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Io
che ho visto Genova
di Francesco Codello
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Ero
a Genova. Il tempo trascorso da allora
ha modellato riflessioni più pensate anche
se le emozioni e le tensioni individuali
e collettive toccano vissuti più profondi
e non si cancellano. Ma la drammaticità
degli avvenimenti di quei giorni di metà
settembre, la furia omicida e catartica
della violenza integralista e le logiche
della guerra, inducono a nuove considerazioni
che superano di gran lunga la storia pur
recente che a Genova ha segnato una tappa
importante per il "nuovo movimento". Ed
è proprio la complessità delle forme della
ribellione a un sistema politico, economico,
culturale, unico, globale, violento che
ci spinge a cercare il senso più profondo
e autentico di un anarchismo per il ventunesimo
secolo. Scavare nella più che centenaria
storia di questo movimento, riandare,
non solo storicamente ma anche culturalmente,
alla rivisitazione delle sue radici ci
permette di coniugare una continuità ideale
ed etica con la necessità di aggiornare
il senso e i modi della presenza in questo
contesto globalizzato. Se la politica
degli stati, se l'economia del capitale,
se la cultura della dominazione e dell'oppressione,
hanno pervaso tutte le forme sociali ridefinendo
la geografia del dominio, marcando decisamente
le differenze tra esclusi e inseriti,
se questa accelerazione storica, avvenuta
negli ultimi cinquant'anni, ha trasformato
la stessa natura antropologica dell'essere
umano, si debbono esplicitare alcuni elementi
fondanti di un anarchismo al passo con
le sfide di sempre, ma capace di rinnovare
il senso più profondo e autentico del
suo essere una teoria e una pratica di
libertà e di umanità. È quindi ovvio che
l'anarchismo non può essere confuso con
il nichilismo. Quest'ultimo è una espressione,
o forse una conseguenza, spesso inevitabile,
di condizioni storiche, sociali, politiche,
economiche e culturali di forme di dominio
pesantemente autoritarie; talvolta è stato,
e forse è, anche una sorta di contropotere,
lucidamente demente, in lotta per la propria
affermazione.
Potere
e contropotere
Non
vi è nulla di nuovo all'orizzonte del
ribellismo, così come del potere: cambiano
i contesti storici, talvolta le tattiche,
gli strumenti ma l'essenza sembra essere
sempre la stessa. I movimenti spontanei,
quello anti-global per esempio, esprimono
tutta la loro natura liberatoria e positiva
nella fase di formazione. Portando una
ventata eccezionale di vitalità, di utopie,
di sentimenti positivi, di valori libertari,
toccano ampi settori della società, mobilitano
coscienze e "fedi" diverse, insomma sprigionano
tensioni etiche straordinarie. Ma inevitabilmente
si esauriscono quando su di essi incombono
le forme del potere e del contropotere.
Allora, l'egemonia della rappresentanza,
la violenza del nichilismo, la smania
dell'apparenza e della visibilità mediatica,
proprie di ogni forma di potere, trasformano
questi movimenti in strumenti e mezzi
per la formazione di un nuovo dominio.
Anche a Genova abbiamo assistito a espressioni
di ribellismo che possono essere assimilate
a una logica nichilista. Distruggere vetrine
di negozi, banche, bruciare automobili
o cassonetti delle immondizie, forzare
e guidare implicitamente, o meglio imporre
esplicitamente, nei cortei scontri violenti,
mutuare forme di contestazione da pratiche
alla hooligans, si configura come un uso
della violenza che appartiene a questa
storia nichilista. Inoltre, occorre ricordare
che la violenza è per sua natura gerarchica,
quindi autoritaria, disumanizzante, produce
forme di avanguardismo, dunque di alienazione,
segna differenze di potere. Un movimento
variegato come questo dei no-global rischia
certamente di essere frantumato nel nascere,
come le discussioni e i fatti seguiti
a Genova dimostrano, anche da queste pratiche,
e quindi di venire di fatto snaturato
da pratiche nichiliste: speculari alla
logica del potere. La storia, sia quella
recente del movimento anti-global sia
quella degli ultimi decenni, è lì a testimoniare
come le forme del potere e dell'egemonia
siano potenti e si rinnovino sistematicamente.
Per questo è indispensabile rinnovare
la propria dissonanza, la propria diversità,
prima di tutto etica, marcare le differenze.
La necessità di dare un senso all'anarchismo
di oggi e di domani si impone a chiunque
voglia e desideri far uscire la teoria
anarchica e i comportamenti libertari
dall'orizzonte esclusivo della negazione.
