I dannati del Giubileo
di Angelo Quattrocchi

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Il papa polacco, tanto per rimanere legati alla storia dei Giubilei, è un Bonifacio che si traveste spesso da Celestino. Così come Bonifacio si teneva stretto il re di Francia, e anche gli Angiò, Karol Wojtyla si tiene stretto ai media, che ha divinamente (ahi, la battuta!) gestito nei suoi viaggi diventando il primo protagonista della mondializzazione dei poteri. E in quel suo baciare la terra dove arriva, in quel suo parlare di poveri e umili c'è il finto Celestino, nel suo far fuori la teologia della liberazione, in Sudamerica, c'è tutto Bonifacio. Il Giubileo, sin dal primo del 1300, è un evento mediatico, che rafforzava il papa, arricchiva Roma e ne consacrava la centralità, offuscata solo in parte da Lutero. Il Giubileo vuole essere superevento, e superevento mediatico. Una Woodstock del sacro. E infatti si son bisticciati per mesi, e spenderanno molti miliardi, per il sito dove il papa polacco vuole, fortissimamente vuole, almeno tre, ma lui spera cinque milioni di pellegrini (in un solo giorno), per superare ogni altro raduno laico. Ha fatto le prove a Parigi, ed è arrivato a oltre due milioni. Qui, giocando in casa, e con l'evento, vorrebbe farne cinque. E ne ha anche bisogno, perché la croce, nel mondo mediatico, non è proprio più la pri- ma, è minacciata dalla Coca Cola, dalla McDonald's (come logo, come simboli) ed è minacciata dai campionati del mondo, dalla Formula uno e da altro ancora, per quanto riguarda l'audience. E in ultima istanza, è l'audience che conta. Il mediocre scrittore che è in lui lo sa così bene che ha perfino fatto un disco quale promo del Giubileo. Il giubileo deve essere dunque il più importante evento mediatico del mondo, e ha anche la fortuna di partire sull'onda dell'anno 2000, già di per sé grande evento. Non ci vorrà molto, ma ci vorrà abilità. La commistione di sacro e profano è ormai indispensabile. Ha preso il via con Babbo Natale, inventato dalla Coca Cola negli anni Venti. Tutto questo, però, è pompa, è Bonifacio che si fa accompagnare dai re a piedi, con i cavalli a fianco. Ma la sostanza? A chi sa ben vedere, la si intravvede già da anni nell'ecumenismo globalizzatore del polacco viaggiatore. Si tratta di imporre il cattolicesimo come primus inter pares dei monoteismi del mondo, di inglobare tutte le sottomarche cristiane (si lascia il marchio, ma si detiene la proprietà, e finisce come l'Alfa, Ortodossa, come la Lancia, Copta...). E ancora, si tratta di porre argine, e trovare terreno comune, con il monoteismo inte- gralista, quello di Allah, che al confronto il cristianesimo fa la parte del buono. Dell'allineato con liberismi, democrazie, globalizzazioni, civiltà, progresso e tutto l'armamentario del politically correct del potere che sta, come nel sogno-incubo di Karl Marx, finalmente conquistando il mondo intero. Insomma, la più grande, e sottile operazione di marketing contemporaneo, né più né meno. I segni che già da anni evidenziano questa politica lungimirante? La grande moschea concessa ai mussulmani (la Pepsi Cola?) a Roma. La mano di ferro nel guanto di velluto in Sud America, e anche in Africa, dove la chiesa si gioca le anime povere dei prossimi decenni. Quelle ricche (dell'Occidente dove i supermercati hanno preso il posto delle chiese, la televisione ha preso il posto dei dipinti e delle messe cantate) non merita evangelizzazione. Basta, appunto, la televisione. Il papa polacco l'ha capito bene, i bambocci occidentali, ridotti a Ken e Barbie dal consumo, terrorizzati dall'invecchiamento e dalla morte, non hanno bisogno di essere conquistati, sono anime perse. Per loro basta che lo showbusiness della chiesa sia grande, potente, il più grande, il più vicino al potere, il consacratore dei re. Come sempre.

LA VENDETTA DI NERONE

Contrariamente al buonsenso, i pullman, i grandi bisonti con dentro i 54 penitenti, con ragazzotta parlante al microfono, con cesso, Tv (no, piscina non ancora) incorporati, non saranno tenuti in grandi parcheggi alla periferia. Il sindaco Francesco Rutelli e il papa polacco hanno pensato che il Vaticano doveva avere: 1. un bel parcheggio di 880 posti macchina (per sempre), 2. un bel parcheggio per 200 (duecento, avete letto bene) autobus che, allegramente gasando, ammorbando, assordando, intasando la città, arrivano e arriveranno fino al soglio di Pietro. 3. non potendo, dette macchine e detti bus, arrivare così, diciamo a crudo, i solerti organizzatori (certo, c'è una commissione paritetica, una sana commistione rutello-wojtyliana) hanno comprensibilmente deciso di fare anche un "centro di accoglienza". No, per carità, non chiamatelo un supermercato del papa, che sarebbe politically incorrect. La capitale è già incarognita dal traffico, ammorbata dai gas, intontita dai fragori, umiliata dai rampantismi becero-mafiosi, piegata e piagata dall'usura, spaventata dalla malavita di strada cui nulla si oppone, scossa dall'invasione di mafie albano-marocchine che nemmeno la tolleranza della città eterna più riesce ad assorbire: del Giubileo ha paura. A parte i commercianti e i pizzaioli. Ci vuole un centro di accoglienza, insomma, che suona meglio.Poi sarà normale metterci