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ECONOMIA
PUÒ FAR RIMA CON ETICA?
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Serge
Latouche
SÌ, LIBERANDO L'IMMAGINARIO
La
mondializzazione tecno-economica, vale
a dire l'emergere dominante delle imprese
transnazionali, la sconfitta della politica
e la minaccia di una tecnoscienza incontrollata,
trascina con sé quasi automaticamente
una crisi morale. Cause e conseguenze
della mondializzazione dei mercati, le
multinazionali si presentano come i "nuovi
signori del mondo". Si tratta di "dirigenti"
impreparati al loro nuovo ruolo, appena
coordinati da un sistema internazionale
incapace, che non si trovano ancora di
fronte né una società civile mondiale,
né significativi contropoteri. Il potere
finanziario dà loro i mezzi per comprare
e mettere al proprio servizio gli stati,
i partiti, le chiese, i sindacati, le
organizzazioni non governative (Ong),
i mass media, gli eserciti, le mafie,
e così via. Da ciò sorge la necessità
di "codici di buona condotta" che fondati
su una morale universale minima da definire,
s'impongano al comportamento di questi
giganti, nei rapporti tra loro stessi
e soprattutto verso gli altri. Cosi l'etica
continua ad apparire sempre di attualità.
Come aspirazione, nostalgia o necessità
è di moda. Cattedre universitarie e convegni
sul tema si moltiplicano e l'argomento
si vede trattato in tutte le salse: l'etica
nell'impresa, l'etica della vita politica,
le commissioni di etica, e così via. Solo
nei campus americani, più di 500 corsi
di etica (business ethics) sono proposti,
spesso sponsorizzati da grandi imprese.La
mondializzazione pone in termini nuovi
la questione dell'etica nel capitalismo
e l'antichissima questione dell'etica
in economia. La mondializzazione dell'economia
è di fatto la forma più spinta della economicizzazione
del mondo. Si tratta di far entrare nella
sfera dello scambio mercantile la totalità
della vita, senza restrizione alcuna di
spazi o di ambiti. La questione etica
dell'economia si riduce semplicemente
al sapere se l'economia sia una buona
cosa. Economia è vita economica, divisione
del lavoro, scambi nazionali e internazionali,
concorrenza e leggi di mercato, crescita
e sfruttamento illimitato delle risorse
naturali e delle capacità umane, o sviluppo
illimitato delle forze produttive, dell'accumalazione
del capitale, e avanti di questo passo.
Tutto ciò fa parte del "bene"? Si può
riassumere l'enorme letteratura su questo
argomento nella domanda: l'economia è
morale? Alla prima domanda la mia risposta
è: no. Viene allora la seconda: può diventarlo?
E su questo la mia risposta è: si. Ma
solo a certa condizioni... Perché l'economia
è immorale? Perché suscita, provoca o
favorisce quella che Hannah Arendt chiama
"la banalità del male". Come potrebbe
diventare (o ridiventare) morale? Ritornando
a essere "politica", cioè reintroducendo
il problema della giustizia nello scambio
economico, elemento centrale del rapporto
(o commercio) sociale, entro l'orizzonte
del bene comune. Se l'economia dominante
e il commercio mondializzato sono il luogo
per eccellenza dove si dispiega la "banalità
del male", per contro la dissidenza e
il mondo alternativo sono un laboratorio
di esperienze dove si verifica la riscoperta
dell'etica e della giustizia nel commercio
sociale. Gli interrogativi (o le questioni)
così sollevati sono di grande ampiezza,
sono quelli del Bene e del Male, della
giustizia e dell'ingiustizia, senza parlare
dei problemi terminologici (morale/etica/deontologia/equità/giustizia),
ma l'attualità spinge a riproporli.
L'immoralità
dell'economia
Per
capire questo giudizio di immoralità dell'economia,
bisogna ritornare all'antica "maledizione"
formulata contro di essa da Aristotele,
esaminare il tentativo di uscirne e analizzare
il fallimento di quel tentativo.
A.
La "maledizione" aristotelica
Si
sa che Aristotele (nonostante, alla sua
epoca, l'attività economica fosse ancora
allo stato embrionale) condanna con il
nome di "crematistica" quello che, per
noi, ne costituisce l'essenza, ossia la
ricerca del profitto grazie alle (e attraverso
le) relazioni commerciali. Il rapporto
di scambio naturale M-D-M (merce-denaro-merce),
ossia la vendita del surplus per acquistare
tutto ciò di cui abbiamo bisogno, si corrompe
in un rapporto di scambio D-M-D, che significa
acquistare ai prezzi più bassi possibili
per rivendere ai prezzi più alti possibili,
guadagnando denaro. Questo capovolgimento
gli sembrava condannabile a pieno titolo,
non solo come contrario alla natura, ma,
ancor più, come contrario alla civiltà.
Fare soldi con i soldi non solo è contrario
alla fertilità della specie, ma è anche
un obiettivo contrario al bene comune.
Un mondo di persone che guadagnano non
è compatibile con la cittadinanza, e lo
è ancora meno con l'isonomia (l'uguaglianza
cittadina) e, beninteso, con la giustizia.
Non c'è dubbio che il bene secondo Aristotele
non è il nostro. Noi non abbiamo più il
senso politico che fondava la sua etica.
Noi, in particolare, esigiamo una libertà
privata infinitamente maggiore. Tuttavia
l'ideale del bene comune e della giustizia
resta lo stesso.
B.
Il tentativo di uscirne
L'intero
problema della genesi della scienza economica
è stato quello di risolvere in qualche
modo la quadratura del cerchio: come riconciliare
la vita morale e la vita degli affari?
Si tratta di scongiurare la maledizione
che dopo Aristotele e San Tomaso d'Aquino
pesa in Occidente sul mondo economico.
