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Si
fa presto a dire Islam
di Francois Burgat
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La
questione dell'islam come forza politica
è una questione essenziale per la nostra
epoca e per molti anni a venire. La prima
condizione per affrontarla con un minimo
d'intelligenza, è di non cominciare mettendoci
dell'odio
(Michel Foucault, Dits et Ecrits III)
Che
cosa sono diventati gli islamisti? Hanno
davvero "perduto la battaglia"? Si sono
realmente trasformati a tal punto da non
meritare più il loro nome? Tesi convergenti
li dicono oggi "in declino", e perfino
"superati". Saremmo entrati nell'era del
"postislamismo". Come sempre in un campo
in cui il nostro discorso sull'altro ci
parla ugualmente di noi, le etichette
e le parole hanno la loro importanza.
Chi si è evoluto in realtà? Gli islamisti
o il discorso di coloro che del parlarne
hanno fatto una professione? I sostenitori
del "declino dell'islamismo" o del suo
superamento attraverso il "postislamismo"
ci rivelano un'autentica evoluzione in
profondità della realtà politica del mondo
musulmano o si sono soltanto decisi a
rinnovare la terminologia che utilizzano
per darne conto? Se nel nostro modo di
concepire l'islamismo, uno slittamento
semantico permette di migliorare la nostra
comunicazione con una corrente politica
che in realtà non è affatto scomparsa,
dobbiamo considerarlo salutare. Ma forse
non bisogna aspettarsi di più. Poiché
le circostanze che, sull'una e sull'altra
sponda del mare Mediterraneo, hanno alimentato
la reazione islamista nonché gli eccessi
e i vari malintesi a essa collegati sono
ancora presenti. Quali che siano la denominazione
che gli diamo e la vitalità che vogliamo
o meno riconoscergli, i "neo" o "post"
islamismi continuano a fornire il grosso
dei battaglioni di contestazione degli
assetti politici arabi o dell'ordine regionale
israeliano-palestinese. Il tono trionfalistico
e talvolta revanscistico degli scritti
che ci annunciano il loro "fallimento"
o il loro "superamento" mostra del resto
che l'emergere di una modernità non più
percepita come l'imposizione unilaterale
di un unico modello di civiltà non è ancora
all'ordine del giorno nella relazione
con il nostro vecchio alter ego mussulmano.
Ora, questa è proprio una delle prime
condizioni dell'attenuazione della reazione
islamista e della tendenza etnocentrista
occidentale di cui essa si è essenzialmente
e lungamente nutrita. Nella lettura delle
dinamiche politiche del mondo musulmano
attraverso lo sguardo occidentale, per
molto tempo un'ideologizzazione eccessiva
ha probabilmente indotto a sovradeterminare
il peso del lessico degli islamisti a
scapito della sostanza dei loro comportamenti
o delle loro pratiche. Nel bacino del
Mediterraneo, lo spauracchio integralista
continua a essere utilizzato di concerto
dalla quasi totalità degli stati. La criminalizzazione
ideologica di coloro che, in ciascuno
dei sistemi politici arabi come nell'assetto
politico regionale e mondiale, si ritrovano
spesso sulla prima linea della contestazione,
funziona più che mai come un efficace
meccanismo per dissolvere nell'emotività
e nell'irrazionalità opposizioni e resistenze,
per quanto legittime possano essere, ai
capi degli ordini politici nazionali,
regionali e internazionali. In Algeria,
i leader di una giunta militare divenuta
maestra nella manipolazione del terrore,
proprio avendo cura di porsi come "bastione
contro l'integralismo", ipso facto hanno
potuto conquistare la fiducia illimitata
delle istituzioni finanziarie internazionali
e riempire impunemente le loro prigioni
e le loro urne. Ogni volta che sono riusciti
a far passare gli avversari per degli
"integralisti", gli israeliani hanno potuto
delegittimare l'ampio fronte dei delusi
palestinesi di Oslo e i russi schiacciare
sotto le bombe ogni velleità autonomista
in seno al loro impero in sfacelo. Gli
stessi leader occidentali sanno bene che
la ricetta della "minaccia integralista"
contiene enzimi misteriosi, capaci di
convertire le angosce di ogni genere dei
loro concittadini in altrettanti dividendi
elettorali. Nella decifrazione della vita
politica egiziana, algerina o tunisina,
i media e talvolta segmenti dell'apparato
accademico si ostinano così, all'inizio
del millennio, a rallegrarsi delle "vittorie"
che, attraverso un'ingegnosa miscela di
contromisure ideologiche qui, di "riprese
di controllo" legali o costituzionali
altrove, di terrore poliziesco e di manipolazione
mediatica un po' dappertutto, i regimi
detti "laici", per quanto screditati e
autoritari, continuano a ottenere su una
indistruttibile "minaccia fondamentalista".