i rosari e gli zamponi di maiale. Per fare parcheggio e centro di "mercaccoglienza" pellegrinosa abbiamo speso (noi italiani, pantalone insomma) 150-200 miliardi, mi pare. Ma il balletto delle cifre, (dei 4-5 mila miliardi ai giubilanti costruttori e ai giubilati romani) vorrebbe tragicomico, esilarante capitolo a parte. Qui ci basti ricordare che, contro ogni logica e decenza, sottopassaggio papale e megaccoglienza vanno avanti da non so quanti mesi, sicuramente più di dodici. La cosa buffa è che paghiamo tutto noi, ma quando gli ispettori del lavoro sono andati a dare un'occhiata (la percentuale di lavoro nero è altissima, ma si sa, quando c'è dio di mezzo...) quelli del Vaticano li cacciano: è casa loro, dicono, e lì non vigono leggi e controlli. Torreggia, su una specie di promontorio, alle pendici del Gianicolo, un grande edificio alto e severo, massiccio, in posizione stupenda, che guarda il Tevere. È una delle mille proprietà dei Torlonia, i principi che hanno segnato la storia di Roma, insieme ai Barberini (quello che non hanno fatto a Roma i barbari, l'han fatto i Barberini) scempiatori, i Pamphili della villa omonima dove le statue sono senza teste! Come del resto al Pincio, regalato a Roma a inizio secolo, con la villa Borghese che se leggete sui giornali sta andando a posto, se la andate a vedere vi piglia una pena, tanto che i residenti, come la gran dama del cinema scritto italiano, Suso Cecchi D'amico, un giorno sì e un giorno no scrive accorate, disperate lettere sull'incuria, la stupidità, i disastri comunali. Ma torniamo al Gianicolo, al palazzo dei Torlonia, alto sul Tevere, più alto della cupolona a lui vicinissima e facciamone esempio. Ora, Torlonia, a due passi, alla Lungara ha due palazzi pieni di povera gente, in odore di sfratto da moltissimi anni. Il sedicente comune di centrosinistra, con mossa non diciamo intelligente, che sarebbe troppo, avrebbe potuto, dovuto, chiedere a Torlonia di mollare sul palazzo popolare, e concedergli il permesso di fare un albergo giubilare lassù. Invece niente. Perché sono protervi, e bisticciano per la divisione della torta. E pensare che Torlonia ha anche un pezzo di Sdo il famoso satellite della città che ormai nascerà chissà quando, e un decimo di quel che si gridava. E così tutti i palazzinari che ci si sono ficcati dentro per centinaia di miliardi, e di grandi terrieri, Torlonia compreso, ora sono ricattabili dal comune, che può decidere, di quello Sdo in mano alle mani forti, chi sarà dentro e chi rimarrà coi prati, a bocca asciutta. Quindi, nel gioco di ricatti incrociati che va sotto il nome fintissimo di democrazia ed è soltanto potere telecratico-burocratico-mafioso a Roma tutto è in mano alla poco sacra trimurti del papa polacco, di Rutelli e dei suoi sponsor latifondisti-palazzinari. Torniamo alle sacre ruspe che scavano e scavano per fare il sottopasso per il parcheggio del papa, e il suo centro commerciale d'accoglienza, con sacro fervore, giorno dopo giorno, mentre intorno a loro e al Gianicolo è un nodo di vipere metalliche e di stridori e gas venefici senza precedenti e paragoni. Il 17 agosto 1999, fervidamente scavando, scoprono i primi muri romani; ed è il primo stop. Ora io non so quanto sappiate di questo gioco delle tre carte (dei tre poteri, appunto) che da sempre si compie a Roma quando i costruttori scavano, gli archeologi li tengono d'occhio, e il Comune nicchia. Grazie al cielo (non quello del polacco) il sovrintendente Adriano La Regina è una persona che un tempo si chiamava "seria". E la stampa, per il resto idiota e incosciente, su questo argomento allertata dai mille occhi d'un altro poterino che si difende, tira subito fuori le unghiette nel nome dell'antichità, peraltro fatta a pezzi in una Roma dove lo smog si sta mangiando pure i marmi. Insomma, il 17 agosto si devono fermare. Il direttore degli scavi, certo Claudio Moccheggiani, minimizza. Tiene famiglia, ha una carriera da difendere, ma Italia Nostra gli sta addosso. C'è il "comitato di settore", una specie di consulta, che decide sull'importanza di quello che si trova: studia i reperti, e il 30 settembre decide che i lavori possono continuare. La pressione per continuare è enorme. La triade Rutelli, palazzinari e papa polacco è dietro a tutto questo. Avevano trovato una stanza, romana. Non ci voleva il povero Moccheggiani, che tiene famiglia e carriera, per capire che di stanze ce ne saranno altre. Quando inevitabilmente trovano la seconda lui dice, ineffabilmente, testualmente: "Certo che ne abbiamo informato il sovrintendente, ma che si era scoperta una seconda stanza non l'abbiamo detto all'opinione pubblica, né fatto un comunicato ufficiale. Non ne avevamo l'obbligo. Lo sapevamo solo noi addetti ai lavori e le autorità competenti. Ma abbiamo agito in piena trasparenza (sic!). Il mio compito è quello di eseguire lo scavo archeologico a turni serrati fino al 30 ottobre, mantenendo però un rigore scientifico". Il reale ha poco a che fare con il povero Moccheggiani, con la commissione, e ancora meno con l'ufficio del commissario straordinario del governo per il grande Giubileo del 2000. Non è un titolo spagnolesco ripescato da Alessandro Manzoni, è un titolo venuto fuori nel 1998 o giù di lì, dopo