La crisi scoppia nel diciassettesimo secolo
nell'ambito del mondo commerciale puritano
con Bernard de Mandeville e la sua celeberrima
Favola delle api. La prosperità e la virtù
per quest'autore sono rigorosamente incompatibili:
o l'alveare prospero ma avido o l'alveare
virtuoso ma povero. Come riuscire a scollegare
il business dalla morale? Questa è la
sfida che si pone alla nascente economia
politica. Adam Smith vi si dedicherà con
successo grazie a due artifizi: separare
arbitrariamente una sfera "privata", terreno
della vita morale, e una sfera economica
(è l'oggetto della Teoria dei sentimenti
morali del 1759) ed esonerare la sfera
economica dal sospetto di immoralità mostrando
che normalmente il perseguimento dell'interesse
personale genera il bene comune attraverso
la mano invisibile (è l'oggetto della
Ricchezza delle nazioni del 1776). Il
risultato mette capo in qualche modo all'inversione
dell'onere della prova e al rovesciamento
del peso del sospetto. Guadagnare denaro
mediante il commercio in senso ampio (comprese
l'industria e la speculazione) non ha
nulla di immorale salvo prova del contrario
(distorsione criminale, traffico notoriamente
disapprovato, inganno...). Così la giustizia
nello scambio e nel commercio è allo stesso
tempo affermata e messa fuori causa. Questa
doppia conclusione, contraddittoria perché
eccessiva, dà luogo a problema. Nondimeno,
sarà ulteriormente rafforzata con l'optimum
dei neo-classici.
C. Il fallimento del tentativo
I
due artifici del dispositivo smithiano
non reggono. La mondializzazione attuale,
rivelando e insediando in pieno l'onnimercatizzazione
del mondo, manda in pezzi la prima barriera.
La sfera mercantile conquista la vita
intima dell'uomo, come il premio Nobel
per l'economia Gary Becker pretende e
rivendica. Per altro verso, l'armonia
naturale degli interessi è un evento felice,
che si produce solo in contesti molto
particolari ma non è generalizzabile.
Comunque, l'intenzionalità (elemento essenziale
della vita morale nella concezione kantiana
e aristotelica) è messa fuori causa nel
gioco economico. Il paradosso della doppia
affermazione della neutralità e della
moralità dello scambio e della vita economica
rivela questo fallimento. Da un lato,
l'attività economica "normale" è detta
neutra quanto ai valori, poiché si tratta
di un'azione razionale. In perfetta coerenza
con questa visione, Milton Friedman dichiara
che l'unica responsabilità dell'impresa
consiste nell'"utilizzare le sue risorse
e nell'impegnarsi in attività destinate
ad aumentare i profitti, purché rispetti
le regole del gioco, cioè quelle di una
competizione aperta e libera senza imbrogli
né frodi". Massimizzando la propria ricchezza,
l'impresa massimizza il benessere sociale
di tutti. Se l'economia esce così dalla
morale, lo fa per meglio adempiere ai
suoi imperativi. In effetti, l'attività
economica è ritenuta allo stesso tempo
"buona", perché si afferma come "efficiente"
(di ciò si può discutere) e perché nella
società moderna, l'efficienza è identificata
con il Bene o almeno come condizione del
Bene, cioè "il più grande benessere per
il maggior numero", (Cesare Beccaria "la
massima felicità divisa dal massimo numero").
Come può essere insieme neutra e buona?
C'è in questo una strana confusione tra
giudizio di fatto e giudizio di valore.
Il pericolo della relazione economica
fondamentale D-M-D non risiede tanto nel
guadagno illecito o nell'ingiusta misura
degli uomini denunciati da Aristotele,
quanto nell'ineluttabile inclusione dell'uomo
e del mondo che occupano il cuore di tale
relazione nella M. In altre parole, si
tratta della strumentalizzazione dell'essere
umano e del mondo come cavie, o come merce.
Dipendente, utente, consumatore o materia
prima, l'uomo e il mondo sono inglobati
come ingranaggi e rotelle della megamacchina.
Ciò significa per l'uomo che la sua condizione
di cittadino e la sua umanità sono messe
fra parentesi, e, per la natura, la negazione
del suo insondabile mistero e l'oblio
della solidarietà cosmica. Dietro lo scambio
di merci vi sono sempre uomini che s'incontrano
e si misurano. Man mano che il denaro
penetra i pori della società, è l'etica,
la questione della giustizia nello scambio
e dunque nei rapporti tra gli uomini che
è eliminata. Di sicuro la nostra società
non è la prima né la sola a strumentalizzare
l'uomo e la natura. Le società del mondo
antico, con la schiavitù, spingevano la
questione ancora più lontano. In ogni
caso, avevano il "buon gusto" di classificare
lo schiavo al di fuori dell'umanità, fra
gli "strumenti". Aristotele precisa che
gli animali e gli schiavi non partecipano
alla philia che unisce i cittadini, anche
se raccomanda di trattarli bene. La megamacchina
moderna, grazie alla mediazione monetaria
e mercantile, generalizza sistematicamente
la trasformazione dell'uomo in rotella
o in materia prima. Diventando una tecnica
pura, l'economia partecipa all'universo
tecnico. La tecno-economia è la forma
nella quale si incarna al meglio l'immaginario
del progresso, oppure, se quest'ultimo
gioca un ruolo strutturante nella modernità,
contribuisce pienamente all'impostura
dell'efficienza. L'etica, allora, si trasforma
impercettibilmente. L'utile diventa il
criterio per eccellenza del buono, in
quanto il "ben-avere" misurabile è identificato
con il "ben-essere", forma sensibile della
fortuna. Ma l'utile è ciò che le tecniche
consentono di fabbricare o di applicare
e che l'economia permette di vendere.
E si assiste a uno slittamento surrettizio
dei valori. Emergono innanzitutto i valori
che la tecnoscienza può servire. Questi
vanno a prendere il posto dei vecchi valori,
si sostituiscono a loro o ne sovvertono
il contenuto dall'interno. Il danno finale
della strumentalizzazione monetaria e
mercantile altro non è che rimettere in
questione lo stesso uomo. Le possibilità
di migliorare la specie umana (l'umanità)
spettacolarmente aperte dalle più recenti
scoperte dell'ingegneria genetica e la
necessità di far fronte alle minacce che
la "megamacchina tecnico-scientifica"
fa gravare sull'ecosistema del pianeta,
hanno come esito finale le mutazioni che
toccano sempre più da vicino l'integrità
biologica e l'identità della specie umana.
