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Incredibile:
un anarchico di successo
Intervista ad Andrea De Carlo di Mauro
Suttora
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"L'Afghanistan
dei talebani bastardi o qualche altro
cavolo di paese fanatico e integralista
(...), dove le donne sono schiavizzate
e tenute nascoste e per le strade e nei
luoghi pubblici e dappertutto vedi solo
maschi. (...) Sarebbe bene che anche lì
lo sapessero, con tutte le loro barbe
e le loro voci gutturali e le loro manifestazioni
grottesche di mascolinità, che gli uomini
non sono più così indispensabili per la
continuazione della specie: basterebbe
una buona scorta di seme congelato, si
potrebbe fare a meno degli uomini per
sempre. E forse non serve nemmeno più
quello" Andrea De Carlo aveva scritto
queste righe (a pagina 123 del suo ultimo
romanzo Pura vita, pubblicato lo scorso
ottobre) prima dell'attacco alle Torri
di Manhattan. Ma, nonostante l'estrema
attualità di queste sue frasi, lo scrittore
milanese non ha partecipato al chiacchiericcio
massmediatico sulla guerra. Quasi unico
fra i suoi colleghi, visto che praticamente
tutti (da Oriana Fallaci a Dacia Maraini,
da Tiziano Terzani ad Antonio Tabucchi,
da Alessandro Baricco ad Andrea Camilleri)
hanno voluto dire la loro sui terroristi
islamici.
Il
giorno delle Twin Towers
È
da anni che De Carlo fugge i giornalisti,
l'attualità, la notorietà. Da tempo niente
televisione, e rare interviste distillate
soltanto in occasione dell'uscita dei
suoi libri.
Non per supponenza o misantropia, ma semplicemente
perché "gli scrittori che prendono posizioni
politiche rischiano di apparire patetici",
ci dice. "Comunichiamo già attraverso
i nostri libri, per il resto il nostro
margine di influenza è assai ridotto.
L'11 settembre stavo andando alla Mondadori
per discutere i dettagli dell'uscita del
mio libro, e ho acceso la radio della
macchina. Uno speaker stava parlando di
due aerei schiantati sulle Twin Towers
di New York. Ho pensato che fosse uno
scherzo, come quello di Orson Welles sui
marziani. Però questa volta la concitazione
sembrava troppo autentica: avrebbero dovuto
essere più bravi di Orson Welles". Ma
sulla guerra, cosa pensi? "Mi è piaciuto
quello che ha detto Richard Gere al concerto
del Madison Square Garden: "Convertiamo
la nostra rabbia in energia positiva".
Ma l'hanno fischiato. D'istinto, come
prima reazione anch'io sarei salito su
un piccolo aereo per andare a bombardare
Osama bin Laden. Poi però si riflette,
anche sulle colpe precedenti degli Stati
Uniti e dell'Occidente in generale. Ho
vissuto a lungo in America, sono affezionatissimo
agli Usa, ma ho trovato l'intervento della
Fallaci molto fuori dalle righe. La sua
visione dell'Islam straccione rimasto
a mille anni fa è riduttiva, sghangherata,
miope". Nel suo libro De Carlo attacca
il governo Berlusconi per la repressione
a Genova: "Siamo un Paese finto libero
dove alla prima manifestazione di strada
la polizia può assumere comportamenti
sudamericani e massacrare di botte e torturare
per giorni la gente che ha arrestato".
Nel 1984 scrisse Macno, la storia profetica
di un dittatore sudamericano arrivato
al potere grazie al controllo delle tv.
Pensava già a Silvio Berlusconi? "No.
E nel 1994, quando si buttò in politica,
pensai che lo faceva per salvarsi la pelle
nella bufera di Tangentopoli, ma anche
perché era animato da uno spirito autenticamente
liberista: il classico imprenditore un
po' naïf che vuole ridurre il peso dello
Stato, rinnovarne la macchina. Incontravo
persone impensabili che gli davano credito,
in quei primi giorni. Oggi invece ha perso
smalto e ingenuità, mi sembra ossessionato
da manie di persecuzione, fisicamente
sofferente, affondato in modo irrimediabile
in un conflitto di interessi da cui avrebbe
anche potuto scegliere di tirarsi fuori.