mesi, anni di balletti grotteschi su chi decidesse cosa, comandasse su cosa, e gestisse i 4 mila miliardi di Pantalone, mentre il tempo passava, e quelle tre o quattro cose sensate che si potevano fare con quella valanga di soldi sfumavano all'orizzonte inquinato. Cosa? Qualche linea di tram nella Roma asfissiata, una metropolitana disperatamente necessaria nella città sempre più intasata, autobus, grandi parcheggi periferici. Chiusura al traffico del centro dentro le Mura Aureliane. Nulla di tutto questo è stato fatto. Insipienza? Stupidità? Incuria? Incapacità a decidere? Timore di infastidire le categorie forti? Per tutte queste ragioni insieme, oltre all'avidità dei palazzinari e alle mazzette: tremate, tremate, le mazzette son tornate! Come prima, più di prima! Ora, con le due stanze e le colonne scoperte (siamo a fine ottobre). Non ci sono più dubbi: si tratta di una grande villa imperiale urbana, la domus di Agrippina, la madre di Nerone ed è chiaro, quanto ovvio, che si estenda per buona parte della collina dei Torlonia e probabilmente anche nella collina che è di Propaganda Fide, uno dei più duri istituti di Pietro. E sarebbe, è già, vendetta: la vendetta di Nerone, e della sua famigerata mamma Agrippina, su quel Pietro che qui fondò la sua chiesa. L'ufficio del commissario straordinario del governo per il grande Giubileo dell'anno 2000 manda al mondo intero un comunicato ufficiale che recita così: "In merito alle notizie riportate da alcuni organi di stampa circa i reperti archeologici nella zona della rampa di accesso al parcheggio del Gianicolo... precisa che non si è verificato alcun nuovo ritrovamento. Come già ripetuto in più occasioni, le strutture (quando usano la parola strutture c'è puzza d'imbroglio) da tempo rinvenute sono oggetto di studio e di costante osservazione da parte della Sovrintendenza archeologica di Roma, con la quale è in corso una proficua e costruttiva collaborazione che ha permesso, in base a quanto deciso dal competente Comitato di settore del ministero dei Beni culturali, di concordare le modalità e le cautele per il recupero e la musealizzazione dei reperti". Beh, non vi scordate che ci sono dietro 17 secoli di potere, menzogne e disinformazione, di cui questo piccolo saggio non è che l'ultima perlina. Questo vuol dire: che sia la domus di Agrippina lo dite voi. Noi abbiamo forzato la mano al comitato di settore, che abbiamo in pugno, e lui ha deciso per noi che quei quattro calcinacci che troveranno li porteranno in qualche scantinato di museo, tanto fra tre settimane ve li sarete dimenticati. E noi ci facciamo, a tappe forzate, il nostro sottopasso sacro, e il nostro sacro supermercato, che dureranno nei secoli. E il reale, com'è? Il reale è la seconda stanza trovata, davanti alla quale appaiono le colonne di un portico, le mura scandite da lucernari, affrescate con disegni che rappresentano un ambiente di giardini. Sulle pareti, di due metri e mezzo, sono dipinte una serie di architetture in mezzo a motivi floreali, uccelli, maschere curiose e animali fantastici con viso umano, ali e zampe. È la villa di Agrippina: è la vendetta di Nerone. Alla fine arriva, inevitabile e puntuale, la dichiarazione, furiosa, del sovrintendente ai beni archeologici, La Regina, che fa il punto così: "Non ho dato alcuna disposizione di eseguire, sui resti antichi, interventi che non abbiano finalità conservative, né disposto la rimozione degli affreschi dipinti sugli intonaci... le devastazioni archeologiche e la dissacrazione dei luoghi che videro il martirio dei primi cristiani sono state invece compiute durante la costruzione del parcheggio sotterraneo". Sei piani interrati che hanno sventrato il Gianicolo, sul terreno sia italiano, di proprietà dei Torlonia, sia del Vaticano di proprietà di Propaganda Fide. Su quest'ultimo gli archeologi dei Beni ambientali non hanno mai potuto fare sopralluoghi, sono sempre stati respinti dallo Stato del Vaticano, come gli ispettori del lavoro. È tutto su terreno Vaticano l'enorme parcheggio, per 106 pullman e le 808 auto. Oltre a quello che alcuni chiamano un "centro di accoglienza" e altri chiamano "un centro commerciale". Non ci vorrà molto per vedere chi diceva il vero e chi mentiva. Per ora, Impregilo e Dioguardi, le due grandi imprese che hanno preso la commessa hanno sventrato la collina e rimosso decine di migliaia di metri cubi di terreno, e secondo il maggiore esperto del Cnr, Lorenzo Bianchi, hanno, nel silenzio più assoluto, portato via di notte la terra, probabilmente distrutto un'intera necropoli, un cimitero apogeo suggerito dalla presenza di grotte con epigrafi scolpite nella roccia che si riferiscono a sepolture di pellegrini frisoni (olandesi). Cancellate anche le tracce dei martiri cristiani di Nerone. Il tutto, pagato per metà dallo Stato italiano (40 miliardi) anche se è in casa Vaticana. E per finire, la rampa laterale di accesso al parcheggio, lungo il bastione deturpato, hanno distrutto l'ultimo resto delle prime mura vaticane del nono secolo costruite da Leone IV e hanno sventrato il bastione del 1543 costruito da Sangallo il Giovane, il rivale di Michelangelo. Lo hanno bucato con due enormi archi in cemento armato, per farci entrare i 106 pullman e le 808 macchine.

