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G8:
IL VERO POTERE È ALTROVE
di Rodrigo Andrea Rivas
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Nulla
dovrebbe essere più facile che indirizzare
tutte le batterie contro la riunione del
G8 a Genova. Anche perché, seguendo il
vecchio adagio in base al quale "chi ruba
a un ladro ha cent'anni di perdono", non
sarebbe nemmeno peccaminoso. Bisogna certamente
urlarne in faccia lo sdegno, usare la
loro tribuna per porre una serie di rivendicazioni
che risultano care all'insieme del genere
umano. Ma, limitarsi a caricare la responsabilità
di tutto quanto accade solo sui personaggi
convenuti e sulla loro più o meno nutrita
corte di consulenti e guardaspalle, caricare
cioè tutto su di una classe dirigente
latitante o (a essere generosi) lassista,
costituisce a mio parere un errore politico.
Quindi da evitare. Perché non ci si può
limitare a un compito di pura denuncia
e non ci si può autolimitare a denunciare
solo questi personaggi, che pure se lo
meritano. In verità, come dovremmo sapere
bene, nel corso delle ultime decadi la
congiunzione tra la globalizzazione e
il lassismo dei dirigenti politici, e
cioè proprio di questi personaggi che
si ritrovano a Genova (o dei loro progenitori
putativi, comunque non diversissimi),
ha favorito una profonda mutazione del
potere. Oggi, per quanto questi signori
facciano i pavoni e posino per mille fotografie
commemorative, i veri amministratori del
mondo non sono solo loro. Gli amministratori
non sono quelli che detengono le parvenze
del potere politico, e cioè George Bush
& Co, ma quelli che controllano i mercati
finanziari, i gruppi mediatici planetari,
le autostrade delle comunicazioni, le
industrie informatiche e le tecnologie
genetiche. D'altronde, basta osservare
con un minimo di serietà: a nessuno potrà
mai passare per la testa che Silvio Berlusconi,
Gianfranco Fini, Umberto Bossi e Pier
Ferdinando Casini, pur vincitori delle
elezioni italiane, siano diventati solo
per ciò importanti al punto di poter dire
una parola significativa sui destini dell'umanità.
Non vanno sopravvalutati. E cioè, non
ci si deve nemmeno sopravvalutare.
Una
risata vi seppellirà
Dico
ciò non per amore provocatorio ma perché
leggo una serie di benintenzionate dichiarazioni
su ciò che il G8 dovrebbe fare o, detto
in altro modo, su ciò che dovrebbe costituire
la sua agenda. In queste dichiarazioni
si parla, per esempio, della salute degli
abitanti del pianeta, di sviluppo sostenibile,
di cambiamenti climatici, d'investimenti
e agenzie di credito all'esportazione,
di sicurezza nucleare e così via. Tutte
preoccupazioni assai lodevoli. Ma, se
davvero gli "otto" si occupassero di tutto
ciò, se decidessero su tutto ciò, non
solo sarebbero i dominatori del mondo,
assunto che ho testé negato perché mi
appare piuttosto evidente, ma oltretutto
(anche in funzione della nostra stessa
investitura) sarebbero autorizzati a esercitare
una funzione di governo planetario. Viceversa,
almeno per quanto mi riguarda, il primo
punto è proprio che nulla li autorizza
a prendere decisioni sullo stato del mondo,
compito per il quale esistono altri luoghi
deputati. Nulla li autorizza a farlo,
se non la forza. Il che non è poco. Ma
credo sia meglio chiamare le cose con
il loro vero nome. In questo caso la parola
italiana è "forza". E quindi penso che,
Cgil-Cisl-Uil, le Acli, le reti più o
meno diffuse o i vari ambientalisti dovrebbero
dire che gli "otto" devono parlare della
salute degli abitanti del pianeta, di
sviluppo sostenibile, e di tutti gli altri
nobili temi da loro enumerati, perché
hanno la forza sia per parlarne sia per
imporre le loro decisioni. E cioè, anche
se non si deve dire, che devono parlarne
e decidere perché i nove decimi della
popolazione mondiale devono subire le
loro discussioni e decisioni. Da questo
punto di vista mi permetto solo di aggiungere
che forse non aveva tutti i torti Leopold
Senghor, poeta, presidente senegalese
e padre della negritudine, quando esordiva
immancabilmente i suoi discorsi, all'Assemblea
nazionale francese o all'Internazionale
socialista, affermando: " Voi occidentali
siete veramente curiosi. Curiosi come
forma di ragionare voglio dire". Appunto.