Si è alleato con forze terribilmente reazionarie
legate a una concezione vecchia dello
Stato, provinciali e chiuse, ostili all'Europa.
Alleanza nazionale, per esempio, o la
Lega Nord".
Favolosi
quegli anni... con Fellini
Negli
anni Ottanta hai lavorato con Federico
Fellini. Il grande regista detestava Berlusconi.
"Sì, ma soprattutto perché le televisioni
commerciali della Fininvest interrompevano
con gli spot i suoi film, distruggendo
così il cinema. Quella di Fellini era
una condanna estetica, più che politica.
Girò Ginger & Fred, il film che attaccava
Berlusconi, nel famoso studio 5 di Cinecittà,
cercando di riprodurre la volgarità bestiale
e il clima di idiozia che emanano le sue
televisioni. Ebbene, qualche anno dopo
per ironia della sorte capitò proprio
a me di essere invitato in quegli studi,
a una trasmissione tv di quelle becere
con la mortadella, tipo Gianfranco Funari.
Pensavo fosse una visione: era esattamente
quello che aveva prefigurato Fellini".
Perché rifiuti la televisione? "Per fortuna
non ne ho bisogno, i miei libri si vendono
anche senza questo tipo avvilente di autopromozione.
Negli ultimi anni sono stato solo da Mtv,
e un paio di volte da Bernard Pivot, quello
di Apostrophes e Bouillon de culture in
Francia. Invece in Italia c'è la strana
idea che gli scrittori siano degli ammazza-audience,
e allora per sfuggire alla loro presunta
noiosità li si riduce a macchiette o a
piazzisti di se stessi. Anche di recente
mi hanno invitato a Quelli che il calcio,
per esempio, ma non avevo proprio voglia
di ridurmi a fare il comico nella curva
di uno stadio...".
Sonore
stroncature
Non
è un mistero che De Carlo non sia amato
da tutta la critica italiana. Anche il
suo ultimo libro ha rimediato due sonore
stroncature sul Corriere della Sera e
su Sette. I soloni della sinistra marxista
non gli perdonano la sua presunta "leggerezza",
che in realtà è soltanto libertà allo
stato assoluto: i personaggi dei suoi
dodici libri sono tutti degli anticonformisti
libertari che mettono in questione l'ordine
costituito. Così lo accusano di "ribellismo
adolescenziale", rilievo grottesco per
uno scrittore che ormai è arrivato ai
cinquant'anni. Risultato di tanto livore
da parte della nomenklatura culturale:
i suoi romanzi si vendono come il pane,
soprattutto fra i giovani. "Ma quando
sono andato al festival di Mantova mi
sono accorto che i miei lettori coprono
uno spettro amplissimo, dai 14 agli 80
anni, uomini e donne". Si rinnova un po'
con De Carlo l'astio che ha circondato
un altro scrittore di grande successo
commerciale: Carlo Cassola, bollato addirittura
come "Liala". La verità è che entrambi
sono rimasti estranei alle camarille e
alle mafiette del piccolo (e misero) mondo
letterario italiano, zeppo di scrittori
frustrati ridotti a fare i giornalisti,
i critici letterari o i professori perché
i loro libri non vendono. Cassola, accusato
di non essere abbastanza "impegnato",
negli anni Settanta divenne invece il
più politico di tutti gli scrittori italiani,
fondando con molti anarchici la Ldu (Lega
per il disarmo unilaterale) e assumendo
posizioni antimilitariste. De Carlo ha
scritto la sua tesi di laurea sulle comunità
anarchiche in Spagna. "Mi interessava
la storia dell'anarchia e quella degli
esperimenti comunitari in varie parti
del mondo. In più mi sembrava che la guerra
civile spagnola fosse quasi sempre rappresentata
dal punto di vista dei comunisti, che
nei confronti degli anarchici avevano
avuto colpe terribili".
L'inquietudine
contro il potere
Hai
mai fatto attività politica, allora? E
oggi, pensi che un cittadino normale,
non politico di professione, abbia spazi
per un impegno politico in Italia? "Nel
1968, anche se ero molto giovane, avevo
capito subito che le mie simpatie erano
per gli anarchici, e che invece detestavo
i gruppi neostalinisti o neoleninisti
che si erano impadroniti del movimento
con la pretesa di "guidarlo". Ho raccontato
le mie sensazioni a proposito in Due di
due. Oggi non vedo molti spazi di impegno.
