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RAZIONALITÀ
DEL CAPITALISMO
di Cornelius Castoriadis
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Può
sembrare strano discutere ancora della
"razionalità economica" del capitalismo
contemporaneo in un'epoca in cui la disoccupazione
ufficiale coinvolge in Francia tre milioni
e mezzo di persone e più del 10 per cento
della popolazione attiva nei paesi dell'Unione
Europea, e in cui i governi rispondono
a questa situazione rafforzando le misure
deflazionistiche, come la riduzione del
deficit di bilancio. La cosa diventa meno
strana, o meglio la stranezza si sposta,
se si considera l'incredibile regressione
ideologica che colpisce le società occidentali
ormai da vent'anni. Cose che si ritenevano
ragionevolmente acquisite, come la critica
devastante dell'economia politica accademica
portata avanti dalla scuola di Cambridge
fra il 1930 e il 1965 (Sraffa, Robinson,
Kahn, Keynes, Kalecki, Shackle, Kaldor,
Pasinetti, e altri), sono non già discusse
o confutate, ma semplicemente passate
sotto silenzio o dimenticate, mentre invenzioni
ingenue e inverosimili, come l'"economia
dell'offerta" o il "monetarismo", stanno
alla ribalta. Parimenti, i cantori del
neoliberismo presentano le loro aberrazioni
come evidenze del buon senso, quando la
libertà assoluta dei movimenti del capitale
sta rovinando settori interi della produzione
di quasi tutti i paesi e l'economia mondiale
si trasforma in un casinò planetario.
Questa regressione non si limita al campo
dell'economia. È altrettanto prevalente
nel campo della teoria politica (caratteristica
della "democrazia rappresentativa", diventata
indiscutibile e indiscussa proprio nel
momento in cui è sempre più svalutata
in tutti i paesi in cui ha un certo passato),
e più in generale nelle discipline sociali,
come dimostra, per citare solo un esempio,
l'offensiva scientista e positivista contro
la psicoanalisi che va per la maggiore
negli Stati Uniti da quindici anni a questa
parte. Lo sfondo storico-sociale di questa
regressione è visibile a occhio nudo.
Essa accompagna una reazione sociale e
politica in atto dalla fine degli anni
Settanta, di cui i "socialisti" sono stati
in Francia i maggiori artefici e di cui
per ora nulla lascia prevedere la fine,
tranne, in un avvenire vago e lontano,
il carattere autodistruttivo di questo
nuovo corso del capitalismo. Ma neppure
questa prospettiva può offrire consolazione,
perché è in gioco molto di più del suicidio
del capitalismo, come dimostra, fra l'altro,
la distruzione dell'ambiente su scala
planetaria. L'analisi critica dell'evoluzione
presente diventa perciò ancor più necessaria.
Ma non è l'oggetto centrale di questo
testo. Il capitalismo è il primo regime
sociale che produce un'ideologia secondo
cui esso sarebbe "razionale". La legittimazione
degli altri tipi d'istituzione della società
era mitica, religiosa o tradizionale.
In questo caso, invece, si pretende che
esista una legittimità "razionale". Ovviamente
questo criterio, ossia quello di essere
razionale (e non consacrato dall'esperienza
o dalla tradizione, dato dagli dèi o dagli
eroi e così via), è istituito precisamente
dal capitalismo; ma avviene come se il
fatto di essere stato istituito molto
recentemente, invece di relativizzare
questo criterio, lo avesse reso indiscutibile.
Per poco che ci si pensi, non si può evitare
la domanda: che cos'è dunque la razionalità,
e quale razionalità? Il capitalismo potrebbe
far ricorso a un certo hegelismo: la ragione
è l'operazione conforme a uno scopo, diceva
il vecchio maestro di Karl Marx. Sarebbe
quindi la conformità dell'operazione al
proprio scopo il criterio della razionalità.
In questo modo non potremmo più chiedere:
che ne è della razionalità dello scopo
stesso? Questa razionalità relegata ai
mezzi, che Max Weber chiamava curiosamente
Zweckrationalität, ossia razionalità relativamente
a uno scopo che si suppone ammesso, razionalità
strumentale, non ha evidentemente alcun
valore in sé. La scelta del miglior veleno
per avvelenare il marito, o quella della
bomba H più efficace per sterminare milioni
di persone, per la loro stessa "razionalità"
aumentano l'orrore che proviamo non solo
rispetto allo scopo perseguito, ma anche
rispetto ai mezzi che hanno permesso di
raggiungerlo con il massimo di efficacia.
Eppure, nei suoi momenti più filantropici,
l'ideologia capitalista pretende di affermare
uno scopo della "razionalità", che sarebbe
il "benessere". Ma la sua specificità
deriva dal fatto che identifica questo
benessere con un massimo, o un ottimo,
economico, oppure pretende che deriverà,
sicuramente o molto probabilmente, dalla
realizzazione di questo massimo o di questo
ottimo. Così, direttamente o indirettamente,
la razionalità è ridotta alla razionalità
"economica", e questa è definita in modo
puramente quantitativo come massimizzazione/minimizzazione:
massimizzazione di un prodotto e minimizzazione
dei costi. Evidentemente, è il regime
stesso che decide che cos'è un prodotto,
e come questo prodotto sarà valutato,
così come decide quali e quanti saranno
i costi [1]. Osserviamo che la relatività
del criterio ultimo per ogni cultura è
nota per lo meno a partire da Weber, per
non risalire fino a Erodoto. Ogni società
istituisce nello stesso tempo la propria
istituzione e la sua "legittimazione".
Questa legittimazione, termine improprio,
occidentale, che rimanda già a una "razionalizzazione",
è quasi sempre implicita. O meglio, è
tautologica: le disposizioni dell'Antico
Testamento o del Corano hanno la loro
giustificazione proprio in ciò che affermano:
che "c'è un solo Dio, che è Dio", di cui
rappresentano la parola e la volontà.
In altri casi (le società arcaiche) trovano
questa giustificazione nel fatto che sono
state date dagli antenati, che devono
essere riveriti e onorati, stando a quanto
l'istituzione prescrive. Allo stesso modo
è tautologica la "legittimazione" del
capitalismo con la razionalità: chi, all'interno
di questa società, salvo forse un poeta
o un mistico, oserebbe scagliarsi contro
la "razionalità"? Il cerchio dell'istituzione
è, naturalmente, solo un'istanza del cerchio
della creazione. L'istituzione non può
esistere se non assicura la propria esistenza,
e la forza bruta è generalmente incapace
di assolvere a questo ruolo al di là di
brevi periodi [2]. Aprendo una parentesi,
ci si può chiedere cosa accadrebbe, a
questo proposito, nel caso di una società
autonoma, ossia di una società capace
di rimettere in causa, esplicitamente
e lucidamente, le proprie istituzioni.
In un certo senso, è evidente che essa
non potrà uscire da questo cerchio. Affermerà
che l'autonomia sociale e collettiva "vale".
Certo, potrà giustificare la propria esistenza
a posteriori, con le proprie opere, fra
le quali il tipo antropologico d'individuo
autonomo che creerà. Ma la valutazione
positiva delle sue opere dipenderà ancora
da criteri, più in generale da significati
immaginari sociali, che avrà essa stessa
istituito. Questo per ricordare che alla
fin fine nessun tipo di società può trovare
la propria giustificazione al di fuori
di se stessa. Non si può uscire da questo
cerchio, e non è questo che può costituire
il fondamento di una critica del capitalismo.
Bisogna osservare che, nell'ultimo periodo,
gli ideologi di servizio hanno finalmente
abbandonato la pretesa di giustificare
o legittimare il regime; essi rinviano
semplicemente al fallimento del "socialismo
reale" (come se le attività di Landru
fornissero una giustificazione a quelle
di Stavinsky) e alle cifre della "crescita",
laddove questa continua ad avvenire. Erano
più coraggiosi un tempo, quando scrivevano
trattati di welfare economics, di economia
del benessere. È anche vero che lo stato
pietoso degli ex critici professionisti
(marxisti o sedicenti tali) del capitalismo
permette a questi ideologi, in pieno accordo
con lo spirito del tempo, di mettere da
parte ogni pretesa di serietà. In ogni
caso, la nostra critica sarà essenzialmente
immanente; essa cercherà di dimostrare
che, sul piano teorico, le costruzioni
dell'economia politica accademica sono
incoerenti, o prive di senso, o valide
solamente per un mondo fittizio; e che,
sul piano empirico, il funzionamento effettivo
dell'economia capitalista ha scarsi rapporti
con ciò che se ne dice nella "teoria".