In altre epoche storiche qualcuno avrebbe
potuto aggiungere: "sarà una risata che
vi seppellirà".
Giocatori
di tresette
In
verità, l'analisi concreta delle agende
delle riunioni del G8, dimostra che questi
signori discutono su tutto: il clima,
le finanze, il commercio, i Balcani, la
pirateria informatica, il debito estero
dei paesi del terzo mondo... E che decidono,
esclusivamente, su ciò che a loro interessa
in quel momento, e cioè sulle loro priorità
del momento. Perché sembra scontato ricordare
che decisioni sono anche quelle che non
ci piacciono, come lo sono anche quelle
non prese, quelle della serie "non diremo
nulla su questo tema perché potremmo andare
incontro alla pesante sanzione dei mercati
che, in ultima analisi, saranno quelli
che decideranno". Il peggio, forse, è
che davanti a queste sciocchezze c'è pure
chi ci costruisce un'analisi. Analizzate
da un marziano, le agende dei vari G8
probabilmente sembrerebbero qualcosa di
molto simile a una sorta di club di vecchie
signore o a un bar sport di pensionati
che, invece di dedicarsi alle nobili arti
della calza o del tresette, tessono e
giocano sulla cartina del pianeta: "qua
facciamo una tempesta sul deserto", "là
un intervento umanitario" o, variante
recente, "un bombardamento umanitario",
"a Est possiamo dare spazio ai nostri
proconsoli", "a Ovest la parola d'ordine
è trade, not aid", e via banalizzando.
Tuttavia, da terricolo, è giocoforza constatare
che queste "banalità" producono risultati,
perché le idee (o i vuoti d'idee) hanno
sempre prodotto risultati. Quindi anche
da Genova escono dei risultati. Ma ciò
non perché c'è una sorta di programma
(cosa mai successa, in nessun vertice),
anche perché il G8 non viene convocato
per discutere di qualcosa di programmato
o di lungo respiro. D'altronde, e non
è solo per la portata dei personaggi,
riesce difficile immaginarsi Bush o Berlusconi
che dissertano e decidono fondatamente
in un paio di giorni su tassi d'interesse,
manovre correttive planetarie, surplus
o disavanzi delle bilance di pagamenti,
scambi commerciali globali, movimenti
finanziari, mappa e brevettazione del
genoma umano, politica dei farmaci, effetto
serra e surriscaldamento del clima, clorofluorocarburi,
ozono e così via. Il G8 è essenzialmente
un evento mediatico (e se nessuno lo seguisse
non servirebbe a nulla, ma non possiamo
esimerci perché i media ci saranno comunque),
che serve-vuole-deve semplicemente dare
continuità formale a una sorta d'ombrello
o consiglio di controllo planetario sotto
la cui supervisione funziona davvero il
governo, e cioè una sorta di direttorio
mondiale messo in piedi da tempo. Un governo
reale (quindi anzitutto permanente) del
mondo. Va detto subito, per dirla alla
Jannacci, che se in quei giorni qualcuno
li sentirà parlare di grandi principi,
sarà meglio pensare subito ai dané. Anche
perché, se quelli del G8 sono stati quanto
meno eletti per governare i loro otto
paesi (e questi saranno cavoli di chi
li ha eletti), il governo mondiale è composto
esclusivamente da attori non eletti da
nessuno. Anzi, da attori che nessuno conosce
in viso. Attori mitici, quindi evocati
solo per nome. Il cast è formato principalmente
da cinque star: Fondo monetario internazionale
(Imf o Fmi), Banca mondiale (Wb), Organizzazione
per la cooperazione e lo sviluppo economico
(Ocse), Organizzazione mondiale del commercio
(Wto), Organizzazione del patto del nord
Atlantico (Nato). E, anche se le loro
funzioni sono note, non credo del tutto
ozioso ricordarle sommariamente: Il Fmi
decide le politiche economiche per oltre
due terzi dell'umanità. Decide cioè che
cosa privatizzare, quando e a quale valore,
cosa produrre, quanti funzionari pubblici
tenersi e con quali stipendi, quanto costa
l'acqua, il gas, la luce elettrica e l'autobus,
quanti ragazzi andranno a scuola e come
saranno le cure mediche. La Banca mondiale
premia i buoni allievi e punisce i cattivi.
