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NON
SAPPIAMO PIÙ ASCOLTARE
Intervista a Ivan Illich di Mauro Suttora
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"No,
per favore, nessuna telecamera. Niente
video. Spenga anche quel registratore".
E
come faccio a intervistarla? Non vuole
che le sue parole vengano riportate fedelmente?
In questo momento desidero soprattutto
che lei mi ascolti. Voglio comunicare
direttamente con lei. Senza passare attraverso
un magnetofono.
Sono
tutto orecchi.
Ormai
non siamo più capaci di usare bene le
nostre orecchie. Gli strumenti tecnici
di cui ci siamo circondati hanno indebolito
il nostro udito. Così come anche tutti
gli altri sensi. L'impatto iniziale con
Ivan Illich è disarmante. Ecco qui il
padre dei movimenti ambientalisti di mezzo
pianeta, ma non soltanto quello, il filosofo
che per primo nel 1971 teorizzò La convivialità
come unica difesa di fronte all'alienazione
della società consumista. Herbert Marcuse
distruggeva, lui assieme a Erich Fromm
ricostruiva una speranza invitando a Descolarizzare
la società o promuovendo la "medicina
dolce" con Nemesi medica (in tondo i titoli
dei suoi libri più famosi, stampati a
milioni di copie in tutto il mondo e in
Italia da Mondadori, Elèuthera, Red).
Da anni, però, Illich è sparito. Poche
pubblicazioni (al massimo il testo di
qualche rara conferenza), pochissimi convegni,
nessuna intervista. Coerente con se stesso
e con il suo rifiuto dei mass media ("Inutili,
anzi dannosi: forniscono un'informazione
a senso unico filtrata, asettica e predigerita")
è scomparso dalla scena pubblica. Ma a
71 anni questo geniale ebreo ex teologo
cattolico nato a Vienna non ha rinunciato
a coltivare una rete di rapporti "privati
e privilegiati" in ogni continente (dall'università
messicana di Cuernavaca a quella americana
della Pennsylvania, a quella tedesca di
Brema), accettando ogni tanto l'invito
a riunioni o seminari. L'ho incontrato
alla Fiera delle utopie concrete, appuntamento
autunnale a Città di Castello (Perugia)
organizzato da Karl-Ludwig Schibel, dove
Illich è tornato dopo nove anni. Quest'anno
il tema dell'incontro era L'udito e l'ascolto:
il primo di una serie di cinque, che con
cadenza annuale fino al 2001 studieranno
tutti i sensi dell'uomo. "Mi piace la
stravaganza erudita di queste avventure
intellettuali al di fuori delle mode dominanti",
confessa Illich. "Ogni epoca ha trattato
udito, vista, olfatto, gusto e tatto in
modi diversi. Il tema centrale delle mie
ricerche negli ultimi anni è stato proprio
l'ascesi dei sensi: l'arte del soffrire
e del godere, dell'amare e del morire.
Allo stesso modo, in ogni periodo è esistita
un'arte specifica dell'ascoltare, nonché
un'arte dello sguardo".
E
oggi?
Una
volta una bambina di nove anni mi ha detto
che nel corso del pomeriggio aveva visto
"Kennedy, Reagan ed E.T. come vedo te".
Il "vedere" evidentemente per lei si è
staccato dall'incontro. Fino al primo
millennio lo sguardo era vissuto come
un raggio che cade dall'occhio sull'oggetto.
Quest'atteggiamento è stato rovesciato
da Keplero: l'occhio è diventato la porta
d'ingresso per i raggi del sole che consegnano,
"come i cavalieri della posta", la vista
della cosa alla retina. È il principio
della camera oscura. Ma oggi è in atto
un ulteriore rovesciamento: tramite l'occhio
noi tutti siamo ingaggiati dagli schermi
della televisione, ci trasferiamo nell'azione
sullo schermo. L'occhio è stato arruolato
al servizio del medium.
Insomma,
in singolare seppur involontaria sintonia
con le tesi di Giovanni Sartori, il quale
prende di mira l'homo videns, che tutto
vede (in tv), ma poco o nulla capisce,
anche lei incolpa i media per la "perdita
di senso" che sembra attanagliare sempre
di più il cittadino contemporaneo. Si
ripete così il paradosso da lei evidenziato
vent'anni fa: malati "arruolati" al servizio
dei medici, studenti "arruolati" al servizio
dei professori e non viceversa, mass media
che creano la pubblica opinione invece
di rifletterla.
Esatto.