COME CI HANNO GIUBILATO

Ben 4-5 mila miliardi, spesi nel solito tiremmolla paramafioso tra governanti nazionali e Rutelli che un po' chiede e un po' pretende, visto che alle spalle ha il papa e il suo Giubileo, una Roma stremata e amici palazzinari famelici in attesa. Ne vien fuori un pastrocchio all'italiana, peggio, alla romana, dell'entità apparente di 4-5mila miliardi. Con un osceno balletto, di cifre e attribuzioni, di nomi, competenze e controlli, che fanno perdere uno, due, tre anni, fino a che l'ircocervo nasce, con i soliti progetti faraonici, dozzine, centinaia, di cui, dopo ancora mesi, anni di tira e molla su chi fa cosa, insomma chi si piglia i soldi della torta, finisce che i soldi ci sono, e non si sa come spenderli, perché il tempo per progetti forti, di sostanza, se ne è andato nei bisticci. Questa la radiografia, impietosa ma fedele, di come è andata fino ad ora, a pochi giorni dall'inizio dell'anno dei giubilati. Nel 1995, era il mese di maggio, l'allora presidente del consiglio Lamberto Dini promise soldi, tanti soldi, 3.500 miliardi, per una cosa seria, e disperatamente necessaria alla città intasata e gasata: una nuova linea metropolitana. In una città che ha due asfittiche linee malfunzionanti, e che esplodono. Rutelli disse, al teatro Argentina, con il suo solito eloquio ducesco: "Attendiamo dallo Stato il finanziamento per la strategica linea C, quella che collegherà il Colosseo a San Pietro". E già quella era una stupida, vaniloquente smargiassata. Stupida perché Roma dolens ha bisogno di collegamenti veri, tra centro e periferie terribili, e lui proponeva di scassare il cuore del centro, che è tutto un reperto archeologico, e fare il secondo disastro là dove Mussolini aveva fatto il primo, con i Fori Imperiali. I miliardi della prima tranche, almeno 1.500 li prese, ma non solo non fu capace di superare i famosi 62 passaggi, o impedimenti, ma non è neanche stato capace di far correre un tram. L'unica linea che ha fatto, il famoso ai romani, Otto, che cominciò in burletta (avevano sbagliato persino i gradini d'accesso) almeno funziona, ma dimezzato. Doveva arrivare a Termini, attraversando il centro, e invece si ferma al teatro Argentina, il luogo dell'esternazione mussoliniana di Rutelli. L'altra cosa utile, un anello ferroviario, una circonvallazione esterna che aiutasse la congestione del centro (c'era già, l'anello di ferro, con il tram, e c'era anche un tram sui lungoteveri, nel dopoguerra, basta vedere qualche film neorealista, ma fu tutto divelto, in nome della Fiat trionfante) non ha mai preso il via. Dovevano essere 400 chilometri di binari, non ce n'è uno, lui ha litigato con le ferrovie. Un altro collegamento, stradale questa volta, tra l'Olimpica e Pineta Sacchetti, abbandonato anche lui. Lo taff del sindaco dice che i soldi sono arrivati tardi, tutti gli altri dicono che hanno bisticciato fino all'ultimo su come dividersi la torta. Che, quando è arrivata è stata divisa in 446 appalti, e una cinquantina di consulenze. tutti per cifre tra i 4 e i 10 miliardi, cioè esattamente meno dei 5 milioni di Ecu, quasi 10 miliardi, sopra i quali le gare d'appalto sono più rigide. E tutti per pittar chiese, rifare pavimenti e marciapiedi e poco più. Oltre s'intende, al sottopasso che porta al parcheggio e al supermercato del Vaticano. Tra le poche cose che i giubilati possono vedere, ci sono le chiese: dozzine, centinaia di chiese tutte ripittate, con colori che vanno dal cacchina chiara al verdino bile di bambino, con qualche panna acida. Il tutto a schiacciare le volumetrie. A fare apparire le facciate come costruite con il lego. Profusione di "filologie", ovviamente, a pomposamente ricoprire ignoranze e approssimazioni. Il ponte Sisto che fu costruito per un Giubileo con la tassa sulle puttane del centro (ora cacciate al di là del Gra, Grande raccordo anulare, in nome di pulizia morale) è stato finalmente ristrutturato, togliendoci lampioni e ringhiere in ghisa dell'Ottocento umbertino, dopo 25 anni che aspettava. Quello dei ponti, come sappiamo, è un tormentone che si presenta a ogni Giubileo, a cominciare da quello in cui un asino impazzito buttò giù una quindicina di fedeli che morirono affogati nel Tevere, in tempi più lontani. Questa volta dovevano fare ponti per soli pedoni pellegrini, a via degli Annibaldi (tra i Fori e il Colosseo), in piazza Numa Pompilio (Appia Antica) e Villa Pamphili, per ovviare allo scempio della villa tagliata in due. Niente, nessuno dei tre ci sarà. I pedoni sono gli ultimi, i giubilatissimi, in questa città, insieme ai ciclisti, ai vecchi e ai bambini. Ma questo è niente. I giubilati romani che vanno coi mezzi vivono da un anno con 200 bus nuovi, prontamente autopubblicizzati sulle fiancate, completamente sbagliati. Con un passaggio così stretto che hanno dovuto togliere dei sedili, e ancora sono impossibili. Cioè tu sali, timbri il biglietto, che almeno due volte su dieci non funziona. Vedi il povero turista ligio che s'incazza, si frustra, e poi scuote le spalle: italiani incapaci! E lascia perdere. Poi c'è la strettoia dalla quale passa solo una persona per volta, se non ha bagagli, sennò s'incastra tra la filippina davanti a lui e il senegalese che sta dietro. Naturalmente, con sopraffina intelligenza, questi nuovi autobus (Fiat Iveco ma i conduttori glielo avevano detto, ma chi li ascolta? Non certo gli ingegneri...) li vanno a mettere dove possono vantarsi di averli messi, tra la stazione Termini e San Pietro, cioè dove la gente, per lo più viaggiatori, è piena di bagagli, e non passa in quella strettoia. Ma che volete che importi, come sta la gente? Cosa volete che importi, a chi l'ha gasata per anni, costringendola a prendere la macchina per andare al lavoro e poi blaterando di mezzi pubblici, di cura del ferro (cura dell'olio di ricino, dicono i testi di storia...) senza dargli un mezzo pubblico, uno straccio di tram, una metropolitana che risolva. Sono 18 anni ormai da quando hanno cominciato ad allungare quella che c'è, inizia il Giubileo e ancora non sono arrivate a Boccea, qualche chilometro più in là di Ottaviano. Ma con una città così pestifera, 2 milioni di macchine con emissioni incontrollate e 600 mila motorini con emissioni più venefiche ancora, che uscire di casa e andare a comperare in centro vuol dire farsi venire il bruciore agli occhi, tanto che la gente gira in macchina anche per questo, perché tra puzze, gas, rumore e bruciore d'occhi vecchi e bimbi ormai sono blindati in casa, cercheranno almeno, per salvarsi il culo, per salvare il Giubileo, di fare qualcosa. Come fanno tutte le città del mondo. Oltre a