In altre parole, si farà la critica del
capitalismo secondo i suoi stessi criteri.
La discussione sarà suddivisa in quattro
parti:
- la
specificità e la relatività storico-sociale
dell'istituzione capitalista;
- l'ideologia
teorica dell'economia capitalista;
- la
realtà effettiva dell'economia capitalista
- i
fattori dell'efficacia produttiva della
società capitalista e della sua "resilienza"
storico-sociale.
Specificità
e relatività storico-sociale dell'istituzione
capitalista
Se
si dà una specie di scorsa sintetica alla
storia, il tratto caratteristico del capitalismo
fra tutte le forme di vita storico-sociale
è evidentemente la posizione dell'economia
(della produzione e del consumo, ma anche,
soprattutto, dei "criteri" economici)
come luogo centrale e valore supremo della
vita sociale. Un suo corollario è la costituzione
del "prodotto" sociale specifico del capitalismo.
In poche parole, tutte le attività umane
e tutti i loro effetti finiscono più o
meno per essere considerati come attività
e prodotti economici, o per lo meno come
caratterizzati e valorizzati essenzialmente
dalla loro dimensione economica. Inutile
aggiungere che tale valorizzazione è operata
unicamente in termini monetari. Questo
aspetto era schiettamente riconosciuto
sin dalla fine del diciottesimo secolo,
se non prima. Le giustificazioni dell'indifferenza
moderna nei confronti degli affari comuni
e della politica [3] fanno appello alla
centralità degli interessi economici per
l'uomo moderno. Tanto Claude Henri Saint-Simon
quanto Auguste Comte saranno i cantori
dell'epoca "industriale" o "positiva".
Le pagine di Marx nei Manoscritti del
1844 relative alla trasformazione di tutti
i valori in valori monetari sono belle
e forti; e non contrastano con l'opinione
dell'epoca per il contenuto (si veda Honoré
de Balzac), ma per la virulenza della
critica. Ma è caratteristico il fatto
che la forte coscienza della storicità
del fenomeno, presente all'epoca, sarà
rapidamente occultata dagli apologeti
del nuovo regime, reclutati soprattutto
fra gli economisti. Questo occultamento
assumerà la forma di una glorificazione
del capitalismo, presentato come regime
economico "razionale", la cui apparizione
segna un trionfo della ragione nella storia
e relega i regimi precedenti nell'oscurità
dei tempi "gotici" (per riprendere un
vecchio termine di Emmanuel-Joseph Siéyès)
o primitivi. L'apparizione storica del
capitalismo diventa, sotto la loro penna,
un'epifania della ragione, assicurandosi
così un avvenire illimitato. Come scriveva
Marx, "per loro c'è stata storia, ma non
ce n'è più". Curiosamente, oppure no se
si pensa ai vantaggi ideologici di questa
posizione, la negazione della storicità
del capitalismo ha prevalso presso gli
economisti da David Ricardo a oggi. Si
è glorificata l'economia politica, e il
suo oggetto, come investigazione della
"pura logica della scelta" o come studio
dell'"allocazione di mezzi limitati per
la realizzazione di obiettivi illimitati"
(Lionel Robbins). Come se questa scelta
potesse essere totalmente indipendente,
nei suoi criteri e nei suoi oggetti, dalla
forma storico-sociale in cui si esercita;
e come se solo l'economia ne fosse interessata
(o, rispettivamente, come se l'economia
potesse subordinare a sé tutte le attività
umane in cui debba esercitarsi una scelta
qualsiasi, dalla strategia alla chirurgia).
Questa aberrazione ha avuto grande successo
nel periodo recente, in cui si sono viste
proliferare delle "economie" e delle pretese
di calcolo economico praticamente in tutti
i campi (dall'educazione fino alla repressione
penale). È chiaro che, in questa prospettiva,
i "ragionamenti" della scienza economica
(scrivo ormai questa parola senza virgolette
per non appesantire) si applicherebbero
di diritto, e anche di fatto, a tutte
le società che sono esistite o che esisteranno.
In un'altra forma, queste idee sono riemerse
negli scritti di Friedrich von Hayek.
La società capitalista avrebbe provato
la propria eccellenza, la propria superiorità,
attraverso una selezione darwiniana. Essa
si sarebbe rivelata come la sola capace
di sopravvivere nella lotta con le altre
forme di società. A parte l'assurdità
dell'applicazione dello schema darwiniano
alle forme sociali nella storia e la ripetizione
di un artificio classico (la sopravvivenza
dei più adatti è la sopravvivenza dei
più adatti a sopravvivere; il dominio
del capitalismo mostra semplicemente che
è il più forte, al limite nel senso più
semplice e brutale del termine, e non
che sia il migliore o il più "razionale":
l'"antimetafisico" Hayek si dimostra in
questo caso un hegeliano della specie
più volgare), sappiamo che le cose non
sono andate così. Quel che si osserva
nei secoli sedicesimo, diciassettesimo
e diciottesimo non è una competizione
fra un numero indefinito di regimi da
cui il capitalismo sarebbe uscito vincitore,
ma l'enigmatica sinergia di una quantità
di fattori che cospirano tutti verso lo
stesso risultato [4]. Che poi una società
fondata su una tecnologia altamente sviluppata
abbia potuto dimostrare la propria superiorità
sterminando nazioni e tribù amerindie,
aborigeni tasmaniani o australiani, e
asservendone tanti altri, non costituisce
un grande mistero. Non è necessario fare
qui l'elenco degli esempi e degli studi
che mostrano che la quasi totalità della
storia umana si è sviluppata in regimi
in cui l'"efficacia" economica, la massimizzazione
del prodotto, e così via, non erano assolutamente
dei punti di riferimento centrali nelle
attività sociali. Non che queste società
siano state positivamente "irrazionali"
sul piano dell'organizzazione del lavoro
e dei rapporti di produzione. Ma quasi
sempre, a un livello tecnologico dato,
la vita sociale si è sviluppata con tutt'altre
preoccupazioni che non quelle di migliorare
la "produttività" del lavoro con invenzioni
tecniche o con la riorganizzazione dei
metodi di lavoro e dei rapporti di produzione.
Questi settori delle attività sociali
erano subordinati e integrati ad altri,
ogni volta considerati come incarnazioni
delle finalità principali della vita umana,
e soprattutto essi non erano separati
in quanto "produzione" o "economia". Queste
separazioni sono molto tardive e, in sostanza,
sono state istituite parallelamente al
capitalismo, da lui e per lui. Ci limiteremo
a ricordare i lavori di Ruth Benedict
sugli Indiani dell'America del Nord, di
Margaret Mead sulle società del Pacifico,
di Gregory Bateson su Bali, senza dimenticare
quelli di Pierre Clastres sui Tupi Guarani
e di Jacques Lizot sugli Yanomani. Nel
periodo più recente, la sintesi più soddisfacente
di questi argomenti è stata fornita da
Marshall Sahlins (L'economia della pietra:
scarsità e abbondanza nelle società primitive).
Del resto, non si tratta affatto solo
dei "primitivi". L'antropologia economica
della Grecia antica porta a conclusioni
analoghe, e così l'analisi delle società
medievali [5]. Tutti gli studi sull'apparizione
del capitalismo nell'Europa occidentale
mostrano con forza la "contingenza" storica
di questo processo, indipendentemente
dalla loro validità intrinseca. È così
con Max Weber, Werner Sombart, Richard
Tawney, e altri. Anche per uno ben convinto,
come Marx, della "necessità storica" in
generale e di quella del capitalismo in
particolare, la nascita del capitalismo
è inconcepibile senza richiamarsi, e giustamente,
all'accumulazione primitiva; e Marx dimostra
a lungo (capitoli 26-32 del primo volume
del Capitale) che essa è condizionata
da fattori che non hanno nulla di "economico"
e non devono nulla al "mercato", in particolare
le esazioni, la frode e la violenza privata
e statale [6]. Uno studio analogo è stato
compiuto magistralmente, per un periodo
più recente, da Karl Polanyi nell'opera
La grande trasformazione. Prima di proseguire,
si pone il problema di una caratterizzazione
soddisfacente del regime capitalista.
