|
L'apocalisse
del terzo millennio
Intervista a Enrico Baj di Franco Buncuga
Scarica
la versione formato pdf

Tre
mostre hanno reso omaggio ai cinquant'anni
della sua attività. Una a Roma e due a
Milano in altrettante gallerie private.
Lui è Enrico Baj. Grande provocatore,
libertario, pacifista, cultore della scienza
dell'assurdo. Non per niente è Satrapo
Trascendente e Imperatore Analogico dell'Istituto
di Patafisica. La mostra romana al Palazzo
delle esposizioni, chiusa il 27 gennaio,
raccoglieva in ordine cronologico le opere
più significative di questo libertario
dell'arte figurativa. A Milano, invece,
alla Galleria Marconi, erano esposte le
tele dedicate a Pablo Picasso, Baj chez
Picasso, degli anni 1969-1970. Mentre
alla Galleria san Carlo c'erano quindici
quadri eseguiti recentemente a quattro
mani con Guillame Corneille, fondatore
nel 1948 con Karel Appel, Pierre Alechinsky
e Asger Jorn del gruppo Cobra. Uno dei
collettivi più innovatori del secondo
dopoguerra. Baj ha spesso collaborato
con la pubblicistica libertaria (si veda
l'intervista sul numero 2/2000 su questa
rivista) e ha pubblicato presso l'editrice
Elèuthera Cose, fatti, persone nel 1988,
Cose dell'altro mondo nel 1990, Conversazioni
con Baj nel 1997 e adesso, insieme con
Paul Virilio, Discorso sull'orrore dell'arte.
La figura di Baj è strettamente collegata
al grande quadro di denuncia politica
I funerali dell'anarchico Pinelli, censurato
il 17 maggio 1972, giorno dell'uccisione
del commissario Luigi Calabresi e rimasto
sino all'anno scorso bandito da Milano.
Città ingrata, che ancora oggi, nonostante
trattative e promesse, non ha voluto trovare
uno spazio espositivo adeguato per la
donazione fatta da Baj. Insomma, questa
ricorrenza è una buona occasione, colta
al volo da Franco Buncuga, redattore di
Libertaria e insegnante di storia dell'arte,
per intervistare un artista scomodo e
irriverente.
Appena
entriamo nello studio di Baj, le chiacchiere
si trasformano in: "Ah, ecco dov'era il
mio pennarello" e un'azione interrotta
per venirmi a prendere alla stazione diventa
il segno 1 dell'euro circolare che contiene
una delle ennesime trasformazioni patafisiche
di Père Ubu. Opera che difficilmente troveremo
su una moneta europea . È l'ultima opera
nata sulla scia dei personaggi di Gilgamesh
e che partecipa all'atmosfera di nuova
apocalisse di questi lenzuoli bianchi,
sudari, vessilli, ricordi di tavolette
sumere appesi sulla lunga parete dello
studio. Per un attimo Baj si concentra
sul segno e subito riprende la conversazione.
Ecco
il mio primo Euro-Ubu, un omaggio a questa
Europa guerrafondaia, razzista che ha
il coraggio di mandare i militari in Afghanistan!
La
saga di Gilgamesh, recente creatura di
Baj, si aggiunge naturalmente alla grande
Apocalisse che accoglie il visitatore
all'ingresso della mostra romana, attualizzandola
e ancorandola al presente di guerra e
terrorismo. E l'ultima tela della serie
dell'Apocalisse si sta trasformando nel
primo quadro di una nuova serie: l'Euro-Ubu.
Staremo
a vedere. Il processo creativo di Baj
ha sempre seguito vie spontanee e tortuose
sin da quando ha scoperto che, con pochi
oggetti e i resti delle tappezzerie recuperati
in un negozietto a Porta Ticinese mentre
arredava la sua casa, poteva creare mondi
assolutamente originali, personaggi, storie
e imporsi in pochi anni come il pittore
della trasgressione gioiosa, dell'ironia,
della libertà creativa. Mondi che hanno
saputo coniugare la spontanea ingenuità
dell'infanzia e lo sguardo demolitore
e tagliente di Père Ubu. Per fortuna ho
ancora tanti ammiratori fra i bambini:
a Milano alla mostra dei Guermantes alla
Galleria Marconi sono venute in visita
molte scolaresche. Recentemente ho avuto
una bellissima esperienza con i bambini:
ho animato un laboratorio artistico che
è durato un mese e mezzo. Ne hanno fatte
di tutti i colori e mi sono divertito
anch'io. Ho rivissuto l'esperienza avuta
con i miei figli: questi bimbi facevano
cose meravigliose, che Mario Mertz con
tutta la sua arte povera neanche se le
sogna, disegni che fanno impallidire quelli
di Jean Dubuffet, finti Art Brut di un
intellettuale che vuole ricaricarsi in
un senso primitivo. I piccoli hanno realizzato
dei personaggi meravigliosi. La loro creatività
rimane intatta fino agli otto o nove anni,
quando comincia a prevalere l'educazione
e l'alfabetizzazione artistica che utilizza
parametri educativi imposti per via amministrativa.
