FABRIZIO DE ANDRÉ: LO SCIAMANO LIBERTARIO
di Mauro Macario

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I poeti vanno... vengono... qualche volta si fermano e quando si fermano creano la comunità spontanea, l'alleanza sommersa, la solidarietà plurigenerazionale, l'onda anomala, il sogno al di là delle rovine, l'estasi del paese che non c'è. Eccoli, acrobati in bilico tra l'atemporalità esistenziale e il presente storico, tra l'individualismo estremo stirneriano e l'appello planetario e messianico di Michail Bakunin, eccoli, angeli del vilipendio con occhi retroattivi e avveniristici che volteggiano sulle dottrine rampicanti e colesteroliche che ostruiscono l'arteria onirica della coscienza liberata. E sono fraterni i poeti, che di fraternità infine si tratta, perché nel corso del tempo diventano a noi consanguinei per vie misteriose, per la potenza creativa del loro immaginario in cui si riflettono, amplificate e sintetizzate, le istanze benedette di tutte le rappresaglie abortite sul nascere e dei millenari rancori che ribollono dentro come un buon vino futuro. E rimangono fratelli paralleli arroccati sulla spalla come sul trespolo delle idee sparviere in procinto di essere lanciate sulle multinazionali delle torture o nei laboratori di ricerca genetica dove si tenta di scoprire il Dna del nanismo mondiale per accrescere un'umanità di bonsai da allevamento. Fabrizio De André, poeta sismografo, ha posato un ecoscandaglio, un sonar sul fondo del silenzio epocale per registrare ogni minimo movimento morale o la sua agonia, redigendo con la sua opera un immenso diagramma di fine secolo affinché il dibattito sempre più debole dei cuori in rivolta possa rianimarsi all'amore, alla pietà, al rifiuto e perché il dovere alla realtà diventi invece il diritto al sogno, a quella sana trasfusione di fiele non più praticata, anzi occultata dalla comunicazione diabetica televisiva del buonismo complice e affaristico che porta al coma irreversibile degli integrati robotici marchiati dal terziario e forse anche dal quaternario: incantesimi tecnoinformatici oscurantismi per un cimitero prossimo venturo con inquilini produttivi, asettici e ordinati nei loro loculi urbani. Fabrizio, coltello gitano nella cerniera scuoiata del nomadismo, squarcio che spia i falò serali delle tribù ritrovate, Fabrizio, freccia scoccata sul fondo del Sand Creek come barracuda-siluro di vendetta postuma, Fabrizio, confessore laico di puttane malinconiche al crepuscolo tra Genova e Beirut, Fabrizio, inviato speciale al Golgota per testimoniare come muore un uomo temuto dal potere, Fabrizio, che dondola tra gli impiccati e ne canta la nenia anatemica perché tutti morimmo a stento puniti dalle balie-kapò della democrazia circense, Fabrizio, aquilone funestato sopra le domeniche delle salme nello smembramento del millennio, vento di maestrale che lo porterà a traghettare, indenne, con la sua poesia, la frontiera del calendario parrocchiale, Fabrizio, che incontra sull'ultimo vecchio ponte l'amico suicida per oltraggio e pensa che anche Dio ne sarà contento, Fabrizio, incatenato all'Hôtel Supramonte e che le stesse catene non vuole vedere ai suoi carcerieri cui darebbe forse le chiavi di una cella di Pietroburgo, le chiavi del secondino Nicola-Baffi di Sego, Fabrizio, che tormenta le coscienze dei giudici come un condannato rivissuto nei loro incubi, Fabrizio, ipermetrope del sogno che dalla sua palpebra-surf veleggia verso l'orizzonte dove galleggiano i relitti di domani, Fabrizio, ironista spavaldo travestito da giullare alla corte dei potenti con le sue strofe-catapulte e con le sue rime d'amore e di riscatto alla corte dei cenciosi.