Già adesso l'uomo è un animale manipolato,
tecnolocizzato che vive con un numero
sempre maggiore di protesi artificiali,
estranee al proprio corpo biologico. Il
più grande crimine contro la specie umana
non è forse quello di distruggerla, annientarla,
con il pretesto di farla "evolvere, progredire"?
L'universalismo dei valori svanisce davanti
alla logica amorale del "pensiero unico"
centrata sull'estensione a livello mondiale
dell'economia di mercato autoregolantesi,
che caratterizza l'attuale mondializzazione.
Il dominio della natura, compagno e complice
della ricerca del profitto ed elemento
centrale della modernità, è sicuramente
all'origine di questo tipo di strumentalizzazione
degli altri. Si comincia separando la
natura dal regno umano e, successivamente,
si scivola verso una naturalizzazione
dell'uomo. Una recente dichiarazione di
Ernest-Antoine Seillière,presidente del
Medef (la Confindustria francese), illustra
bene questa strumentalizzazione. "Ci sono
paesi senza sindacati, come gli Stati
Uniti o la Nuova Zelanda, dove si è riusciti
a trasformare il lavoro in merce. Non
è una stupidaggine, visti i risultati
ottenuti in tema di pieno impiego e di
crescita...". Da ciò, la quasi-impossibilità
di distinguere quello che appartiene all'economia
normale e all'economia criminale. Le frontiere
tra il lobbying e la corruzione, tra il
fiuto dell'abile speculatore e il delitto
del mafioso sono sempre più esigue, come
sono sempre più esigue le frontiere tra
salariato nel sud e schiavitù o tra turismo
divertente e turismo sessuale... "La finanza
moderna e la criminalità organizzata",
scrive Jean de Maillard (autore di Un
monde sans loi, 1998, e L'avenir du crime,1997),
"si rafforzano a vicenda. Entrambe hanno
bisogno per svilupparsi dell'abolizione
delle regolamentazioni e dei controlli
statali (...) Se non stiamo attenti, passeremo
progressivamente da un'economia con una
componente criminale a un'economia criminale".
Il clima di concorrenza esacerbata che
si sviluppa nella tarda società moderna
genera, d'altro canto, un'automutilazione
che acuisce la strumentalizzazione. La
sofferenza muta o inespressa dei "guerrieri
puritani" (paura della vergogna di non
corrispondere all'immagine del "combattente")
rende insensibili alla sofferenza degli
altri, in particolare a quella degli esclusi
dalla riconoscenza collegata al lavoro.
La strumentalizzazione di se stessi rende
insensibili alla, strumentalizzazione
del mondo e degli altri. "Non bisogna
escludere", scrive Hannah Arendt nel suo
libro La banalità del male, "che, se Adolf
Eichmann avesse potuto dire che non era
lui a organizzare i convogli che inviavano
gli ebrei ai forni crematori, ma un plotone
di computer obbediente agli ordini, non
gli si sarebbe mai stato chiesto di rispondere
delle sue azioni". La tecno-economia contribuisce
massicciamente alla banalità del male
in epoca moderna. Naturalmente, non sono
gli strumenti stessi, né il denaro in
sé a essere colpevoli. Un coltello può
tagliare del pane o può uccidere. Un raggio
laser può guidare un missile ma può anche
salvare un occhio. Il denaro permette
molte azioni utilissime. Tuttavia, non
è lo strumento né il denaro che costituiscono
la categoria pertinente. Le invenzioni
fanno la loro comparsa in seno a un'organizzazione
sociale: un laboratorio, una fabbrica,
una società e, infine, una megamacchina-universo
dominata dal mercato. La megamacchina
moderna è davvero particolare. Sarebbe
comunque eccessivo affermare che ignora
l'etica, che l'etica è scomparsa. In essa
regna un'etica, e anche molto pregnante,
ma di seconda categoria, un'etica tecnica.
Si tratta di un'etica che insiste sui
mezzi e non sul fine: si tratta del perfezionismo,
la ricerca dell'efficienza per l'efficienza.
Lo sviluppo dell'ingegneria genetica con
i semi transgenici costituisce un esempio
calzante di perfezionismo e di oblio dei
fini. Indipendentemente dall'innegabile
fascino della prodezza tecnoscientifica,
è difficile trovare in essa un obiettivo
diverso dal guadagno, attraverso questa
impresa. Non esiste alcuna differenza
di fondo fra la criminalità della scienza
hitleriana o staliniana e quella della
ricerca nei laboratori di Novartis, Nestlé,
Aventis o Monsanto (o Bayer o Rhone-Poulenc...)
gestita da quei bravi padri di famiglia
che Hannah Arendt definisce "filistei".
Ricordiamo che più di seimila studiosi
nazisti occupati nei laboratori segreti
della V2, utilizzando gli schiavi del
Reich, sono stati recuperati dagli americani,
dai sovietici, dagli inglesi e dai francesi.
Ne sono usciti a mani pulite, senza palesare
emozione alcuna. Il loro unico crimine
non era forse quello di aver svolto coscienziosamente
il loro compito? "Il principio che rende
gli uomini superflui come persone giuridiche,
morali e particolari", secondo Jean-François
Lyotard, "risiede negli atti stessi della
vita regolamentata e fa il vuoto negli
spiriti che essa amministra. Questo principio
si chiama Sviluppo. Si tratta di un'entità
non meno astratta della Natura o della
Storia, che massimizza l'effetto descritto
dalla Arendt: la messa in movimento, la
totale mobilitazione delle energie. Non
gli sono indispensabili né l'organizzazione
politica strutturata a livelli né l'uso
del terrore per infrangere la legalità
e il debito della nascita. Al contrario,
come Jünger sapeva dal 1930, la "legge"
dello sviluppo trova nella forma democratica
e nella gestione incessante della legalità,
ai fini del benessere, al tempo stesso
un mezzo e una maschera molto più potenti,
perché più accettabili dai "filistei",
rispetto all'organizzazione totalitaria
degli anni Trenta. La propaganda brutale
è discreta e lascia spazio all'inoffensiva
retorica dei media. E la mondializzazione
non si fa con la guerra, ma con la competizione
tecnologica, scientifica ed economica.
