AFGHANISTAN E MEDIA: IL CODICE DI AUTOCENSURA
di Maso Notarianni

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Nella guerra moderna i media sono uno strumento fondamentale del conflitto, perché (lo ha insegnato il Vietnam) il consenso è indispensabile. L'informazione va gestita, ma troppo spesso gestire si traduce in manipolare o distorcere. Madeleine Albright ha definito la Cnn il sedicesimo membro del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Ma, questo è il punto, la Cnn esercita il dovuto senso critico? Nonostante i continui richiami alla laicizzazione della guerra, la realtà dell'informazione ha imposto una guerra che è religiosa, culturale. Con un solo nemico che non può e non deve avere nessuna ragione, che non può essere raccontato, che non può quasi essere visto. Alexander Pope diceva: "La guerra è un mostro dall'aspetto così orrendo che per odiarlo è sufficiente vederlo. Eppure vedendolo troppo spesso, diventato familiare, il suo viso prima lo sopportiamo, poi lo compatiamo, infine lo abbracciamo". Nel nostro caso, nel caso del conflitto afghano, la guerra non si è proprio vista. Lo stato maggiore Usa ha comunicato all'inizio del conflitto che la televisione e la stampa non avrebbero saputo nulla della guerra, delle operazioni militari e dei loro effetti più o meno collaterali. La tragedia delle torri gemelle è stata ed è forse iper-rappresentata, fino a diventare perfino rituale. La campagna in Afghanistan degli americani e dei loro alleati invece non si è vista per nulla. E ai giornalisti presenti in quel paese non è stato possibile, per lungo tempo (lunghissimo tempo, dal punto di vista di chi fa informazione), raccontare quel che accadeva, fare vedere la guerra, farne vedere gli effetti devastanti. Ero in Afghanistan, privilegiato rispetto agli altri giornalisti perché fornito di generatore di corrente, parabola satellitare e televisione. Dopo una giornata passata al fronte e nelle città vicine tornavo a casa. E nei notiziari occidentali apparivano immagini del tutto diverse da quelle che vedevo. Non c'era la sofferenza di un popolo che è in guerra da 25 anni. Non c'erano gli effetti collaterali (vittime per il 90% tra i civili). Ma luci verdi e ombre che si muovevano nella notte. Aerei che partivano da grandi portaerei ed elicotteri che sbarcavano militari. Mio malgrado, ero lì appoggiato alle strutture di Emergency ed ero lì prima di altri, sono diventato una fonte di notizie per i media italiani. Tutti chiamavano per sapere della guerra che non c'era ancora. E così spesso si parlava delle stesse cose, viste, da qui e da lì, sulla Cnn o su Rainews.