Musica e poesia nelle strade

I poeti in musica, fenomeno canoro-letterario o poetico sonoro, hanno scavalcato nottetempo il ghetto spinato ed elitario dei salotti colti e si sono aperti alle folle aprendo la gola al diapason collettivo che cattura e intona la nota base di un sogno comune, hanno reso possibile l'invocazione di Leo Ferré: "La musica... la poesia... nelle strade, e ci verrà!". Hanno riportato la fonte originaria della poesia al suo destinatario che non è l'operaio specializzato della fabbrica culturale ma l'uomo in attesa del fratello ritrovato, dell'emozione emorragica in cui fluttuare, della visione invasiva in cui confondersi. I poeti in musica hanno irrorato linfa alcolica nella vena disidratata della poesia contemporanea versando linguaggi liberati e sonorità distillate per ristabilire quel rapporto interrotto tra arte viscerale e vita carnale, tra la cronaca dei nostri giorni e quella coscienza indignata e rabbiosa che sonetti obsoleti, abulici, pretenziosi e scollati dal reale non sanno più comunicare. I poeti in musica, poeti "tout court" in quella trinità artistica: Voce, Testo, Musica, hanno compiuto il piccolo grande miracolo laico di teofori delle stelle, di maratoneti dell'emozione rom e transnazionale, leader antipragmatici del sogno infranto da spargere come semenza nella foresta dei simboli alla ricerca di un sistema solare e sociale vivibile e disincantato. Ma i poeti in musica sono un fenomeno raro e non vengono preconfezionati dall'industria discografica che li osteggia, l'industria discografica crea dei cloni filtrati e sfrondati da ogni pericolo poeticamente eversivo e autonomo e li immette sul mercato dei facili sogni a tutti accessibili per ingenuità. I veri poeti invece portano in sé l'apparente concetto contraddittorio della mortalità infinita, della trasmigrazione nella memoria, della stabilità virtuale dopo la scomparsa. Propongono un linguaggio innovatore, un versante contenutistico critico, una interpretazione irripetibile e pur scorporando il testo dalla musica, la musica dal testo o isolando la pura voce nulla si perde di quella forza evocativa e magica trasmessa dal loro carisma fonico-vocale. Altri autori-interpreti pur operando nell'ambito della canzone poetica e creando certamente brani di gran pregio non fuoriescono in modo traumatico dalle strutture tradizionali e prevedibili della canzone. Ma la canzone, in ogni caso, non è un'arte minore perché non esiste un'arte minore e una maggiore; lo stesso concetto è ridicolo e fa sorridere. Non è la disciplina artistica prescelta a determinare la nobiltà e la compiutezza di un manufatto dell'immaginario ma il livello qualitativo intrinseco della creazione da qualunque pascolo inventivo provenga. Una grande parte della produzione poetica italiana contemporanea ha adottato una sorta di omologazione stilistica, un linguaggio condiviso, una cifra formale unificata che al contrario dell'individualismo sacro del poeta, va verso un corpo poetico compatto di cui ogni singolo autore compone il braccio, il piede, un occhio, un'orecchia, ma sempre più difficilmente è corpo a sé stante nel momento in cui scrive. Spesso la lingua scelta è incomprensibile, enigmatica, ermetica, criptica e quel che è peggio, glaciale e autistica. Si ha l'impressione, per paradosso, che essi usino un linguaggio impoetico, si ha l'impressione che siano degli intellettuali e non degli artisti, si ha l'impressione che giochino come dei cruciverbisti tortuosi esclusivamente protesi all'insondabilità testuale e che dal punto di vista contenutistico continuano a percorrere il vicolo cieco ma canonico dell'astrazione seguendo i ghirigori dell'elegia o della tensione subliminale. E con quale sconcerto mentre ci piovono addosso radiazioni, carestie, guerre, sterminii etnici, leggiamo queste strofette lontane aristocraticamente anni-luce dalle problematiche più drammatiche e urgenti che travagliano questa ignobile fine secolo! Come se alla poesia ufficiale tutto questo non riguardasse affatto... Molti di questi autori, i più accademici e bacchettoni, sovente di estrazione cattolica o misticheggianti, celano a fatica la smorfia di stizza sprezzante verso i poeti in musica (credo soprattutto per l'oceanico auditorio di cui godono e che sarebbe difficile da ricomporre in una biblioteca) e non ne riconoscono appieno il valore testuale relegandoli nella dimensione svilente di artigiani della canzonetta. Ma i parametri euclidei sono ancora vigenti nella cultura di regime. Eppure Paul Verlaine scrisse: "Avant tout, la musique!". E lo stesso Giacomo Leopardi riteneva indissolubile il legame tra parola scritta e musica eseguita. In tempi più relativamente recenti, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, poeti come Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Jack Kerouac, e molti altri della luminosa beat generation recitavano pubblicamente i loro versi accompagnati da complessi jazz o gruppi pop californiani. In Italia si respira ancora aria indignata alla sola idea che la musica possa interferire così brutalmente sulla priorità della parola, senza pensare che il veicolo emotivo della musica non fa che accrescere il senso evocativo della parola scritta vestendola di suono a totale vantaggio della sua diffusione. Ma i cattedratici, al massimo, accettano alle loro letture la presenza discreta di un violoncello solitario, le note furtive di un piano, o i gorgheggi di un soprano di provincia rispolverato e agghindato per la circostanza da combattente dell'esercito della salvezza. Eppure la poesia nel non essere narrazione matematica ma dissociazione saldata dovrebbe avere la sua logica espositiva nel sangue, nel pianto, nel grido, nella rabbia, nell'abbandono. E la musica è la sua gemella che attende di essere ritrapiantata nel ventre d'origine.