I cattivi saranno banditi dal consenso
delle "nazioni civili", non saranno soggetti
di credito, non potranno acquistare tecnologie,
le loro esportazioni verranno ogni tanto
non pagate. L'Ocse dirà: "dall'analisi
dei conti pubblici italiani risulta evidente
che bisognerà operare dei tagli significativi
sulle pensioni e la sanità". L'ha fatto
proprio in questi giorni. E i mass media,
i politici e gli esperti annuiranno: "l'ha
detto l'Ocse". L'ha detto, cioè, "La Bibbia".
Pensate che pacchia se vi pagassero profumatamente
per far parte di un organismo che serve
per dire ciò che i governi vogliono fare
ma che fanno solo perché costretti da
indiscutibili indicazioni esterne, e cioè
vostre. Il tutto nel più perfetto anonimato.
La Wto permette la risoluzione d'annose
questioni sul diritto e la libertà perché,
se indiscutibilmente "Dixan lava più bianco
che più bianco non si può", la legge Wto
vale senz'altro di più di qualunque legge
nazionale. Quindi, se una qualunque disposizione
impedisce il primato tout court del commercio,
basterà ricorrere alla Wto dove un gruppo
d'esperti, anche questi perfettamente
anonimi, risolveranno a favore della multinazionale
di turno. Con buona pace di qualunque
forma d'espressione democratica, di qualsiasi
referendum o disposizione ambientalista.
A Seattle, si ricorderà, volevano far
passare l'obbligatorietà della privatizzazione
della sanità e dell'educazione, per esempio.
E se a tutto quest'armamentario pacifico
qualche leone sordo insistesse a ribellarsi?
L'estrema ratio è la Nato. Come la mamma,
ci pensa lei per tutti.
Quelli
che contano veramente
Il
G8 quindi, come un luogo nel quale si
esprimono i poteri forti. Ma il governo
(verso il quale indirizzare un programma
riveduto) è un'altra cosa. Perché se un
vescovo vescoveggia e un guerriero guerreggia,
un governo, com'è ovvio, governa. E quello
esistente lo fa. Quindi, seguendo i precetti
biblici basterà osservare le loro opere
per giudicarli. Anzitutto (così come Umberto
Eco notava recentemente che la pubblicità
del Polo durante l'ultima campagna elettorale
seguiva i criteri della vecchia propaganda
comunista) si può osservare che questo
direttorio ha comportamenti affini a quelli
messi in atto fino alla fine degli anni
Ottanta da alcuni stati industrializzanti
ad oltranza, come ad esempio l'Urss. Di
là era roba dei grandi burocrati, qua
lo è dei grandi gruppi privati ma, comunque
sia, gli uni e gli altri hanno saccheggiato
e saccheggiano l'ambiente utilizzando
mezzi al di fuori d'ogni misura. E se
gli "otto dell'avemaria" se ne fregano
del 90 per cento dell'umanità che non
rappresentano, le "cinque star" decidono
per tutti, anche per il 10 per cento che
è rappresentato nel vertice o club che
dir si voglia. Come? Dedicandosi anima
e corpo a concretizzare l'accumulazione
più veloce possibile dei profitti a partire
dalle ricchezze della natura, cioè di
quelle ricchezze che rappresentano o dovrebbero
rappresentare un bene comune dell'umanità,
procedendo in questo compito senza nessun
tipo di scrupolo e senza alcun ritegno.
