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I
dannati del Giubileo
di Angelo Quattrocchi
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Il
papa polacco, tanto per rimanere legati
alla storia dei Giubilei, è un Bonifacio
che si traveste spesso da Celestino. Così
come Bonifacio si teneva stretto il re
di Francia, e anche gli Angiò, Karol Wojtyla
si tiene stretto ai media, che ha divinamente
(ahi, la battuta!) gestito nei suoi viaggi
diventando il primo protagonista della
mondializzazione dei poteri. E in quel
suo baciare la terra dove arriva, in quel
suo parlare di poveri e umili c'è il finto
Celestino, nel suo far fuori la teologia
della liberazione, in Sudamerica, c'è
tutto Bonifacio. Il Giubileo, sin dal
primo del 1300, è un evento mediatico,
che rafforzava il papa, arricchiva Roma
e ne consacrava la centralità, offuscata
solo in parte da Lutero. Il Giubileo vuole
essere superevento, e superevento mediatico.
Una Woodstock del sacro. E infatti si
son bisticciati per mesi, e spenderanno
molti miliardi, per il sito dove il papa
polacco vuole, fortissimamente vuole,
almeno tre, ma lui spera cinque milioni
di pellegrini (in un solo giorno), per
superare ogni altro raduno laico. Ha fatto
le prove a Parigi, ed è arrivato a oltre
due milioni. Qui, giocando in casa, e
con l'evento, vorrebbe farne cinque. E
ne ha anche bisogno, perché la croce,
nel mondo mediatico, non è proprio più
la pri- ma, è minacciata dalla Coca Cola,
dalla McDonald's (come logo, come simboli)
ed è minacciata dai campionati del mondo,
dalla Formula uno e da altro ancora, per
quanto riguarda l'audience. E in ultima
istanza, è l'audience che conta. Il mediocre
scrittore che è in lui lo sa così bene
che ha perfino fatto un disco quale promo
del Giubileo. Il giubileo deve essere
dunque il più importante evento mediatico
del mondo, e ha anche la fortuna di partire
sull'onda dell'anno 2000, già di per sé
grande evento. Non ci vorrà molto, ma
ci vorrà abilità. La commistione di sacro
e profano è ormai indispensabile. Ha preso
il via con Babbo Natale, inventato dalla
Coca Cola negli anni Venti. Tutto questo,
però, è pompa, è Bonifacio che si fa accompagnare
dai re a piedi, con i cavalli a fianco.
Ma la sostanza? A chi sa ben vedere, la
si intravvede già da anni nell'ecumenismo
globalizzatore del polacco viaggiatore.
Si tratta di imporre il cattolicesimo
come primus inter pares dei monoteismi
del mondo, di inglobare tutte le sottomarche
cristiane (si lascia il marchio, ma si
detiene la proprietà, e finisce come l'Alfa,
Ortodossa, come la Lancia, Copta...).
E ancora, si tratta di porre argine, e
trovare terreno comune, con il monoteismo
inte- gralista, quello di Allah, che al
confronto il cristianesimo fa la parte
del buono. Dell'allineato con liberismi,
democrazie, globalizzazioni, civiltà,
progresso e tutto l'armamentario del politically
correct del potere che sta, come nel sogno-incubo
di Karl Marx, finalmente conquistando
il mondo intero. Insomma, la più grande,
e sottile operazione di marketing contemporaneo,
né più né meno. I segni che già da anni
evidenziano questa politica lungimirante?
La grande moschea concessa ai mussulmani
(la Pepsi Cola?) a Roma. La mano di ferro
nel guanto di velluto in Sud America,
e anche in Africa, dove la chiesa si gioca
le anime povere dei prossimi decenni.
Quelle ricche (dell'Occidente dove i supermercati
hanno preso il posto delle chiese, la
televisione ha preso il posto dei dipinti
e delle messe cantate) non merita evangelizzazione.
Basta, appunto, la televisione. Il papa
polacco l'ha capito bene, i bambocci occidentali,
ridotti a Ken e Barbie dal consumo, terrorizzati
dall'invecchiamento e dalla morte, non
hanno bisogno di essere conquistati, sono
anime perse. Per loro basta che lo showbusiness
della chiesa sia grande, potente, il più
grande, il più vicino al potere, il consacratore
dei re. Come sempre.
LA
VENDETTA DI NERONE
Contrariamente
al buonsenso, i pullman, i grandi bisonti
con dentro i 54 penitenti, con ragazzotta
parlante al microfono, con cesso, Tv (no,
piscina non ancora) incorporati, non saranno
tenuti in grandi parcheggi alla periferia.
Il sindaco Francesco Rutelli e il papa
polacco hanno pensato che il Vaticano
doveva avere: 1. un bel parcheggio di
880 posti macchina (per sempre), 2. un
bel parcheggio per 200 (duecento, avete
letto bene) autobus che, allegramente
gasando, ammorbando, assordando, intasando
la città, arrivano e arriveranno fino
al soglio di Pietro. 3. non potendo, dette
macchine e detti bus, arrivare così, diciamo
a crudo, i solerti organizzatori (certo,
c'è una commissione paritetica, una sana
commistione rutello-wojtyliana) hanno
comprensibilmente deciso di fare anche
un "centro di accoglienza". No, per carità,
non chiamatelo un supermercato del papa,
che sarebbe politically incorrect. La
capitale è già incarognita dal traffico,
ammorbata dai gas, intontita dai fragori,
umiliata dai rampantismi becero-mafiosi,
piegata e piagata dall'usura, spaventata
dalla malavita di strada cui nulla si
oppone, scossa dall'invasione di mafie
albano-marocchine che nemmeno la tolleranza
della città eterna più riesce ad assorbire:
del Giubileo ha paura. A parte i commercianti
e i pizzaioli. Ci vuole un centro di accoglienza,
insomma, che suona meglio.Poi sarà normale
metterci i rosari e gli zamponi di maiale.
