G8: IL VERO POTERE È ALTROVE
di Rodrigo Andrea Rivas

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Nulla dovrebbe essere più facile che indirizzare tutte le batterie contro la riunione del G8 a Genova. Anche perché, seguendo il vecchio adagio in base al quale "chi ruba a un ladro ha cent'anni di perdono", non sarebbe nemmeno peccaminoso. Bisogna certamente urlarne in faccia lo sdegno, usare la loro tribuna per porre una serie di rivendicazioni che risultano care all'insieme del genere umano. Ma, limitarsi a caricare la responsabilità di tutto quanto accade solo sui personaggi convenuti e sulla loro più o meno nutrita corte di consulenti e guardaspalle, caricare cioè tutto su di una classe dirigente latitante o (a essere generosi) lassista, costituisce a mio parere un errore politico. Quindi da evitare. Perché non ci si può limitare a un compito di pura denuncia e non ci si può autolimitare a denunciare solo questi personaggi, che pure se lo meritano. In verità, come dovremmo sapere bene, nel corso delle ultime decadi la congiunzione tra la globalizzazione e il lassismo dei dirigenti politici, e cioè proprio di questi personaggi che si ritrovano a Genova (o dei loro progenitori putativi, comunque non diversissimi), ha favorito una profonda mutazione del potere. Oggi, per quanto questi signori facciano i pavoni e posino per mille fotografie commemorative, i veri amministratori del mondo non sono solo loro. Gli amministratori non sono quelli che detengono le parvenze del potere politico, e cioè George Bush & Co, ma quelli che controllano i mercati finanziari, i gruppi mediatici planetari, le autostrade delle comunicazioni, le industrie informatiche e le tecnologie genetiche. D'altronde, basta osservare con un minimo di serietà: a nessuno potrà mai passare per la testa che Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Umberto Bossi e Pier Ferdinando Casini, pur vincitori delle elezioni italiane, siano diventati solo per ciò importanti al punto di poter dire una parola significativa sui destini dell'umanità. Non vanno sopravvalutati. E cioè, non ci si deve nemmeno sopravvalutare.

Una risata vi seppellirà

Dico ciò non per amore provocatorio ma perché leggo una serie di benintenzionate dichiarazioni su ciò che il G8 dovrebbe fare o, detto in altro modo, su ciò che dovrebbe costituire la sua agenda. In queste dichiarazioni si parla, per esempio, della salute degli abitanti del pianeta, di sviluppo sostenibile, di cambiamenti climatici, d'investimenti e agenzie di credito all'esportazione, di sicurezza nucleare e così via. Tutte preoccupazioni assai lodevoli. Ma, se davvero gli "otto" si occupassero di tutto ciò, se decidessero su tutto ciò, non solo sarebbero i dominatori del mondo, assunto che ho testé negato perché mi appare piuttosto evidente, ma oltretutto (anche in funzione della nostra stessa investitura) sarebbero autorizzati a esercitare una funzione di governo planetario. Viceversa, almeno per quanto mi riguarda, il primo punto è proprio che nulla li autorizza a prendere decisioni sullo stato del mondo, compito per il quale esistono altri luoghi deputati. Nulla li autorizza a farlo, se non la forza. Il che non è poco. Ma credo sia meglio chiamare le cose con il loro vero nome. In questo caso la parola italiana è "forza". E quindi penso che, Cgil-Cisl-Uil, le Acli, le reti più o meno diffuse o i vari ambientalisti dovrebbero dire che gli "otto" devono parlare della salute degli abitanti del pianeta, di sviluppo sostenibile, e di tutti gli altri nobili temi da loro enumerati, perché hanno la forza sia per parlarne sia per imporre le loro decisioni. E cioè, anche se non si deve dire, che devono parlarne e decidere perché i nove decimi della popolazione mondiale devono subire le loro discussioni e decisioni. Da questo punto di vista mi permetto solo di aggiungere che forse non aveva tutti i torti Leopold Senghor, poeta, presidente senegalese e padre della negritudine, quando esordiva immancabilmente i suoi discorsi, all'Assemblea nazionale francese o all'Internazionale socialista, affermando: " Voi occidentali siete veramente curiosi. Curiosi come forma di ragionare voglio dire". Appunto. In altre epoche storiche qualcuno avrebbe potuto aggiungere: "sarà una risata che vi seppellirà".