Si sa, per lo meno a partire da Marx,
che il tratto specifico del capitalismo
non è la semplice accumulazione delle
ricchezze. La tesaurizzazione è praticata
in molte società storiche e sono noti
anche tentativi di valorizzazione della
terra su grande scala con il lavoro servile
a opera dei proprietari latifondisti (specialmente,
vicino a noi, nella Roma imperiale). Ma
la semplice massimizzazione (della ricchezza,
della produzione) non è, come tale, sufficiente
per caratterizzare il capitalismo. Marx
aveva colto il nocciolo essenziale della
questione, quando poneva come determinanti
del capitalismo l'accumulazione delle
forze produttive combinata con la trasformazione
sistematica dei processi di produzione
e di lavoro e ciò che ha definito "l'applicazione
ragionata della scienza nel processo di
produzione" [7]. L'elemento decisivo non
è l'accumulazione in quanto tale, ma la
trasformazione continua del processo di
produzione in vista dell'accrescimento
del prodotto combinato con una riduzione
dei costi. Questo contiene l'essenziale
di ciò che Weber chiamerà in seguito la
"razionalizzazione" e di cui dirà, correttamente,
che sotto il capitalismo essa tende a
impadronirsi di tutte le sfere della vita
sociale, in particolare come estensione
del dominio della calcolabilità. György
Lukács aggiungerà alle opinioni di Marx
e di Weber importanti analisi sulla reificazione
dell'insieme della vita sociale a opera
del capitalismo. Perché la "razionalizzazione"?
Come tutte le creazioni storiche, il predominio
della tendenza verso questa "razionalizzazione"
è, alla base, "arbitrario"; non possiamo
dedurlo né produrlo a partire da qualcos'altro.
Ma possiamo caratterizzarlo meglio collegandolo
a qualcosa di più noto, di più familiare,
ed espresso sotto altre forme in altri
tipi di organizzazione sociale: la tendenza
verso il dominio. Questo ci permette in
particolare di operare un collegamento
con uno dei tratti più profondi della
psiche singola: l'aspirazione all'onnipotenza.
Questa tendenza, questa spinta verso il
dominio, non è, a sua volta, esclusivamente
specifica del capitalismo; per esempio,
la manifestano anche le organizzazioni
sociali orientate verso la conquista.
Ma possiamo avvicinarci alla specificità
del capitalismo considerando due sue caratteristiche
essenziali. La prima, è che questa spinta
verso il dominio non è semplicemente orientata
verso la conquista "esterna", ma prende
di mira altrettanto, e ancor più, la totalità
della società. Non deve realizzarsi soltanto
nella produzione, ma anche nel consumo,
e non solo nell'economia, ma nell'educazione,
nel diritto, nella vita politica, eccetera.
Sarebbe un errore (l'errore marxista)
vedere queste estensioni come "secondarie"
o strumentali rispetto al dominio della
produzione e dell'economia, che costituirebbe
l'essenziale. È lo stesso significato
immaginario sociale che via via s'impadronisce
delle sfere sociali. Che "cominci" con
la produzione non è certo un caso: è nella
produzione che i cambiamenti della tecnica
permettono all'inizio una razionalizzazione
dominatrice. Ma la produzione non ne ha
il monopolio. Dal 1597 al 1607 Maurizio
di Nassau, principe di Orange e statolder
dell'Olanda e della Zelanda, fissa, con
l'aiuto dei fratelli Guglielmo-Luigi e
Giovanni, le regole standard per il maneggio
del moschetto: esse comprendono circa
quaranta movimenti precisi, che il moschettiere
deve effettuare nell'ordine e secondo
un ritmo stabilito e uniforme per tutta
la compagnia. Queste regole saranno formulate
da Jacob de Ghyn in un Manuale sul maneggio
delle armi pubblicato ad Amsterdam nel
1607, che avrà immediatamente una grande
diffusione in Europa e sarà tradotto per
ordine dello zar in una Russia praticamente
analfabeta [8]. La seconda caratteristica
è evidentemente che la spinta verso il
dominio si dà mezzi nuovi, e mezzi di
carattere speciale ("razionale", ossia
"economico") per realizzarsi. I mezzi
non sono più la magia o la vittoria in
battaglia, ma precisamente la razionalizzazione,
che assume qui un contenuto particolare,
del tutto specifico: quello della massimizzazione/minimizzazione,
ossia dell'estremizzazione, se si può
foggiare questo termine a partire dalla
matematica (massimo e minimo sono due
casi dell'estremo). Considerando questo
insieme di fatti possiamo caratterizzare
il significato immaginario sociale nucleare
del capitalismo come la spinta verso l'estensione
illimitata del "dominio razionale". Spiegherò
in seguito le virgolette. Questa estensione
illimitata del dominio razionale avanza
insieme a diversi altri movimenti storico-sociali,
e s'incarna in essi. Non voglio parlare
delle conseguenze del capitalismo (per
esempio, l'urbanizzazione e i cambiamenti
delle caratteristiche delle città), ma
dei fattori la cui presenza è stata una
condizione essenziale della sua nascita
e del suo sviluppo: o Accelerazione enorme
del cambiamento tecnico, fenomeno storicamente
nuovo (è una constatazione banale, ma
dev'essere evidenziata). Questa accelerazione
è prodotta dalla fioritura scientifica
che incomincia già prima del rinascimento,
ma si accentua enormemente con quest'ultimo.
Essa si trasforma nel periodo recente
in un movimento autonomo della tecnoscienza.
Si deve sottolineare una caratteristica
particolare di questa evoluzione della
tecnica: essa è prevalentemente orientata
verso la riduzione, e poi l'eliminazione,
del ruolo dell'uomo nella produzione.
Questo fatto è comprensibile, in quanto
l'uomo è l'elemento più difficile da dominare;
ma conduce al tempo stesso a irrazionalità
d'altro tipo (per esempio, i cedimenti
dei sistemi tecnici possono avere conseguenze
catastrofiche). o Nascita e consolidamento
dello stato moderno. Lo sviluppo del capitalismo
nell'Europa occidentale va di pari passo
con la creazione dello stato assolutista,
che lo alimenta e lo favorisce sotto diversi
aspetti. Nello stesso tempo, questo stato
centralizzato si burocratizza: una gerarchia
burocratica con un "buon ordine" si sostituisce
al groviglio feudale più o meno caotico.
Questa burocratizzazione dello stato e
dell'esercito fornirà un modello di organizzazione
all'impresa capitalistica nascente. o
Nei casi più importanti (Inghilterra,
Francia, Paesi Bassi…), creazione dello
stato moderno parallela alla formazione
delle nazioni moderne. Si costituisce
così una sfera nazionale che, tanto dal
punto di vista economico (mercati nazionali
e coloniali protetti, commesse statali)
quanto dal punto di vista giuridico (unificazione
delle regole e delle giurisdizioni), è
essenziale per la prima fase di sviluppo
del capitalismo. o Considerevole mutazione
antropologica. Il motivo economico, per
amore o per forza, tende a soppiantare
tutti gli altri. L'essere umano diventa
homo oeconomicus, ossia homo computans.
La durata è riassorbita nel tempo misurabile,
imposto a tutti. Il tipo dell'imprenditore
schumpeteriano, e poi dello speculatore,
diventa centrale. Le diverse professioni
sono più o meno impregnate della mentalità
del calcolo e del guadagno. Nello stesso
tempo, nasce e si sviluppa una psicosociologia
operaia, caratterizzata dalla solidarietà,
dall'opposizione all'ordine esistente
e dalla sua contestazione, che si opporrà
per circa due secoli alla mentalità dominante
e condizionerà il conflitto sociale. o
Nascita e sviluppo del capitalismo soprattutto
in società in cui è presente fin dall'inizio
il conflitto e, più specificamente, la
messa in questione dell'ordine stabilito.
Manifestatasi all'inizio come un movimento
della proto-borghesia che mira all'indipendenza
dei Comuni, questa messa in discussione
esprime alla fine, nelle condizioni dell'Europa
occidentale, la ripresa del vecchio movimento
verso l'autonomia, e si dispiegherà nelle
forme del movimento democratico e operaio.
Dopo uno stadio iniziale, l'evoluzione
del capitalismo è incomprensibile senza
questa contestazione interna, che è stata
d'importanza decisiva quale condizione
stessa del suo sviluppo, come ricorderemo
in seguito.