Sacchetti gialli e bombe gialle

Ogni giorno sul mio satellitare arrivavano decine e decine di telefonate dai giornali, dalle radio, dalle televisioni. Ogni telefonata uguale all'altra: "Come vanno le cose al fronte? Vedi la guerra? Raccontaci i bombardamenti e le battaglie…". E io, che ero sul fronte tra l'Alleanza del nord e i talebani (un fronte immobile fino alla metà di novembre), spiegavo che la guerra era da un'altra parte del paese. La guerra nuova, quella degli americani. Ma che qui c'era la guerra che durava da 25 anni, con tutti i suoi effetti collaterali. "Cosa vedi?", chiedevano. "Vedo vecchi, donne e bambini, pastori e contadini che saltano sulle mine. Vedo gente che salta sulle mine per correre a prendere i sacchetti gialli degli aiuti umanitari, e poi vedo gente saltare sulle bombe a frammentazione che sono gialle come i sacchetti che gli americani paracadutano…". "Ah, questo vedi? Grazie, grazie". E la cornetta italiana veniva rapidamente buttata giù. Ma le antenne paraboliche dei satellitari, in Afghanistan, sono fatte con le latte di olio aperte, spianate e montate su staffe di ferro in genere sottratte ai carri armati, agli scheletri di carri armati abbandonati dai sovietici in fuga e disseminati ovunque in questo paese. Antenne leggere, che con il vento si spostano e così, un giorno, passato per metà a cercare di captare il segnale, mi perdo la notizia dei 1.200 soldati talebani passati da questa parte del fronte. Ci ha pensato Koko Jalil a farmelo sapere. Era il mio ospite, la mia gazzetta del popolo, che ha passato sette anni al Pul-I-Charki (il carcere di Kabul, tristemente famoso nei tempi dell'invasione sovietica, ma ancora oggi funzionante a pieno ritmo), che ha fatto il mujahed, e che arriva correndo dopo il tramonto per portarmi la notizia. Mi dice che tira un'aria brutta: probabilmente gli americani stanno mollando l'Alleanza del nord. Vuol dire che questa guerra continuerà a lungo. È sempre lui a indicarmi i movimenti delle truppe anti-talebani: Dostum che si sposta verso Mazar-I-Sharif, dove, mi spiega lui che è analfabeta, c'è la tomba di Rabia Balkhi, una grande poetessa medievale, la prima donna del suo tempo a scrivere poesie in persiano, morta per le frustate del fratello perché aveva dormito con un amante, suo schiavo. Lei, prima di morire, scrisse l'ultima poesia: con il proprio sangue. Uzbeki maschi e femmine devoti alla sua tomba, mi racconta ancora Jalil, vanno a pregare per il successo dei loro amori. Dopo che la città è stata catturata, i talebani vincitori hanno vietato che si frequentasse la tomba di Rabia. Anche l'amore per una poetessa medievale hanno messo al bando. Guardando Koko Jalil mi erano venuti in mente i vari esperti militari visti in televisione (li vedevo anche da lì, alle volte, con le antenne paraboliche fatte di lattine spianate) e sapevo di essere molto più fortunato di voi, qui, vicino al fronte afghano di questa guerra e molto lontano dai sedicenti esperti. Koko Jalil mi indica l'avanzata di Ismail Khan verso Herat. Adesso i suoi uomini, dopo aver fatto arretrare di molti chilometri i talebani, sono fermi a Balkh, crocevia dell'Afghanistan come l'Afghanistan è crocevia dell'Asia. Balkh, racconta Jalil, è una delle più antiche città del mondo. Qui si sono incontrati i persiani dell'impero con i turchi, e con i romani verso il nord. Uno dei posti al mondo più ricchi di storia. Qui, lo so grazie a Koko Jalil, stavano insieme buddhisti, persiani e turchi. Adesso c'è una guerra che distrugge. Per ragioni diverse, ma nello stesso modo in cui i talebani distruggevano i templi dei Buddha di Bamiyan. In Occidente queste cose non le racconta nessuno. E quando sono cominciati i bombardamenti americani sul fronte nord-ovest, sull'aeroporto di Bagran la tensione si è alzata. I più contenti, ovviamente, erano i giornalisti. Addirittura raggianti, ché finalmente hanno potuto vedere in azione anche sulla piana di Shomali la contraerea talebana mentre provava inutilmente ad abbattere un aereo-spia americano. Notizie, finalmente. Immagini non costruite, da mandare con gli apparati satellitari alle tv di tutto il mondo. Ma lo avranno saputo che i missili teleguidati provano un'attrazione irresistibile, quasi erotica, per le parabole dei satellitari? Tutte ammassate sul tetto della guest house dei giornalisti. A Jabal-Saraj, a pochi chilometri dall'aeroporto strategico di Bagran, in una polverosa traversa della polverosa strada principale. Dove, un giorno, ho incontrato un papà accucciato di fianco al suo figlioletto. Accucciato e con il braccio disteso e il dito indice proteso a indicare al bimbo di quattro anni l'incredibile quantità di occidentali che mai e poi mai si sarebbero sognati di vedere da queste parti. Il vestito del padre era stirato di fresco, azzurro candido. A indicare ricchezza, là dove se va bene i bambini d'inverno usano i nostri maglioncini da gita della domenica per proteggersi dai venti gradi sottozero. Ed effettivamente, da quando ero arrivato, molto è cambiato nell'economia della valle del Panshir, o meglio nell'economia di quella zona nella quale stanziavano i coraggiosi e intrepidi reporter di guerra che solitamente, per fare i collegamenti in video, acchiappavano un mujahed per la giacca militare e se lo mettevano di fianco per fare vedere che sì, la guerra c'è, e che la vita da queste parti è dura. Erano loro le star, e non i giornalisti che rischiavano e perdevano davvero la pelle per raccontare la guerra in corso. L'economia è cambiata per un semplice motivo. A Jabal-Saraj stazionavano (a meno di poche lodevoli eccezioni) circa trecento giornalisti. Ognuno dei quali pagava cento dollari al giorno per dormire, altri cento per la macchina che li portava in giro e altri cento per l'interprete: novantamila dollari al giorno. Non sappiamo quanto sia il prodotto interno lordo del Panshir, sicuramente molto di meno.