In altre parole un anarchismo, dal mio
punto di vista, che si esaurisca nella
negazione dell'esistente (fatto sicuramente
indispensabile per ogni processo individuale
e collettivo di emancipazione) non è capace
di produrre un'etica del cambiamento e
non soddisfa tutte le potenzialità del
pensiero anarchico. Però la risposta alla
teoria negativa non si supera con la fuga
nella mistica del totalmente altro, nell'utopia
della perfezione, perché, come sosteneva
Alexander Herzen più di un secolo fa,
una meta che si situi in modo lontano
da noi in senso quasi infinito è una mistificazione.
Un anarchismo moderno e positivo, quindi,
deve fare i conti con le modalità con
cui si afferma il cambiamento senza che
questo produca un mostro più terribile
dell'esistente. Ciò contempla la consapevolezza
che lo stato è l'organizzazione politica
del dominio. Un'organizzazione che si
fonda sulla violenza istituzionalizzata,
cioè quella che sottrae agli individui
la loro libertà, pertanto negare lo stato
significa voler ristabilire rapporti libertari
e ugualitari tra gli esseri umani. Ma
all'interno delle maglie strette e soffocanti
della società gerarchica e autoritaria
cresce continuamente (nonostante le condizioni
sfavorevoli) una sorta di forza collettiva
fondata sull'autoresistenza e l'auto-organizzazione,
spontanea e solidale. Una sorta di società
alternativa che si esprime nella cooperazione
e nel mutuo appoggio, nel bisogno di una
dimensione comunitaria contrapposta alla
competizione e alla disuguaglianza. Quanti
esempi quotidiani svelano fino in fondo
il bisogno naturale di affermare la propria
libertà attraverso la pari libertà degli
altri, e tutto quanto di genuino e spontaneo
c'è nel movimento anti-global ne è degna
testimonianza: a Genova come a Seattle,
a Goteborg come nel Chiapas, ma soprattutto
nelle continue e silenziose azioni di
migliaia di uomini e donne impegnati nelle
più disparate associazioni di solidarietà
e di lotta contro l'indifferenza o lo
sterminio della dignità umana. Esistono
due forme distinte di società che si confrontano
e si scontrano, nel Nord ma anche nel
Sud del mondo, in una lotta continua e
incessante, quella che identifica la libertà
nella capacità di possedere, competere,
vincere, l'altra è libertà di essere,
decidere, partecipare. Di fronte a questa
situazione l'anarchismo ha due distinte
possibilità di azione e di definizione
della propria natura. Una, continuare
ad abbracciare una concezione messianica
del cambiamento, l'altra, praticare un
anarchismo etico e pragmatico che pensi
se stesso come una soluzione organizzativa,
una "teoria dell'organizzazione sociale",
direbbe Colin Ward,
ai mali prodotti nella storia dal capitale
e dal potere.
Pragmatici
e messianici
L'anarchismo
è per sua natura rivoluzionario: i rapporti
libertari ed egualitari fra gli uomini
sono radicalmente diversi da quelli autoritari
e disegualitari, ma il prevalere di una
soluzione libertaria o autoritaria non
è assolutamente il risultato di uno scontro
definitivo di proporzioni cosmiche, né
tantomeno di guerriglie variamente praticate,
quanto piuttosto della continua lotta
fatta di tanti episodi più o meno apparentemente
significativi o grandi, che nel corso
della storia si sono succeduti e ancora
continuano. In ogni società, con l'esclusione
forse di quelle più totalitarie e/o fondamentaliste,
esistono forme pluralistiche di vita e
di pensiero, con aree più o meno vaste
di dissenso e dissonanza rispetto ai valori
imposti e ufficiali. Quindi l'anarchismo,
come sottolinea Ward, deve abbracciare
quell'idea e quella pratica di rivoluzione
che è propria dei mutamenti sociali, attraverso
i quali i popoli e gli individui ampliano
le proprie sfere di autonomia e riducono
l'ingerenza e l'influenza dell'autorità
esterna nella vita quotidiana. Nel caso
invece di un anarchismo messianico, vi
è un atteggiamento e un comportamento
che tendono a proporre un'idea antropologica
radicalmente diversa dell'esistente, sia
nel proprio e specifico modo di pensarsi
uomo o donna sia nell'esteriorizzazione
radicale di questa identità. Appartiene
a questo modello chi pensa e agisce nella
convinzione che l'anarchia (o perlomeno
ciò che si immagina tale) possa essere
soltanto il risultato di un evento capace
di produrre un "totalmente altro" dall'esistente,
un "altro" che segna una rottura radicale
e decisa, totale e assoluta, con il presente.