Quindi, proprio perché questo è ciò che
avviene, ossia proprio perché questa è
la politica reale, per logica derivazione
assistiamo a una crisi ecologica senza
precedenti, che si manifesta attraverso
diversi indicatori, utilizzati in ogni
assise seria da ormai parecchi anni e
che vanno dalla moltiplicazione dell'inquinamento
di forte intensità all'aumento dell'effetto
serra, dall'estensione della desertificazione
alla moltiplicazione delle maree nere
e la diffusione di nuove epidemie come
l'Aids, il virus Ebola, la malattia di
Creutzfeldt-Jakob, l'afta epizotica e
così via. In quest'ultimo senso risulta
esemplare come caso da manuale la parabola
inglese sulla mucca pazza e l'afta: per
diminuire i costi bisognava eliminare
la rete di controllo veterinario nazionale,
per accelerare la crescita degli animali
(quindi la vendita e il profitto) si doveva
modificarne l'alimentazione attraverso
farine animali, integratori alimentari,
con largo uso di alimenti geneticamente
modificati. Il risultato è sotto gli occhi
di tutti, almeno apparentemente. Perché
si specula anche sulla possibilità che
l'afta comparsa in Gran Bretagna sia di
un ceppo nuovo, presumibilmente d'origine
asiatica, capace di trasmettersi anche
agli esseri umani. Di fatto, questi poteri,
formali perché organizzati, informali
perché usurpatori di funzioni e deleghe
primarie, gestiscono l'insieme delle problematiche
del pianeta Terra, decidendo in modo pienamente
autonomo sul destino che toccherà ai suoi
abitanti. Forse è ozioso sottolineare
che, non sottoposti al suffragio universale,
il Fmi e i suoi quattro fratelli risultano
completamente indifferenti al dibattito
democratico. Le loro decisioni inappellabili
non possono essere né modificate né respinte.
E tutto ciò, non per grazia ricevuta,
ma anche perché i luoghi dedicati a esercitare
forme di contropotere istituzionali (parlamenti,
partiti, mass media) sono o troppo locali
(e localisti, e cioè troppo dediti all'analisi
del proprio ombelico) o troppo complici.
Ecco perché oggi in molti sentono la necessità,
magari in forma confusa, di mettere in
piedi una sorta di contropotere civico
mondiale. In questo senso si può affermare
senza paura di autocelebrazioni, che a
Seattle è stata messa la prima pietra
di un nuovo spazio di rappresentanza mondiale,
all'interno della quale la società civile
internazionale deve o dovrebbe occupare
un ruolo centrale.
Mezzo
miliardo di privilegiati. E gli altri?
I
dati, non le loro interpretazioni, dicono
che la mercificazione generalizzata delle
parole e delle cose, dei corpi e degli
spiriti, della natura e della cultura,
ha provocato e continua a provocare un
forte aggravamento delle diseguaglianze
tra le diverse aree del mondo e all'interno
degli stessi paesi che costituiscono il
centro del sistema. Anzitutto, va sempre
ricordato che la fame non è tanto un problema
quanto uno scandalo giacché, mentre la
produzione mondiale di prodotti alimentari
di base equivale al 110 per cento dei
bisogni, 30 milioni di persone continuano
a morire di fame ogni anno e oltre 800
milioni di persone sono sottoalimentati.
Ma se la fame è l'aspetto più appariscente,
bisogna sottolineare che su 6 miliardi
di abitanti del pianeta, 500 milioni vivono
bene, gli altri 5,5 miliardi non riescono
a risolvere i loro bisogni in modo soddisfacente,
anche se il livello d'insoddisfazione
ha gradi diversi. Bisogna ripetere fino
alla noia che, per vestirsi, alloggiarsi,
muoversi, curarsi e alimentarsi, 1,2 miliardi
di persone, e cioè il 20 per cento dell'umanità,
dispone di meno di un dollaro al giorno.
E che non ci sono paroloni né discorsi
che possano giustificare né spiegare questa
situazione al di là di quelli legati alla
rapina, lo sfruttamento e il saccheggio.