Questa lettura del fenomeno islamista
che chiamerò "della prima generazione"
comincia tuttavia, seppur lentamente,
a lasciar spazio ad altre prospettive.
I
nuovi consensi
Semplificando
un poco, potremmo riassumere la produzione
accademica sull'islamismo, in Francia
come nell'universo anglosassone, in due
grandi famiglie [1]. Quella a cui i media
hanno probabilmente dato maggior risalto
prende in considerazione l'espressione
più radicale del fenomeno (l'assassinio
del presidente Anwar Sadat ne è una delle
manifestazioni più compiute) per costruire
la spiegazione della sua totalità. L'altra,
che l'autore di queste pagine ha ben presto
voluto far sua, ha messo l'accento sulla
dimensione culturale, identitaria e nazionalista
del fenomeno, sfumandone la dimensione
strettamente religiosa, considerando come
relativamente marginale la sua componente
estremista e denunciando soprattutto la
sua presunta antinomia con le dinamiche
di modernizzazione sociale e di liberalizzazione
politica [2]. Dopo un lungo periodo di
divergenza, all'alba del terzo millennio,
l'interpretazione accademica ha cominciato
a raccogliersi intorno ad alcuni principi
esplicativi di base. L'importanza quantitativa
delle correnti islamiste e la loro relativa
centralità nello spettro ideologico delle
opposizioni arabe non sono quasi più messe
in discussione. Nel corso di due decenni,
la contestazione politica a sfondo religioso
(in altre parole l'islamismo) si è imposta
come l'unico linguaggio della protesta
sociale e dell'opposizione ai poteri in
carica nella maggior parte del mondo arabo-musulmano
[3]. L'epoca in cui si riteneva che il
radicamento sociale del fenomeno si limitasse
ai pochi gruppuscoli della sua periferia
radicale è superata. Nessuno osa più vedere
in questi gruppi la risultante di una
disfunzione solo di ordine economico che
avrebbe prodotto degli emarginati dello
sviluppo, inclini peraltro a escludersi
da soli dal campo della politica istituzionalizzata
per paura del verdetto delle urne. L'appellativo
islamista copre oggi progetti molto diversi,
che vanno dal legalismo più evidente al
rovesciamento dei poteri in carica, in
cui gli uni ricorrono alla moschea e gli
altri all'assassinio, certi predicano
la rigenerazione morale dell'uomo musulmano
e altri l'instaurazione dello stato islamico
[4]. Si ammette che la retorica islamista,
sotto il pretesto del discorso religioso,
possa veicolare un'infinità di rivendicazioni
del tutto profane, non soltanto economiche
o sociali ma anche, sempre più spesso,
democratiche. Insieme alla sua dimensione
relativa e plurale, la nuova generazione
di letture dell'islamismo comincia a riconoscere
al fenomeno una sua plasticità e, "dai
Talebani fino a Erbakan" [5], la sua estrema
diversità e il vigore delle sue dinamiche
interne di trasformazione. La retorica
di un ritorno planetario della religione
che aveva creduto di poter mettere sullo
stesso piano la potente dinamica culturale
del Sud musulmano e le poche migliaia
di new born christians [6] è oggi dimenticata
perfino dai suoi promotori. Dato che le
visioni puramente "monistiche" del fenomeno
sono sempre più difficili da argomentare,
accade lo stesso per quelle antinomie
semplificatrici, che contrappongono l'islamismo
alla modernità o alla democrazia, troppo
a lungo considerate il passaggio obbligato
di ogni tentativo d'interpretazione. Tale
evoluzione è accelerata dal fatto che
non soltanto la produzione occidentale,
ma anche quella della prima generazione
di autori arabi laici, che non se ne differenziava
sostanzialmente, sono sul punto di perdere
il monopolio della rappresentanza accademica
del fenomeno.