Per fare parcheggio e centro di "mercaccoglienza"
pellegrinosa abbiamo speso (noi italiani,
pantalone insomma) 150-200 miliardi, mi
pare. Ma il balletto delle cifre, (dei
4-5 mila miliardi ai giubilanti costruttori
e ai giubilati romani) vorrebbe tragicomico,
esilarante capitolo a parte. Qui ci basti
ricordare che, contro ogni logica e decenza,
sottopassaggio papale e megaccoglienza
vanno avanti da non so quanti mesi, sicuramente
più di dodici. La cosa buffa è che paghiamo
tutto noi, ma quando gli ispettori del
lavoro sono andati a dare un'occhiata
(la percentuale di lavoro nero è altissima,
ma si sa, quando c'è dio di mezzo...)
quelli del Vaticano li cacciano: è casa
loro, dicono, e lì non vigono leggi e
controlli. Torreggia, su una specie di
promontorio, alle pendici del Gianicolo,
un grande edificio alto e severo, massiccio,
in posizione stupenda, che guarda il Tevere.
È una delle mille proprietà dei Torlonia,
i principi che hanno segnato la storia
di Roma, insieme ai Barberini (quello
che non hanno fatto a Roma i barbari,
l'han fatto i Barberini) scempiatori,
i Pamphili della villa omonima dove le
statue sono senza teste! Come del resto
al Pincio, regalato a Roma a inizio secolo,
con la villa Borghese che se leggete sui
giornali sta andando a posto, se la andate
a vedere vi piglia una pena, tanto che
i residenti, come la gran dama del cinema
scritto italiano, Suso Cecchi D'amico,
un giorno sì e un giorno no scrive accorate,
disperate lettere sull'incuria, la stupidità,
i disastri comunali. Ma torniamo al Gianicolo,
al palazzo dei Torlonia, alto sul Tevere,
più alto della cupolona a lui vicinissima
e facciamone esempio. Ora, Torlonia, a
due passi, alla Lungara ha due palazzi
pieni di povera gente, in odore di sfratto
da moltissimi anni. Il sedicente comune
di centrosinistra, con mossa non diciamo
intelligente, che sarebbe troppo, avrebbe
potuto, dovuto, chiedere a Torlonia di
mollare sul palazzo popolare, e concedergli
il permesso di fare un albergo giubilare
lassù. Invece niente. Perché sono protervi,
e bisticciano per la divisione della torta.
E pensare che Torlonia ha anche un pezzo
di Sdo il famoso satellite della città
che ormai nascerà chissà quando, e un
decimo di quel che si gridava. E così
tutti i palazzinari che ci si sono ficcati
dentro per centinaia di miliardi, e di
grandi terrieri, Torlonia compreso, ora
sono ricattabili dal comune, che può decidere,
di quello Sdo in mano alle mani forti,
chi sarà dentro e chi rimarrà coi prati,
a bocca asciutta. Quindi, nel gioco di
ricatti incrociati che va sotto il nome
fintissimo di democrazia ed è soltanto
potere telecratico-burocratico-mafioso
a Roma tutto è in mano alla poco sacra
trimurti del papa polacco, di Rutelli
e dei suoi sponsor latifondisti-palazzinari.
Torniamo alle sacre ruspe che scavano
e scavano per fare il sottopasso per il
parcheggio del papa, e il suo centro commerciale
d'accoglienza, con sacro fervore, giorno
dopo giorno, mentre intorno a loro e al
Gianicolo è un nodo di vipere metalliche
e di stridori e gas venefici senza precedenti
e paragoni. Il 17 agosto 1999, fervidamente
scavando, scoprono i primi muri romani;
ed è il primo stop. Ora io non so quanto
sappiate di questo gioco delle tre carte
(dei tre poteri, appunto) che da sempre
si compie a Roma quando i costruttori
scavano, gli archeologi li tengono d'occhio,
e il Comune nicchia. Grazie al cielo (non
quello del polacco) il sovrintendente
Adriano La Regina è una persona che un
tempo si chiamava "seria". E la stampa,
per il resto idiota e incosciente, su
questo argomento allertata dai mille occhi
d'un altro poterino che si difende, tira
subito fuori le unghiette nel nome dell'antichità,
peraltro fatta a pezzi in una Roma dove
lo smog si sta mangiando pure i marmi.
Insomma, il 17 agosto si devono fermare.
Il direttore degli scavi, certo Claudio
Moccheggiani, minimizza. Tiene famiglia,
ha una carriera da difendere, ma Italia
Nostra gli sta addosso. C'è il "comitato
di settore", una specie di consulta, che
decide sull'importanza di quello che si
trova: studia i reperti, e il 30 settembre
decide che i lavori possono continuare.
La pressione per continuare è enorme.
La triade Rutelli, palazzinari e papa
polacco è dietro a tutto questo. Avevano
trovato una stanza, romana. Non ci voleva
il povero Moccheggiani, che tiene famiglia
e carriera, per capire che di stanze ce
ne saranno altre. Quando inevitabilmente
trovano la seconda lui dice, ineffabilmente,
testualmente: "Certo che ne abbiamo informato
il sovrintendente, ma che si era scoperta
una seconda stanza non l'abbiamo detto
all'opinione pubblica, né fatto un comunicato
ufficiale. Non ne avevamo l'obbligo. Lo
sapevamo solo noi addetti ai lavori e
le autorità competenti. Ma abbiamo agito
in piena trasparenza (sic!). Il mio compito
è quello di eseguire lo scavo archeologico
a turni serrati fino al 30 ottobre, mantenendo
però un rigore scientifico". Il reale
ha poco a che fare con il povero Moccheggiani,
con la commissione, e ancora meno con
l'ufficio del commissario straordinario
del governo per il grande Giubileo del
2000. Non è un titolo spagnolesco ripescato
da Alessandro Manzoni, è un titolo venuto
fuori nel 1998 o giù di lì, dopo mesi,
anni di balletti grotteschi su chi decidesse
cosa, comandasse su cosa, e gestisse i
4 mila miliardi di Pantalone, mentre il
tempo passava, e quelle tre o quattro
cose sensate che si potevano fare con
quella valanga di soldi sfumavano all'orizzonte
inquinato. Cosa? Qualche linea di tram
nella Roma asfissiata, una metropolitana
disperatamente necessaria nella città
sempre più intasata, autobus, grandi parcheggi
periferici. Chiusura al traffico del centro
dentro le Mura Aureliane. Nulla di tutto
questo è stato fatto. Insipienza? Stupidità?
