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AMO
LA LIBERTÀ MA PREFERISCO L'AUTONOMIA
di Paul Goodman
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Paul
Goodman
Molti
filosofi anarchici partono dalla voglia
di libertà. Ma se la libertà è un concetto
metafisico, o un imperativo morale, mi
lascia freddo. Non riesco a pensare per
astrazioni. Il più delle volte, però,
la libertà degli anarchici è un profondo
grido animale o una supplica di natura
religiosa, come l'inno dei prigionieri
nel Fidelio. Si sentono esistenzialmente
imprigionati dalla natura delle cose o
da Dio, o perché hanno visto e patito
troppa schiavitù economica, o perché sono
stati privati delle loro libertà, o perché
colonizzati interiormente dagli imperialisti.
Per diventare umani devono sbarazzarsi
dell'imposizione. Poiché, nel complesso,
la mia esperienza è sufficientemente ampia,
non bramo la libertà più di quanto voglia
"espandere la coscienza". Potrei comunque
sentirmi diversamente se fossi soggetto
a censura letteraria, come Aleksandr Solzenicyn.
Io in genere sto male non perché mi sento
imprigionato, ma piuttosto perché mi sento
esiliato o nato sul pianeta sbagliato.
Di recente mi lamento perché sono confinato
a letto. Il mio vero problema è che il
mondo per me non è funzionale, e capisco
che la mia stupidità e codardia lo rendono
ancor meno funzionale di quanto potrebbe
essere. Certo, alcune atrocità mi prendono
alla gola, come succede a chiunque altro,
e io desidero ardentemente liberarmene:
insulti all'umanità e alla bellezza del
mondo che mi lasciano sdegnato; un'atmosfera
di bugie, trivialità e volgarità che immediatamente
mi disgusta; le autorità costituite non
conoscono il significato della generosità
e spesso sono semplicemente invadenti
e sprezzanti (come diceva Errico Malatesta,
tu provi semplicemente a fare a modo tuo,
loro ti ostacolano e alla fine la colpa
del conflitto che ne emerge è tua). La
cosa peggiore è che le azioni distruttive
verso la natura da parte del potere sono
dementi. Nelle tragedie antiche leggiamo
di uomini arroganti che, commesso un sacrilegio,
attirano la rovina su di sé e su chi gli
sta intorno; analogamente, a volte temo
superstiziosamente di appartenere alla
stessa tribù dei nostri statisti e di
camminare sulla loro stessa terra. Ma
no! Gli uomini hanno il diritto di essere
pazzi, stupidi e arroganti. È la nostra
specialità. Il nostro errore sta nel conferire
a qualcuno il potere collettivo. L'anarchia
è l'unica forma politica sicura. Uno dei
più diffusi equivoci sugli anarchici è
che essi credano alla "bontà della natura
umana" e che perciò ci si possa fidare
degli uomini perché si autogovernino.
In realtà tendiamo ad adottare la prospettiva
pessimistica: non ci si può fidare della
gente, perciò bisogna impedire la concentrazione
del potere. Chi comanda è particolarmente
soggetto alla stupidità perché non è a
contatto con la concreta esperienza particolare
e continua invece a interferire con la
libera iniziativa delle altre persone
e a renderle stupide e ansiose. Immaginate
cosa può fare al carattere di un uomo
venire deificato come Mao Tse Tung o Kim
Il Sung. O pensare abitualmente all'impensabile,
come i padroni del Pentagono. Per me,
il principio primo dell'anarchismo non
è la libertà ma l'autonomia. Poiché intraprendere
qualcosa, farlo a modo mio ed essere un
artista con le cose concrete è il genere
di esperienza che amo, sono restio a farmi
dare ordini da autorità esterne, che non
conoscono concretamente il problema o
i mezzi disponibili. Soprattutto, un comportamento
è più elegante, vigoroso e discriminante
senza l'intervento di autorità che vanno
dall'alto verso il basso, si tratti dello
Stato, della collettività, della democrazia,
della burocrazia corporativa, delle guardie
carcerarie, dei decani universitari, dei
piani di studio predeterminati o della
pianificazione centralizzata. Tali cose
possono essere necessarie in certe emergenze,
ma a costo della vitalità. Questa è una
proposizione empirica nella psicologia
sociale e penso che l'evidenza sia pesantemente
in suo favore. In generale, servirsi del
potere per portare a termine un lavoro
è inefficace nel breve periodo. Il potere
esterno inibisce la funzionalità interna.
Come diceva Aristotele, "l'anima si muove
da sé". Nel suo recente libro Oltre la
libertà e la dignità, B.F. Skinner sostiene
che questi sono pregiudizi difensivi che
interferiscono con il condizionamento
operativo delle persone verso i traguardi
che desiderano, la felicità e l'armonia.
(È strano incontrare di questi tempi una
riesposizione nuda e cruda dell'utilitarismo
di Jeremy Bentham). Non coglie il punto.