L'esempio dei sistemi sanitari, che sono
ormai strutture elefantiache divoratrici
di soldi, è tipico. Il paziente moderno
si affida con naturalezza al medico, che
gli descrive e gli spiega la sua condizione
sulla base di numerosi esami. Ma questo
è un comportamento che non esisteva fino
al Novecento. Prima il paziente andava
dal proprio medico per mostrarsi a lui
e per esporgli le sue lamentele. Occasionalmente
il medico sentiva o degustava la sua urina.
Anche le persone più povere e analfabete
si confidavano con il dottore con una
precisione incredibile. Compito del medico
era interpretare la storia dei dolori
del paziente, partendo da lì per la cura.
Oggi invece non c'è più ascolto: gli specialisti
si appoggiano a valanghe di esami. Ma
se qualcuno alla domanda "come ti senti?"
mi rispondesse con la pressione sanguigna
e il livello ormonale, vorrei vomitare.
Invece, questo è proprio ciò che accade
oggi.
La
"realtà virtuale" oggi porta all'estremo
la scissione fra percezioni sensoriali
e mondo fisico reale.
Sì. Sempre di più non vediamo le cose
dove sono tangibili, non le vediamo in
un modo in cui possano essere toccate.
Sempre più spesso diventa una nostra abitudine
prendere sul serio delle voci senza corpo
al telefono. Ma attenzione: non sta per
sparire soltanto quella che gli antichi
chiamavano sin-estesia, cioè la collaborazione
fra i diversi sensi. Perfino il "senso
comune", che rendeva possibile la percezione
sensoriale dell'intonazione giusta, del
rispetto, della proporzionalità sensata,
appartiene ormai al passato.
Ma
si possono distinguere, nella storia,
periodi caratterizzati dall'uso privilegiato
di un senso: l'epoca dell'olfatto, della
vista, del tatto, dell'ascolto, della
parola?
È
difficile immaginare oggi cosa succedeva
in un teatro greco 500 anni avanti Cristo.
Era qualcosa che Platone trovava indecente:
le maschere (coscientemente non parlo
di "attori")non avevano spettatori (theoretes),
ma ascoltatori (akouontes), che si lasciavano
trascinare nel ritmo, nel tatto, nelle
cadenze, nelle melodie dello spettacolo,
presentato senza alcun atteggiamento critico.
Platone cercò invece di promuovere il
"guardare" gli spettacoli, e pretendeva
addirittura che nel suo stato ideale certi
tipi di melodie fossero vietate del tutto.
Nulla
sembra cambiato rispetto a quarant'anni
fa, con le accuse al rock di essere la
"musica del diavolo", o rispetto a oggi,
con le polemiche degli odierni cinquantenni
(i rockers di ieri) contro i ritmi techno,
house o garage che stordirebbero le nuove
generazioni.
Certo. Ma già Aristotele criticò su questo
il suo maestro Platone, perché secondo
lui una limitazione al solo "guardare"
non coglieva la sostanza della tragedia.
La tragedia è invece mimesis praxeos,
cioè "l'esecuzione coinvolgente in un'azione",
una risonanza con qualcosa che l'ascoltatore
deve capire in modo quasi tattile.
Nell'Italia
dei nostri giorni la riscoperta della
parola è testimoniata dal calo degli spettatori
televisivi, dall'aumento di quelli radiofonici
e del teatro, dal successo dei talk show
e di spettacoli come quello di Marco Paolini,
con il suo eccezionale monologo sul Vajont.
Purtroppo non conosco l'Italia di oggi.
Ma secondo Aristotele l'artista-oratore
nel teatro, nell'insegnamento, e anche
in politica, può coinvolgere completamente
l'ascoltatore-spettatore soltanto con
la mimesis, l'esperienza di una nascita.
Solo così può promuovere il pathei mathos,
l'"imparare a soffrire" da coloro che
hanno vissuto una forma di sofferenza..."
Con
il rischio di cadere nella "tv del dolore"...
... ma sempre Aristotele, nel suo Poetica,
sottolinea come la presentazione visiva
della sofferenza nel caso migliore può
servire come "segno" (semeia), senza produrre
grandi effetti sullo stato dello spettatore.
Invece l'orazione artistica e la melodia
possono modellare il carattere dell'ascoltatore,
mettendogli le ali per partecipare fisicamente.
Qual
è il tipo di ascolto che lei, fondatore
dell'ecologia moderna, considera più "sano"?
Quello della comunicazione diretta, fra
persone che possono guardarsi in faccia.
Un dialogo che coinvolge l'orecchio, ma
anche la vista: "Ti do me stesso attraverso
le pupille dei miei occhi".
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