Incuria? Incapacità a decidere? Timore
di infastidire le categorie forti? Per
tutte queste ragioni insieme, oltre all'avidità
dei palazzinari e alle mazzette: tremate,
tremate, le mazzette son tornate! Come
prima, più di prima! Ora, con le due stanze
e le colonne scoperte (siamo a fine ottobre).
Non ci sono più dubbi: si tratta di una
grande villa imperiale urbana, la domus
di Agrippina, la madre di Nerone ed è
chiaro, quanto ovvio, che si estenda per
buona parte della collina dei Torlonia
e probabilmente anche nella collina che
è di Propaganda Fide, uno dei più duri
istituti di Pietro. E sarebbe, è già,
vendetta: la vendetta di Nerone, e della
sua famigerata mamma Agrippina, su quel
Pietro che qui fondò la sua chiesa. L'ufficio
del commissario straordinario del governo
per il grande Giubileo dell'anno 2000
manda al mondo intero un comunicato ufficiale
che recita così: "In merito alle notizie
riportate da alcuni organi di stampa circa
i reperti archeologici nella zona della
rampa di accesso al parcheggio del Gianicolo...
precisa che non si è verificato alcun
nuovo ritrovamento. Come già ripetuto
in più occasioni, le strutture (quando
usano la parola strutture c'è puzza d'imbroglio)
da tempo rinvenute sono oggetto di studio
e di costante osservazione da parte della
Sovrintendenza archeologica di Roma, con
la quale è in corso una proficua e costruttiva
collaborazione che ha permesso, in base
a quanto deciso dal competente Comitato
di settore del ministero dei Beni culturali,
di concordare le modalità e le cautele
per il recupero e la musealizzazione dei
reperti". Beh, non vi scordate che ci
sono dietro 17 secoli di potere, menzogne
e disinformazione, di cui questo piccolo
saggio non è che l'ultima perlina. Questo
vuol dire: che sia la domus di Agrippina
lo dite voi. Noi abbiamo forzato la mano
al comitato di settore, che abbiamo in
pugno, e lui ha deciso per noi che quei
quattro calcinacci che troveranno li porteranno
in qualche scantinato di museo, tanto
fra tre settimane ve li sarete dimenticati.
E noi ci facciamo, a tappe forzate, il
nostro sottopasso sacro, e il nostro sacro
supermercato, che dureranno nei secoli.
E il reale, com'è? Il reale è la seconda
stanza trovata, davanti alla quale appaiono
le colonne di un portico, le mura scandite
da lucernari, affrescate con disegni che
rappresentano un ambiente di giardini.
Sulle pareti, di due metri e mezzo, sono
dipinte una serie di architetture in mezzo
a motivi floreali, uccelli, maschere curiose
e animali fantastici con viso umano, ali
e zampe. È la villa di Agrippina: è la
vendetta di Nerone. Alla fine arriva,
inevitabile e puntuale, la dichiarazione,
furiosa, del sovrintendente ai beni archeologici,
La Regina, che fa il punto così: "Non
ho dato alcuna disposizione di eseguire,
sui resti antichi, interventi che non
abbiano finalità conservative, né disposto
la rimozione degli affreschi dipinti sugli
intonaci... le devastazioni archeologiche
e la dissacrazione dei luoghi che videro
il martirio dei primi cristiani sono state
invece compiute durante la costruzione
del parcheggio sotterraneo". Sei piani
interrati che hanno sventrato il Gianicolo,
sul terreno sia italiano, di proprietà
dei Torlonia, sia del Vaticano di proprietà
di Propaganda Fide. Su quest'ultimo gli
archeologi dei Beni ambientali non hanno
mai potuto fare sopralluoghi, sono sempre
stati respinti dallo Stato del Vaticano,
come gli ispettori del lavoro. È tutto
su terreno Vaticano l'enorme parcheggio,
per 106 pullman e le 808 auto. Oltre a
quello che alcuni chiamano un "centro
di accoglienza" e altri chiamano "un centro
commerciale". Non ci vorrà molto per vedere
chi diceva il vero e chi mentiva. Per
ora, Impregilo e Dioguardi, le due grandi
imprese che hanno preso la commessa hanno
sventrato la collina e rimosso decine
di migliaia di metri cubi di terreno,
e secondo il maggiore esperto del Cnr,
Lorenzo Bianchi, hanno, nel silenzio più
assoluto, portato via di notte la terra,
probabilmente distrutto un'intera necropoli,
un cimitero apogeo suggerito dalla presenza
di grotte con epigrafi scolpite nella
roccia che si riferiscono a sepolture
di pellegrini frisoni (olandesi). Cancellate
anche le tracce dei martiri cristiani
di Nerone. Il tutto, pagato per metà dallo
Stato italiano (40 miliardi) anche se
è in casa Vaticana. E per finire, la rampa
laterale di accesso al parcheggio, lungo
il bastione deturpato, hanno distrutto
l'ultimo resto delle prime mura vaticane
del nono secolo costruite da Leone IV
e hanno sventrato il bastione del 1543
costruito da Sangallo il Giovane, il rivale
di Michelangelo. Lo hanno bucato con due
enormi archi in cemento armato, per farci
entrare i 106 pullman e le 808 macchine.