Ma un cittadino normale può sempre esprimere
le sue convinzioni attraverso il suo lavoro
e la sua vita privata, naturalmente".
Insomma, De Carlo non ama l'impegno diretto.
Ma nei suoi libri riesce a distruggere
con metodicità tutti i pilastri del potere:
dalla famiglia alla scuola, dalla coppia
al lavoro fisso, dalle istituzioni (politiche
e culturali) al denaro. I suoi personaggi
comunicano un'inquietudine esistenziale
che alla fine risulta più devastante di
un pamphlet politico. Insomma, se è lecito
un paragone, in lui c'è molto Albert Camus
e poco Jean Paul Sartre. L'unica volta
che De Carlo ha preso una posizione politica
diretta è stato per denunciare le ruberie
del Psi a Milano dieci anni fa, nel libro
Due di due. Ti pesa il non far parte di
una "parrocchia precisa"? "No, anche se
è molto comodo trovarsi una collocazione
giusta: si viene ripagati in termini di
consenso e di protezione. Però sono favori
da ripagare: facendo parte del gruppo,
mobilitandoti ogni volta che il partito
chiama. I miei primi due libri, Treno
di panna e Uccelli da gabbia e da voliera,
ebbero un grande successo di critica,
perfino preoccupante nella sua uniformità.
Macno invece fu bistrattato, però vendette
molto. Da allora, il successo di pubblico
mi ha messo al riparo dalla vulnerabilità
che invece può danneggiare molti scrittori".
In totale, De Carlo sta raggiungendo i
due milioni di copie vendute. Il penultimo
libro uscito nel 1999, Nel momento, è
arrivato a 350 mila copie. E anche Pura
vita si è installato immediatamente al
secondo posto in classifica, superato
solo da Andrea Camilleri. Oltre che best
seller, inoltre, i suoi sono anche long
seller: i lettori che lo scoprono tramite
i suoi ultimi libri vanno poi a comprarsi
anche i primi, che quindi continuano a
vendere. E gli permettono di essere uno
dei pochi romanzieri italiani che riescono
a vivere del proprio lavoro, senza dover
pietire collaborazioni ai giornali, sceneggiature
ai produttori di film o marchette televisive.
Molti dei suoi aficionados di oggi non
erano ancora nati ai tempi del suo debutto,
vent'anni fa. E oggi intrecciano con De
Carlo un dialogo diretto attraverso il
suo sito internet (www.andreadecarlo.net).
Per l'intellighenzia di sinistra De Carlo
ha l'imperdonabile colpa di essere riuscito
a tratteggiare magistralmente, tramite
l'odioso Polidori, protagonista di Tecniche
di seduzione, la figura dell'intellettuale
fintamente engagé, ma in realtà colluso
con il potere e dalla vita privata schifosetta:
sfruttatore di giovani "negri" sottopagati
che gli scrivono libri poi firmati da
lui, e ricattatore sessuale di belle studentesse
universitarie. In quello stesso libro
per pagine e pagine De Carlo ha messo
alla berlina i redattori del settimanale
Panorama. Un altro violento attacco al
sistema di potere buroculturale italiano
il romanziere lo ha sferrato qualche anno
fa in un convegno al Salone del libro
di Parigi: "Non è vero che l'Italia di
Tangentopoli sia rimasta vittima di un
piccolo gruppo di criminali", ha sostenuto,
"perché in realtà milioni di persone ne
furono direttamente complici. Il nostro
paese è stato stuprato e distrutto per
quarant'anni senza che si manifestasse
una vera opposizione politica. Il trasformismo
italiano ha delle capacità incredibili,
e i nostri connazionali si distinguono
per una viltà ignobile. L'opposizione
è stata sedicentemente rappresentata dal
Pci, ma gli intellettuali italiani sono
omertosi. Anche se non sono direttamente
responsabili dello sfacelo, sono conniventi".
È chiaro che con discorsi simili non si
ricevono critiche favorevoli sui giornali
del gruppo Espresso-Repubblica, non si
viene invitati ai festival dell'Unità,
non si vincono premi letterari, né si
diventa cocchi del regime.
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