei partecipanti al dibattito
e ha ricordato il nostro appartenere alla
terra e a una comunità che per riconoscersi
come tale deve scambiare sguardi emozionati,
toccarsi, comunicare con il dono. Molti
sono stati come quello di Ferro gli interventi
che hanno provocato una forte reazione
emotiva e hanno costruito un forte senso
di appartenenza a una comunità diffusa.
Come non citare Gli anarchici nell'immaginario
cinematografico, realizzato da Bibi Bozzato:
trenta minuti di proiezioni vissuti in
un attimo. Una rilettura personale e partecipata
delle figure degli anarchici citati nei
film del secolo scorso. La prima di dieci
puntate che aspettiamo con ansia.
Laggiù
nel padiglione F
Al
di là della steppa, lontano dai padiglioni
più frequentati (attorno al bar e alla
cucina), si intravedeva una baracca siberiana
(il famigerato "padiglione F") che solo
pochi coraggiosi andavano a esplorare
sfidando freddo, vento e nubifragi. Ma
ne valeva la pena: si entrava nella tipografia
anarchica di Virgilio Gozzoli che ci accoglieva,
manichino dietro la scrivania, e ci proponeva
il numero speciale del suo giornale Il
Marchesino dedicato all'evento bolognese.
Un'installazione complessa di Alberto
Ciampi, che con l'aiuto di un po' di sole
avrebbe avuto ben altra fortuna. La biennale
non ha offerto soltanto interventi strettamente
legati alla pratica o alla memoria anarchica.
Molte delle opere esposte erano semplicemente
percorsi artistici individuali non riconducibili
a nessuna forma di militanza, di artisti
che agiscono con spirito libertario e
cercano luoghi di espressione esterni
ai tradizionali e intasati canali del
mercato. In qualche modo si è riprodotta
ancora una volta l'irrisolta ambiguità
di due differenti approcci all'arte libertaria:
l'arte come impegno sociale e memoria
storica (anarchici, dunque artisti), ovvero
l'arte come sovvertimento estetico e assoluta
libertà creatrice (artisti dunque anarchici).
Alla tavola rotonda le posizioni in realtà
sono state molto più complesse: da chi
sosteneva la pericolosità e la funzione
negativa dell'arte a chi giurava che non
può esistere arte senza un sentimento
libertario, o viceversa senza un patteggiamento
con le istituzioni e il potere economico.
La qualità, anche estetica di alcune grandi
opere contemporanee, esige investimenti
dell'ordine di parecchi miliardi e una
complessa macchina organizzativa ed espositiva.
Esiste un'opera se non può essere conosciuta,
visibile, diffusa? Ha senso produrre un
film di qualità senza potere poi avere
accesso alla distribuzione? Quasi tutto
il cinema non è pensabile senza un produttore
che copra le spese (molto più alte che
nel campo delle arti figurative tradizionali)
impossibili da affrontare da parte di
persone armate solo di volontà e intelligenza.
"Se non ci fossero stati i Gonzaga a mantenere
il Mantegna non avremmo avuto la camera
degli sposi", cita Diego Rosa nel suo
intervento e Bibi Bozzato sadicamente
elenca con precisione il costo al minuto
di un film, mettendo in crisi tante dichiarazioni
di spontaneismo artistico. Tutte discussioni
aperte, che finalmente sono state affrontate
in maniera organica. Grazie ad ApARTe,
prima con i suoi tre numeri sperimentali,
poi con l'invenzione del Fest(a)val di
Bologna (che dichiara nel titolo di voler
essere una ricorrenza Biennale), ha cominciato
a coagularsi e a riconoscersi un'area
di artisti che da anni opera isolatamente,
ma esiste e ha una presenza significativa.
ApARTe può diventare il luogo in cui quest'area
inizia a rendersi visibile e riconoscibile,
ma soprattutto un luogo in cui stare bene,
un'isola su cui sbarcare con le nostre
zattere.
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