COME
CI HANNO GIUBILATO
Ben
4-5 mila miliardi, spesi nel solito tiremmolla
paramafioso tra governanti nazionali e
Rutelli che un po' chiede e un po' pretende,
visto che alle spalle ha il papa e il
suo Giubileo, una Roma stremata e amici
palazzinari famelici in attesa. Ne vien
fuori un pastrocchio all'italiana, peggio,
alla romana, dell'entità apparente di
4-5mila miliardi. Con un osceno balletto,
di cifre e attribuzioni, di nomi, competenze
e controlli, che fanno perdere uno, due,
tre anni, fino a che l'ircocervo nasce,
con i soliti progetti faraonici, dozzine,
centinaia, di cui, dopo ancora mesi, anni
di tira e molla su chi fa cosa, insomma
chi si piglia i soldi della torta, finisce
che i soldi ci sono, e non si sa come
spenderli, perché il tempo per progetti
forti, di sostanza, se ne è andato nei
bisticci. Questa la radiografia, impietosa
ma fedele, di come è andata fino ad ora,
a pochi giorni dall'inizio dell'anno dei
giubilati. Nel 1995, era il mese di maggio,
l'allora presidente del consiglio Lamberto
Dini promise soldi, tanti soldi, 3.500
miliardi, per una cosa seria, e disperatamente
necessaria alla città intasata e gasata:
una nuova linea metropolitana. In una
città che ha due asfittiche linee malfunzionanti,
e che esplodono. Rutelli disse, al teatro
Argentina, con il suo solito eloquio ducesco:
"Attendiamo dallo Stato il finanziamento
per la strategica linea C, quella che
collegherà il Colosseo a San Pietro".
E già quella era una stupida, vaniloquente
smargiassata. Stupida perché Roma dolens
ha bisogno di collegamenti veri, tra centro
e periferie terribili, e lui proponeva
di scassare il cuore del centro, che è
tutto un reperto archeologico, e fare
il secondo disastro là dove Mussolini
aveva fatto il primo, con i Fori Imperiali.
I miliardi della prima tranche, almeno
1.500 li prese, ma non solo non fu capace
di superare i famosi 62 passaggi, o impedimenti,
ma non è neanche stato capace di far correre
un tram. L'unica linea che ha fatto, il
famoso ai romani, Otto, che cominciò in
burletta (avevano sbagliato persino i
gradini d'accesso) almeno funziona, ma
dimezzato. Doveva arrivare a Termini,
attraversando il centro, e invece si ferma
al teatro Argentina, il luogo dell'esternazione
mussoliniana di Rutelli. L'altra cosa
utile, un anello ferroviario, una circonvallazione
esterna che aiutasse la congestione del
centro (c'era già, l'anello di ferro,
con il tram, e c'era anche un tram sui
lungoteveri, nel dopoguerra, basta vedere
qualche film neorealista, ma fu tutto
divelto, in nome della Fiat trionfante)
non ha mai preso il via. Dovevano essere
400 chilometri di binari, non ce n'è uno,
lui ha litigato con le ferrovie. Un altro
collegamento, stradale questa volta, tra
l'Olimpica e Pineta Sacchetti, abbandonato
anche lui. Lo taff del sindaco dice che
i soldi sono arrivati tardi, tutti gli
altri dicono che hanno bisticciato fino
all'ultimo su come dividersi la torta.
Che, quando è arrivata è stata divisa
in 446 appalti, e una cinquantina di consulenze.
tutti per cifre tra i 4 e i 10 miliardi,
cioè esattamente meno dei 5 milioni di
Ecu, quasi 10 miliardi, sopra i quali
le gare d'appalto sono più rigide. E tutti
per pittar chiese, rifare pavimenti e
marciapiedi e poco più. Oltre s'intende,
al sottopasso che porta al parcheggio
e al supermercato del Vaticano. Tra le
poche cose che i giubilati possono vedere,
ci sono le chiese: dozzine, centinaia
di chiese tutte ripittate, con colori
che vanno dal cacchina chiara al verdino
bile di bambino, con qualche panna acida.
Il tutto a schiacciare le volumetrie.
A fare apparire le facciate come costruite
con il lego. Profusione di "filologie",
ovviamente, a pomposamente ricoprire ignoranze
e approssimazioni. Il ponte Sisto che
fu costruito per un Giubileo con la tassa
sulle puttane del centro (ora cacciate
al di là del Gra, Grande raccordo anulare,
in nome di pulizia morale) è stato finalmente
ristrutturato, togliendoci lampioni e
ringhiere in ghisa dell'Ottocento umbertino,
dopo 25 anni che aspettava. Quello dei
ponti, come sappiamo, è un tormentone
che si presenta a ogni Giubileo, a cominciare
da quello in cui un asino impazzito buttò
giù una quindicina di fedeli che morirono
affogati nel Tevere, in tempi più lontani.
Questa volta dovevano fare ponti per soli
pedoni pellegrini, a via degli Annibaldi
(tra i Fori e il Colosseo), in piazza
Numa Pompilio (Appia Antica) e Villa Pamphili,
per ovviare allo scempio della villa tagliata
in due. Niente, nessuno dei tre ci sarà.
I pedoni sono gli ultimi, i giubilatissimi,
in questa città, insieme ai ciclisti,
ai vecchi e ai bambini. Ma questo è niente.
I giubilati romani che vanno coi mezzi
vivono da un anno con 200 bus nuovi, prontamente
autopubblicizzati sulle fiancate, completamente
sbagliati. Con un passaggio così stretto
che hanno dovuto togliere dei sedili,
e ancora sono impossibili. Cioè tu sali,
timbri il biglietto, che almeno due volte
su dieci non funziona. Vedi il povero
turista ligio che s'incazza, si frustra,
e poi scuote le spalle: italiani incapaci!
E lascia perdere. Poi c'è la strettoia
dalla quale passa solo una persona per
volta, se non ha bagagli, sennò s'incastra
tra la filippina davanti a lui e il senegalese
che sta dietro. Naturalmente, con sopraffina
intelligenza, questi nuovi autobus (Fiat
Iveco ma i conduttori glielo avevano detto,
ma chi li ascolta? Non certo gli ingegneri...)
li vanno a mettere dove possono vantarsi
di averli messi, tra la stazione Termini
e San Pietro, cioè dove la gente, per
lo più viaggiatori, è piena di bagagli,
e non passa in quella strettoia. Ma che
volete che importi, come sta la gente?