Navigatore solitario

Anni lontani, immagini remote, suoni sbiaditi come foto ingiallite ci riportano l'eco stordente di esplosioni rock che dirompevano con forza antiborghese nello zenit della giovinezza estrema ma in quel caos ordinato, felice e liberatorio, un'isola più racchiusa se ne andava alla deriva, controcorrente, cercando una sua popolazione d'ascolto: la voce di Fabrizio col suo remo-chitarra che cercava non le folle ma il singolo, il navigatore solitario, chi dissentiva all'interno del dissenso industrializzato, chi voleva spingersi alle latitudini più inconsuete, fuori rotta, verso la poesia cantata. Sullo sfondo, l'arcipelago della canzone di Saint-Germaincon i suoi giganti imbattuti: Ferré, Georges Brassens, Jacques Brel. Addio America, noi torniamo in Europa e più precisamente a Genova. Mentre altri suoi compagni di viaggio prendono la strada del realismo poetico o di un asciutto intimismo trattando le tematiche dei sentimenti in modo nuovo e inconsueto per la canzone italiana, Fabrizio prende il sentiero più anomalo ancora, più arduo a proporre per originalità delle scelte di fondo, per atmosfere inabituali all'ascolto e per il senso epico della narrazione non disgiunta da recuperi musicali impensabili. E solamente il suo rigore etico-artistico ha saputo conservare e accrescere il patrimonio di quelle scelte lungo tutta la sua attività di ricercatore anticonformista dentro le tradizioni rivisitate. Si può dire che l'opera omnia di Fabrizio è un unico romanzo disseminato di personaggi e scritto sul pentagramma che l'autore ci ha letto, capitolo dopo capitolo, anno dopo anno, mediandosi attraverso il suono musicale e la voce irripetibile, carismatica e che forse la fine non scritta di questo lavoro consiste, come prolungamento, nella proiezione morale di questo personaggio che è prima ancora "persona" dentro la memoria quotidiana, nei gesti minimalisti della nostra esistenza, gemello poetico della nostra vita impoetica. Un'opera, la sua, sussurrata con dolcezza e ferocia e in questo senso simile all'usanza remota del racconto orale, del poema epico cantato, o dei cantastorie irriverenti che sulla piazza svelavano al popolo i segreti e le corruzioni che circolavano nei palazzi dei potenti. Di ogni epoca, s'intende. I suoi personaggi, adesso orfani, vagano nei vicoli putridi della miseria, si ergono sulle tolde delle navi che salpano verso l'altrove, si disseppelliscono da sotto le trincee della guerra sventolando papaveri rossi, si disintegrano in mille pezzi nei paradisi artificiali della droga, gemono nelle stanze del piacere a pagamento, giacciono nelle barricate surgelate di maggio come una fiaccola a novembre, volano dal terzo piano spinti dalla solitudine che si placa nello schianto secco sul selciato, muoiono suicidi in carcere e tornano a vivere in un canto etnico di un Mediterraneo unificato, parlano al di là del tempo dalle lapidi delle tombe, si confessano con rabbia sulla croce sconfessando gli stessi dogmi che li hanno inchiodati, imprecano sottovoce pendendo dalle forche, lasciano le tracce di un passaggio errante in un accampamento tribale nella civiltà postmoderna, si disperano per la sessualità incerta che li ghettizza, o più semplicemente s'abbandonano alla nostalgia crepuscolare di un amore perduto. Adottiamoli questi personaggi.