Se dai a un bambino un pezzo di una carta
da pacco e gli fai fare quello che vuole,
quello diventa matto di gioia, invece
l'insegnante cerca di guidarlo e di riportarlo
entro i binari convenzionali: "Adesso
facciamo una bella barchetta", propone,
"oppure pieghiamo una carta in quattro
e ci facciamo un bel buco nel centro…".
Creatività
contro rigidità dunque, per un percorso
complesso e casuale contro angoli retti,
squadre e tecnigrafi. Già nei primi anni
Cinquanta sei stato uno degli organizzatori
del Movimento per un Bauhaus Immaginista
insieme con Asger Jorn: "Contro il purismo
e la sottomissione alle forme razionali,
ribellarsi a favore di ogni forma libera
e vivente". Dal 1951 a oggi sei passato
dalla pittura nucleare a un numero difficilmente
quantificabile di stili, gruppi e maniere,
attraverso un percorso che è ben delineato
dalla mostra romana: la prima grande su
di te organizzata cronologicamente. Come
è nata questa mostra?
La
mostra è stata voluta e promossa da Lottomatica
il cui direttore è un mio estimatore.
E poi credo che tra le mie opere e il
gioco ci sia in fondo una finalità convergente.
Ho disegnato in altre occasioni biglietti
di alcune lotterie. Quest'anno ho realizzato
gratuitamente il biglietto della lotteria
di capodanno utilizzando un disegno tratto
da un' opera dal titolo molto significativo:
Dodici miliardi per il 2030. Originariamente
non si parlava di soldi ma di esseri umani.
Va bene lo stesso! La lotteria deve parlare
di miliardi. Ho anche realizzato un multiplo
che è servito da logo per la mostra e
da copertina per il catalogo. Si tratta
di due figurine, due busti della stessa
forma: un lui che semplicemente con l'aggiunta
della capigliatura e piccole modifiche
diventa una lei; gli uomini sono segnati
con i numeri dispari, le donne con quelli
pari. È un'opera che si accorda molto
bene alle maschere primitive, ai totem
e a tutti gli interventi kitsch che, con
i ritratti dei Guermantes e alcuni teli,
hanno caratterizzato la mia ultima produzione.
È un po' un miracolo che questa mostra
sia arrivata a termine. Per i temi trattati
e per la mia natura sono un artista già
scomodo in partenza, poi in piena progettazione
della mostra sono scoppiati gli incidenti
di Genova in occasione del G8. Subito
qualcuno ha detto che non è bene mostrare
il quadro di Pinelli mentre la polizia
è coinvolta in polemiche per aver picchiato
i dimostranti, che non bisogna assumere
le parti dei violenti, che siamo un ente
ufficiale e non dobbiamo dare l'impressione
di voler attaccare la polizia. Viene suggerito
di sostituire il Pinelli con il mio quadro
Nixon parade, sullo scandalo del Watergate,
composto da una specie di parata di mafiosi
con le bandiere italiana e americana,
una satira verso l'America ma datata e
accettabile. Le dimensioni sono simili,
non cambierebbe gran che. Con buona pace
di tutti. Si è quasi deciso quando arriva
l'11 settembre e non si può più fare ironia
sugli Stati Uniti.
Hai
un certo istinto per le coincidenze, a
partire da quel 17 maggio… Com'è poi finita?
È
tornato buono il Pinelli e, grazie a questo
fatto, il quadro ha trovato un'ottima
sistemazione espositiva. Forse la migliore
che abbia mai avuto. Ho dovuto anche lottare
per far esporre la mia opera l'Apocalisse
che accoglie scenograficamente i visitatori
all'entrata della mostra. Molti dicevano
che in questo momento non era il caso
di esporre un'opera così cruda e pessimista,
ma mi sono impuntato e alla fine si è
realizzata. Ho organizzato un'istallazione
grandiosa di quest'opera che assemblo
ogni volta in maniera diversa. Continua
a crescere: l'ho immaginata avendo a modello
il Giudizio universale di Michelangelo.