Sceneggiate televisive

Mi risposto verso il fronte, dove gli unici a essere agitati sono i giornalisti che, bontà loro, devono raccontare la guerra nuova che non c'è. E allora incitano a sparare i ragazzini di quindici anni che al fronte hanno tra le mani lanciarazzi Rpg capaci di far saltare per aria una casa a qualche chilometro di distanza. Per la televisione ci vogliono i botti. E allora facciamoli sparare, questi ragazzini armati di cannoni. Tanto dall'altra parte del fronte al massimo ci sono dei villaggi dove abitano dei Massud o dei Sed o degli Yussuf. Noi siamo la razza superiore. Lungo la via del ritorno, passando per la via principale di Jabal-Saraj costellata di container aperti usati come negozi di ogni improbabile e povera merce tutta dello stesso color polvere, si ripassa davanti alla guest house dei giornalisti. Poco dopo, un muretto di mattoni di fango nasconde, come nelle masserie pugliesi, una casa. Davanti al muretto, nascondendosi come fosse in trincea, "uno dei pochi giornalisti occidentali in Afghanistan" (sono circa quattrocento) che davanti alla telecamera faceva il suo reportage di guerra. Avendo avuto cura di fornirsi di mujahed armato di mitra e coperto di cartucciere a rendere più credibile la scena per gli schermi di casa vostra. Un giorno ero andato a fare visita alla prigione di Barak, riservata ai prigionieri di guerra catturati dagli uomini dell'Alleanza del nord. Una visita lunga, approfondita. Avevo parlato con tutti. E avevo avuto l'impressione che, facendo le dovute proporzioni, si stesse meglio in una galera afghana che non a Opera o a san Vittore. Non avranno avuto la stessa impressione i lettori di un giornale inglese, la cui giornalista a un certo punto è arrivata accompagnata da un fotografo. Un vero e proprio blitz mediatico. Mezz'ora di visita in tutto, durante la quale il fotografo ha preteso che i prigionieri si accalcassero uno sull'altro dietro alle finestre per dare l'impressione di una galera rigurgitante. E siccome i prigionieri talebani ridevano divertiti da una messa in scena per loro priva di senso, il bel tomo inglese si è pure offeso. Un comportamento estremo, il suo. Ma non dissimile dai tanti mezzibusti che si affiancano ad armigeri mujaheddin per dimostrare di essere davvero in guerra. Forse, è per questo che ci si stufa presto delle notizie che arrivano dal resto del mondo: sono false e il falso non appassiona. Sono bugiarde, ma le bugie hanno le gambe corte. Per esempio, dell'ultimo filmato di Osama bin Laden, negli Stati Uniti hanno trasmesso solo un fotogramma con un'unica frase. Anche la Cnn aveva nascosto il video, dopo aver cercato inutilmente di intervistarlo in ogni modo e a ogni costo. I mass media americani e non solo hanno preso alla lettera le misure dettate da Condoleeza Rice, consigliera per la sicurezza nazionale Usa, che ha chiesto ai dirigenti dei media un codice di autocensura. Che non ha riguardato solo le immagini di bin Laden. "Sembra perverso il concentrarsi troppo sulle vittime e sulle miserie in Afghanistan... a mano a mano che otteniamo buoni servizi dal territorio afghano controllato dai talebani, dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per essere certi che non sembri che stiamo semplicemente riferendo a loro vantaggio o dalla loro prospettiva. Dobbiamo parlare di come i talebani stanno usando i civili come scudi umani e come hanno protetto i terroristi che hanno ucciso cinquemila innocenti". Parole del presidente della Cnn, Walter Isaacson, che ha ordinato ai suoi giornalisti un'informazione più "equilibrata". Tradotto dall'americano significa dalla parte dell'impero e non da quella dei suoi sudditi.

 
 
 
       

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