Cosa volete che importi, a chi l'ha gasata
per anni, costringendola a prendere la
macchina per andare al lavoro e poi blaterando
di mezzi pubblici, di cura del ferro (cura
dell'olio di ricino, dicono i testi di
storia...) senza dargli un mezzo pubblico,
uno straccio di tram, una metropolitana
che risolva. Sono 18 anni ormai da quando
hanno cominciato ad allungare quella che
c'è, inizia il Giubileo e ancora non sono
arrivate a Boccea, qualche chilometro
più in là di Ottaviano. Ma con una città
così pestifera, 2 milioni di macchine
con emissioni incontrollate e 600 mila
motorini con emissioni più venefiche ancora,
che uscire di casa e andare a comperare
in centro vuol dire farsi venire il bruciore
agli occhi, tanto che la gente gira in
macchina anche per questo, perché tra
puzze, gas, rumore e bruciore d'occhi
vecchi e bimbi ormai sono blindati in
casa, cercheranno almeno, per salvarsi
il culo, per salvare il Giubileo, di fare
qualcosa. Come fanno tutte le città del
mondo. Oltre a mettere più bus (s'è detto
cos'han fatto), si mettono più taxi, e
taxi collettivi, che fanno navetta. Ahi,
la beffa, la tragicommedia, il grottesco.
Che di aumentare i taxi, che sono 5-6
mila, con turni rigidi, e molti meno di
quelli che servono, ne parlano da anni.
Ma naturalmente la corporazione dei tassisti,
che varranno 50 mila voti, e che scendono
a Piazza Venezia a fare casino poujadista
appena parlate di nuovi taxi, nuovi orari,
non si tocca. Morale, quando piove, il
taxi non c'è mai. Il turista non speri
in taxi collettivi, ovvia risposta in
una città che non ha nemmeno i tram. Ci
sono solo gli abusivi, che rubano. Con
tutti quei soldi, come dicevamo spesi
a pittar chiese e rivoltare sampietrini,
voi direte, beh, vi avran fatto qualche
piazza pedonale, almeno, per permettere
ai pellegrini (e nel dopo Giubileo anche
ai romani) di respirare un poco, di passeggiare,
di sedersi su una panchina, di guardare
una vetrina. Di fare flanella, capannello
in una delle città che era tra le più
belle del mondo, in una città che ha uno
dei climi più belli del mondo. Si, sarà
stata bella, ma prima che la sfigurassero
i palazzinari del dopoguerra. Rutelli
gli ha dato, per insipienza, la botta
finale. Sarà con un buon clima (ma il
ponentino che dava respiro e brezza alla
città, nel pomeriggio, è stato chiuso
fuori dalla città dai palazzoni immondi
d'una delle periferie più spaventose sulla
faccia della terra, fatte di casermoni
lager senza una piazza, senza servizi,
senza verde pubblico, senza mezzi, senza
negozi. E il centro? Piazza Navona è indecente,
una piazza veramente chiusa al traffico
non c'è. L'unica cosa che non manca è
l'eroina di Stato (nel senso di eroina
paramafiosa) incontrastata da una polizia
che è tutta al servizio dei potenti sgommati
alla sudamericana, con le loro sirene
urlanti, a gridare il loro becero potere
nelle strade intasate. Un episodio, che
dice di più di dieci analisi, va raccontato.
Siamo nel tardo autunno che precede l'anno
Giubilare. L'inizio delle scuole era temutissimo,
dai romani, che ben sapevano che con un
po' di pioggia, e tutti i cantieri aperti,
la città si sarebbe fermata. Cosa che
è puntualmente avvenuta. Tipo tre ore
di coda sul Gra, o due ore dove si forma
l'imbuto, o una dozzina di posti dove
tutto si ferma per un'ora. O dove impieghi
un'ora per fare un chilometro. Insomma,
ecco cosa capita al sindaco Rutelli, che
ora gira con la sua autoblu (no, non sono
diminuite per niente le 20 mila auto blu.
Ci sono ancora, sgommano e fanno ululare
le sirene peggio di prima, con gli esagitati
in borghese che spalettano imperiosamente,
e a volte anche con le pistole che agitano
fuori dai finestrini di questa città così
giubilardemocratica). Il sindaco in uscita
sulla sua auto blu (non è più verde da
un pezzo, e non va più in motorino da
un pezzo) si ritrova imbottigliato, nonostante
le staffette motocicliste, e nonostante
la sirena. Siamo più o meno davanti alla
Bocca della verità, sul Lungotevere, dunque
dentro le mura. Il nostro, evidentemente
all'oscuro di quello che i suoi cittadini
subiscono ogni giorno, si incazza come
una belva, dopo una decina di minuti che
è incastrato nel traffico, e se la prende
con il capo dei vigili, al quale fa una
sfuriata degna della sua fama. La cosa
buffa e vergognosa insieme è che lui se
la prende, quando rimane imbottigliato,
con un traffico che è così da anni. Insomma,
non lo sapeva, e allora è il cretino che
molti pensano sia, o lo sa ma è un tale
incazzoso, sbruffone che pensa di strigliare
il capo dei vigili, per una cosa che a
lui (e perché mai?) non deve succedere.
Insomma, un vero quaquaraqua di sindaco.
Quello che troviamo più tremendo, nella
sua prosaica banalità è che Roma, con
i 4-5mila miliardi spesi non riesca a
sistemare una delle cose per le quali
è tristemente famosa in tutto il mondo:
i cessi. Che non funzionano, sono chiusi,
o quando sono aperti sono sporchi, spesso
indecenti. Con i 4-5 mila miliardi, voi
dite, intanto si potevano mettere a posto
tanti cessi pubblici da far contenti anche
i 30 milioni di pellegrini in un anno.