I nomi storici di questo totalitarismo
"bravo ragazzo" non sono più Stalingrado,
la Normandia, e meno ancora Auschwitz,
ma, piuttosto, l'indice Dow Jones a Wall
Street e l'indice Nikkei a Tokyo".
Come
potrebbe divenire morale?
La
risposta sta in due parole: mettendo l'etica
sull'etichetta. Cioè collocando il problema
dell'etica nello scambio mercantile nella
finalità del bene comune. C'è un paradosso
della giustizia nello scambio per l'economia
"normale". Lo scambio e i prezzi sono
quel che sono, ma per ciò stesso sono
giusti. Allo stesso tempo, la giustizia
viene in tal modo affermata ed eliminata.
Questo appare chiaramente nelle dichiarazioni
di Bernard Lavergne, che ben rappresentano
l'insieme della professione. Viene infatti
matematicamente dimostrato come l'equilibrio
generale dei prezzi nella pura teoria
corrisponda a una situazione ottimale.
"Il valore così ottenuto non soltanto
sarà il giusto prezzo", scrive Lavergne,
" ma non può neppure esserci altro giusto
prezzo che quello". Ma alla fine, elimina
la nozione stessa di "giusto prezzo":
"Siamo convinti che l'opinione pubblica
e il pensiero economico segnerebbero un
progresso reale se finalmente si decidessero
a escludere dal novero delle nozioni economiche
il concetto plurisecolare del giusto prezzo.
Concetto morale dai contorni necessariamente
imprecisi, tale nozione non ha alcun significato
scientifico". Di conseguenza, una volta
smantellati i monopoli e abolite le rendite
di posizioni abusive, se lo scambio mercantile
genera miseria e povertà, la causa sarà
necessariamente da ricercarsi nell'insufficiente
produttività delle vittime. Sicché non
rimane che ricorrere alla carità (privata,
se è possibile) per correggere quanto
può apparire come un insuccesso del mercato
(market failure) nei riguardi delle aspirazioni
umanitarie a una migliore suddivisione
della ricchezza. Ronald Reagan e Margaret
Thatcher hanno ampiamente fatto appello
alla generosità dei loro concittadini
per supplire alla soppressione del welfare
state. Le Ong caritatevoli sono invitate
a fare la stessa cosa a livello internazionale.
Secondo Friedrich Hayek ogni mediazione
politica dell'economia sarebbe fondamentalmente
immorale e ingiusta. Il pensiero unico
è riuscito a imporre l'idea che l'efficienza
ha il primato sulla giustizia e, in ogni
caso, la condiziona. Da questo punto di
vista la stessa teoria della giustizia
di John Rawls non sfugge del tutto allo
spirito del tempo, non più della filosofia
che ispira i vari governi socialisti europei.
Dal momento che si suppone che la questione
della giustizia nell'economia sia stata
regolata una volta per tutte, nessuno
osa più sollevare il problema. Bisogna
affermare alto e netto contro questo positivismo
amorale che il prezzo più giusto non è
necessariamente il giusto prezzo. Ricordiamolo
che i teologi scolastici definivano il
"giusto prezzo" quello che permetterebbe
a ciascuno di mantenere il proprio rango
grazie a un profitto ragionevole. Se ne
trova ancora l'eco nell'articolo 23 della
Dichiarazione dei diritti dell'Uomo: "Ogni
individuo che lavora ha diritto a una
remunerazione equa e soddisfacente che
assicuri a lui stesso e alla sua famiglia
un'esistenza conforme alla dignità umana
e integrata, se necessario, da altri mezzi
di protezione sociale". Si tratta di smascherare
il feticismo della merce, cioè di ritrovare
i rapporti tra gli uomini mascherati dai
rapporti tra le cose. Il commercio equo
e solidale coi suoi tre termini (commercio,
equo, solidale) evidenzia tutta una serie
di problemi teorici e pratici, alcuni
dei quali hanno antichi e profondi legami
con la storia e la filosofia. L'aggettivo
"solidale" rimanda al concetto di carità
e a tutta una tradizione cristiana (anche
se in seguito laicizzata con il solidarismo),
l'"equo" alla giustizia e il termine "commercio",
naturalmente, all'economia. "Trade, not
aid" (commercio, non aiuto) martellava,
con successo, il presidente Bill Clinton
nel suo giro africano per giustificare
la spilorceria dei doni ufficiali americani
e al contempo opporre alla pratica europea
del dono e dell'assistenza un approccio
più realistico in una economia mondializzata.
È vero che il rapporto mercantile sembra
riconoscere nell'altro un partner commerciale
a pieno titolo, costituendo così in un
certo qual modo il versante economico
del faccia a faccia democratico, mentre
invece l'aiuto non è esente da paternalismo
e da corruzione. Lo slogan "Trade, not
aid" ne riecheggia un altro: "Giustizia,
non carità!" Secondo il pensiero unico
l'economia di mercato sarebbe di per sé
portatrice di giustizia. È risaputo come
i filosofi anglosassoni siano inesauribili
sulla questione della giustizia. Nondimeno,
allorché il dipartimento di stato riprende
tale tema, ben si percepisce che "justice"
significa soprattutto "just us" (soltanto
noi). Si può veramente considerare conforme
alla giustizia il fatto che le diseguaglianze
diventino sempre più vistose, al punto
che, secondo le statistiche del Programma
delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, nel
1999, il prodotto dell'intera Africa,
con i suoi 700 milioni di abitanti, pesa
meno di quello del Belgio e della somma
delle quindici più grandi fortune mondiali?
È incontestabile che esigere un fair trade,
cioè un commercio veramente equo e leale,
molto meglio di tutto l'aiuto e di tutta
l'assistenza con le sue conseguenze perverse.
Dietro lo scambio di merci vi sono sempre
uomini che s'incontrano e si misurano.
Tale incontro non è necessariamente uno
scontro se i protagonisti hanno degli
statuti fissati e riconosciuti. In queste
condizioni, lo scambio equo sarà quello
che assicura a ciascuno la persistenza
e la riproduzione del proprio statuto.