Ma gli effetti della grande utopia neoliberale
possono misurarsi non solo attraverso
la miseria di una frazione ogni volta
maggiore delle società più avanzate economicamente
o attraverso la crescita straordinaria
della diseguaglianza dei redditi. Si possono
vedere anche nella scomparsa progressiva
degli universi autonomi di produzione
culturale (cinema, editoria e così via),
nell'intrusione imposta dei valori commerciali
e, soprattutto, nella distruzione di tutte
le istanze collettive in grado di controbilanciare
gli effetti di questa macchina infernale.
In effetti, la grande ossessione odierna
sembra essere diventata l'autofagia, l'autodivorarsi.
Ciò di cui l'essere umano s'impossessa,
lo sottrae sempre visibilmente da un'altra
parte di se stesso (la propria rendita
di posizione, per esempio, minacciata
dall'effetto boomerang derivante da crisi
verificatesi altrove, del crollo della
rendita stessa o della degradazione dell'ambiente
indotta dai modi di produzione e consumo
industriali). E anche nel sociale il sistema
organizza tendenzialmente la trasformazione
d'ogni legittimo interesse collettivo
in contrapposizione a un altro interesse
collettivo. L'esempio più evidente potrebbe
essere quello del diritto alla pensione,
tra popolazione giovane esclusa dal "privilegio"
e popolazione vecchia, paurosa di vedere
l'affondamento del sistema.
I
pericoli del Nuovo Eldorado
In
questo contesto, non c'è da sorprendersi
se la domanda di giustizia e di uguaglianza
che attraversa la lunga storia dell'umanità,
risorga o si possa far risorgere nuovamente
con forza oggi. Anche perché all'orizzonte
compaiono nuovi pericoli. Infatti, anche
se la concentrazione di capitali e di
potere si era accelerata fortemente nel
corso degli ultimi vent'anni in seguito
alla rivoluzione delle tecnologie dell'informazione,
esistono tutti i presupposti perché possa
esserci un nuovo salto in avanti a partire
da quest'inizio di millennio attraverso
le nuove tecnologie genetiche di manipolazione
della vita. In particolare, fin dall'annuncio
dato a Washington il 26 giugno 2000, sulla
decodificazione del genoma umano. Da allora
i ricercatori si dedicano allo studio
delle decine di migliaia di geni contenuti
nel Dna che formano, contemporaneamente,
la memoria biologica della specie umana
e il fondamento della medicina di là da
venire. Quando saranno note le loro funzioni
nasceranno nuovi medicamenti e nuove forme
di terapia genica e cellulare. Questa
prospettiva sta già trasformando le strategie
dell'industria farmaceutica e suscita
polemiche etiche e commerciali. Nuovo
Eldorado per le start-up postgeniche,
i nostri geni rappresentano ormai una
fonte potenziale di profitti considerevoli
per quelli che li hanno decifrati. Naturalmente,
tutto ciò comporterà la nascita di una
serie di problematiche derivate che vanno
anche molto più in là degli aspetti puramente
economici, coinvolgendo aspetti pratici
ed etici di grandissima attualità e pregnanza.
Per esempio, oltre che negli Stati Uniti,
anche in Europa si sono già registrati
tentativi da parte delle compagnie d'assicurazioni
per non pagare quanto stipulato dai contratti
stabiliti sulla base d'esami genetici,
mentre in diverse aziende si sente parlare
della convenienza di stabilire profili
genetici per eliminare le persone inadatte.
In generale, come per le questioni strettamente
economiche, si può affermare che solo
una riflessione d'ordine politico può
evitare che le disuguaglianze biologiche
vengano ad aggiungersi a breve scadenza
a quelle sociali ed economiche già in
atto, completando un sistema d'apartheid,
più o meno dichiarato, generalizzato.
Comunque, lo sfruttamento a fini commerciali
del genoma umano e l'iscrizione a brevetto
del "vivente", non hanno solo a che fare
con la conclamata libertà di ricerca,
per dirla alla Emma Bonino, ma aprono
nuove prospettive d'espansione al capitalismo.