Ma ora si parla di 20 milioni, e qualcuno
dice che forse sarà un grande flop, come
è già stato quello della giornata per
Padre Pio: atteso mezzo milione di pellegrini,
e presenze meno della metà. Magari anche
con le maniglie in argento, e i rubinetti
d'oro. Come fareste voi, come farebbero
in una qualunque città con un po' di buon
senso, e un sindaco con la testa sulle
spalle? Mandereste vigili, o magari ispettori
del genere di quelli che vanno in giro
a controllare le righe blu per parcheggi.
L'unica cosa che il comune ha fatto davvero,
ultimamente. Segno che in fondo non è
poi completamente deficiente, le righe,
quando ce la mette tutta, le sa tirare,
almeno quelle blu. Quelle gialle di pericolo,
quelle pedonali per i pedoni, quelle doppie
per i sorpassi proibiti, quelle magari
no, in migliaia di luoghi pericolosi.
Allora, voi avreste mandato qualcuno nei
bar, a controllare, a chiedere di rendere
agibile e decente il cesso che non è né
l'una né l'altra cosa, pena una multa,
o, in recidiva, la chiusura. Perché hai
voglia la remissione dei peccati, hai
voglia la benedizione papale, hai voglia
gli spettacoli giubilari con cori celestiali,
cori a cappella, organi del settecento,
magari anche cori di voci bianche (castrati
no, quelli non ci son più, anzi, adesso
non vogliono neanche i travestiti, neanche
i viados, tutti, tutti fuori dal Gra,
che il peccato si può fare solo oltre
il Gra, il grande raccordo anulare, dove
il dio dei giubilanti e dei giubilati
non vede), ma quando il pellegrino deve
fare una pipì e non ci sono cessi pubblici
cosa fa? Se vai in un bar ti dicono che
il cesso è rotto, vai in un altro e ti
dico che non c'è, in un altro ti infili
in un budello dove pensi ci sia e lo trovi
chiuso, aspetti e poi scopri che è chiuso
e basta. Allora finisce che davvero commetti
un peccato mortale tipo nominare il nome
di dio invano, o peggio, commettere un
atto impuro. C'erano, pensate, 5 miliardi
stanziati per la "ristrutturazione dei
bagni" ma la formula, come al solito cavillosa,
non ha convinto neanche un barista a richiederli.
Né il comune si è preoccupato. Ora, o
i 30 milioni di pellegrini sono tutti
angeli che notoriamente non hanno il pisello,
e non pisciano, cantano solo le lodi del
signore. Oppure torneranno a casa raccontando
di come la città santa del Giubileo è
la città più zozza del mondo. Con cessi
pietosi, malfunzionanti, maleodoranti,
quando aperti. Ma anche questa potrebbe
essere una soluzione: sempre meno turisti
per una città sempre meno vivibile. E
ci rimangano solo i giubilati.
ROMA:
ANNO 1299
Facciamo
un salto nel tempo, al 1299. La città
è un paesone miserabile, di 20 mila anime
dannate sfruttate da una Curia papale
alla sbando, fatta di cardinali corrotti
e venali, figli delle grandi famiglie
feudali che si scannano fra loro. I cardinali
sono poco più di capiclan, rozzi e rissosi
come i cupi Orsini, i Colonna, tutti arrivati
al porporato per diritto feudale. Flashback.
Il 29 agosto del 1294, giorno di grande
afa, e di Conclave, c'è l'elezione di
un nuovo papa. È scontro tra le due fazioni,
quella dei cardinali pro-francesi e quella
dei cardinali pro-napoletani. Da una parte
il re di Francia che vuole il papa ad
Avignone, sotto il suo tallone, e dall'altra
gli Angiò di Napoli, che vogliono il papato
per sé, per farsi più forti. Ma che è
il papa? È come il re degli scacchi: non
ha nessuna forza, nessun peso, però è
essenziale al gioco, perché è lui che
incorona, in nome della chiesa, il re,
l'imperatore (di un sacro romano impero
che non c'è più, ma tant'è, il collante
religioso ancora tiene). È stallo, tra
le due fazioni, già da parecchi giorni,
quando arriva una lettera da Pietro Angeleri
da Morrone, asceta leggendario e ora abate
della potente abbazia di Collemaggio.
Dall'alto della sua fama e della sua reputazione
di quasi santo, Pietro manda una lettera
furiosa e bellissima, che attacca il Conclave
corrotto, nepotista, pomposo, venale,
dedito solo alla ricerca del potere sulla
terra. La lettera viene letta nel Conclave
stesso, e ha un successo strepitoso (un
po' come oggi quando il solito ministro
X dice che il suo ministero è una merda,
succede ormai spessissimo). Il nostro
andrà anche oltre, perché anni dopo verrà
cooptato, con il nome di Celestino V,
e fatto papa. Certo, è il Celestino di
cui Dante dice: "Fece per viltade il gran
rifiuto", ma Dante, grande in poesia,
qui non la conta giusta. Quel che succede
è che Celestino viene eletto, sulla soglia
del 1300 come outsider, nella lotta tra
Matteo Rosso degli Orsini (partito degli
Angiò) e Iacopo Colonna. Lui non è per
niente vile, anzi, intanto è diventato
capo di una ventina di ricche abbazie,
e quindi è un po' il capo di quella "chiesa
dei poveri" che trova nelle abbazie, e
nel loro rapporto con il basso clero,
e il popolo, il suo punto di forza. In
contrasto con la Curia Romana. Celestino
a Roma nemmeno ci va, anche da papa, perché
Roma gli fa schifo. Lui comincia con una
mossa arditissima, senza precedenti nella
storia della chiesa, che avrà conseguenze
per lui, e per la chiesa stessa nei secoli
a venire. Concede cioè, e siamo nel tardo
autunno del 1299, l'indulgenza plenaria
a chi va a visitare la sua abbazia principale,
quella di Collemaggio, che è vicino all'Aquila.