mettere più bus (s'è detto cos'han fatto), si mettono più taxi, e taxi collettivi, che fanno navetta. Ahi, la beffa, la tragicommedia, il grottesco. Che di aumentare i taxi, che sono 5-6 mila, con turni rigidi, e molti meno di quelli che servono, ne parlano da anni. Ma naturalmente la corporazione dei tassisti, che varranno 50 mila voti, e che scendono a Piazza Venezia a fare casino poujadista appena parlate di nuovi taxi, nuovi orari, non si tocca. Morale, quando piove, il taxi non c'è mai. Il turista non speri in taxi collettivi, ovvia risposta in una città che non ha nemmeno i tram. Ci sono solo gli abusivi, che rubano. Con tutti quei soldi, come dicevamo spesi a pittar chiese e rivoltare sampietrini, voi direte, beh, vi avran fatto qualche piazza pedonale, almeno, per permettere ai pellegrini (e nel dopo Giubileo anche ai romani) di respirare un poco, di passeggiare, di sedersi su una panchina, di guardare una vetrina. Di fare flanella, capannello in una delle città che era tra le più belle del mondo, in una città che ha uno dei climi più belli del mondo. Si, sarà stata bella, ma prima che la sfigurassero i palazzinari del dopoguerra. Rutelli gli ha dato, per insipienza, la botta finale. Sarà con un buon clima (ma il ponentino che dava respiro e brezza alla città, nel pomeriggio, è stato chiuso fuori dalla città dai palazzoni immondi d'una delle periferie più spaventose sulla faccia della terra, fatte di casermoni lager senza una piazza, senza servizi, senza verde pubblico, senza mezzi, senza negozi. E il centro? Piazza Navona è indecente, una piazza veramente chiusa al traffico non c'è. L'unica cosa che non manca è l'eroina di Stato (nel senso di eroina paramafiosa) incontrastata da una polizia che è tutta al servizio dei potenti sgommati alla sudamericana, con le loro sirene urlanti, a gridare il loro becero potere nelle strade intasate. Un episodio, che dice di più di dieci analisi, va raccontato. Siamo nel tardo autunno che precede l'anno Giubilare. L'inizio delle scuole era temutissimo, dai romani, che ben sapevano che con un po' di pioggia, e tutti i cantieri aperti, la città si sarebbe fermata. Cosa che è puntualmente avvenuta. Tipo tre ore di coda sul Gra, o due ore dove si forma l'imbuto, o una dozzina di posti dove tutto si ferma per un'ora. O dove impieghi un'ora per fare un chilometro. Insomma, ecco cosa capita al sindaco Rutelli, che ora gira con la sua autoblu (no, non sono diminuite per niente le 20 mila auto blu. Ci sono ancora, sgommano e fanno ululare le sirene peggio di prima, con gli esagitati in borghese che spalettano imperiosamente, e a volte anche con le pistole che agitano fuori dai finestrini di questa città così giubilardemocratica). Il sindaco in uscita sulla sua auto blu (non è più verde da un pezzo, e non va più in motorino da un pezzo) si ritrova imbottigliato, nonostante le staffette motocicliste, e nonostante la sirena. Siamo più o meno davanti alla Bocca della verità, sul Lungotevere, dunque dentro le mura. Il nostro, evidentemente all'oscuro di quello che i suoi cittadini subiscono ogni giorno, si incazza come una belva, dopo una decina di minuti che è incastrato nel traffico, e se la prende con il capo dei vigili, al quale fa una sfuriata degna della sua fama. La cosa buffa e vergognosa insieme è che lui se la prende, quando rimane imbottigliato, con un traffico che è così da anni. Insomma, non lo sapeva, e allora è il cretino che molti pensano sia, o lo sa ma è un tale incazzoso, sbruffone che pensa di strigliare il capo dei vigili, per una cosa che a lui (e perché mai?) non deve succedere. Insomma, un vero quaquaraqua di sindaco. Quello che troviamo più tremendo, nella sua prosaica banalità è che Roma, con i 4-5mila miliardi spesi non riesca a sistemare una delle cose per le quali è tristemente famosa in tutto il mondo: i cessi. Che non funzionano, sono chiusi, o quando sono aperti sono sporchi, spesso indecenti. Con i 4-5 mila miliardi, voi dite, intanto si potevano mettere a posto tanti cessi pubblici da far contenti anche i 30 milioni di pellegrini in un anno. Ma ora si parla di 20 milioni, e qualcuno dice che forse sarà un grande flop, come è già stato quello della giornata per Padre Pio: atteso mezzo milione di pellegrini, e presenze meno della metà. Magari anche con le maniglie in argento, e i rubinetti d'oro. Come fareste voi, come farebbero in una qualunque città con un po' di buon senso, e un sindaco con la testa sulle spalle? Mandereste vigili, o magari ispettori del genere di quelli che vanno in giro a controllare le righe blu per parcheggi. L'unica cosa che il comune ha fatto davvero, ultimamente. Segno che in fondo non è poi completamente deficiente, le righe, quando ce la mette tutta, le sa tirare, almeno quelle blu. Quelle gialle di pericolo, quelle pedonali per i pedoni, quelle doppie per i sorpassi proibiti, quelle magari no, in migliaia di luoghi pericolosi. Allora, voi avreste mandato qualcuno nei bar, a controllare, a chiedere di rendere agibile e decente il cesso che non è né l'una né l'altra cosa, pena una multa, o, in recidiva, la chiusura. Perché hai voglia la remissione dei peccati, hai voglia la benedizione papale, hai voglia gli spettacoli giubilari con cori celestiali, cori a cappella, organi del settecento, magari anche cori di voci bianche (castrati no, quelli non ci son più, anzi, adesso non vogliono neanche i travestiti, neanche i viados, tutti, tutti fuori dal Gra, che il peccato si può fare solo oltre il Gra, il grande raccordo anulare, dove il dio dei giubilanti e dei giubilati non vede), ma quando il pellegrino deve fare una pipì e non ci sono cessi pubblici cosa fa? Se vai in un bar ti dicono che il cesso è rotto, vai in un altro e ti dico che non c'è, in un altro ti infili in un budello dove pensi ci sia e lo trovi chiuso, aspetti e poi scopri che è chiuso e basta. Allora finisce che davvero commetti un peccato mortale tipo nominare il nome di dio invano, o peggio, commettere un atto impuro. C'erano, pensate, 5 miliardi stanziati per la "ristrutturazione dei bagni" ma la formula, come al solito cavillosa, non ha convinto neanche un barista a richiederli. Né il comune si è preoccupato. Ora, o i 30 milioni di pellegrini sono tutti angeli che notoriamente non hanno il pisello, e non pisciano, cantano solo le lodi del signore. Oppure torneranno a casa raccontando di come la città santa del Giubileo è la città più zozza del mondo. Con cessi pietosi, malfunzionanti, maleodoranti, quando aperti. Ma anche questa potrebbe essere una soluzione: sempre meno turisti per una città sempre meno vivibile. E ci rimangano solo i giubilati.