L'ideologia
teorica dell'economia capitalista
Quello
che attualmente passa per "scienza economica"
è stato oggetto di tante devastanti critiche,
e ha così pochi rapporti con la realtà
che occuparsene ancora può sembrare altrettanto
anacronistico e inutile che frustare dei
cavalli morti. Ma, come ho già osservato,
la regressione ideologica attuale è talmente
grande, e soprattutto i resti di quelle
"teorie" affiorano ancora in tante menti
confuse, non solo di giornalisti, che
è necessario dedicarsi a un esercizio
sommario di ricapitolazione. C'è stata
un'economia politica classica, che di
fatto termina con Marx. Ma, come notava
già quest'ultimo, quello che nei suoi
predecessori classici era stato un serio
sforzo di analisi della nuova realtà sociale
emergente, era rapidamente diventato,
nelle mani degli epigoni di Adam Smith
e Ricardo, un esercizio di difesa e di
glorificazione del nuovo regime. Dopo
una fase di volgare apologetica, l'economia
politica ha indossato vesti matematiche,
e questo le ha permesso di aspirare alla
"scientificità". Tuttavia, il carattere
ideologico della nuova scienza è rivelato
dal suo continuo sforzo per presentare
il regime come inevitabile e al tempo
stesso ottimale. Si osserverà facilmente
che l'una o l'altra di queste qualità
sarebbe sufficiente; che l'inevitabile
sia al tempo stesso ottimale può solo
far drizzare le orecchie. Qui si tenterà
semplicemente di mettere in luce qualche
postulato fondamentale di questa ideologia
e di mostrarne tanto la vacuità che l'irrealtà.
L'idea che sovrasta tutte le altre è quella
della separabilità, che porta a quella
dell'imputazione separata. Ora, in effetti,
il sottospazio economico, come tutti i
sottospazi sociali, non è né discreto
né continuo (beninteso, questi termini
sono qui utilizzati metaforicamente).
Nelle sue attività economiche, un individuo
o un'azienda sono certo individuabili,
designabili come entità a parte, ma la
loro attività sotto tutti gli aspetti
è costantemente intrecciata con quella
di un numero indefinito di altri individui
o aziende, in molteplici modi che a loro
volta non sono strettamente separabili.
Un'azienda prende delle decisioni in funzione
di un "clima generale di opinione" e,
quale che sia la sua importanza, le sue
decisioni modificheranno quel clima generale.
Le sue azioni, senza che essa lo voglia
o lo sappia, renderanno la vita e l'attività
di altre aziende più facili (economie
esterne) o più difficili (diseconomie
esterne), e di rimando essa subirà, positivamente
o negativamente, gli effetti delle azioni
di altre aziende e di altri fattori della
vita sociale. L'imputazione di un risultato
economico a un'azienda è puramente convenzionale
e arbitrario, segue dei confini tracciati
dalla legge (proprietà privata), dalla
convenzione o dall'abitudine. Altrettanto
arbitraria è l'imputazione del risultato
produttivo a questo o quel fattore di
produzione, il "capitale" o il "lavoro".
Capitale (nel senso dei mezzi di produzione
prodotti) e lavoro contribuiscono al risultato
produttivo senza che si possa, salvo forse
nei casi più banali, separare il contributo
di ciascuno. La stessa cosa vale all'interno
di una fabbrica fra i diversi reparti
e le diverse officine. E lo stesso vale
per il "risultato del lavoro" di ciascun
individuo. Nessuno potrebbe fare quel
che fa senza la sinergia della società
in cui è immerso, e senza gli effetti
della storia precedente accumulatisi nei
suoi gesti e nella sua mente. Tacitamente,
questi effetti sono trattati dall'economia
politica classica come "doni gratuiti
della storia", ma hanno dei risultati
molto tangibili, che sono constatabili,
per esempio, quando si confronta la produttività
industriale di una popolazione europea
con quella di popolazioni dei paesi pre-capitalisti
[9]. Il prodotto sociale è il prodotto
della cooperazione di una collettività
dai confini evanescenti. L'idea di prodotto
individuale è un'eredità della convenzione/istituzione
giuridica della prima instaurazione della
"proprietà privata" sul suolo. Queste
idee, separabilità in generale e possibilità
d'imputazione separata in particolare,
sono i presupposti taciti dei postulati
della teoria economica. Il primo di questi
postulati, esplicito o implicito anche
sotto forme attenuate, è quello dell'homo
oeconomicus, che non riguarda solo gli
individui, ma anche le organizzazioni
(imprese, stato: anche se quest'ultimo,
curiosamente, sembra sfuggire al postulato
della razionalità che caratterizzerebbe
tutti gli altri attori della vita economica,
senza dubbio perché alterato da fattori
politici). Il fatto che questi corpi collettivi
sviluppino delle condotte, delle "razionalità"
e soprattutto delle irrazionalità specifiche,
non preoccupa più di tanto i teorici.
Quest'uomo economico è un uomo unicamente
e perfettamente calcolatore. Il suo comportamento
è quello di un computer che massimizza/minimizza
in ogni momento i risultati delle proprie
azioni. Sarebbe facile far ridere il lettore
sviluppando le conseguenze rigorose di
questa finzione: per esempio, che lui
stesso ogni mattina, dopo essersi svegliato
ma prima di uscire dal letto, passa in
rassegna senza saperlo i diversi miliardi
di possibilità che gli si offrono per
massimizzare la gradevolezza o minimizzare
la sgradevolezza della giornata che comincia,
ne pondera le combinazioni e posa il piede
a terra, sempre pronto del resto a rivedere
le conclusioni del suo calcolo alla luce
di ogni nuova informazione che riceve.
Come il quadro d'insieme del sistema capitalista
da parte dei suoi apologeti sembra ignorare
la storia, l'etnologia e la sociologia,
così questo postulato vuole ignorare la
psicologia e la psicoanalisi, la sociologia
dei gruppi e delle organizzazioni. Nessuno
funziona cercando costantemente di massimizzare/minimizzare
i suoi "utili" o le sue "perdite", i suoi
benefici o i suoi costi, e nessuno potrebbe
farlo. Nessun consumatore conosce l'insieme
delle merci che sono sul mercato, le loro
qualità e i loro difetti, e nessuno potrebbe
conoscerli. Nessuno è guidato esclusivamente
da considerazioni di utilità o di "ofelimità"
personale; deve scegliere invece nell'ambiente
che gli è accessibile, è influenzato dalla
pubblicità, i suoi "gusti" riflettono
una quantità di influenze sociali più
o meno aleatorie dal punto di vista "economico".
Questo vale anche per le decisioni delle
organizzazioni. La burocrazia manageriale
che dirige le aziende non solo possiede
un'informazione imperfetta e dei criteri
per lo più falsi, ma non prende le proprie
decisioni come conclusione di una procedura
"razionale", bensì vi perviene al termine
di una lotta fra cricche e clan spinti
da un insieme di motivazioni, fra le quali
la massimizzazione dei profitti dell'azienda
è soltanto una, e non sempre la più importante.
Il postulato della matematizzazione è
evidentemente consustanziale con la "razionalizzazione"
concepita come esclusivamente quantitativa.
I manuali e i testi di economia politica
sono pieni di equazioni e di grafici,
che sono quasi sempre privi di senso,
se non come esercizi elementari di calcolo
differenziale e di algebra lineare. Questa
mancanza di senso ha diverse ragioni:
o Tale matematizzazione è essenzialmente
quantitativa (algebrico-differenziale).
Ora, l'economia effettiva presenta il
paradosso di essere piena di quantità
che non sono realmente passibili di trattamento
matematico se non elementare. Certo, ci
sono le quantità fisiche, ma queste quantità,
com'è noto, sono eterogenee. Non possono
essere addizionate né sottratte, tranne
quando si tratta rigorosamente dello stesso
oggetto (non parlo dei calcoli dell'ingegnere).
Esse sono lo stesso addizionate sul mercato,
o nelle tabelle della contabilità nazionale,
mediante il loro prezzo. Ma le grandezze
così stabilite non hanno significato se
non all'interno di un quadro molto ristretto.
Per esempio, non sono confrontabili inter-temporalmente
e neppure internazionalmente. Solo le
valutazioni ai prezzi correnti sono sommabili,
e queste forniscono soltanto un'immagine
"istantanea" e dal significato limitato.