In altre parole, allorché l'architetto
si misura con il falegname nello scambio,
il rapporto tra il prezzo di un preventivo
che rappresenta un'ora di lavoro e quello
di un mobile che rappresenta un tempo
eguale, dev'essere tale da permettere
al falegname di continuare a vivere come
falegname e all'architetto come architetto.
Se gli statuti non sono garantiti e riconosciuti,
lo scambio può trasformarsi in scontro
e in tal caso viene richiesto l'intervento
deliberativo del gruppo. Allora il feticismo
della merce è smascherato. La trasparenza
del rapporto sociale (architetto/falegname)
è mediata dalla società. Riaffiora così
l'intuizione, purtroppo corrotta in seguito
dall'economicismo, dei primi socialisti.
Scriveva Pierre Leroux: "Non è possibile
dissociare la politica e la scienza sociale
nella sua totalità, così come non si può
fondare una scienza economica al di fuori
di ogni problematica politica". Ciascuno
ha diritto alla sua parte di dignità,
che il mercato gli rifiuta. Viceversa,
esistono scarse possibilità che un'assemblea
democratica ratifichi degli "accordi"
come quello che presiede ai destini della
grande famiglia Disney, dove l'ora del
presidente Michaël Eisner viene valutata
1.385.000 volte più di quella del suo
fratello birmano che fabbrica le T-shirts
"Mickey and Co"! Dovrebbe essere considerato
indecente in qualsivoglia istanza umana
sbandierare pretese simili. Evidentemente,
la trasposizione a livello di rapporti
e di scambi economici mondiali non è semplice.
Comprare del caffè etichettato "Max Havelaar"
o "Transfair" piuttosto che una marca
del grande commercio ordinario è un atto
civico. Scegliere un acquisto equo piuttosto
che lasciarsi vendere un prodotto non
equo al prezzo di mercato, equivale ad
affermare la mediazione politica nello
scambio commerciale; equivale dunque ad
affermare la solidarietà con partner lontani
e sconosciuti senza negarne l'esistenza
né essere indifferenti alla loro sorte.
Purtroppo non è facile per il consumatore
comportarsi da cittadino, e questo sia
soggettivamente sia oggettivamente. Soggettivamente,
perché, attraverso la pubblicità e le
sollecitazioni della grande distribuzione,
quasi totale è la manipolazione dei gusti
e dei desideri dei suddetti consumatori.
Oggettivamente, perché, anche se fosse
deciso ad adottare un comportamento civico,
il nostro consumatore non avrebbe scelta.
Comprare ecologicamente, politicamente
ed eticamente corretto, rientra per lo
più nel campo della militanza e dell'eroismo,
senza una vera garanzia di risultato.
Per la maggior parte dei prodotti non
esiste possibilità di scelta. Dove trovare
la macchina equa, il frigorifero etico,
la lavatrice solidale? Già ci consideriamo
fortunati se arriviamo a procurarci un
abito che non sia confezionato in una
sorta di penitenziario per donne del Sud-Est
asiatico... Diamo davvero il nostro voto
per la schiavitù dei bambini pakistani
quando compriamo un paio di scarpe di
una grande marca transnazionale? È difficile
immaginare di poter "fare società" con
il piantatore di canna da zucchero o di
caffè venezuelano, con il senegalese che
coltiva l'ibisco, o con il contadino del
Camerun produttore di banane oppure con
l'artigiano quechua. Non esiste una società
mondiale, non è sicuro che ce ne sia mai
stata una e neppure che ciò sia augurabile.
È possibile misurarsi soltanto con i propri
vicini e lo scambio sociale è necessariamente
locale, anche se il sito può, entro certi
limiti, essere virtuale. I principali
problemi provengono dal fatto che non
ci sono più delle vere e proprie società
locali. E non esistono più molto semplicemente
perché le abbiamo distrutte e continuiamo
a farlo. La questione non si risolve automaticamente
anche se, per miracolo, i nostri fornitori
del Sud vendessero la loro produzione
all'ufficio acquisti di Artisans du monde.
In che modo "fare società" con i nostri
partner? Come non essere partecipi del
movimento di distruzione dei vincoli sociali,
fonte ultima dell'impoverimento economico?
E come non essere complici di fatto dell'immane
bazar mondiale? È questa la grande sfida
del commercio equo. In un certo qual modo
esso dovrebbe avere come obiettivo la
propria distruzione, nel senso che il
suo compito sarebbe quello di contribuire
alla ricostruzione delle società del sud,
ormai andate in frantumi e, per esempio,
d'incoraggiare la riconversione delle
colture speculative consegnate al commercio
mondiale nelle colture alimentari necessarie
al sostentamento delle popolazioni locali
affamate. Del pari, tale sfida dovrebbe
convincere l'artigiano a rispondere ai
bisogni di una clientela a lui prossima
invece di esportare paccottiglia per occidentali
in vena di esotismo. La questione è evidentemente
delicata e non può essere risolta in modo
dogmatico dall'oggi al domani. Ma questa
non è una ragione per non affrontarla.
Qui la giustizia è indissociabile dalla
solidarietà: va al di là del problema
del prezzo, e concerne il bene comune.
Il giusto rapporto di scambio va ricercato
pensando che noi facciamo società con
i nostri partner e che i loro problemi
sono anche i nostri, e viceversa. La riflessione
sulla giustizia nello scambio, pur se
non offre una soluzione immediata, deve
tuttavia costituire una guida per l'azione.
Per farla breve, si può illustrare l'opposizione
del punto di vista della giustizia e quello
del pensiero unico attraverso due prese
di posizioni caricaturali apparse sul
quotidiano Le Monde, quella di Pierre
Georges e quella di Pascal Salin. Il primo
nei Golden cadres (Le Monde, 10 settembre
1999): "Il lavoro d'un uomo, padrone o
quadro, vale per competenza o capacità
tredicimila volte di più che il lavoro
d'un altro uomo? ... Il denaro rende folli...
Ed ecco che il capitalismo, divenuto completamente
folle, costruisce nella dismisura, nell'indecenza,
nell'incoscienza e nel cinismo la fortezza
dei benestanti... scavando all'interno
delle imprese una società a due velocità,
a due universi, gli azionisti e gli altri,
gli speculatori e i salariati di base".