I
non detti del declino
L'avvicinamento
fra le due grandi modalità di approccio
accademiche occidentali dell'islamismo
è poi il risultato di un'evoluzione paradossale.
Per quella delle due che i media hanno
maggiormente divulgato, il fenomeno islamista
sarebbe ormai "in declino", se non addirittura
"superato", e sarebbe giunta l'era del
"postislamismo". Il fallimento o il "superamento"
dell'islamismo deriverebbero dall'impossibilità
delle diverse correnti a trionfare sui
regimi dittatoriali che esse combattono;
questo fallimento verrebbe amplificato
o quanto meno reso evidente dall'isolamento
sociale in cui il loro ricorso preferenziale
alla violenza le avrebbe confinate. Le
correnti eventualmente sopravvissute a
tale disfatta sarebbero state condannate
alla socialdemocratizzazione e, come tali,
avendo rinnegato se stesse, non meriterebbero
più il loro appellativo. Trascurando la
problematica fondatrice di una "riappropriazione
culturale della modernità" avvertita a
proposito dell'Afghanistan [7], Olivier
Roy ha in seguito preso atto del "fallimento
dell'islam politico" [8] prima di presentare
la prospettiva del suo superamento attraverso
il "postislamismo" [9]. La problematica
del "fallimento" [10], che aveva il benefico
effetto di registrare la "morte" politica
del nucleo letteralista delle correnti
islamiste, poi quella del "postislamismo",
che intende registrare il superamento
del fenomeno, hanno costituito per molti
aspetti i due punti a sostegno della tesi
del "declino" formulata oggi, in particolare
da Gilles Kepel [11]. Per l'autore di
Jihad. Expansion et déclin de l'islamisme,
la percezione fondante del fenomeno si
è prima basata soprattutto sullo studio
della sua frangia radicale, impersonata
dagli assassini del presidente Sadat [12].
In seguito si è estesa a quello di una
universale "rivincita di Dio"[13]. Essa
riprende oggi [14] ampiamente la tesi
del "postislamismo", dandole tuttavia
una base più specificamente sociale: da
un capo all'altro del mondo musulmano,
trascendendo largamente i particolarismi
nazionali, un'identica alleanza fra la
"borghesia devota" e "la gioventù diseredata"
avrebbe permesso, nel corso degli anni
Settanta e Ottanta, l'affermazione politica
delle correnti islamiste. Attualmente,
dall'Algeria fino all'Afghanistan, sarebbe
la disgregazione altrettanto generalizzata
di questa alleanza fondante a spiegare
l'irresistibile "declino" della corrente
nel suo complesso. All'origine della rinuncia
della borghesia, si troverebbe la paura
nei confronti della deriva violenta della
gioventù diseredata. Questa tesi pone
parecchi problemi. Innanzitutto fanno
penosamente difetto gli studi empirici
per fondare la credibilità e, soprattutto,
l'universalità di un "declino" islamista
generalizzato, tanto più difficile da
dimostrare in quanto non tiene molto conto
della persistente diversità delle situazioni
nazionali. Dietro una parte di verità
(gli islamismi non sono al potere, la
loro capacità di mobilitazione andrà inevitabilmente
diminuendo e, come sapevamo da tempo,
i gruppi radicali non occupano il centro
del campo di azione di questa corrente),
un esame omogeneo del declino porta in
realtà ad attribuire, per il momento,
alla superiorità poliziesca nonché militare
dei regimi lo statuto di una vittoria
ideologica sui loro oppositori. La letteratura
del fallimento e del "crollo degli islamisti"
di fatto non è nuova. Dal 1992, dopo il
colpo di stato dei militari algerini,
non si contano più i segmenti "sani" delle
società arabe e/o musulmane (donne, sufi,
kabili, esercito, giovani, democratici
e così via) che, come ci spiegavano regolarmente,
erano sul punto di cancellare gli islamismi
dalla carta politica algerina e araba.