Già oggi ci sono molte avvisaglie sul
fatto che è in fase di preparazione una
grande privatizzazione di tutto ciò che
si lega alla vita e alla natura, favorendo
la comparsa di un ordine probabilmente
assai più assoluto di tutti quelli noti
lungo la storia. Il consiglio pratico
in questo senso potrebbe essere: andiamo
a rileggere il George Orwell di 1984.
Potrebbe tornare utile a breve. Altro
che archeologia.
Noi
che abbiamo visto Genova
Quindi,
dopo aver ottenuto grazie al conflitto
sociale prima i diritti politici, poi
quelli sociali, tutti diritti che oggi
in qualche modo sono messi in discussione
ovunque, davanti a queste nuove minacce
i cittadini non possono limitarsi a difendere
quanto già acquisito ma devono chiedere
una "nuova generazione di diritti". Diritti
che, diversamente da quelli precedenti,
sono dotati di una base collettiva, come
per esempio il diritto alla pace, a una
natura preservata, alla città, all'informazione,
all'infanzia, allo sviluppo dei popoli...
In questo senso, risulta semplicemente
inconcepibile, quindi inaccettabile, che
la società civile non sia associata direttamente
alle prossime grandi trattative internazionali
dove saranno discussi i problemi legati
all'ambiente, la salute, la supremazia
del settore finanziario, l'aiuto umanitario,
la diversità culturale, le manipolazioni
genetiche e così via. Ecco quindi perché,
a mio avviso, limitarsi a proporre un'altra
agenda di discussioni al G8 può essere
sì una lodevole iniziativa ma corre il
rischio di trasformarsi in un errore politico.
Convinto che la chiarezza paghi, mi sembra
che al di là di alleanze tattiche giuste
e indispensabili, vada dichiarato lo scopo:
cambiare il mondo. Alex Zanotelli avrebbe
probabilmente aggiunto: "perché è un sistema
di morte che ci interpella tutti, credenti
e non, perché mina la vita stessa" (Lettera
aperta all'onorevole Veltroni, pubblicata
nel settembre 2000 da tutti i mensili
cattolici). Per cambiarlo è necessario
adesso, ora, cominciare a sognare, quindi
a volere la costruzione di un futuro differente.
Il che equivale a dire che non si può
più accettare come normale un pianeta
dove un miliardo di persone vive nella
prosperità e un altro miliardo sopravvive
nella miseria. Quindi, è tempo di rifondare
una nuova economia, più solidale, in grado
di combinare in modo equilibrato diverse
risorse: mercantili (attraverso la vendita
di prodotti e servizi), non mercantili
(ridistribuzione), non monetarie (contributi
volontari: a quest'ultimo riguardo si
vedano alcuni esempi belgi o francesi
sotto la luce "costituire una sfera d'attività
delegate contrattualmente dallo stato
al volontariato, concedendo diritti come
la pensione o la copertura malattie per
un lavoro non remunerato che rappresenta
però un apporto alla collettività"). Insomma,
un'economia fondata sul principio dello
sviluppo durevole, che ponga l'uomo al
centro delle sue preoccupazioni. Per cominciare,
ciò significa disarmare il potere finanziario.