Ci vanno a frotte, da ogni parte del centro
Italia. E ti credo. L'indulgenza plenaria
vuol dire la remissione di tutti i peccati,
anche i peggiori, in un mondo che crede
all'inferno, alle punizioni divine (e
comincia a credere nel purgatorio, che
è però solo ai suoi inizi) e quindi moltissimi
sono disposti a mettersi in viaggio per
andare a beccarsi l'indulgenza. Celestino,
insomma, sta puntando sulla sua abbazia,
per farla diventare un centro, come quello
di Santiago de Compostela, che già da
secoli è il grande luogo di pellegrinaggio
del cattolicesimo europeo. Ma Celestino
non ci mette molto a capire che la chiesa
di Roma, quella della curia romana, è
tutta contro di lui, e che lo schiaccerà.
E allora fa "il gran rifiuto". Cioè si
dimette da papa. Una cosa inverosimile,
inconcepibile; un gesto di audacia e temerarietà
che non è stato mai compiuto (né sarà
più compiuto, in tutta la storia della
chiesa). E da quel momento, è una mina
vagante, un pericolo mortale per la chiesa
di Roma, che elegge Benedetto Caetani,
papa Bonifacio: un politico corrotto e
ambizioso. Sono settimane velocissime,
convulse, Celestino, dopo la celebrazione
dell'indulgenza a Collemaggio, molla già
il 13 dicembre, ma non è certo per "viltade".
Probabilmente perché si è reso conto che
fare il papa significa farlo, per forza,
come vuole la curia di Roma. L'ascesa
al soglio di Caetani-Bonifacio è come
la Curia romana vuole, e come anche lui
vuole: il nuovo papa attraversa Roma a
cavallo, con il re di Francia e il re
d'Ungheria che gli tengono le briglie.
La sua prima mossa, coerente con il suo
regno, è quella di fare arrestare Celestino,
che viene catturato, messo in una segreta
di una torre, super sorvegliato, perché
ormai, visto chi è, e come ha abdicato,
è ora, agli occhi della chiesa stessa,
il pericolo numero uno. Ma ci sono anche
altri motivi. La sua concezione della
chiesa, una chiesa delle abbazie, e quindi
dei poveri e del popolo minuto che a queste
si appoggia, è in contrasto con la curia
di Roma, di cui il Caetani-Bonifacio è
il paladino. E poi attorno a lui si possono
coagulare rapidamente, come già stava
succedendo a Collemaggio, le masse cristiane
figlie dei fremiti riformatori, egualitari
della chiesa, che sono sempre sottopelle,
sottotraccia. Celestino riesce a sfuggire,
aiutato dai suoi frati, e tenta la fuga
verso Brindisi, cioè verso la chiesa d'Oriente,
da dove potrebbe scatenare uno scisma.
Ma viene catturato una seconda volta,
rimesso in una segreta, e ammazzato. Solo
l'Ottocento anticlericale scopre il cadavere,
e il teschio, con il buco di punteruolo,
o pugnale, che prova l'assassinio di Celestino.
Sul quale ovviamente la chiesa fa cadere
l'oblio con una serie di agiografie che
ancora potete leggere, in questo anno
2000 con il primo Giubileo mediatico della
storia. Ma come ho scritto nel libro (Veridica
storia dei Giubilei. Da un assassinio
a un imbroglio, Malatempora) il primo
Giubileo non è solo frutto di un assassinio,
ma anche di uno scippo. E lo scippo va
così. È il 24 dicembre 1299, un giorno
freddo ma chiaro, a Roma. Bonifacio è
saldamente sul soglio di Pietro, Celestino
è stato ammazzato. Lui, che è stato tra
l'altro uno degli uomini chiave del Conclave
che ha eletto Celestino, e che ha subito
capito che doveva essere messo in condizione
di non nuocere. Il probabile mandante
dell'assassinio, è un omone imponente,
non certo giovane. Ha 68 anni, ma è ancora
forte, prepotente; ha portato a compimento
la sua ambizione, finalmente. Dice di
lui lo storico inglese Edwards Gibbon:
"Riusciva a mettere insieme due vizi quasi
inconciliabili, quello dell'ambizione
e quello dell'avarizia". Splendido ritratto.
L'Oxford Dictionary di lui dice: "Fu temuto
e odiato e non riusciva a conservarsi
un solo amico". Ora il ritratto è completo.
Viene la mattina di Natale: Bonifacio
papa officia in San Giovanni in Laterano.
Il suo giovane segretario e biografo,
cardinale Stefaneschi, officia in San
Pietro, che è la chiesa, diciamo, emergente.
Sul come è andata abbiamo solo la parola
di Stefaneschi, che fa capire come l'idea
di lanciare un'indulgenza in San Pietro,
sia stata una sorta di esperimento. Bonifacio
era, tra l'altro, deciso a contrastare
Filippo il Bello, i siciliani suoi nemici,
e i suoi numerosi avversari interni alla
curia, i Colonna. Bisognoso di fulgore,
per se stesso e per la figura papale,
e di far dimenticare Celestino. Scrive
lo storico Dupré Thezeider: "Di Roma si
parlava molto, ma per dirne male, e il
pastore delle genti era ormai colui che
non curava più le pecorelle, ma le tosava
soltanto". C'è fame di indulgenze, e voglia
di pellegrinaggio, come ha dimostrato
la grande affluenza a Collemaggio di poco
prima: è l'occasione per un pontefice
che si vuole affermare. Stefaneschi lancia
l'indulgenza, nella grande messa di Natale
in San Pietro. Neanche una indulge nza
plenaria, solo una indulgenza (non sappiamo
più precisamente). Accorrono subito pellegrini
da tutta Roma, nella stessa giornata,
e poi dal contado, nei giorni successivi.
Per l'Epifania il conferenziere superstar
Matteo d'Acquasparta tiene, davanti al
sacro Collegio un sermone sul "potere
del papa". Ci siamo, i pellegrini continuano
ad arrivare ora non solo dal contado,
ma anche dalle città non lontane, Viterbo,
tra l'altro. Bonifacio appronta un Concistoro
e proclama urbi et orbi l'indulgenza plenaria.