Giocatori di tresette

In verità, l'analisi concreta delle agende delle riunioni del G8, dimostra che questi signori discutono su tutto: il clima, le finanze, il commercio, i Balcani, la pirateria informatica, il debito estero dei paesi del terzo mondo... E che decidono, esclusivamente, su ciò che a loro interessa in quel momento, e cioè sulle loro priorità del momento. Perché sembra scontato ricordare che decisioni sono anche quelle che non ci piacciono, come lo sono anche quelle non prese, quelle della serie "non diremo nulla su questo tema perché potremmo andare incontro alla pesante sanzione dei mercati che, in ultima analisi, saranno quelli che decideranno". Il peggio, forse, è che davanti a queste sciocchezze c'è pure chi ci costruisce un'analisi. Analizzate da un marziano, le agende dei vari G8 probabilmente sembrerebbero qualcosa di molto simile a una sorta di club di vecchie signore o a un bar sport di pensionati che, invece di dedicarsi alle nobili arti della calza o del tresette, tessono e giocano sulla cartina del pianeta: "qua facciamo una tempesta sul deserto", "là un intervento umanitario" o, variante recente, "un bombardamento umanitario", "a Est possiamo dare spazio ai nostri proconsoli", "a Ovest la parola d'ordine è trade, not aid", e via banalizzando. Tuttavia, da terricolo, è giocoforza constatare che queste "banalità" producono risultati, perché le idee (o i vuoti d'idee) hanno sempre prodotto risultati. Quindi anche da Genova escono dei risultati. Ma ciò non perché c'è una sorta di programma (cosa mai successa, in nessun vertice), anche perché il G8 non viene convocato per discutere di qualcosa di programmato o di lungo respiro. D'altronde, e non è solo per la portata dei personaggi, riesce difficile immaginarsi Bush o Berlusconi che dissertano e decidono fondatamente in un paio di giorni su tassi d'interesse, manovre correttive planetarie, surplus o disavanzi delle bilance di pagamenti, scambi commerciali globali, movimenti finanziari, mappa e brevettazione del genoma umano, politica dei farmaci, effetto serra e surriscaldamento del clima, clorofluorocarburi, ozono e così via. Il G8 è essenzialmente un evento mediatico (e se nessuno lo seguisse non servirebbe a nulla, ma non possiamo esimerci perché i media ci saranno comunque), che serve-vuole-deve semplicemente dare continuità formale a una sorta d'ombrello o consiglio di controllo planetario sotto la cui supervisione funziona davvero il governo, e cioè una sorta di direttorio mondiale messo in piedi da tempo. Un governo reale (quindi anzitutto permanente) del mondo. Va detto subito, per dirla alla Jannacci, che se in quei giorni qualcuno li sentirà parlare di grandi principi, sarà meglio pensare subito ai dané. Anche perché, se quelli del G8 sono stati quanto meno eletti per governare i loro otto paesi (e questi saranno cavoli di chi li ha eletti), il governo mondiale è composto esclusivamente da attori non eletti da nessuno. Anzi, da attori che nessuno conosce in viso. Attori mitici, quindi evocati solo per nome. Il cast è formato principalmente da cinque star: Fondo monetario internazionale (Imf o Fmi), Banca mondiale (Wb), Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), Organizzazione mondiale del commercio (Wto), Organizzazione del patto del nord Atlantico (Nato). E, anche se le loro funzioni sono note, non credo del tutto ozioso ricordarle sommariamente: Il Fmi decide le politiche economiche per oltre due terzi dell'umanità. Decide cioè che cosa privatizzare, quando e a quale valore, cosa produrre, quanti funzionari pubblici tenersi e con quali stipendi, quanto costa l'acqua, il gas, la luce elettrica e l'autobus, quanti ragazzi andranno a scuola e come saranno le cure mediche. La Banca mondiale premia i buoni allievi e punisce i cattivi. I cattivi saranno banditi dal consenso delle "nazioni civili", non saranno soggetti di credito, non potranno acquistare tecnologie, le loro esportazioni verranno ogni tanto non pagate. L'Ocse dirà: "dall'analisi dei conti pubblici italiani risulta evidente che bisognerà operare dei tagli significativi sulle pensioni e la sanità". L'ha fatto proprio in questi giorni. E i mass media, i politici e gli esperti annuiranno: "l'ha detto l'Ocse". L'ha detto, cioè, "La Bibbia". Pensate che pacchia se vi pagassero profumatamente per far parte di un organismo che serve per dire ciò che i governi vogliono fare ma che fanno solo perché costretti da indiscutibili indicazioni esterne, e cioè vostre. Il tutto nel più perfetto anonimato. La Wto permette la risoluzione d'annose questioni sul diritto e la libertà perché, se indiscutibilmente "Dixan lava più bianco che più bianco non si può", la legge Wto vale senz'altro di più di qualunque legge nazionale. Quindi, se una qualunque disposizione impedisce il primato tout court del commercio, basterà ricorrere alla Wto dove un gruppo d'esperti, anche questi perfettamente anonimi, risolveranno a favore della multinazionale di turno. Con buona pace di qualunque forma d'espressione democratica, di qualsiasi referendum o disposizione ambientalista. A Seattle, si ricorderà, volevano far passare l'obbligatorietà della privatizzazione della sanità e dell'educazione, per esempio. E se a tutto quest'armamentario pacifico qualche leone sordo insistesse a ribellarsi? L'estrema ratio è la Nato. Come la mamma, ci pensa lei per tutti.