Ciò che si può obiettare al condizionamento
operativo non è che violi la libertà,
ma che il comportamento che ne segue è
sgraziato e di bassa qualità, oltre che
incostante. Non è assimilato come una
seconda natura. Skinner è così impressionato
dal fatto che il comportamento di un animale
possa essere plasmato completamente in
modo da agire secondo lo scopo dell'istruttore,
che non riesce a confrontare questa azione
con il comportamento inventivo, flessibile
e in continuo sviluppo dell'animale che
agisce e risponde agli stimoli del suo
ambiente naturale. E, per inciso, la dignità
non è un pregiudizio specificamente umano,
come egli pensa, ma è l'atteggiamento
usuale di ogni animale, che viene rabbiosamente
difeso quando l'integrità organica o lo
spazio individuale vengono violati. Desiderare
la libertà è certo uno stimolo per il
cambiamento politico più forte dell'autonomia.
Dubito comunque che sia altrettanto tenace.
La gente che fa il proprio lavoro a suo
modo di solito riesce a trovare altri
mezzi che non siano la rivolta per continuare
a farlo, compresa molta resistenza passiva
all'interferenza. Per realizzare una rivoluzione
anarchica, nei momenti iniziali della
sua attività Michail Bakunin voleva affidarsi
proprio ai reietti, ai delinquenti, alle
prostitute, ai forzati, ai contadini senza
terra, ai sottoproletari, a quelli che
non avevano niente da perdere, neanche
le loro catene, ma che si sentivano oppressi.
C'erano molte truppe di questo tipo nel
tetro periodo di massima fioritura dell'industrialismo
e dell'urbanizzazione. Ma naturalmente
è difficile organizzare per una lunga
lotta gente che non ha nulla e viene presto
facilmente sedotta da qualche fascista
che può offrire armi, vendetta e un momentaneo
afflusso di potere. Il pathos delle persone
oppresse che bramano la libertà è che,
se riescono a liberarsi, non sanno cosa
fare. Non essendo mai stati autonomi,
non sanno come affrontare le situazioni
e prima che imparino è di solito troppo
tardi. Nuovi dirigenti hanno assunto il
comando, che possono essere più o meno
benevoli e fedeli alla rivoluzione, ma
non hanno mai avuto fretta di abdicare.
Gli oppressi sperano troppo dalla Nuova
Società, invece di stare caparbiamente
attenti a gestirsi le proprie cose. L'unico
movimento di liberazione di successo a
cui riesco a pensare è la rivoluzione
americana, realizzata in gran parte da
artigiani, coloni, mercanti e professionisti
che innanzitutto avevano interessi in
gioco, volevano liberarsi da interferenze
esterne e godettero successivamente di
una prospera semi-anarchia per circa trent'anni:
allora nessuno si preoccupava molto del
nuovo governo. Erano protetti da tremila
miglia di oceano. I rivoluzionari catalani
durante la guerra civile spagnola avrebbero
potuto ottenere lo stesso risultato per
le stesse ragioni, ma fascisti e comunisti
li fecero fuori. L'anarchia richiede competenza
e fiducia in sé stessi, il sentimento
che parte del mondo mi appartiene. Non
fa presa tra gli sfruttati, gli oppressi
e i colonizzati. Così, sfortunatamente,
manca di una spinta potente verso il cambiamento
rivoluzionario. E tuttavia nelle floride
società liberali d'Europa e d'America
abbiamo una favorevole possibilità di
questo tipo: le persone sufficientemente
autonome, fra la classe media, i giovani,
gli artigiani e i professionisti, non
possono fare a meno di vedere che non
è possibile continuare così con le attuali
istituzioni. Non possono fare un lavoro
onesto e utile o praticare nobilmente
una professione; le arti e le scienze
sono corrotte; imprese modeste devono
essere gonfiate oltre ogni misura per
sopravvivere; i giovani non riescono a
trovare una vocazione; è difficile crescere
i bambini; il talento è soffocato dai
titoli di studio; l'ambiente naturale
viene distrutto; la salute è messa in
pericolo; la vita della comunità è inconsistente;
i quartieri sono brutti e insicuri; i
servizi pubblici non funzionano; le tasse
vengono sperperate per guerre, insegnanti
e politici. Allora essi possono fare dei
cambiamenti, per estendere le aree di
libertà eliminando sempre più le interferenze.
Tali cambiamenti possono essere a spizzichi
e non drammatici, ma devono essere essenziali,
poiché molte delle attuali istituzioni
non possono essere rimodellate e la tendenza
del sistema nel suo insieme è disastrosa.
Mi piace il termine marxista "estinzione
dello Stato", ma deve iniziare ora, non
in futuro; e la meta non è una Nuova Società,
ma una società tollerabile in cui la vita
possa andare avanti.
Traduzione
di Francesco Minola
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