Tuttavia, prendiamo un po' in considerazione
i fatti. Se il Refah turco è quasi ridotto
al silenzio, non dimentichiamo che è prima
di tutto a causa dell'interdizione legale,
sopraggiunta quando la sua ascesa (e non
il suo arretramento, come le successive
elezioni locali hanno dimostrato) e il
suo tenace legalismo preoccupavano il
clan dei militari turchi e i loro sostenitori
americani. Lo stesso dicasi per Hamas
in Palestina, che si muove sotto il tiro
incrociato dei servizi di sicurezza israeliani
e palestinesi, ma che ha comunque visto
confermare dai fatti la sua interpretazione
dell'impasse degli accordi di Oslo. Come
il primo ministro francese ha potuto verificare
in Palestina [15], l'Hezbollah libanese
gode di una forte legittimità dentro e
fuori dal Libano, senza distinzioni confessionali.
In Marocco, i cortei islamisti continuano
a mobilitare una netta maggioranza della
popolazione femminile. E questa dimostrazione
potrebbe essere estesa a buona parte della
scena politica regionale. Perché si possa
parlare di cancellazione degli islamisti
in quanto forze di opposizione, bisognerebbe
riuscire a dimostrare che ad essi si sono
sostituite altre forze politiche, in particolare
"laiche", le quali dovrebbero dar prova
di una capacità di mobilitazione superiore.
Ora, siamo ben lungi da un tale stato
di fatto, a fortiori se ci si arrischia
a generalizzarlo all'insieme del pianeta.
Nella contestazione degli assetti politici
interni, come del resto nella resistenza
nei confronti dell'intransigenza israeliana,
gli islamisti continuano imperturbabilmente
a fornire sia la punta di diamante sia
il grosso delle truppe. Come ulteriore
conseguenza, la tesi del declino finisce
per rafforzare una rappresentazione della
distribuzione della violenza altamente
discuti-bile. Kepel ci aveva già invitato
a valutare la continuità che l'assassinio
di Boudiaf "da parte degli islamisti"
introduceva nella logica di azione messa
in evidenza in Le Prophète et le Pharaon.
I fatti gli hanno dato torto, poiché oggi
conosciamo quasi in ogni dettaglio le
circostanze dell'assassinio di quel presidente,
giudicato troppo intraprendente da coloro
che l'avevano insediato al potere. La
tesi di un quasi totale "monopolio islamista
della violenza illegittima", che avrebbe
separato i discendenti di Hassan al-Banna
dalla loro base, è confutata non soltanto
dalle rivelazioni (del resto prevedibili)
degli ufficiali dissidenti algerini, ma
da molteplici testimonianze che sarebbe
pericoloso voler ignorare troppo a lungo.
Quanti non considerano "oscena" [16] la
ricerca obiettiva della responsabilità
dei crimini commessi in Algeria o altrove
hanno oggi i mezzi per analizzare il percorso
della "crescita della violenza" nella
crisi algerina in particolare, sulle scene
politiche arabe in generale, e di conoscere
l'estensione e la sofisticazione degli
intrighi tramite i quali tale deviazione
ha potuto prendere una simile ampiezza.