È quindi prima di tutto un modello pensato
e costruito con un'operazione immaginifica
che non può e non deve essere contaminata
da alcuna influenza esistente. È in sostanza
il risultato di un'idea di "uomo nuovo".
Questo obiettivo può essere perseguito
soltanto attraverso un evento (poco importa
se insurrezionale classico, o più mitigato
in una sequenza accelerata di episodi
o atti) che faccia da spartiacque fra
i due mondi. Insomma, secondo questa concezione
ottocentesca dell'anarchismo (conclusasi
con la rivoluzione spagnola del 1936-1939),
è indispensabile la rivoluzione, l'evento
che fondi una nuova e salvifica antropologia
umana. È una concezione che si collega
spesso con il nichilismo, o che perlomeno
condivide con esso alcune zone grigie
di promiscuità. Mentre l'anarchismo etico-pragmatico
si nutre e si alimenta di altri presupposti
e si fonda sul rifiuto totale di ogni
forma di fondamentalismo messianico. Questo
anarchismo non ha mai avuto nella storia
un percorso a parabola, né una specifica
e circoscritta esperienza emblematica.
Lo si rintraccia all'interno delle maglie,
pur strette, del dominio, spazi e luoghi
nei quali il principio della solidarietà
e del mutuo appoggio (non la semplice
e passiva tolleranza) governa le relazioni
umane. Questo anarchismo non pensa di
fondare un'antropologia partendo da un'idea
di uomo ideale, ma opera per far emergere
le caratteristiche salienti e naturali,
libertarie e sociali, dell'uomo contemporaneo.
In sostanza si preoccupa di garantire
una sempre maggiore autonomia individuale
e liberare le potenzialità naturali che
già vi sono utilizzando la spontanea esigenza
di libertà. Un uomo libero prima che nuovo
insomma. Vale a dire che diventa prioritario
garantire la libertà individuale, nel
suo senso più pieno, prima di preoccuparsi
della novità. Non vi è dunque, in questa
accezione, la preoccupazione di pensare
un "totalmente altro", ma piuttosto di
far emergere quotidianamente nei vari
momenti della vita sociale la risposta
anarchica ai problemi della società, nella
convinzione, tutta pragmatica, che essa
sia stata e possa essere anche nel futuro,
la più adeguata alla risoluzione degli
stessi.
Azione
negativa e azione positiva
Scrive
Paul Goodman
nel 1946: "Una società libera non può
essere l'imposizione di un ordine nuovo
al posto di quello vecchio: è l'ampliamento
degli ambiti di azione autonoma fino a
che questi occupino gran parte della vita
sociale (il fatto che una liberazione
di questo genere sia graduale non vuol
certo dire che possa avvenire senza rottura
rivoluzionaria, perché in molti campi,
per esempio nella guerra, nell'economia,
nell'educazione sessuale, qualunque liberazione
autentica prevede un cambiamento totale)",
(Individuo e comunità, Elèuthera, Milano,
1995, p. 129). Questa interpretazione
dell'anarchismo suppone che sia necessario
per la sua esistenza infatti misurarne
i presupposti fondanti, sia nell'azione
negativa (lotta a ogni forma di dominio)
sia in quella positiva (liberazione massima
delle potenzialità individuali in un contesto
comunitario), con le diverse culture e
i molteplici immaginari su cui si sviluppano
le società. Non vi può essere quindi una
rottura emblematica quanto piuttosto una
serie di discontinuità. L'anarchismo ha
necessità, per non snaturare il suo essere
antidogmatico per natura, di implementarsi
con le realtà variegate del consesso umano,
di "meticcizzarsi". Dall'apporto di diverse
antropologie è possibile costruire un
humus sociale che permetta alle stesse
di lasciar emergere la dimensione libertaria
a favore di un pluralismo etico che si
riconosca nella sua autonomia e dunque
nella sua relatività ma non nella possibile
indifferenza etica e morale che può derivare
da questa. Ecco perché deve stare dentro
un movimento sociale per impedirne per
quanto possibile ogni deriva autoritaria
comunque mascherata, ma con la convinzione
però che non esistono scorciatoie per
l'emancipazione umana, così come non è
possibile praticare lotte sociali con
mezzi che siano in contraddizione con
il fine che si persegue. Ero a Genova,
sono nella vita quotidiana con la consapevolezza
delle mie contraddizioni. Ma non ho paura
di queste, mentre temo la criminalità
del potere e la demenza del nichilismo.
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