È un'istallazione alta dodici metri e
larga otto con i soliti mostri, Scaracchiaserpenti,
Mangiagiduglie, Linguadicazzo, Rubamangiabambini,
e tutti gli altri, con alcune aggiunte
nuove e alcuni teli di Gilgamesh. Ripresa
voluta perché l'Apocalisse continua ancora
oggi nelle stesse terre del mito. La mostra
poi è organizzata cronologicamente: la
prima sala è dedicata al movimento nucleare
sino ad arrivare alle mie opere più recenti.
La
tua produzione è riconducibile in gran
parte ai generi della pittura e della
scultura che nel mondo artistico contemporaneo
sembrano obsoleti. L'arte contemporanea
che il mercato cerca di imporre tende
a eliminare la scultura e la pittura e
a creare un filtro di macchine, di tecnologia,
per separare l'uomo dalla propria materialità
e l'artista dall'uso delle proprie mani.
Basta colore, materia, lavoro artigianale.
Paul Virilio nel suo testo recente La
procedura del silenzio (Asterios) sostiene
che se Friedrich Nietzsche prevedeva e
auspicava un secolo fa la morte di dio
oggi si pianifica la morte di ogni creatore,
dunque anche dell'artista. L'artista dà
fastidio perché cerca di interporsi tra
il pubblico e la notizia, mentre si vuole
presentare la vita in diretta. Presentare
e non più rappresentare la realtà. Una
realtà cruda, che attira morbosamente.
Non credi che una visione attraverso "la
macchina" della realtà, sia essa fotografica,
cinematografica, video o computer, come
sostiene Virilio non contribuisca a far
slittare l'arte contemporanea verso automatismi
di violenza e di "esposizione di atrocità"?
Oggi
l'arte tende in molti casi a diventare
l'esaltazione della violenza o della modificazione
genetica e dell'amputazione fisica, solo
per fare scandalo e attirare. La genetica
e la clonazione sono i miti contemporanei.
Nello spazio espositivo di Prada ho visto
recentemente l'esposizione di uno scultore
inglese che realizzava delle opere realistiche
in marmo di corpi deformati, tutti di
una bellezza neoclassica ma tutti con
amputazioni, distrofie o anomalie morfologiche:
uno aveva un braccio focomelico, uno era
senza una gamba, un altro era privo addirittura
di tutti gli arti. Esposti così in una
sorta di esaltazione estetica. E solo
per fare scandalo, non certo per curiosità
compassionevole.
La
pubblicità ci ha abituato all'otticamente
corretto: l'uso di immagini vistose di
tipo iper realista, ingrandite, come nello
schermo cinematografico. Primi piani impossibili
di un volto che prende tutto uno schermo,
peli, pori e ciglia. Un'attrazione irresistibile
verso le immagini pervade il nostro mondo
contemporaneo. Il feticismo delle immagini
è anche nella fotografia, nel cinema.
Dappertutto, l'immagine evita la fatica
di leggere, dà una visione del mondo edulcorata,
tutto acquista i canoni della pubblicità.
Uno sguardo da microscopio, da macchina,
impietoso. Fino a dove può spingersi la
libertà di espressione dell'artista?
È
stata certamente giusta la battaglia per
l'indipendenza dell'arte e per la cosiddetta
"licenza artistica", d'altronde in altri
tempi accordata anche a molti artisti
rinascimentali, perché si sa che gli artisti
sono un po' matti e fanno di testa loro.
Ma quando la libertà diventa arbitrio,
offesa, o diciamo peggio addirittura esaltazione
talvolta criminale, non può essere tollerata
sotto il pretesto dell'arte. Come giustificare
i viennesi del Teatro delle Orge e dei
Misteri di Herman Nistch, quando squartano
animali e si imbrattano di sangue in riti
collettivi? Gino De Dominicis ha osato
appendere nel 1974 alla Biennale di Venezia
un focomelico, un povero demente appeso
per aria che sbavava esposto al ludibrio
del pubblico, solo per fare scandalo.
Robert Mappelthorpe ha esposto la fotografia
di un fist fucking, una penetrazione anale
praticata con un pugno che produce lesioni
permanenti. Questa è un'esaltazione di
atti che non solo sono normalmente definiti
depravati ma sono offesa alla persona.
Sono cose paragonabili alla violenza nazista.
Jaqueline Lichtenstein in una conversazione
inedita con François Rouan ha scritto:
"Nel momento in cui ho visitato il Museo
di Auschwitz, davanti a quelle vetrine,
ho visto delle immagini di arte contemporanea
e le ho trovate assolutamente terrificanti".
La violenza non può essere tollerata perché
trasportata nell'arte. È un falso alibi
proteggersi dietro la formula: l'arte
deve essere libera.
|