Questa ripartizione dei ruoli, appoggiata
da un piccolo numero di intellettuali
francesi, è inoltre ben lungi dal conoscere
la stessa fortuna in Algeria, Egitto o
in altri paesi islamici, entro o fuori
dalle fila dei borghesi, devoti o no,
o presso qualsiasi loro compatriota. Nessuno
può comunque arrischiarsi a erigere a
principio esplicativo la "paura della
borghesia devota nei confronti della deriva
violenta della gioventù diseredata", finché
non saranno state organizzate elezioni
credibili per valutarne la realtà. Di
fatto, il paradosso di questo "declino"
islamista, cui i media hanno dato molto
risalto è che esso ha senso soltanto se
si accetta di prendere alla lettera le
interpretazioni parziali di coloro che
oggi lo proclamano. Per dar conto della
realtà politica araba, la tesi del declino
ha bisogno dello spauracchio che i suoi
stessi autori hanno costruito consegnando
il fenomeno alla sua espressione letteralista
e radicale, spauracchio per molti aspetti
altrettanto virtuale quanto è oggi virtuale
la messa in scena della sua scomparsa.
Al termine di un percorso sensibilmente
diverso, la tesi del declino viene a rafforzare
il ceppo comune della visione sviluppata
nel postislamismo. "Essi non sono ciò
che si era detto che fossero". "Essi non
sono diventati ciò che avevamo detto che
sarebbero diventati". Questo basta dunque
ad affermare il loro "fallimento" o il
loro "declino".
Lo
stato come contraddizione
Sulla
scia della tesi di L'Echec de l'islam
politique, il superamento dell'islamismo
risulterebbe anche da una sorta d'incapacità
di cui i suoi militanti avrebbero dato
prova nel seguire la via tracciata dalla
lettera dei loro discorsi. Obbligati ad
aderire all'area della democrazia, avrebbero
in qualche modo rinnegato se stessi. Dal
momento che essi accettano di inserire
la loro azione nel quadro di uno stato-nazione,
che difendono le ambizioni di quello stato
o che riconciliano il lessico islamico
con i valori della modernità, gli islamisti
non meriterebbero più il loro nome. È
questo il messaggio che, ciascuno a suo
modo, ci rivolgono oggi i promotori del
postislamismo. A tutti coloro che propendevano
per l'idea che, nella loro stessa "sostanza",
le dinamiche di "reislamizzazione" e di
modernizzazione non erano necessariamente
né sistematicamente antinomiche, i termini
di questa affermazione pongono un doppio
problema: certo, quello del carattere
tardivo dell'identificazione di tali comportamenti
moderni, ma più ancora il fatto che essi
siano considerati come altrettanti segni
di una rottura sostanziale nell'evoluzione
del fenomeno. Anche se la lettera del
discorso degli islamisti teneva esplicitamente
a prendere le distanze dalla modernità,
i suoi germi erano percepibili nella matrice
stessa del fenomeno e da tempo documentati
da un'ampia frazione di osservatori accademici
[17]. Gli uomini e le donne che oggi ci
vengono descritti come attori "che non
meritano più l'appellativo di islamisti"
di fatto assomigliano stranamente a quelli
che altri autori hanno a lungo descritto
come perfette espressioni del fenomeno.
In certi casi, le novità che dovrebbero
illustrare il passaggio all'era del "postislamismo"
erano perfino state indicate come costitutive
dell'essenza stessa del fenomeno. La fine
dell'islamismo algerino sarebbe così [18]
il risultato della trasformazione del
Fronte islamico di salvezza in una corrente
"islamico-nazionalista", seguendo l'esempio
di un certo numero di altri partiti islamisti
(fra cui Hezbollah). I discepoli di Abassi
Madani sono veramente "diventati" nazionalisti
o non è forse la sete di una rivincita
culturale del Sud, ben più di un'ipotetica
"rivincita di Dio" o della componente
religiosa del loro discorso, che da sempre
ha fatto da carburante alla loro mobilitazione?