ROMA: ANNO 1299

Facciamo un salto nel tempo, al 1299. La città è un paesone miserabile, di 20 mila anime dannate sfruttate da una Curia papale alla sbando, fatta di cardinali corrotti e venali, figli delle grandi famiglie feudali che si scannano fra loro. I cardinali sono poco più di capiclan, rozzi e rissosi come i cupi Orsini, i Colonna, tutti arrivati al porporato per diritto feudale. Flashback. Il 29 agosto del 1294, giorno di grande afa, e di Conclave, c'è l'elezione di un nuovo papa. È scontro tra le due fazioni, quella dei cardinali pro-francesi e quella dei cardinali pro-napoletani. Da una parte il re di Francia che vuole il papa ad Avignone, sotto il suo tallone, e dall'altra gli Angiò di Napoli, che vogliono il papato per sé, per farsi più forti. Ma che è il papa? È come il re degli scacchi: non ha nessuna forza, nessun peso, però è essenziale al gioco, perché è lui che incorona, in nome della chiesa, il re, l'imperatore (di un sacro romano impero che non c'è più, ma tant'è, il collante religioso ancora tiene). È stallo, tra le due fazioni, già da parecchi giorni, quando arriva una lettera da Pietro Angeleri da Morrone, asceta leggendario e ora abate della potente abbazia di Collemaggio. Dall'alto della sua fama e della sua reputazione di quasi santo, Pietro manda una lettera furiosa e bellissima, che attacca il Conclave corrotto, nepotista, pomposo, venale, dedito solo alla ricerca del potere sulla terra. La lettera viene letta nel Conclave stesso, e ha un successo strepitoso (un po' come oggi quando il solito ministro X dice che il suo ministero è una merda, succede ormai spessissimo). Il nostro andrà anche oltre, perché anni dopo verrà cooptato, con il nome di Celestino V, e fatto papa. Certo, è il Celestino di cui Dante dice: "Fece per viltade il gran rifiuto", ma Dante, grande in poesia, qui non la conta giusta. Quel che succede è che Celestino viene eletto, sulla soglia del 1300 come outsider, nella lotta tra Matteo Rosso degli Orsini (partito degli Angiò) e Iacopo Colonna. Lui non è per niente vile, anzi, intanto è diventato capo di una ventina di ricche abbazie, e quindi è un po' il capo di quella "chiesa dei poveri" che trova nelle abbazie, e nel loro rapporto con il basso clero, e il popolo, il suo punto di forza. In contrasto con la Curia Romana. Celestino a Roma nemmeno ci va, anche da papa, perché Roma gli fa schifo. Lui comincia con una mossa arditissima, senza precedenti nella storia della chiesa, che avrà conseguenze per lui, e per la chiesa stessa nei secoli a venire. Concede cioè, e siamo nel tardo autunno del 1299, l'indulgenza plenaria a chi va a visitare la sua abbazia principale, quella di Collemaggio, che è vicino all'Aquila. Ci vanno a frotte, da ogni parte del centro Italia. E ti credo. L'indulgenza plenaria vuol dire la remissione di tutti i peccati, anche i peggiori, in un mondo che crede all'inferno, alle punizioni divine (e comincia a credere nel purgatorio, che è però solo ai suoi inizi) e quindi moltissimi sono disposti a mettersi in viaggio per andare a beccarsi l'indulgenza. Celestino, insomma, sta puntando sulla sua abbazia, per farla diventare un centro, come quello di Santiago de Compostela, che già da secoli è il grande luogo di pellegrinaggio del cattolicesimo europeo. Ma Celestino non ci mette molto a capire che la chiesa di Roma, quella della curia romana, è tutta contro di lui, e che lo schiaccerà. E allora fa "il gran rifiuto". Cioè si dimette da papa. Una cosa inverosimile, inconcepibile; un gesto di audacia e temerarietà che non è stato mai compiuto (né sarà più compiuto, in tutta la storia della chiesa). E da quel momento, è una mina vagante, un pericolo mortale per la chiesa di Roma, che elegge Benedetto Caetani, papa Bonifacio: un politico corrotto e ambizioso. Sono settimane velocissime, convulse, Celestino, dopo la celebrazione dell'indulgenza a Collemaggio, molla già il 13 dicembre, ma non è certo per "viltade". Probabilmente perché si è reso conto che fare il papa significa farlo, per forza, come vuole la curia di Roma. L'ascesa al soglio di Caetani-Bonifacio è come la Curia romana vuole, e come anche lui vuole: il nuovo papa attraversa Roma a cavallo, con il re di Francia e il re d'Ungheria che gli tengono le briglie. La sua prima mossa, coerente con il suo regno, è quella di fare arrestare Celestino, che viene catturato, messo in una segreta di una torre, super sorvegliato, perché ormai, visto chi è, e come ha abdicato, è