Quelli che contano veramente

Il G8 quindi, come un luogo nel quale si esprimono i poteri forti. Ma il governo (verso il quale indirizzare un programma riveduto) è un'altra cosa. Perché se un vescovo vescoveggia e un guerriero guerreggia, un governo, com'è ovvio, governa. E quello esistente lo fa. Quindi, seguendo i precetti biblici basterà osservare le loro opere per giudicarli. Anzitutto (così come Umberto Eco notava recentemente che la pubblicità del Polo durante l'ultima campagna elettorale seguiva i criteri della vecchia propaganda comunista) si può osservare che questo direttorio ha comportamenti affini a quelli messi in atto fino alla fine degli anni Ottanta da alcuni stati industrializzanti ad oltranza, come ad esempio l'Urss. Di là era roba dei grandi burocrati, qua lo è dei grandi gruppi privati ma, comunque sia, gli uni e gli altri hanno saccheggiato e saccheggiano l'ambiente utilizzando mezzi al di fuori d'ogni misura. E se gli "otto dell'avemaria" se ne fregano del 90 per cento dell'umanità che non rappresentano, le "cinque star" decidono per tutti, anche per il 10 per cento che è rappresentato nel vertice o club che dir si voglia. Come? Dedicandosi anima e corpo a concretizzare l'accumulazione più veloce possibile dei profitti a partire dalle ricchezze della natura, cioè di quelle ricchezze che rappresentano o dovrebbero rappresentare un bene comune dell'umanità, procedendo in questo compito senza nessun tipo di scrupolo e senza alcun ritegno. Quindi, proprio perché questo è ciò che avviene, ossia proprio perché questa è la politica reale, per logica derivazione assistiamo a una crisi ecologica senza precedenti, che si manifesta attraverso diversi indicatori, utilizzati in ogni assise seria da ormai parecchi anni e che vanno dalla moltiplicazione dell'inquinamento di forte intensità all'aumento dell'effetto serra, dall'estensione della desertificazione alla moltiplicazione delle maree nere e la diffusione di nuove epidemie come l'Aids, il virus Ebola, la malattia di Creutzfeldt-Jakob, l'afta epizotica e così via. In quest'ultimo senso risulta esemplare come caso da manuale la parabola inglese sulla mucca pazza e l'afta: per diminuire i costi bisognava eliminare la rete di controllo veterinario nazionale, per accelerare la crescita degli animali (quindi la vendita e il profitto) si doveva modificarne l'alimentazione attraverso farine animali, integratori alimentari, con largo uso di alimenti geneticamente modificati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, almeno apparentemente. Perché si specula anche sulla possibilità che l'afta comparsa in Gran Bretagna sia di un ceppo nuovo, presumibilmente d'origine asiatica, capace di trasmettersi anche agli esseri umani. Di fatto, questi poteri, formali perché organizzati, informali perché usurpatori di funzioni e deleghe primarie, gestiscono l'insieme delle problematiche del pianeta Terra, decidendo in modo pienamente autonomo sul destino che toccherà ai suoi abitanti. Forse è ozioso sottolineare che, non sottoposti al suffragio universale, il Fmi e i suoi quattro fratelli risultano completamente indifferenti al dibattito democratico. Le loro decisioni inappellabili non possono essere né modificate né respinte. E tutto ciò, non per grazia ricevuta, ma anche perché i luoghi dedicati a esercitare forme di contropotere istituzionali (parlamenti, partiti, mass media) sono o troppo locali (e localisti, e cioè troppo dediti all'analisi del proprio ombelico) o troppo complici. Ecco perché oggi in molti sentono la necessità, magari in forma confusa, di mettere in piedi una sorta di contropotere civico mondiale. In questo senso si può affermare senza paura di autocelebrazioni, che a Seattle è stata messa la prima pietra di un nuovo spazio di rappresentanza mondiale, all'interno della quale la società civile internazionale deve o dovrebbe occupare un ruolo centrale.