[19] Le donne iraniane hanno veramente
aspettato il 2000 per essere capaci di
utilizzare delle rappresentazioni sociali
"che combinano esplicitamente l'islam
e i valori della modernità" [20] oppure
le dinamiche della "rivoluzione sotto
il velo", da tempo descritte con vivacità
[21], erano concomitanti con i primi anni
della rivoluzione? Perché allora pretendere,
con il rischio di sfondare porte già spalancate,
di scoprirvi qualcosa di inedito che confermerebbe
l'era del "postislamismo"? Come ha fatto
la "dittatura dei mullah" fondata da Khomeini
a partorire un sistema istituzionale che
ha permesso agli elettori iraniani di
mandare a casa i loro capi (presidente
e deputati), impresa che nessun sistema
considerato "laico" (eccetto forse quello
del Libano, del resto… confessionale)
è riuscito fino a oggi a compiere nell'ambito
di un'intera regione? La riconciliazione
del lessico musulmano con la modernizzazione
sociale e la liberalizzazione politica
è cominciata soltanto ora oppure era già
percepibile nell'essenza stessa della
reazione islamista? Se non si toglie questa
ambiguità, che non è solo terminologica,
si rischia di lasciar sussistere seri
equivoci nell'analisi di una componente
ancora importante delle scene politiche
arabe. Se la modernità era intrinseca
alla corrente islamista fin dalla sua
fase costitutiva, il ritiro improvviso
del marchio "islamista" ai rappresentanti
della sua attuale generazione appare allora
un semplice tentativo di rendere coerente
a posteriori una fragile costruzione accademica
con una realtà sociale che avrebbe avuto
l'insolenza di rifiutare di uniformarsi
a essa. Eppure non sono "gli islamici
che si sono proclamati utopisti, in quanto
tali aprivano la strada al loro fallimento
e alla loro conversione in ideologi conservatori
utopisti", sottolinea anche Baudouin Dupret.
Sono proprio i ricercatori che hanno collettivamente
e globalmente attribuito questo progetto
agli islamici, per poter giungere alla
conclusione del loro fallimento. In questo
senso, il solo fallimento è quello delle
scienze politiche. Certo, sia per gli
islamisti sia per i regimi che essi combattono,
l'usura del tempo si farà sentire ogni
giorno di più. Il potere di mobilitazione
che procura la riconciliazione simbolica
fra la modernizzazione espressa dalla
terminologia occidentale e la cultura
indigena "intuitiva", di natura reattiva,
non durerà in eterno. La forza utopica
della reintroduzione nel discorso politico
di un lessico "endogeno" andrà dunque
inesorabilmente affievolendosi, specialmente
quando, come in Iran o in Sudan, essa
sarà condotta da élite che assumono congiuntamente
l'esercizio del potere. È dunque evidente
che un giorno ci sarà posto per l'espressione
di una fase "postislamista". Ma non siamo
ancora a questo punto.
L'incognita
della modernizzazione
Il
ricorso privilegiato a un lessico islamico
per molto tempo emarginato dall'egemonia
culturale occidentale, coloniale e postcoloniale,
per destabilizzare le élite uscite dalla
generazione nasseriana o baathista, che
oggi si tengono stretto il potere, ha
ancora davanti a sé alcuni anni. Il ritmo
dell'integrazione di questa generazione
di soggetti politici nella scena politica
legale dipenderà assai meno, per quanto
la riguarda, dall'evoluzione "ideologica"
dei suoi membri che dalla prassi dei regimi:
le opposizioni islamiste, come tutte le
altre, interagiscono ben più di quanto
non si pensi con l'ambiente politico in
cui esse si muovono. Da questo punto di
vista, i regimi avranno così gli oppositori
islamisti "che si saranno meritati". Soltanto
effettive aperture democratiche consentiranno
probabilmente di portare a termine il
loro radicamento nella sfera legalista
e istituzionale in cui la maggior parte
di essi è pronta a muoversi. Proprio questa
inevitabile partecipazione al potere,
portando militanti e teorici a confrontarsi
con le esigenze della realizzazione pratica
dei loro progetti, vedrà con grande probabilità
gli eredi di Hassan al-Banna perdere inesorabilmente
una parte della forza che oggi deriva
dal coefficiente utopico del loro discorso
di mobilitazione. Nell'ambito della relazione
Nord-Sud, perché le risorse di mobilitazione
della reazione all'egemonia culturale
occidentale comincino a esaurirsi, bisognerebbe
che la panoplia simbolica della cultura
musulmana avesse pienamente riassunto
il proprio ruolo nella produzione della
modernità universale. Questo implica un
buon numero di trasformazioni dei comportamenti,
sia presso i musulmani sia da parte di
quell'Occidente alter ego e spauracchio,
che è al centro della loro identità politica.