Strettamente parlando, non c'è molto senso
a confrontare, per esempio, il prodotto
nazionale su periodi temporali successivi
anche poco distanti, perché la sua composizione
nel frattempo è cambiata e i metodi inventati
per aggirare il famoso problema dei numeri
indici sono artifici poco rigorosi. Questo
non contraddice la verità di enunciati
come "la produzione quest'anno è diminuita
relativamente all'anno precedente", o
"il consumo operaio è considerevolmente
aumentato da un secolo a questa parte",
ma rende insignificanti i calcoli e le
previsioni al terzo o al quarto decimale,
praticati correntemente nella contabilità
nazionale. L'economia politica parla continuamente
del "capitale" come fattore di produzione,
intendendo con ciò l'insieme dei mezzi
di produzione prodotti. Ma questo insieme,
a dire il vero, non è misurabile, per
molteplici ragioni: la sua composizione
è eterogenea, le valutazioni dei beni
che lo compongono ai prezzi di mercato
possono cambiare da un giorno all'altro
secondo lo stato della domanda e le previsioni
di profitto, le invenzioni tecniche che
intervengono continuamente modificano
costantemente il "valore" degli elementi
che lo compongono (delle macchine nuove
possono perdere tutto il loro valore se
compaiono sul mercato delle macchine con
prestazioni più elevate); i cambiamenti
dei "gusti", ossia le modifiche più o
meno durevoli della struttura della domanda,
modificano a loro volta il "valore" di
questi elementi. Questo non impedisce
ai manuali di economia politica e persino
ai premi Nobel, di parlare continuamente
di "funzioni di produzione" e discutere
sulla loro forma matematica più appropriata.
o D'altra parte, il calcolo differenziale
ha a che fare con grandezze continue,
mentre le quantità economiche sono discrete
(sia che le si prenda "fisicamente" o
che si prendano le loro valutazioni in
prezzi correnti). Le derivate e le differenziali
di cui sono pieni i testi economici sono
una presa in giro della matematica. Tutte
le curve "marginali" (di "costi", "utilità",
e così via) sono fondamentalmente prive
di senso. È vero che la stessa questione
di principio appare nella fisica quantistica,
nella quale si utilizza il calcolo differenziale
mentre i fenomeni hanno probabilmente
una struttura soggiacente discreta. Ma
la realtà osservabile è comunque sufficientemente
"pseudo-continua" per giustificare questo
trattamento, cosa del resto dimostrata
dall'efficacia scientifica dei metodi
della fisica. (Lo stesso vale per le equazioni
della termodinamica statistica). Si possono
"interpolare" i punti di una curva presunta
a partire da valori osservabili estremamente
vicini, e si può quindi calcolare una
quasi-derivata. Ma un grafico di cui solo
rari punti possono essere determinati
esclude il trattamento per mezzo dell'analisi
matematica. Questo è vero in tutti i campi
dell'economia, ma in particolare quando
si tratta di capitale e di produzione.
Per fare un esempio notevole, ma per nulla
eccezionale, una compagnia aerea che voglia
aumentare la propria capacità di trasporto
non può farlo se non con l'acquisto di
unità che valgono decine di milioni di
dollari al pezzo. o Tutto ciò significa
che la nozione di funzione in economia
è priva di validità. Una funzione è una
legge che collega in maniera assolutamente
rigida uno o più valori della variabile
indipendente a un valore, e solo a uno,
della variabile dipendente. Ma anche supponendo
che queste variabili possano essere misurate,
tali relazioni rigide in economia semplicemente
non esistono. C'è sicuramente un gran
numero di regolarità approssimative, senza
le quali la vita reale dell'economia sarebbe
impossibile. Ma la valutazione corretta
di queste regolarità e la loro utilizzazione
adeguata da parte degli attori dell'economia
hanno a che fare con l'arte, non con una
"scienza". Si può essere certi, a grandi
linee, che se la domanda di una merce
aumenta di fronte a un'offerta più o meno
fissa, il prezzo della merce aumenterà.
Ma è assurdo voler dire matematicamente
di quanto lo farà. Allo stesso modo, un
aumento della domanda porterà con sé,
in generale, un aumento della produzione.
Ma la ripartizione del potere d'acquisto
della domanda addizionale fra aumento
del prezzo e aumento dell'offerta (della
produzione) dipende da una quantità di
fattori che non sono misurabili e a dire
il vero neanche sempre attribuibili: per
esempio, il grado di oligopolio nel settore
considerato, le stime delle aziende riguardanti
il carattere passeggero o durevole dell'aumento
della domanda e così via. In un caso simile,
le possibilità stesse di aumento dell'offerta
(della produzione) non sono veramente
determinabili a priori. La capacità di
produzione in capitale fisso è rigorosamente
determinata soltanto in alcuni settori
eccezionali (altiforni e pochi altri casi).
Per la maggior parte delle industrie manifatturiere,
questa capacità può essere quasi moltiplicata
per tre, a seconda della possibilità o
meno di passare dal lavoro a una squadra
al lavoro a due o tre squadre. Il grado
di utilizzo del capitale fisso è fluido
e, in grado minore, lo stesso vale per
l'intensità dell'utilizzo della forza
lavoro. Più in generale, parlare di "leggi"
in economia è un mostruoso abuso di linguaggio,
se si eccettuano ancora una volta alcuni
casi banali che non sono comunque suscettibili
di un trattamento quantitativo rigoroso.
Anche nel breve periodo, in economia "statica",
lo stato e l'evoluzione del sistema dipendono
essenzialmente dalle azioni e reazioni
degli individui, dei gruppi e delle classi,
che non sono sottoposti a determinismi
fissi. Questo è ancor più valido per l'evoluzione
a medio e lungo termine. Questa è determinata
in parte dal ritmo e dal contenuto dei
cambiamenti tecnologici, che sono essenzialmente
imprevedibili. Se fossero prevedibili,
sarebbero stati istantaneamente realizzati,
come osservava già Joan Robinson nel 1951
[10]. Inoltre l'evoluzione è determinata
dall'atteggiamento delle aziende che,
in aggiunta ad altri fattori "irrazionali",
è motivato dalle loro previsioni, di cui
nulla garantisce che siano corrette. Infine,
è determinata dal comportamento della
classe dei lavoratori, altrettanto poco
prevedibile (la loro tendenza a fare rivendicazioni,
per esempio, e la possibilità di farlo
con successo, è soggetta a fattori psicologici,
politici e così via). o La parte essenziale
dei ragionamenti dell'economia accademica
riguarda lo studio delle situazioni di
"equilibrio" e delle loro condizioni di
realizzazione. L'ossessione dell'equilibrio
ha due radici, entrambe ideologiche. Le
situazioni di equilibrio vengono scelte
perché sono le sole che permettono soluzioni
determinate e univoche: i sistemi di equazioni
simultanee forniscono una maschera di
scientificità rigorosa. D'altra parte,
gli equilibri sono quasi sempre presentati
come equivalenti a situazioni di "ottimizzazione"
(mercati "ripuliti", fattori pienamente
utilizzati, consumatori che realizzano
la loro massima soddisfazione, ...). Il
risultato è stato che, fino agli anni
Trenta, si è teso a mascherare o a relegare
nelle note a pie' di pagina gli squilibri
persistenti o gli "equilibri" catastrofici
o non ottimizzanti (gli equilibri dei
mercati monopolistici od oligopolistici,
che implicano un supersfruttamento addizionale
dei consumatori, o gli "equilibri" della
sottoccupazione). Si era addirittura riusciti
(Arthur Pigou) nell'impresa di presentare
situazioni di disoccupazione massiccia
come situazioni di equilibrio più o meno
soddisfacente, spiegando che gli operai
disoccupati si erano in realtà "ritirati
dal mercato" perché rifiutavano un abbassamento
estremo dei loro salari per trovare lavoro.
(Questo tipo di bestialità è ancora in
pieno vigore oggi, quando si pretende
che la disoccupazione in Europa verrebbe
riassorbita se soltanto l'"offerta di
lavoro" diventasse più "flessibile", ossia
se gli operai accettassero l'abbassamento
dei loro salari e altri vantaggi). Ora,
la situazione permanente dell'economia
capitalista è una successione di squilibri
mutevoli, e questo ha come risultato di
rendere, al tempo stesso, le previsioni
aleatorie e la struttura esistente in
ogni momento, tanto del "capitale" che
della domanda, piena di "fossili" (Joan
Robinson).
La
realtà effettiva dell'economia capitalista
"Qui
sta il problema", disse Alice, "voi potete
far sì che le parole significhino cose
differenti". "Il problema è", rispose
Humpty Dumpty, "chi deve essere il padrone.