Mezzo miliardo di privilegiati. E gli altri?

I dati, non le loro interpretazioni, dicono che la mercificazione generalizzata delle parole e delle cose, dei corpi e degli spiriti, della natura e della cultura, ha provocato e continua a provocare un forte aggravamento delle diseguaglianze tra le diverse aree del mondo e all'interno degli stessi paesi che costituiscono il centro del sistema. Anzitutto, va sempre ricordato che la fame non è tanto un problema quanto uno scandalo giacché, mentre la produzione mondiale di prodotti alimentari di base equivale al 110 per cento dei bisogni, 30 milioni di persone continuano a morire di fame ogni anno e oltre 800 milioni di persone sono sottoalimentati. Ma se la fame è l'aspetto più appariscente, bisogna sottolineare che su 6 miliardi di abitanti del pianeta, 500 milioni vivono bene, gli altri 5,5 miliardi non riescono a risolvere i loro bisogni in modo soddisfacente, anche se il livello d'insoddisfazione ha gradi diversi. Bisogna ripetere fino alla noia che, per vestirsi, alloggiarsi, muoversi, curarsi e alimentarsi, 1,2 miliardi di persone, e cioè il 20 per cento dell'umanità, dispone di meno di un dollaro al giorno. E che non ci sono paroloni né discorsi che possano giustificare né spiegare questa situazione al di là di quelli legati alla rapina, lo sfruttamento e il saccheggio. Ma gli effetti della grande utopia neoliberale possono misurarsi non solo attraverso la miseria di una frazione ogni volta maggiore delle società più avanzate economicamente o attraverso la crescita straordinaria della diseguaglianza dei redditi. Si possono vedere anche nella scomparsa progressiva degli universi autonomi di produzione culturale (cinema, editoria e così via), nell'intrusione imposta dei valori commerciali e, soprattutto, nella distruzione di tutte le istanze collettive in grado di controbilanciare gli effetti di questa macchina infernale. In effetti, la grande ossessione odierna sembra essere diventata l'autofagia, l'autodivorarsi. Ciò di cui l'essere umano s'impossessa, lo sottrae sempre visibilmente da un'altra parte di se stesso (la propria rendita di posizione, per esempio, minacciata dall'effetto boomerang derivante da crisi verificatesi altrove, del crollo della rendita stessa o della degradazione dell'ambiente indotta dai modi di produzione e consumo industriali). E anche nel sociale il sistema organizza tendenzialmente la trasformazione d'ogni legittimo interesse collettivo in contrapposizione a un altro interesse collettivo. L'esempio più evidente potrebbe essere quello del diritto alla pensione, tra popolazione giovane esclusa dal "privilegio" e popolazione vecchia, paurosa di vedere l'affondamento del sistema.