E dice la seconda : "facciamo un esempio
semplice: chi oserà pretendere che è moralmente
giustificato prendere a un uomo che lavora
coraggiosamente per dare a un poltrone?
(...) In una società fondata sul libero
scambio, colui che possiede è colui che
ha creato più valore per gli altri". Esempio
semplice davvero!
Decolonizziamo
il nostro immaginario
Certo,
non si rifarà il mondo dall'oggi al domani
e neppure si cancellerà con un tratto
di penna la manipolazione delle potenze
economiche di cui è impossibile misconoscere
il peso e che bisogna ben guardarsi dal
sottovalutare. Nondimeno, l'obiettivo
è proprio quello di rifare il mondo e
il mezzo è proprio quello di contrastare
la manipolazione e il lavaggio del cervello
a cui siamo sottoposti. È tempo ormai
di cominciare a decolonizzare il nostro
immaginario. È necessario avere come orizzonte
questo ambizioso obiettivo unitamente
all'ideale di un giusto scambio, vale
a dire di economie e di mercati mediati
dal sociale o dal politico. Se si pensa
che il giusto, l'equo, il bene non sono
eterni e trascendenti rispetto alla società
umana nel loro specifico contenuto, ma
sono delle aspirazioni universalmente
condivise, allora dobbiamo pronunciarci
esplicitamente e concretamente su ciò
che è legittimo e su ciò che non lo è
nelle relazioni sociali e negli scambi
economici. Ma, ovviamente, bisogna che
sia riconosciuta l'umanità della controparte,
sia pur essa all'altro capo del pianeta.
Ma dibattere tali questioni equivale a
riconoscere implicitamente che esiste
un'istanza superiore persino alla legge
economica. E questa istanza, chiamata
a pronunciarsi sul giusto, sul legittimo
e infine a legiferare, può soltanto essere
la società. Anche le cosiddette "leggi
economiche" devono essere in ultima analisi
ratificate in modo implicito o esplicito
da un'autorità politica.
Luciano
Lanza
NO. È SOLTANTO UN'ILLUSIONE
Andiamo
al cuore del problema: ritengo impossibile
coniugare l'economia con l'etica. Vale
a dire: far funzionare questa economia
secondo principi etici. Tutto quello che
si può fare, ed è già molto vista l'attuale
situazione, è inserire correttivi che
attenuino gli aspetti più sgradevoli.
Questi correttivi possono operare soltanto
sulla superficie dei rapporti economici,
ma non modificarli nella sostanza . È
quanto fanno, per esempio, i fondi etici
e le banche etiche. Chi acquista quote
di questi fondi si accontenta di un rendimento
inferiore a quello che danno altri fondi,
ma in compenso sa che non vengono fatti
investimenti in società che producono
armi, che non sfruttano bambini del terzo
mondo e così via. Discorso analogo per
le banche etiche: si accetta un tasso
leggermente inferiore a quello che danno
le normali banche, ma in compenso si sa
che il denaro viene prestato a cooperative
con finalità socialmente apprezzabili,
oppure ad aziende che operano in modo
"politicamente e socialmente corretto"
e altri casi di questo genere. Non è poco
e non va certo sottovalutato. Anzi. Allo
stesso modo importante non acquistare
prodotti di multinazionali o di società
che razziano il sud del mondo o schiavizzano
intere popolazioni, o sfruttano e desertificano
intere regioni. Tutto giusto, ci mancherebbe
altro. Ma il problema, purtroppo, non
si esaurisce qui. Seguendo quella via
mitighiamo gli aspetti più bestiali del
capitalismo, puniamo, almeno simbolicamente,
delle imprese "criminali" che le attuali
legislazioni non perseguono, ma non incidiamo
certo sulla natura, sulla dinamica, sull'immaginario
profondo dell'economico. Cioè quel "motore"
che spinge l'uomo a comportarsi in modo
contrario all'etica. Appunto.
Quella
strana creazione
La
società nella quale viviamo ha una centralità
che tutti conosciamo: l'economia. Una
centralità che si manifesta compiutamente
nell'era modernità. Nel momento in cui
Adam Smith teorizza il mercato autoregolato
viene istituzionalizzata una rottura nell'immaginario
sociale: si definisce, anche a livello
teorico, che i rapporti sociali interagiscono
in una nuova dimensione. Intendiamoci:
Smith sancisce a livello teorico ciò che
le pratiche socio-commerciali hanno già
codificato nel corso degli ultimi secoli.
Un lungo processo di accumulazione di
significanti dell'economico che produce
una creazione storico-sociale (come direbbe
Cornelius Castoriadis). È a partire dal
1000-1100 che gli "uomini d'affari italiani
del medioevo" (tanto per citare il titolo
di uno stupendo saggio di Yves Renouard)
dispongono su uno scacchiere fatto di
traffici, di accordi, di contratti e di
saccheggi, giorno dopo giorno, i segni
dell'economico. Cioè mettono insieme pratiche
commerciali e relativi documenti che concorrono
a definire una nuova rappresentazione
del mondo. Per esempio, nel 1253 (ne abbiamo
notizia in un atto notarile), assistiamo
a una rottura nella rappresentazione medioevale
del mondo. Che cosa è successo? È stato
stipulato un contratto in cui qualcuno
si impegna a pagare una certa somma su
una piazza diversa da quella in cui si
è stabilito l'accordo: una lettera di
cambio. I traffici hanno spezzato i vincoli
del borgo. I "Lombards", mercanti e finanzieri
italiani così chiamati in Inghilterra
anche se prevalentemente fiorentini, hanno
destrutturato un modo di autorappresentarsi
dell'uomo medioevale (meglio sarebbe dire
di élite) e l'hanno immesso, sostanzialmente
e in anticipo sui tempi, nella modernità,
contrassegnata dall'economico. Tutto questo
ha un significato preciso, storicamente
e socialmente determinante. È la rivoluzione
del mercato. Da quel momento il mercato
acquisisce una rilevanza sociale enorme:
si trasferisce dalla periferia al centro
della società.Questa dislocazione non
è soltanto il perfezionamento, il punto
di arrivo di un percorso, come detto prima,
durato secoli, rappresenta anche la trasformazione
di un aspetto rilevante della società.