Ecco tutto".
Per
molto tempo, la nuova "scienza economica"
si è preoccupata soltanto dei fattori
che determinano i prezzi delle merci particolari
in condizioni di "equilibrio" statico.
Gli economisti credevano, o facevano finta
di credere, che gli stessi fattori che
determinano il prezzo di una merce "ideale"
in condizioni "ideali" (concorrenza perfetta
e così via) determinassero pressappoco
tutti i prezzi (compreso il prezzo del
lavoro e il prezzo del capitale), che
a loro volta avrebbero determinato tutto
ciò che d'importante accade nell'economia:
il suo equilibrio globale, la distribuzione
del reddito nazionale, l'allocazione delle
risorse prodotte fra le diverse categorie
di utilizzatori e di utilizzazione, e
(ma questa questione restava in una vaghezza
nebulosa) l'evoluzione a lungo termine.
Tutto ciò doveva, più o meno esattamente,
derivare delle curve dei costi e delle
utilità marginali, rispetto alle quali
si poteva "dimostrare" con poca fatica
che s'incrociavano sempre con punti ottimali
di "equilibrio". Che la caratteristica
fondamentale del capitalismo sia lo sconvolgimento
brusco e violento dell'economia e della
società, e quindi la riproduzione incessante
delle discontinuità, non sembrava far
loro perdere il sonno. Questo ritornello
continua a essere sussurrato sottovoce
dagli economisti accademici di oggi, ma
nessuno sembra più prenderlo sul serio.
Senza dubbio è dovuto al fatto che la
finzione della concorrenza perfetta, pura
e perfetta o perfettamente perfetta, si
è dissolta in fumo (ne riparlerò dopo)
e che è impossibile, anche in teoria,
passare dalla realtà di mercati oligopolisti
a equilibri generali che ottimizzino qualcos'altro
all'infuori dei profitti degli oligopoli
o, più precisamente, dei clan che li dirigono.
Ancor più, la mondializzazione effettiva
della produzione capitalista, con le differenze
colossali delle condizioni di produzione
che essa mette in evidenza fra paesi da
molto tempo industrializzati e paesi emergenti,
rende semplicemente ridicolo ogni postulato
di omogeneità anche approssimativa nei
mercati dei "fattori di produzione" su
scala planetaria. Per la fase classica"
del capitalismo, ossia fin verso il 1975,
tre gruppi di problemi si ponevano a ogni
analisi economica che volesse mantenere
una pertinenza con la realtà e gli aspetti
dell'economia importanti per lo stato
e l'evoluzione della società. Il primo,
chiaramente definito da Ricardo e ripreso
da Marx, è quello della distribuzione
del prodotto sociale (il "reddito nazionale").
Questo influenza fortemente l'allocazione
delle risorse fra categorie (settori)
della produzione. Il secondo è quello
del rapporto fra le risorse produttive
disponibili (capitale e lavoro) e la domanda
sociale effettiva, rapporto da cui dipende
la piena utilizzazione o la sotto-utilizzazione
di queste risorse. Questo problema è strettamente
legato al terzo: quello dell'evoluzione
dell'economia, ossia della crescita effettiva
o auspicabile della produzione. I tre
gruppi sono in stretta comunicazione,
poiché la distribuzione del reddito, per
esempio, è il principale fattore che regola
la distribuzione delle risorse, che a
sua volta gioca un ruolo essenziale sia
nella quantità sia nel contenuto dell'investimento,
e quindi nelle evoluzioni future dell'economia.
Se si trascurano i dettagli, le caratterizzazioni
e i casi particolari, e se in una prima
fase si fa astrazione dal commercio estero
(considerando, per esempio, un'economia
mondiale che si suppone pressappoco omogenea),
la risposta a questi problemi è straordinariamente
semplice. La distribuzione dei redditi
fra classi sociali e, all'interno di ciascuna
classe, fra gruppi sociali si trasforma
essenzialmente in funzione del reciproco
rapporto di forza. Questa distribuzione
regola in prima approssimazione l'allocazione
delle risorse fra consumo e investimenti.
A grandi linee, i lavoratori consumano
quel che guadagnano, gli abbienti guadagnano
quel che spendono [11]; essi consumano
una parte minore del loro reddito e ne
investono la maggior parte: o non la investono,
nel qual caso essa sparisce, e nello stesso
tempo appare una situazione di sottoccupazione.
Così è determinata anche la distribuzione
dell'investimento fra industrie che producono
beni di consumo e industrie che producono
mezzi di produzione. L'"equilibrio globale",
l'uguaglianza approssimativa fra capacità
d'offerta, ossia utilizzo del capitale
e della forza lavoro disponibile, e domanda
effettiva, ossia solvibile, dipende prima
di tutto dalla quantità d'investimento.
Se consideriamo come dati il totale dei
salari e delle rendite degli abbienti
destinati al consumo, ci sarà equilibrio
soltanto se le imprese investono tanto
da assorbire all'incirca la capacità produttiva
delle industrie che producono mezzi di
produzione. Nulla proibisce che lo facciano;
ma nulla garantisce che lo faranno. Questo
dipende da numerosi fattori, il principale
dei quali è costituito dalle loro previsioni
riguardanti la domanda futura dei loro
prodotti [12]. Su queste anticipazioni,
si può dire poco di ragionevole a priori
e in generale. Di qui le fluttuazioni
ricorrenti del livello di attività e gli
"incidenti", che possono andare fino a
depressioni gravi o a fasi di forte inflazione.
Se si considera in prima approssimazione
il ritmo del progresso tecnico (quindi
anche dell'aumento della produttività
del lavoro) come più o meno costante,
queste stesse previsioni e il livello
d'investimento che impongono determineranno
il tasso di crescita dell'economia a più
lungo termine. In questo caso, essi saranno
fortemente influenzati, in tendenza, dall'insieme
dell'esperienza passata dell'economia
capitalista, che è mediamente quella di
un'espansione. Ci sarà dunque sul lungo
termine un espediente favorevole alla
crescita, ma anche un notevole margine
d'incertezza in ogni momento particolare
per ogni impresa particolare; incertezza
che, combinata con gli effetti riflessi
delle fluttuazioni precedenti sul capitale
fisso esistente, esclude che ci sia mai
una crescita equilibrata e "stazionaria"
(a tasso pressoché costante, steady) a
lungo termine. Questo quadro generale
può e deve essere evidentemente completato
dalla considerazione di altri fattori
(accelerazione o rallentamento del progresso
tecnico, variazioni nel movimento demografico,
apertura di nuove zone geografiche di
valorizzazione, e così via). In tutto
questo, nulla consente di parlare di un
equilibrio sicuro, né di un tasso di crescita
o di un livello di produzione ottimale,
né di una massimizzazione dell'utilità
sociale, né di una remunerazione del lavoro
secondo il suo "prodotto marginale", né
di un tasso naturale del profitto o dell'interesse,
e neanche di quegli amorini e di quelle
ninfe che popolano i manuali di economia.
In particolare, i profitti delle aziende
non sono determinati dal "costo marginale"
del loro prodotto (che, in tempi normali,
fissa unicamente un limite inferiore ai
loro prezzi di vendita), ma dal prezzo
che possono ottenere (imporre, estorcere)
per il loro prodotto, a seconda dello
stato della domanda. Questo esclude di
per sé qualsiasi discussione sulla "razionalità"
dell'allocazione delle risorse nell'economia.