Nel corso delle ultime due decadi questo
ha continuato a occupare il territorio
della politica, il che non è solo una
questione di soldi ma ha pure ridotto
in maniera preoccupante il perimetro della
democrazia. Lo smantellamento della sfera
finanziaria richiede una tassazione significativa
sui redditi di capitale e soprattutto
sulle speculazioni finanziarie realizzate
sul mercato dei cambi (tassa Tobin). È
necessario contemporaneamente boicottare,
asfissiare e sopprimere i paradisi fiscali,
cioè quelle zone che servono per nascondere
le malversazioni e altri reati della criminalità
finanziaria (tra i paradisi fiscali c'è
anche il Vaticano, per esempio). Bisogna
anche immaginare una nuova distribuzione
del lavoro e dei redditi da realizzare
all'interno di un'economia plurale nella
quale il mercato occuperà soltanto una
parte, dovendo convivere con un settore
solidale e un "tempo liberato" sempre
più importante. Stabilire un reddito di
base incondizionato ("reddito di cittadinanza")
per tutti, da concedere a ogni individuo,
dalla nascita, senza nessuna condizione
di status familiare o professionale. Il
principio fondante è che si ha diritto
a questo reddito di cittadinanza perché
si esiste, non per esistere. La sua instaurazione,
già argomentata quasi due secoli fa da
un rivoluzionario americano poi confluito
nella grande rivoluzione francese, Thomas
Paine, riposa sull'idea che la capacità
produttiva di una società è il risultato
dell'insieme del sapere scientifico e
tecnico accumulato dalle generazioni succedutesi
nel tempo. Quindi, che anche i frutti
di questo patrimonio devono servire all'insieme
degli individui, sotto la forma di un
reddito di base esteso a tutti. Questa
idea potrebbe allargarsi a tutta l'umanità,
perché già ora il prodotto mondiale più
equamente diviso basterebbe per garantire
una vita confortevole all'insieme degli
abitanti del pianeta. In questo senso,
bisogna ridare uno spazio al Sud del mondo.
Il che significa poche ma assai concrete
questioni: o mettere fine alle politiche
di aggiustamento strutturale. o Annullare
una buona parte del debito pubblico. Anzitutto
perché questo debito, nel suo insieme,
è già stato pagato oltre quattro volte.
Per chi crede sia solo una questione di
solidarietà, basterà ricordare che oggi
il terzo mondo rimborsa annualmente oltre
200 miliardi di dollari mentre l'insieme
di tutti gli aiuti pubblici allo sviluppo
non supera i 45 miliardi annui o che l'Africa
nera destina quattro volte la cifra che
destina alla sanità e alla educazione
congiuntamente per rimborsare il suo debito.
Le risorse liberate devono utilizzarsi
in favore delle popolazioni e dell'ambiente
locali. o l'aiuto allo sviluppo accettando
che questo non adotti il modello del Nord,
perché è un modello ecologicamente insostenibile.
o Promuovere economie autocentrate. o
Difendere gli scambi equi. o Investire
massicciamente nelle scuole, gli alloggi
e la sanità. o Favorire l'accesso all'acqua
potabile per 1,5 miliardi di persone che
non ne dispongono attualmente. Contemporaneamente,
anche nel Nord del mondo ci sono questioni
urgenti da affrontare. Tra queste spicca
la necessità di stabilire quelle clausole
di protezione sociale e ambientale sui
prodotti importati, che garantiscano sia
condizioni decenti di lavoro ai salariati
del Sud sia la protezione dell'ambiente
naturale. A questo programma minimo per
cambiare il mondo bisognerebbe aggiungere
altre urgenze come la necessità di darsi
nuovi strumenti di analisi capaci di dare
senso all'attività economica, di sottrarre
l'informazione alle grandi imprese capitaliste,
di lavorare urgentemente per l'emancipazione
della donna su scala planetaria, per stabilire
un generale principio di precauzione in
materia ambientale, per opporsi a ogni
manipolazione genetica... Mi rendo perfettamente
conto che, in altri momenti storici, questa
banale enumerazione sarebbe stata una
pura e semplice utopia. Oggi invece rappresenta
obiettivi politici concreti e necessari
per questo nuovo secolo, obiettivi già
dimostratisi in grado di mobilitare passioni
e intelligenze. In questo senso, vorrei
concludere queste considerazioni sottolineando
che, a mio parere, il G8 in quanto istituzione
è la fotografia di un primo ostacolo da
abbattere, sapendo benissimo che si tratta
di una rappresentazione più formale che
reale, più simbolica che concreta, di
un qualcosa di esistente. Ma in un mondo
dominato dai simboli, non c'è dubbio che
anche il G8 abbia la sua importanza. Quindi
bisogna occuparsene. Per far sentire,
se non altro, a quei signori che non godono
dell'assoluta impunità. Poi... "noi che
abbiamo visto Genova...".
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