Il superamento dell'islamismo presuppone
l'emergere di una modernità consensuale,
costruita da soggetti capaci, per accettare
il denominatore comune della modernità,
di staccarsi dall'universo delle loro
appartenenze intuitive. Nel Sud occorre
quindi che una lenta alchimia consenta
a tale modernità di non essere più percepita
come l'imposizione unilaterale di un modello
di civiltà unico e allogeno. Nel Nord,
questa evoluzione implica l'accettazione
che i valori considerati come universali,
ma anche certi contributi al pensiero
universale, possano talvolta essere espressi
con materiali legittimati da riferimenti
tratti da storie o da culture diverse
dall'unica cultura occidentale. Nel Sud
musulmano, tale superamento richiede che
si eviti la trappola di una reazione all'etnocentrismo
occidentale, la quale fa a volte assumere
agli islamisti (quando adottano un atteggiamento
di rifiuto automatico e irragionevole
dei valori o dei principi che considerano
legati alla cultura occidentale) lo stesso
comportamento che essi rimproverano agli
occidentali. Buttando via il bambino della
modernizzazione con l'acqua del bagno
dell'acculturazione coloniale, almeno
una parte degli attori della dinamica
di "reislamizzazione" alimenta la confusione
fra la sostanza di valori (la giustizia
sociale, il diritto delle minoranze, il
diritto per la donna di muoversi nello
spazio pubblico professionale o politico),
spesso molto più comuni di quanto non
si creda, e l'apparato simbolico tratto
dalle rispettive storie con tutte le loro
specificità, che quei valori serve a legittimare
nelle coscienze individuali o collettive.
Questa perniciosa confusione non è nuova.
Kemal Ataturk l'aveva fatta in senso inverso
quando aveva creduto, per rendere la sua
modernizzazione irresistibile, di dover
imporre un berretto a visiera, allora
molto diffuso in Europa, a scapito del
fez portato tradizionalmente nel suo paese.
Almeno una parte della retorica sviluppata
in Francia, seppure in un contesto molto
diverso, contro lo hijjab indossato a
scuola appartiene a questa stessa categoria
e prova che la reazione islamista generata
dal cattivo funzionamento della comunicazione
interculturale ha ancora qualche "bella"
prospettiva davanti a sé.
Traduzione
di Grazia Regoli
1.Che non è facile "personificare", poiché
un buon numero di autori si sono impercettibilmente
evoluti dalla prima verso la seconda.
2.
François. Burgat, L'Islamisme au Maghreb;
la voix du Sud, Karthala, Payot, Parigi,
1995; L'Islamisme en face, La Découverte,
Parigi, 1996. In materia economica, si
è dimostrato che a partire dagli anni
Ottanta il pensiero dei Fratelli mussulmani
era tutt'altro che incompatibile con la
dinamica di modernizzazione. Si veda in
particolare Bjorn Utvik, Independence
and Development in the Name of God. The
Economic Discourse of Egypt's Islamist
Opposition 1984-1990, Faculty of Arts,
Acta Humaniora, University of Oslo, 2000.
Nel campo del diritto, i lavori di Baudouin
Dupret hanno dimostrato l'estrema varietà
e, quindi, per gli analisti, il pericolo
di un utilizzo semplificativo del riferimento
alla "legge islamica": Au nom de quel
droit? Répertoires juridiques et référence
religieuse dans la société égyptienne
musulmane contemporaine, Maison des sciences
de l'homme, Parigi, 2000.