ora, agli occhi della chiesa stessa, il pericolo numero uno. Ma ci sono anche altri motivi. La sua concezione della chiesa, una chiesa delle abbazie, e quindi dei poveri e del popolo minuto che a queste si appoggia, è in contrasto con la curia di Roma, di cui il Caetani-Bonifacio è il paladino. E poi attorno a lui si possono coagulare rapidamente, come già stava succedendo a Collemaggio, le masse cristiane figlie dei fremiti riformatori, egualitari della chiesa, che sono sempre sottopelle, sottotraccia. Celestino riesce a sfuggire, aiutato dai suoi frati, e tenta la fuga verso Brindisi, cioè verso la chiesa d'Oriente, da dove potrebbe scatenare uno scisma. Ma viene catturato una seconda volta, rimesso in una segreta, e ammazzato. Solo l'Ottocento anticlericale scopre il cadavere, e il teschio, con il buco di punteruolo, o pugnale, che prova l'assassinio di Celestino. Sul quale ovviamente la chiesa fa cadere l'oblio con una serie di agiografie che ancora potete leggere, in questo anno 2000 con il primo Giubileo mediatico della storia. Ma come ho scritto nel libro (Veridica storia dei Giubilei. Da un assassinio a un imbroglio, Malatempora) il primo Giubileo non è solo frutto di un assassinio, ma anche di uno scippo. E lo scippo va così. È il 24 dicembre 1299, un giorno freddo ma chiaro, a Roma. Bonifacio è saldamente sul soglio di Pietro, Celestino è stato ammazzato. Lui, che è stato tra l'altro uno degli uomini chiave del Conclave che ha eletto Celestino, e che ha subito capito che doveva essere messo in condizione di non nuocere. Il probabile mandante dell'assassinio, è un omone imponente, non certo giovane. Ha 68 anni, ma è ancora forte, prepotente; ha portato a compimento la sua ambizione, finalmente. Dice di lui lo storico inglese Edwards Gibbon: "Riusciva a mettere insieme due vizi quasi inconciliabili, quello dell'ambizione e quello dell'avarizia". Splendido ritratto. L'Oxford Dictionary di lui dice: "Fu temuto e odiato e non riusciva a conservarsi un solo amico". Ora il ritratto è completo. Viene la mattina di Natale: Bonifacio papa officia in San Giovanni in Laterano. Il suo giovane segretario e biografo, cardinale Stefaneschi, officia in San Pietro, che è la chiesa, diciamo, emergente. Sul come è andata abbiamo solo la parola di Stefaneschi, che fa capire come l'idea di lanciare un'indulgenza in San Pietro, sia stata una sorta di esperimento. Bonifacio era, tra l'altro, deciso a contrastare Filippo il Bello, i siciliani suoi nemici, e i suoi numerosi avversari interni alla curia, i Colonna. Bisognoso di fulgore, per se stesso e per la figura papale, e di far dimenticare Celestino. Scrive lo storico Dupré Thezeider: "Di Roma si parlava molto, ma per dirne male, e il pastore delle genti era ormai colui che non curava più le pecorelle, ma le tosava soltanto". C'è fame di indulgenze, e voglia di pellegrinaggio, come ha dimostrato la grande affluenza a Collemaggio di poco prima: è l'occasione per un pontefice che si vuole affermare. Stefaneschi lancia l'indulgenza, nella grande messa di Natale in San Pietro. Neanche una indulge nza plenaria, solo una indulgenza (non sappiamo più precisamente). Accorrono subito pellegrini da tutta Roma, nella stessa giornata, e poi dal contado, nei giorni successivi. Per l'Epifania il conferenziere superstar Matteo d'Acquasparta tiene, davanti al sacro Collegio un sermone sul "potere del papa". Ci siamo, i pellegrini continuano ad arrivare ora non solo dal contado, ma anche dalle città non lontane, Viterbo, tra l'altro. Bonifacio appronta un Concistoro e proclama urbi et orbi l'indulgenza plenaria. Per due ragioni, dice: per non scontentare i pellegrini che continuano ad arrivare, e per via del centenario. Bonifacio legge la bolla, con voce tonante: "Noi affidiamoci alla misericordia di Dio... nella pienezza del potere apostolico, a tutti coloro che quest'anno Mille e Trecento, appena iniziato, e in ogni anno centesimo che seguirà, entreranno con riverenza nelle basiliche dei santi Pietro e Pao-lo in Roma, sinceramente pentiti e confessati, che sinceramente si pentiranno confesseranno, in questo presente ed in ogni anno centesimo a venire, concediamo non solo l'indulgenza più piena e più ampia, ma l'indulgenzia plenaria per tutti i loro peccati". Lo scippo è compiuto. I pellegrini arrivarono anche da lontano, i due ponti per San Pietro furono divisi facendo sensi uni ci, con in mezzo i banchi del mercato, un'idea intelligente che mai sarebbe venuta a Rutelli.