I pericoli del Nuovo Eldorado

In questo contesto, non c'è da sorprendersi se la domanda di giustizia e di uguaglianza che attraversa la lunga storia dell'umanità, risorga o si possa far risorgere nuovamente con forza oggi. Anche perché all'orizzonte compaiono nuovi pericoli. Infatti, anche se la concentrazione di capitali e di potere si era accelerata fortemente nel corso degli ultimi vent'anni in seguito alla rivoluzione delle tecnologie dell'informazione, esistono tutti i presupposti perché possa esserci un nuovo salto in avanti a partire da quest'inizio di millennio attraverso le nuove tecnologie genetiche di manipolazione della vita. In particolare, fin dall'annuncio dato a Washington il 26 giugno 2000, sulla decodificazione del genoma umano. Da allora i ricercatori si dedicano allo studio delle decine di migliaia di geni contenuti nel Dna che formano, contemporaneamente, la memoria biologica della specie umana e il fondamento della medicina di là da venire. Quando saranno note le loro funzioni nasceranno nuovi medicamenti e nuove forme di terapia genica e cellulare. Questa prospettiva sta già trasformando le strategie dell'industria farmaceutica e suscita polemiche etiche e commerciali. Nuovo Eldorado per le start-up postgeniche, i nostri geni rappresentano ormai una fonte potenziale di profitti considerevoli per quelli che li hanno decifrati. Naturalmente, tutto ciò comporterà la nascita di una serie di problematiche derivate che vanno anche molto più in là degli aspetti puramente economici, coinvolgendo aspetti pratici ed etici di grandissima attualità e pregnanza. Per esempio, oltre che negli Stati Uniti, anche in Europa si sono già registrati tentativi da parte delle compagnie d'assicurazioni per non pagare quanto stipulato dai contratti stabiliti sulla base d'esami genetici, mentre in diverse aziende si sente parlare della convenienza di stabilire profili genetici per eliminare le persone inadatte. In generale, come per le questioni strettamente economiche, si può affermare che solo una riflessione d'ordine politico può evitare che le disuguaglianze biologiche vengano ad aggiungersi a breve scadenza a quelle sociali ed economiche già in atto, completando un sistema d'apartheid, più o meno dichiarato, generalizzato. Comunque, lo sfruttamento a fini commerciali del genoma umano e l'iscrizione a brevetto del "vivente", non hanno solo a che fare con la conclamata libertà di ricerca, per dirla alla Emma Bonino, ma aprono nuove prospettive d'espansione al capitalismo. Già oggi ci sono molte avvisaglie sul fatto che è in fase di preparazione una grande privatizzazione di tutto ciò che si lega alla vita e alla natura, favorendo la comparsa di un ordine probabilmente assai più assoluto di tutti quelli noti lungo la storia. Il consiglio pratico in questo senso potrebbe essere: andiamo a rileggere il George Orwell di 1984. Potrebbe tornare utile a breve. Altro che archeologia.