3.
Basma Kodmany Darwich e May Chartouni-Dubarry,
Les Etats arabes face à la contestation
islamique, Ifri, Armand Colin, Parigi,
1997.
4.
Ibid.
5.
Secondo la formula del docente universitario
egiziano Saad Ed Din Ibrahim, imprigionato
nel corso del 2000 dal regime del presidente
Mubarak, a quanto sembra per aver preso
un pò troppo sul serio gli obiettivi del
suo centro di ricerca (Ibn Khaldoun),
osservatorio e difensore dei diritti della
società civile in Egitto.
6.
François Burgat, Judaïsme, christianisme,
islam: trois intégrismes?, in Confluences,
Parigi, ottobre 1999.
7.
Olivier Roy, L'Afghanistan: islam et modernité
politique, Le Seuil, Parigi, 1985.
8.
Olivier Roy, L'Echec de l'islam politique,
Le Seuil, Parigi, 1992.
9.
Olivier Roy e P. Haenni, Le postislamisme,
in Revue des mondes musulmans et de la
Méditerranée, n. 85-86, Edisud, Aix-en-Provence,
1999, pp. 9-30.
10.
Olivier Roy in L'Echec de l'islam politique,
op. cit.: "Non che l'islamismo scompaia
dalla scena politica. (…) Ma ha perduto
il suo impulso originario. Si è socialdemocratizzato".
11.
Gilles Kepel, Jihad. Expansion et déclin
de l'islamisme, Gallimard, Parigi, 2000;
Antoine Basbous, L'Islamisme, une révolution
avortée?, Hachette Littératures, Parigi,
1999.
12.
Gilles Kepel, Le Prophète et le Pharaon.
Les mouvements islamistes dans l'Egypte
moderne, Seuil, Parigi, 1984.
13.
Gilles Kepel, La Revanche de Dieu, Seuil,
Parigi, 1992.
14.
Omettendo vistosamente di fare il minimo
riferimento all'opera (Olivier Roy, L'Echec
de l'islam politique, op. cit.) cui la
problematica del "declino" attinge ampiamente.
Un'altra prova, se ce ne fosse bisogno,
che in Francia le scienze sociali rientrano
nella categoria delle scienze cosiddette
"deboli".
15.
Dove, per le sue frasi sul "terrorismo"
del principale protagonista della resistenza
libanese all'occupazione israeliana, è
stato contestato dagli studenti dell'università
di Bir Zeit, nel febbraio 2000.
16.
Secondo l'espressione utilizzata dal filosofo
francese André Glucksmann. Pierre Bourdieu
ha denunciato eloquentemente questo atteggiamento
in Les intellectuels négatifs, in Liber
(supplemento alla rivista Actes de la
recherche en sciences sociales, Collège
de France), 1998.
17.
Baudouin Dupret, La problématique du nationalisme
dans la pensée islamique contemporaine.
Introduction, in Egypte-Monde arabe, 15-16,
Il Cairo, 1993; Augustus Richard Norton,
Civil Society in the Middle East, E.J.
Brill Leiden, New York, 1995; Amani Qandil,
Le courant islamique dans les institutions
de la société civile: le cas des ordres
professionnels en Egypte, in Modernisation
et nouvelles formes de mobilisation sociale;
Faribah Adelkhah, La Révolution sous le
voile, Karthala, Parigi, 1991; Nilüfer
Gole, Musulmanes et modernes: voile et
civilisation en Turquie, La Découverte,
Parigi, 1993.
18.
Olivier Roy, Le postislamisme, op. cit.,
p. 88.
19.
François Burgat, Les héritiers islamistes,
in Libération, ottobre 1988; Des Fellagas
aux intégristes, in Le Monde, 3 gennaio
1991.
20. Nouchine Yavari d'Hellencourt, Le
féminisme postislamiste en Iran, in Revue
des mondes musulmans et de la Méditerranée,
op.cit., pag. 99.
21.
Faribah Adelkhah, La Révolution sous le
voile, op. cit.
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