I GIUBILATI DAL 1300 AL 2000

Molto potete leggere, e troppo vi faranno vedere nelle televisioni, della saga dei pellegrini che cominciarono a venire giù (perché venivano quasi tutti dal Nord) a mondarsi dei peccati. Ma tutto, libri come Tv, sarà preconfezionato e servito bello e pulito: una gigantesca operazione silenziosa di rimozione, editing, disinformazione, per l'edificazione del popolo coglione, come avrebbe detto il poeta Gioachino Belli. Basterebbe, tra l'altro, leggere qualche suo sonetto sui preti, e sulla vita sotto lo Stato Pontificio, ai suoi tempi, per dare uno scrollone e far crollare la disinformazione che vi si proporrà in tutte le forme come un castello di carte. Tentiamo dunque quel minimo di controinformazione che decenza vuole, contro l'ondata agiografica che vi travolgerà, a meno che non siate di quella minoranza (il 3 per cento) che non ha televisione, che non legge i giornali (oltre la metà degli italiani) o che li legge con spirito critico, e immagino sia la maggioranza dei lettori di Libertaria. Dopo la prima tornata del 1300, per due secoli, quasi tre, i pellegrini vanno a frotte, e fanno di Roma, paesone immerso nelle immense rovine una città prospera quanto mercenaria, sino ad arrivare, per intenderci, al Michelangelo e al Bernini. Perché venivano? Perché la paura dell'inferno era forte, connaturata a quel mondo e bene introiettata negli animi di poveri e ricchi, contadini, artigiani, mercanti e nobili tutti. Quindi, l'idea di ottenere l'indulgenza plenaria che valeva anche per l'assassino, per il brigante, purché venisse e visitasse le sue quattro basiliche, era irresistibile. Chi veniva? Il ceto medio, diremmo oggi: bottegai, mercanti, artigiani benestanti che potevano permettersi di fare il viaggio. Divenne presto, quasi subito, mercimonio: le indulgenze si compravano, c'era addirittura un tariffario. Certo, ogni Giubileo è una storia a sé, a seconda del papa, delle pestilenze, delle carestie e delle guerre. Vengono da Germania e Francia, soprattutto, in primavera o in autunno, nelle belle stagioni, ma non quando c'è il lavoro dei campi che preme con una urgenza che noi nemmeno ci immaginiamo più. La forza e la ricchezza del papa, e del papato, si fanno tra quel 1300, e il 1527, anno della rivolta di Lutero (contro il fatto che, vergognosamente, il papa vende le indulgenze, un tanto a peccato, a chi non ha i soldi per venire a Roma, ma ne ha per "mondarsi"), e il 1600 del rogo di Giordano Bruno. Dal 1600 al 1775 se ne fanno tanti, di Giubilei, a volte ogni 25 anni, ma già hanno meno peso, e meno successo. Poi, la rivoluzione francese colpirà duramente la chiesa, e nel 1800, 1825 non ci saranno Giubilei, il papa ha paura dei "sobillatori" che possono venire con i pellegrini. E poi c'è la Repubblica Romana del 1849, la breccia di Porta Pia, la perdita di Roma, e solo un timido Giubileo nel 1900. Ed è già oggi. Ma in questo secolo il Giubileo assume l'aspetto di adunata, di show, che questo del Duemila porta alla sua epitome, mediatica, anche per via del Millennio scandito, non ce lo scordiamo, dalla nascita del Cristo, anche se sbagliata di qualche anno. Due sono, sostanzialmente, i grandi attacchi sferrati alla chiesa di Roma, che si avvale del Giubileo come del suo grande strumento di marketing: Lutero e Giordano Bruno (e Galileo quindi, se volete) e poi la rivoluzione francese, dalla quale la chiesa di Roma non si è mai ripresa del tutto. Cosa non dicono, dei Giubilei, cosa coprono con le agiografie? Sostanzialmente la venalità ingorda dell'operazione, la sua strumentalizzazione ai fini di potere puro: intendiamo di potere spirituale e temporale. Il paradosso buffo, e atroce, alla radice dei Giubilei è che una chiesa di Roma che si arroga il diritto di "liberare dai peccati" è lei, secolo dopo secolo, la più sfacciata peccatrice sulla terra. Non ultima cosa che tacciono, è il fatto che la chiesa di Roma, intesa come potere temporale, è stata uno degli stati più corrotti, venali, disonesti, cupi e pesanti, del mondo, dall'uso sistematico e plateale della corda, della gogna, del boia, alla sistematica oppressione e soppressione e di ogni tipo di eresia alla ghettizzazione degli ebrei, al sanfedismo medievale più bieco... Certo, l'Ottocento non è stato anti-clericale per niente, e detto di passaggio, sotto la faccia buonista del papa polacco in versione mediatica un occhio anche solo un po' attento vede subito l'integralismo che affiora: divorzio, aborto sono di ieri, e di oggi i soldi per la scuola. Fiutato il vento d'un cattocomunismo trionfante (nemmeno ipotizzati negli incubi peggiori degli anni Settanta) eccoci ora a un ritorno fiammeggiante (dall'anticomunismo all'anticonsumismo, in versione integralista) di cui questo Giubileo millenario è la spada. E chi aveva liquidato chiesa e croce, come soppiantati, svuotati dai supermercati, è meglio che si ricreda, perché i simboli veri del dominio rituale sono tutti ancora saldamente in mano alla chiesa di Roma, che in questo Giubileo rialzerà, in molti modi, e non solo mediatici, la testa. Avremo un anno intero per vedere quanto, e come.

Finale di partita

Mentre scrivo, continua la grottesca saga della vendetta di Agrippina e dell'uccellino romano sotto il Gianicolo, che ferma o cerca di fermare la rampa che porta al supermercato del Papa e al suo parcheggio, rallegrando gli operatori dei media. I pellegrini, ormai é chiaro, saranno appena 20 milioni, perché il tutto pare sia destinato a un drastico ridimensionamento. Anche se le televisioni cercheranno di coprire questo insuccesso con le dirette di masse osannanti alle messe canoniche. I pellegrini saranno raccolti da preti sanfedisti nelle Vandee d'Europa e portati in torpedone a sventolare vessilli proprio come fanno i fans del campionato del mondo di calcio e della Formula uno. Roma eterna sopporterà anche questo. Roma ladrona s'approfitterà anche di questo. Roma dei cittadini sarà gasata, asfissiata, invasa. Si sperava che la rivoluzione francese fosse bastata a tenere buono il papato. E infatti l'ha tenuto buono per un secolo intero. E i preti hanno abbassato le loro pretese. Ma il tempo passa. Evidentemente non é bastata quella rivoluzione: ne serve sicuramente un'altra.

 
 
 
       

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