La società premoderna, infatti, si è sempre
tutelata contro il mercato. Molto spesso
lo ha collocato socialmente e geograficamente
all'esterno del villaggio. Quasi a volersi
difendere dalle dinamiche dirompenti di
quella forma economica che non è solo
uno strumento di allocazione di beni.
È qualcosa di più importante. È un modo
di esistere e di rapportarsi con gli altri.
In definitiva, è un modo di pensare la
società. E infatti il processo di autonomizzazione
dell'economico ha determinato (e determina
continuamente) un agire dell'uomo che
non può prescindere dai dettami fondamentali
dell'economia: il massimo dei risultati
con il minimo sforzo (o costo). Vale a
dire che la regola del profitto è momento
ineludibile perché ha assunto una centralità
e una "sacralità" indiscutibili. E la
particolare razionalità dell'economia
spinge all'accrescimento dei profitti
che non sono soltanto fonte di arricchimento
per manager e azionisti, ma anche, direi
soprattutto, elemento di potere sociale.Un
maledetto rompicapo Il fatto è divenuto
ancor più evidente in questi ultimi decenni
di strapotere delle transnazionali capaci
di condizionare, perfino di sostituirsi,
al potere politico. Insomma, la situazione
non sembra certo delle più favorevoli
per far assumere all'economia percorsi
etici. Anche perché l'economia è un vero
rompicapo. Tutti i suoi elementi costitutivi,
con il passare degli anni, si dissolvono,
si inaridiscono eppure il procedere dell'immaginario
economico e, ovviamente, del fattuale
procedono imperiosi senza conoscere alcun
cedimento. Qualche esempio. L'economia
del mercato autoregolato, quella che ci
viene propinata quotidianamente come la
realtà nella quale viviamo (soprattutto
oggi in una fase di neoliberismo sfrenato
e brutale) trova la sua ragion d'essere
e di svilupparsi nella teoria dell'equilibrio.
Il massimo cantore di questa visione del
mondo è stato Leon Walras con la sua teoria
dell'equilibrio generale. Ebbene tutti
noi constatiamo che il capitalismo, la
forma realizzata dell'economico, vive
in una successione di squilibri, con aggiustamenti
progressivi al rialzo e al ribasso. Ma
questo non intacca minimamente il fatto
che la costruzione non crolli, anzi sembra
mostrare una forza sempre più insospettata.
E cosa dire del fatto che fino a un momento
fa tutti gli economisti concordavano e
giuravano che questo era il migliore dei
"mondi economici possibili" perché attraverso
il mercato si operavano soltanto scelte
razionali? Con ovvio corollario di una
apposita teoria che spiegava questa razionalità.
In pratica, si sosteneva che l'efficienza
(soprattutto dei mercati finanziari, ma
anche quelli dei beni e dei servizi) era
connaturata al modo di agire degli operatori
sul mercato. Questi utilizzerebbero in
maniera razionale le informazioni che
il mercato stesso fornisce, quindi tutti
i soggetti attivi nel "tempio dello scambio"
non possono che agire razionalmente. Una
solenne panzana. Però ha funzionato come
elemento costitutivo di un credo capace
di occultare le distonie tra realtà e
rappresentazione teorica della realtà.
Oggi, nel momento in cui non è più possibile
occultare il fatto che le scelte dei soggetti
operanti sul mercato rispondono a logiche
che nulla hanno a che fare con la razionalità,
assistiamo a una correzione di rotta che
dovrebbe essere deflagrante, ma tale non
è. In pratica, molto banalmente, si riconosce
che esiste una "presunzione di razionalità"
fondata su elementi completamente irrazionali:
sovrastima delle proprie capacità decisionali,
aspettative non fondate su analisi ma
su desideri, infine senso di appartenenza
a una determinata "comunità" con sue regole
e stili precisi capaci di determinare
il cosiddetto "effetto gregge". Per esempio,
se un autorevole esponente della comunità
vende è razionale vendere. La scelta si
rivelerà infondata? Non è importante,
perché quasi tutti avranno agito in quel
modo. E alle eventuali "pecore nere" (quelli
che non si sono accodati) non verrà riconosciuto
alcuno status sociale, se non quello di
perturbatore dei mercati. Negli Stati
Uniti queste teorie si stanno sempre più
perfezionando, ma non minano certo l'economico:
servono unicamente a rafforzarlo. Che
il mercato operi per emozioni e non in
base a decisioni razionali, non fa affatto
cadere il marchingegno (a tale proposito
si veda il saggio di Cornelius Castoriadis
in questo stesso numero di Libertaria).
E lo sappiamo bene: ci vorrebbe più che
una discrepanza teorica, anche se qui
la teoria, poi, si riveste, di tragica
realtà. Verrebbe da ridere, infatti, se
la realtà prodotta da quelle decisioni
emozionali non avesse, per esempio, devastato
finanziariamente qualche paese emergente,
con conseguente chiusura di aziende, aumento
della disoccupazione e del debito nazionale,
fiorire di piccola delinquenza per sopperire
ai mancati redditi e così via. Altro elemento
dell'economico andato in pezzi senza conseguenze
e già da tempo: il valore. La definizione
del valore di un bene o di un servizio
ha occupato due secoli di analisi, dibattiti,
controversie senza approdare a nulla di
significativo e, soprattutto, di significante
per la "valorizzazione" della teoria economica.