Ecco un certo numero di fatti che mostrano
concretamente di che cos'è fatta la "razionalità"
economica sotto il capitalismo: o Ogni
azienda investe in primo luogo nella propria
linea di produzione, e non dove il profitto
sarebbe "marginalmente superiore" (quindi
"socialmente preferibile"). Se l'azienda
si avventura a investire in altri settori,
è perché vi prevede un tasso di profitto
sensibilmente superiore. o Quasi tutte
le aziende (compresi i negozi di quartiere)
si trovano in una situazione di oligopolio,
e non di concorrenza, a meno che non sia
di monopolio o d'intesa fra i produttori
sotto l'una o l'altra forma. o Questo
fatto determina la vaghezza delle nozioni
di "merce" come prodotto omogeneo e di
"settore" come insieme di aziende che
producono "lo stesso prodotto". o Le decisioni
dell'azienda, se investire o meno, se
aumentare o diminuire la produzione, sono
sempre prese con un'informazione lacunosa
e manipolata; nelle aziende importanti,
queste decisioni sono il risultato di
battaglie interne di "esperti" e di clan
burocratici (e non di una "procedura razionale
di decisione": Herbert Simon). Esse sono
fortemente manipolate allo scopo di mantenere
in carica il gruppo dirigente, come avevano
mostrato negli anni Sessanta gli studi
di Robin Marris. o La situazione interna
dell'azienda presenta un grado più o meno
grande di opacità per i dirigenti, per
la burocratizzazione dell'azienda e per
la resistenza dei lavoratori [13]. o Il
"mercato del capitale" (e del credito)
è totalmente "imperfetto", sia perché
i fondi disponibili, come ho già detto,
si dirigono di preferenza verso le zone
in cui sono stati acquisiti, sia perché
la situazione dei mutuatari è opaca, sia
perché esistono fortissimi legami fra
banche e industria. o In stretto rapporto
con il punto precedente, il "capitale",
in quanto potere di disporre di risorse
produttive e specialmente del lavoro altrui,
è in parte dissociato dalla proprietà
o dal possesso di somme di valori. L'essenziale
è la possibilità di accesso a tali risorse
che può essere assicurato per altre vie
(per esempio, con il credito bancario).
o La "valutazione" delle imprese esistenti
sul mercato è vaga, perché dipende dalle
previsioni che riguardano i loro profitti
futuri e il tasso medio di profitto previsto.
o La produzione (e fino a un certo punto
il mercato del lavoro) è piena di rendite
di posizione. o La proprietà privata della
terra crea una rendita fondiaria assoluta
(Marx) che non ha e non può avere alcuna
giustificazione economica. o La forza
lavoro non è una merce. La sua produzione
e riproduzione non sono e non possono
essere regolate da un "mercato" [14].
o Il rendimento effettivo del lavoro (o
il tasso effettivo di remunerazione/rendimento
fisico) [15] è ampiamente indeterminato.
Nella fase presente del capitalismo, ossia
da circa un quarto di secolo, tutto questo
resta vero, ma nuovi fattori sconvolgono
la prospettiva d'insieme. Così, la mondializzazione
effettiva della produzione, resa possibile
da nuovi sviluppi tecnologici (in breve,
la riduzione a quasi nulla, quantitativamente
parlando, dell'importanza della qualificazione
del lavoro nella produzione materiale,
che mette così a disposizione del capitale
mondiale miliardi di affamati in giro
per il mondo) e politici (la smobilitazione
dei governi in materia di politica economica,
in particolare la liberalizzazione totale
dei flussi internazionali di capitale),
ha avuto l'effetto, in apparenza paradossale,
di distruggere l'omogeneità delle condizioni
economiche di produzione nel mondo proprio
nel momento in cui si stabiliva un mercato
veramente mondiale. Qualsiasi discussione
sulla determinazione dei prezzi o di qualsiasi
altra cosa (compresi i profitti capitalistici)
ad opera di fattori "razionali" in queste
condizioni diventa ridicola. Riprenderò
l'argomento nell'ultima parte di questo
testo.
Efficacia
relativa, flessibilità e resistenza del
capitalismo
La
migliore giustificazione del capitalismo
è quella che offriva, alla fine della
sua vita, Joseph Schumpeter in Capitalismo,
Socialismo, Democrazia, così come l'ha
sintetizzata Joan Robinson [16]: il sistema
è certamente crudele, ingiusto, turbolento,
ma fornisce la merce, e smettetela di
brontolare visto che è questa merce che
volete. Giustificazione a circolo vizioso,
anche in questo caso. Nei paesi "ricchi",
la gente "vuole" questa merce perché è
abituata fin dalla più tenera età a volerla
(provate a visitare una scuola materna
di oggi) e perché il regime impedisce,
in mille maniere, di volere qualsiasi
altra cosa. In tutti i paesi, la "vuole"
perché, se il capitalismo non ha inventato
ab ovo quello che si definisce effetto
di dimostrazione, ne ha però sviluppata
la potenza a un livello prima sconosciuto.
Per ora, questa merce continua bene o
male a essere in grado di fornirla. Qui
la discussione non può che fermarsi: finché
la gente vorrà questa accumulazione di
paccottiglia, accumulazione sempre più
aleatoria per un numero crescente di persone,
e di cui un giorno potranno, o non potranno,
essere sazi, la situazione non cambierà.
Ma qualche problema resta. Fin dove arriva,
e su cosa si basa, questa "efficacia"
del capitalismo, nonostante tutti i suoi
limiti? Come si spiega che il regime abbia
potuto sopravvivere a una lunga serie
di crisi e di vicissitudini storiche e,
per lo meno fino a un certo momento, uscirne
rafforzato? Quali sono, da questo punto
di vista, i cambiamenti che la sua nuova
fase può suscitare? La risposta alla prima
domanda non è così difficile. Il capitalismo
è il regime che mira ad accrescere con
tutti i suoi mezzi la produzione (una
certa produzione, non dimentichiamolo)
e a diminuire con tutti i mezzi i suoi
costi; costi, non dimentichiamo neanche
questo, definiti in modo molto restrittivo:
né la distruzione dell'ambiente, né l'appiattimento
delle vite umane, né la bruttezza delle
città, né la vittoria universale dell'irresponsabilità
e del cinismo, né la sostituzione della
tragedia e della festa popolare con il
serial televisivo rientrano in questo
calcolo, e non potrebbero esserlo in nessun
calcolo di questo tipo. Per realizzare
questo fine, il capitalismo ha potuto
e saputo contare su uno sviluppo della
tecnologia senza precedenti nella storia,
che lui stesso ha promosso in mille modi;
tecnologia a sua volta rigidamente orientata,
è vero, ma adeguata ai fini perseguiti:
potenza per i dominanti, consumo di massa
per la maggioranza dei dominati, distruzione
del senso del lavoro, eliminazione del
ruolo umano nella produzione. Ma il mezzo
più formidabile è stato quello di distruggere
tutti i significati sociali precedenti
e di instillare nell'animo di tutti, o
quasi, la smania di acquisire ciò che,
nella sfera di ciascuno, è, o sembra,
accessibile, e per questo accettare praticamente
tutto. Questa enorme mutazione antropologica
può essere chiarita e capita, ma non "spiegata".
A questi mezzi si è aggiunta, da un certo
momento e nient'affatto dall'origine,
la trasformazione di un meccanismo istituzionale
antichissimo, il mercato, sbarazzato di
ogni vincolo ed esteso gradualmente a
tutte le sfere della vita sociale. Questo
mercato non è, non è mai stato e non sarà
mai, per tutto il tempo in cui il capitalismo
esisterà, un mercato perfetto, né davvero
concorrenziale nel pio senso dei manuali
di economia politica. Il mercato è sempre
stato caratterizzato dagli interventi
della potenza dello stato, dalle coalizioni
dei capitalisti, dal controllo dell'informazione,
dalle manipolazioni dei consumatori e
dalla violenza aperta o mascherata contro
i lavoratori. Non è molto diverso da una
giungla moderatamente selvaggia e, come
in ogni giungla, i più adatti a sopravvivere
sono sopravvissuti e sopravvivono: salvo
che questa attitudine alla sopravvivenza
non coincide con alcun optimum sociale,
e neppure con il massimo di una produzione,
ostacolata dalla concentrazione del capitale,
dagli oligopoli e dai monopoli, per non
parlare delle allocazioni irrazionali
di risorse, delle capacità non utilizzate
e del conflitto permanente attorno alla
produzione sui luoghi di lavoro. Ma attraverso
gli alti e i bassi, i boom e i crack,
il mercato bene o male ha funzionato,
nei suoi limiti e secondo le sue finalità.
La risposta alla seconda domanda, ammesso
che ce ne sia una, è più difficile e complessa.
Nell'essenza, è paradossale. Lasciata
a se stessa, la minimizzazione dei costi
implica logicamente i salari più bassi
possibile per una produttività più alta
possibile. È verso una situazione di questo
tipo che si orientava spontaneamente il
capitalismo della prima metà del diciannovesimo
secolo, ed è questa la logica che Marx
ha estrapolato con le sue concezioni della
pauperizzazione e della sovrapproduzione.