Noi che abbiamo visto Genova

Quindi, dopo aver ottenuto grazie al conflitto sociale prima i diritti politici, poi quelli sociali, tutti diritti che oggi in qualche modo sono messi in discussione ovunque, davanti a queste nuove minacce i cittadini non possono limitarsi a difendere quanto già acquisito ma devono chiedere una "nuova generazione di diritti". Diritti che, diversamente da quelli precedenti, sono dotati di una base collettiva, come per esempio il diritto alla pace, a una natura preservata, alla città, all'informazione, all'infanzia, allo sviluppo dei popoli... In questo senso, risulta semplicemente inconcepibile, quindi inaccettabile, che la società civile non sia associata direttamente alle prossime grandi trattative internazionali dove saranno discussi i problemi legati all'ambiente, la salute, la supremazia del settore finanziario, l'aiuto umanitario, la diversità culturale, le manipolazioni genetiche e così via. Ecco quindi perché, a mio avviso, limitarsi a proporre un'altra agenda di discussioni al G8 può essere sì una lodevole iniziativa ma corre il rischio di trasformarsi in un errore politico. Convinto che la chiarezza paghi, mi sembra che al di là di alleanze tattiche giuste e indispensabili, vada dichiarato lo scopo: cambiare il mondo. Alex Zanotelli avrebbe probabilmente aggiunto: "perché è un sistema di morte che ci interpella tutti, credenti e non, perché mina la vita stessa" (Lettera aperta all'onorevole Veltroni, pubblicata nel settembre 2000 da tutti i mensili cattolici). Per cambiarlo è necessario adesso, ora, cominciare a sognare, quindi a volere la costruzione di un futuro differente. Il che equivale a dire che non si può più accettare come normale un pianeta dove un miliardo di persone vive nella prosperità e un altro miliardo sopravvive nella miseria. Quindi, è tempo di rifondare una nuova economia, più solidale, in grado di combinare in modo equilibrato diverse risorse: mercantili (attraverso la vendita di prodotti e servizi), non mercantili (ridistribuzione), non monetarie (contributi volontari: a quest'ultimo riguardo si vedano alcuni esempi belgi o francesi sotto la luce "costituire una sfera d'attività delegate contrattualmente dallo stato al volontariato, concedendo diritti come la pensione o la copertura malattie per un lavoro non remunerato che rappresenta però un apporto alla collettività"). Insomma, un'economia fondata sul principio dello sviluppo durevole, che ponga l'uomo al centro delle sue preoccupazioni. Per cominciare, ciò significa disarmare il potere finanziario. Nel corso delle ultime due decadi questo ha continuato a occupare il territorio della politica, il che non è solo una questione di soldi ma ha pure ridotto in maniera preoccupante il perimetro della democrazia. Lo smantellamento della sfera finanziaria richiede una tassazione significativa sui redditi di capitale e soprattutto sulle speculazioni finanziarie realizzate sul mercato dei cambi (tassa Tobin). È necessario contemporaneamente boicottare, asfissiare e sopprimere i paradisi fiscali, cioè quelle zone che servono per nascondere le malversazioni e altri reati della criminalità finanziaria (tra i paradisi fiscali c'è anche il Vaticano, per esempio). Bisogna anche immaginare una nuova distribuzione del lavoro e dei redditi da realizzare all'interno di un'economia plurale nella quale il mercato occuperà soltanto una parte, dovendo convivere con un settore solidale e un "tempo liberato" sempre più importante. Stabilire un reddito di base incondizionato ("reddito di cittadinanza") per tutti, da concedere a ogni individuo, dalla nascita, senza nessuna condizione di status familiare o professionale. Il principio fondante è che si ha diritto a questo reddito di cittadinanza perché si esiste, non per esistere. La sua instaurazione, già argomentata quasi due secoli fa da un rivoluzionario americano poi confluito nella grande rivoluzione francese, Thomas Paine, riposa sull'idea che la capacità produttiva di una società è il risultato dell'insieme del sapere scientifico e tecnico accumulato dalle generazioni succedutesi nel tempo. Quindi, che anche i frutti di questo patrimonio devono servire all'insieme degli individui, sotto la forma di un reddito di base esteso a tutti. Questa idea potrebbe allargarsi a tutta l'umanità, perché già ora il prodotto mondiale più equamente diviso basterebbe per garantire una vita confortevole all'insieme degli abitanti del pianeta. In questo senso, bisogna ridare uno spazio al Sud del mondo. Il che significa poche ma assai concrete questioni: o mettere fine alle politiche di aggiustamento strutturale. o Annullare una buona parte del debito pubblico. Anzitutto perché questo debito, nel suo insieme, è già stato pagato oltre quattro volte. Per chi crede sia solo una questione di solidarietà, basterà ricordare che oggi il terzo mondo rimborsa annualmente oltre 200 miliardi di dollari mentre l'insieme di tutti gli aiuti pubblici allo sviluppo non supera i 45 miliardi annui o che l'Africa nera destina quattro volte la cifra che destina alla sanità e alla educazione congiuntamente per rimborsare il suo debito. Le risorse liberate devono utilizzarsi in favore delle popolazioni e dell'ambiente locali. o l'aiuto allo sviluppo accettando che questo non adotti il modello del Nord, perché è un modello ecologicamente insostenibile. o Promuovere economie autocentrate. o Difendere gli scambi equi. o Investire massicciamente nelle scuole, gli alloggi e la sanità. o Favorire l'accesso all'acqua potabile per 1,5 miliardi di persone che non ne dispongono attualmente. Contemporaneamente, anche nel Nord del mondo ci sono questioni urgenti da affrontare. Tra queste spicca la necessità di stabilire quelle clausole di protezione sociale e ambientale sui prodotti importati, che garantiscano sia condizioni decenti di lavoro ai salariati del Sud sia la protezione dell'ambiente naturale. A questo programma minimo per cambiare il mondo bisognerebbe aggiungere altre urgenze come la necessità di darsi nuovi strumenti di analisi capaci di dare senso all'attività economica, di sottrarre l'informazione alle grandi imprese capitaliste, di lavorare urgentemente per l'emancipazione della donna su scala planetaria, per stabilire un generale principio di precauzione in materia ambientale, per opporsi a ogni manipolazione genetica... Mi rendo perfettamente conto che, in altri momenti storici, questa banale enumerazione sarebbe stata una pura e semplice utopia. Oggi invece rappresenta obiettivi politici concreti e necessari per questo nuovo secolo, obiettivi già dimostratisi in grado di mobilitare passioni e intelligenze. In questo senso, vorrei concludere queste considerazioni sottolineando che, a mio parere, il G8 in quanto istituzione è la fotografia di un primo ostacolo da abbattere, sapendo benissimo che si tratta di una rappresentazione più formale che reale, più simbolica che concreta, di un qualcosa di esistente. Ma in un mondo dominato dai simboli, non c'è dubbio che anche il G8 abbia la sua importanza. Quindi bisogna occuparsene. Per far sentire, se non altro, a quei signori che non godono dell'assoluta impunità. Poi... "noi che abbiamo visto Genova...".

 
 
 
       

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