Alla fine con disincantata ironia John
Kenneth Galbraith nel 1988 (in Storia
dell'economia) prendeva atto di un fatto
ormai chiaro: "L'ottica classica dei manuali
di economia subirà negli anni a venire
un colpo che è evidente anche oggi ma
che si tende a ignorare. Questo colpo
sarà inferto alla preoccupazione tradizionale
dell'economia per il valore e per la distribuzione,
per come si determinano i prezzi di beni
e servizi e per come si divide il reddito
risultante. I determinanti dei prezzi
dei singoli prodotti, in quanto distinti
dalle variazioni dei prezzi in generale
(...), hanno già perso in misura considerevole
interesse e importanza". Galbraith redigeva
una sorta di constatazione notarile di
morte di un cardine dell'economico e,
per sovrappeso, vi aggiungeva una notazione
ironica: "In futuro l'economista interessato
in modo troppo esclusivo a quella che
in passato è stata chiamata teoria del
prezzo si contrarrà in effetti a una statura
pubblica non superiore a quella del dentista
di Keynes" Galbraith nell'indicare un
nuovo "disincanto" dell'economico trascura,
volutamente, un elemento: il problema
del valore ha occupato tonnellate di pagine
perché questo doveva giustificare "moralmente"
il prezzo. Una giustificazione indiretta,
è ovvio, ma il carattere etico (e qui
torniamo nel vivo del problema) è chiaramente
intuibile, dietro le dissertazioni accademiche
"laiche". Se il valore ha una definizione
scientifica e razionale si ha la chiave
per attribuirealle materie prime e al
lavoro incorporato nel prodotto finito
le loro proporzionalità. Il valore a quel
punto può definire il "giusto prezzo".
L'etica, qualora lo si volesse, potrebbe
trionfalmente fare il suo ingresso nell'economia.
Ci sarebbe lo strumento per separare il
giusto dall'ingiusto. Per separare, dunque,
i giusti mercanti (meritevoli del regno
dei cieli) dagli ingiusti che vogliono
arricchirsi oltre la misura equa (condannati
alle fiamme eterne). Ma questa visione
(un po' forzata, lo ammetto, ma non lontanissima
da un certo sentire tra i "riformatori
etici" dell'economia) è totalmente fuori
dalla realtà. Perché, diciamola tutta,
in un'economia di scambio non esiste il
giusto prezzo, così come è un esercizio
privo di senso la definizione del valore.
Un
vicolo cieco
L'economia
può perdere parti consistenti della sua
teorizzazione senza subire gravi contraccolpi,
perché si fonda su un agire che può prescindere
dalla teoria. Un agire che ha un fondamento
solido e, apparentemente, inespugnabile:
l'uomo. Perché l'economico è soprattutto
una "categoria dello spirito" sedimentata
nell'uomo attraverso quel percorso secolare
a cui ho brevemente accennato prima. I
teorici, gli economisti, hanno dato una
rappresentazione dell'homo oeconomicus,
ma non l'hanno esaurito in tutta la sua
immagine, tant'è che le teorie devono
mutareper adeguarsi alla realtà (cioè
la complessità dell'uomo). Da qui l'inossidabilità
dell'economico rispetto alle sue descrizioni
teoriche. È l'agire (dunque il pensare)
economicamente a esaurire la socialità.
Le formulazioni teoriche possono decadere:
non sono altro che tentativi di descrivere
una realtà in continua trasformazione,
eppure sempre uguale nella sua essenza.
Questa essenza, questa centralità è l'uomo:
da qui l'affermazione di prima sull'economico
come categoria dello spirito. Con un elemento
in più. Fondamentale. L'autonomizzazione
dell'economico si snoda attraverso percorsi
obbligati, pur con un numero elevato di
varianti. Tutte, però, all'interno dello
stesso segno, dello stesso universo simbolico.
L'operatore economico, quindi, ha "libero
arbitrio", ma la strada principale è già
tracciata. E più che di strada, dovremmo
parlare di vicolo cieco. Sbarrato da un
muro contro cui si infrangono i "buoni
propositi" di un'economia etica. Tra questi
buoni propositi c'è stata (c'è ancora,
purtroppo) l'esaltazione del valore d'uso
rispetto al valore di scambio. A parte
la critica già accennata al concetto di
valore, dovrebbe essere ormai pacifico
che il valore (elemento soggettivo per
eccellenza) non ha rilevanza sociale,
non serve a demistificare il valore di
scambio. È una "simpatica" credenza e
speranza in un mondo migliore. Tutto qui.
Il discorso si fa disperato e disperante.
Nella società globalizzata il semplice
atto dell'acquisto non sta più solo a
designare il trasferimento di un bene.
Sempre più spesso l'oggetto acquistato
rappresenta l'appropriazione di un'identità.
Il "marchio" definisce un'appartenenza,
una soggettività definita da un bene con
particolari connotazioni. In un certo
senso, siamo arrivati al culmine della
contraddizione economica (già definita
irrisolvibile dal buon vecchio Pierre-Joseph
Proudhon) in cui ha immesso la modernità.
L'aver "estratto" i rapporti economici
dalla dimensione rituale, religiosa, parentale,
clanica e così via, ha aperto la strada
verso la liberazione dell'uomo dalle "superstizioni"
tipiche della società premoderna, lo ha
portato a mettere in discussione l'assetto
della società. In sostanza, ha creato
quell'ambiente dinamico che di eresia
in eresia ha contribuito a pensare anche
l'anarchia. Certo, non è solo l'economico
che produce questa rivoluzione, ma sicuramente
vi gioca un ruolo preminente. E contraddizione
nella contraddizione: è l'economico a
produrre la "nuova grande schiavitù" nella
quale siamo immersi. E allora come la
mettiamo con l'etica? Coniugare i due
termini è impossibile, possiamo solo avvicinarli
per brevi tratti. Ma non tutto è perduto.
Solo dobbiamo imboccare un percorso di
aggiramento, riconoscendo che non possiamo
eludere l'autonomizzazione dell'economico
con "tanta buona volontà". No, qui dovrebbe
entrare in gioco lo spiazzamento, promuovendo
e accumulando transazioni al di fuori
dell'economico. Affiancando alle regole
di funzionamento dell'economia, regole
di funzionamento della socialità. In pratica,
sostenere apertamente la possibilità di
affiancare alla "razionalità" dell'economico
l'"irrazionalità" della socialità.Parole
senza senso? Può darsi. Però potrebbe
essere un modo utopistico (e non sarò
certo io a dare valenza negativa al termine)
per poter ridefinire la collocazione dell'economia
nella società. Per ridurre sempre più
la sua centralità. Un percorso incredibile.
E infatti pochissimi ci credono. Almeno
per il momento…
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