Sono le lotte operaie che hanno contrastato
questa tendenza, imponendo aumenti dei
salari e riduzioni della durata del lavoro
che hanno creato degli enormi mercati
di consumo interno e hanno evitato al
capitalismo di essere sommerso dalla propria
produzione. Si è anche visto, è noto e
lo si può dimostrare (Keynes l'aveva fatto),
che, lasciato a se stesso, il sistema
non è spontaneamente portato verso un
equilibrio, per quanto approssimativo,
ma piuttosto verso un'alternanza di fasi
di espansione e di contrazione, le crisi
economiche, le più violente delle quali
possono produrre, e lo hanno fatto, una
notevole distruzione di ricchezze accumulate
e una disoccupazione vertiginosa (il 30
per cento della forza lavoro negli Stati
Uniti nel 1933). Ora, anche in questo
caso, sono delle reazioni sociali e politiche
che hanno imposto a partire dal 1933,
prima di tutto agli Stati Uniti, nuove
politiche d'intervento dello stato nell'economia.
Nei due casi (distribuzione del prodotto
sociale, ruolo dello stato), l'establishment
capitalista, bancario e accademico ha
rabbiosamente combattuto queste folli
innovazioni che rischiavano di provocare
la fine del mondo. Per molto tempo, i
padroni non si sono limitati a chiedere
(e ottenere) l'intervento dell'esercito
contro gli operai in sciopero; hanno anche
proclamato che era impossibile accordare
aumenti di salario o riduzioni della giornata
lavorativa senza provocare la rovina della
loro impresa e dell'intera società; e
hanno sempre trovato professori di economia
politica per dar loro ragione. Così Jacques
Rueff, l'eroe della politica economica
francese, organizzava la "deflazione Laval"
nel 1932, mentre sull'altra sponda della
Manica il Tesoro e la Banca d'Inghilterra
accumulavano i memorandum che dimostravano
che qualsiasi rilancio della domanda attraverso
lavori pubblici avrebbe provocato una
catastrofe economica. Solo dopo la seconda
guerra mondiale aumenti più o meno regolari
di salario e regolazione statale della
domanda globale sono stati generalmente
accettati dal padronato e dagli economisti
accademici. Ne è risultata la più lunga
fase di espansione capitalista, pressappoco
ininterrotta (i "gloriosi trent'anni").
Come aveva previsto Kalecki fin dal 1943,
una pressione crescente sui salari e sui
prezzi ne è stata la conseguenza e si
è manifestata con chiarezza a partire
dagli anni Sessanta. Niente dimostra che
non avrebbe potuto essere moderata con
politiche moderate. Ma in questo caso
è entrato in gioco un fattore squisitamente
politico. Questa situazione moderatamente
inflazionistica ha dato il segnale, e
il pretesto, di una controffensiva reazionaria
(Margaret Thatcher, Ronald Reagan), di
una specie di controrivoluzione conservatrice,
che da quindici anni si è estesa in tutto
il pianeta. Sul piano politico, questa
controffensiva ha sfruttato il fallimento
dei partiti "di sinistra" tradizionali,
l'enorme perdita d'influenza dei sindacati,
la mostruosità diventata manifesta dei
regimi del "socialismo reale" anche prima
del loro crollo, l'apatia e il rifugio
nel privato della popolazione, la sua
irritazione crescente contro l'ipertrofia
e l'assurdità delle burocrazie statali.
A parte l'ultimo, tutti questi fattori
esprimono direttamente o indirettamente
la crisi del progetto storico-sociale
di autonomia individuale e collettiva.
Il grande squilibrio del rapporto delle
forze sociali che ne è risultato ha permesso
il ritorno a un liberismo brutale e cieco,
di cui sicuramente i beneficiari principali
sono le grandi concentrazioni dell'industria
e della finanza e i gruppi che le dirigono,
ma che supera di gran lunga il loro ruolo
politico; in Francia, in Spagna, in diversi
paesi nordici, sono i partiti cosiddetti
socialisti che si sono incaricati d'introdurre
e d'imporre, o di mantenere (Gran Bretagna)
il neoliberismo. Si assiste al trionfo
non mitigato dell'immaginario capitalista
nelle sue forme più grossolane. Questo
si è materializzato essenzialmente con
lo smantellamento del ruolo dello stato
nel campo economico. I movimenti internazionali
dei capitali sono stati liberati da ogni
controllo; il feticismo dell'equilibrio
budgetario vieta ogni politica di regolazione
della domanda; la politica monetaria è
passata interamente nelle mani delle banche
centrali, il cui unico assillo è la lotta
contro un'inflazione ormai inesistente.
Ne consegue che da quindici anni la disoccupazione
è mantenuta ad alti livelli; dove si è
verificato un calo della disoccupazione,
come negli Stati Uniti e in Gran Bretagna,
il prezzo è stato la proliferazione dei
lavori a tempo parziale o mal pagati e
la stagnazione o la riduzione dei salari
reali, parallelamente a una crescita continua
dei profitti delle imprese e dei redditi
delle classi ricche. L'attacco frontale
contro i salari e i diritti già acquisiti
dai lavoratori, permesso dall'aumento
della disoccupazione e dalla precarietà
dei lavori, è giustificata dal ricatto:
bisognerebbe ridurre i costi del lavoro
per poter far fronte alla concorrenza
esterna o evitare le delocalizzazioni.
In questo modo, si vorrebbe forse far
credere che una diminuzione di qualche
punto in percentuale dei salari in Francia
o in Germania basterebbe per lottare vittoriosamente
contro la produzione di paesi in cui i
salari sono la decima o la ventesima parte
dei nostri (2,5 dollari al giorno per
le operaie della Nike stipate negli ergastula
di questa impresa in Indonesia, e ancor
meno in Vietnam). Nessuna "flessibilità
del lavoro" nei vecchi paesi industrializzati
potrebbe resistere alla concorrenza della
mano d'opera miserabile di paesi che contengono
una riserva inesauribile di forza lavoro.
Ci sono, rapidamente mobilizzabili e praticamente
senza bisogno di formazione, centinaia
di milioni di operai e di operaie potenziali
in Cina, altrettanti in India, quasi altrettanti
negli altri paesi dell'Asia, senza parlare
dell'America latina, dell'Africa e dell'Europa
dell'Est. Ed è ridicolo pretendere che
una transizione senza scosse potrà condurre
paesi che presentano simili scarti nelle
loro condizioni iniziali a una situazione
di armoniosa divisione internazionale
del lavoro. Assistiamo a una fase di transizione
brutale, selvaggia, su una scala molto
più vasta e in un lasso di tempo molto
più breve che nelle altre fasi di transizione
della storia del capitalismo, che si vuole
giustificare con il pretesto assurdo che
il corso attuale è ineluttabile, che nessuna
politica può resistere allo juggernaut
dell'evoluzione dell'economia. In una
tale situazione, è vano discutere di una
qualsiasi "razionalità" del capitalismo.
Il regime ha allontanato da sé i pochi
mezzi di controllo che centocinquant'anni
di lotte politiche, sociali e ideologiche
erano riusciti a imporre. Il dominio anomico
dei robber barons, i "baroni predatori"
dell'industria e della finanza statunitensi
alla fine del secolo scorso, offre solo
un pallido precedente. Le multinazionali,
la speculazione finanziaria e anche le
mafie nel senso stretto del termine saccheggiano
il pianeta, guidate unicamente dalla visione
a breve termine dei loro profitti. Il
fallimento ripetuto di qualunque tentativo
di preservare l'ambiente dalle conseguenze
dell'industrializzazione, civilizzata
e selvaggia, è solo il segno più spettacolare
della loro miopia. Gli effetti prevedibili
e terrificanti della "modernizzazione"
dei rimanenti quattro quinti del mondo
non svolgono alcun ruolo nelle politiche
attuali [17]. La prospettiva che ne consegue
non è quella di una "crisi economica"
generale del capitalismo in senso tradizionale.
In astratto, il capitalismo (le imprese
mondiali) potrebbe stare di bene in meglio
fino al giorno in cui il cielo ci precipiterà
sulla testa. Ma questo presupporrebbe,
fra l'altro, che la rovina dei vecchi
paesi industrializzati, specialmente in
Europa, e l'uscita di miliardi di persone
dal loro mondo millenario, per entrare
in società tecnicizzate, salariate e urbane
nei paesi non ancora industrializzati,
potrebbero svolgersi senza gravi scosse
politiche e sociali. È una prospettiva
possibile. Non è sicuro che sia la più
probabile. L'analisi può giungere fino
a porre questo tipo di domande. Il resto
dipende dalle reazioni e dalle azioni
delle popolazioni dei paesi interessati.
Traduzione
di Grazia Regoli
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