Signora Libertà, signorina Anarchia

È difficile trovare nei testi di Fabrizio un'imposizione protagonistica delle sue vicende personali, eccetto in rari casi là dove tali eventi particolarmente traumatici hanno inciso in modo così significativo da aver determinato piccole o grandi svolte esistenziali o solamente l'ulteriore conferma delle sue istanze morali da perseguire con ancora più caparbietà e convinzione. Lontano, per pudore e per scelta, dall'ego solipsistico, utilizza invece la lucida capacità di immedesimazione sfiorando a volte lo sdoppiamento schizofrenico inteso come viaggio mentale parallelo o interno ai suoi personaggi visti attraverso la lente grandangolare nei loro microcosmi sociali. Diventa quindi un ventriloquo errante che si divide in particelle multiple insediandosi dentro ai suoi eroi perdenti ai quali inserisce un microfono nelle anime sbilenche. Così la sua voce è la voce di qualcun altro che si amplifica per un lungo attimo nello sdegno bisbigliato mestamente o nel suono strozzato di un'agonia procurata. Gli emarginati, i reietti, gli sconfitti, gli ultimi, gli screditati della società perbenista, scacciati con un marchio di vergogna, gli apolidi per vocazione condannati in contumacia fino allo sberleffo, al ludibrio pubblico, trovano in Fabrizio l'incursore liberatorio e libertario, il guastatore della notte in vena di sabotaggi, l'indiano europeo, l'angelo dell'identità restituita che li assolve per non aver commesso il reato o per aver commesso il reato indotto. E fa trovare sulla strada di un assassino braccato un vecchio pescatore che lo salva senza voler sapere di quale assassinio si sia macchiato. Adesso, quando scendiamo in strada, li riconosciamo i personaggi. Ad uno, ad uno, sfilano davanti ai nostri occhi e alla nostra coscienza come li vedessimo per la prima volta e sappiamo che non sono stati estrapolati per magia dall'immaginario di un poeta ma che sono sempre stati lì anche se ora un po' rinati con una speciale disperazione, ostinati a percorrere una direzione contraria a quella del branco. Così la sua voce è la voce di qualcun altro ed è sempre la sua, con quell'inconfondibile timbro sciamanico da Fahrenheit che fonde i cuori come il fuoco la carta. Una voce che sceglie il tono basso per idee alte, per penetrare come un bisturi vocale nelle pieghe purulente dei meccanismi sociali, per imprimere a una frase blasfema una particolare santità laica, per evocare un sentimento smembrato dal tempo eppure così integro nel presente interiore, per affermare il diritto alla diserzione e l'avversione per i falsi miti delle macellazioni di massa. Per cantare l'anarchia. "Aspetterò domani, dopodomani e magari cent'anni ancora finché la signora Libertà e la signorina Anarchia verranno considerate dalla maggioranza dei miei simili come la migliore forma possibile di convivenza civile, non dimenticando che in Europa, ancora verso la metà del Settecento, le istituzioni repubblicane erano considerate utopie. E ricordandomi con orgoglio e rammarico la felice e così breve esperienza libertaria di Kronstadt, un episodio di fratellanza e di egualitarismo repentinamente preso a cannonate dal signor Trotzkij" (Fabrizio De André a Cesare Romana, in Amico fragile, Sperling & Kupfer, Milano, 1999).

 

 
 
 
       

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