Per due ragioni, dice: per non scontentare
i pellegrini che continuano ad arrivare,
e per via del centenario. Bonifacio legge
la bolla, con voce tonante: "Noi affidiamoci
alla misericordia di Dio... nella pienezza
del potere apostolico, a tutti coloro
che quest'anno Mille e Trecento, appena
iniziato, e in ogni anno centesimo che
seguirà, entreranno con riverenza nelle
basiliche dei santi Pietro e Pao-lo in
Roma, sinceramente pentiti e confessati,
che sinceramente si pentiranno confesseranno,
in questo presente ed in ogni anno centesimo
a venire, concediamo non solo l'indulgenza
più piena e più ampia, ma l'indulgenzia
plenaria per tutti i loro peccati". Lo
scippo è compiuto. I pellegrini arrivarono
anche da lontano, i due ponti per San
Pietro furono divisi facendo sensi uni
ci, con in mezzo i banchi del mercato,
un'idea intelligente che mai sarebbe venuta
a Rutelli.
I
GIUBILATI DAL 1300 AL 2000
Molto
potete leggere, e troppo vi faranno vedere
nelle televisioni, della saga dei pellegrini
che cominciarono a venire giù (perché
venivano quasi tutti dal Nord) a mondarsi
dei peccati. Ma tutto, libri come Tv,
sarà preconfezionato e servito bello e
pulito: una gigantesca operazione silenziosa
di rimozione, editing, disinformazione,
per l'edificazione del popolo coglione,
come avrebbe detto il poeta Gioachino
Belli. Basterebbe, tra l'altro, leggere
qualche suo sonetto sui preti, e sulla
vita sotto lo Stato Pontificio, ai suoi
tempi, per dare uno scrollone e far crollare
la disinformazione che vi si proporrà
in tutte le forme come un castello di
carte. Tentiamo dunque quel minimo di
controinformazione che decenza vuole,
contro l'ondata agiografica che vi travolgerà,
a meno che non siate di quella minoranza
(il 3 per cento) che non ha televisione,
che non legge i giornali (oltre la metà
degli italiani) o che li legge con spirito
critico, e immagino sia la maggioranza
dei lettori di Libertaria. Dopo la prima
tornata del 1300, per due secoli, quasi
tre, i pellegrini vanno a frotte, e fanno
di Roma, paesone immerso nelle immense
rovine una città prospera quanto mercenaria,
sino ad arrivare, per intenderci, al Michelangelo
e al Bernini. Perché venivano? Perché
la paura dell'inferno era forte, connaturata
a quel mondo e bene introiettata negli
animi di poveri e ricchi, contadini, artigiani,
mercanti e nobili tutti. Quindi, l'idea
di ottenere l'indulgenza plenaria che
valeva anche per l'assassino, per il brigante,
purché venisse e visitasse le sue quattro
basiliche, era irresistibile. Chi veniva?
Il ceto medio, diremmo oggi: bottegai,
mercanti, artigiani benestanti che potevano
permettersi di fare il viaggio. Divenne
presto, quasi subito, mercimonio: le indulgenze
si compravano, c'era addirittura un tariffario.
Certo, ogni Giubileo è una storia a sé,
a seconda del papa, delle pestilenze,
delle carestie e delle guerre. Vengono
da Germania e Francia, soprattutto, in
primavera o in autunno, nelle belle stagioni,
ma non quando c'è il lavoro dei campi
che preme con una urgenza che noi nemmeno
ci immaginiamo più. La forza e la ricchezza
del papa, e del papato, si fanno tra quel
1300, e il 1527, anno della rivolta di
Lutero (contro il fatto che, vergognosamente,
il papa vende le indulgenze, un tanto
a peccato, a chi non ha i soldi per venire
a Roma, ma ne ha per "mondarsi"), e il
1600 del rogo di Giordano Bruno. Dal 1600
al 1775 se ne fanno tanti, di Giubilei,
a volte ogni 25 anni, ma già hanno meno
peso, e meno successo. Poi, la rivoluzione
francese colpirà duramente la chiesa,
e nel 1800, 1825 non ci saranno Giubilei,
il papa ha paura dei "sobillatori" che
possono venire con i pellegrini. E poi
c'è la Repubblica Romana del 1849, la
breccia di Porta Pia, la perdita di Roma,
e solo un timido Giubileo nel 1900. Ed
è già oggi. Ma in questo secolo il Giubileo
assume l'aspetto di adunata, di show,
che questo del Duemila porta alla sua
epitome, mediatica, anche per via del
Millennio scandito, non ce lo scordiamo,
dalla nascita del Cristo, anche se sbagliata
di qualche anno. Due sono, sostanzialmente,
i grandi attacchi sferrati alla chiesa
di Roma, che si avvale del Giubileo come
del suo grande strumento di marketing:
Lutero e Giordano Bruno (e Galileo quindi,
se volete) e poi la rivoluzione francese,
dalla quale la chiesa di Roma non si è
mai ripresa del tutto. Cosa non dicono,
dei Giubilei, cosa coprono con le agiografie?
Sostanzialmente la venalità ingorda dell'operazione,
la sua strumentalizzazione ai fini di
potere puro: intendiamo di potere spirituale
e temporale. Il paradosso buffo, e atroce,
alla radice dei Giubilei è che una chiesa
di Roma che si arroga il diritto di "liberare
dai peccati" è lei, secolo dopo secolo,
la più sfacciata peccatrice sulla terra.
Non ultima cosa che tacciono, è il fatto
che la chiesa di Roma, intesa come potere
temporale, è stata uno degli stati più
corrotti, venali, disonesti, cupi e pesanti,
del mondo, dall'uso sistematico e plateale
della corda, della gogna, del boia, alla
sistematica oppressione e soppressione
e di ogni tipo di eresia alla ghettizzazione
degli ebrei, al sanfedismo medievale più
bieco... Certo, l'Ottocento non è stato
anti-clericale per niente, e detto di
passaggio, sotto la faccia buonista del
papa polacco in versione mediatica un
occhio anche solo un po' attento vede
subito l'integralismo che affiora: divorzio,
aborto sono di ieri, e di oggi i soldi
per la scuola. Fiutato il vento d'un cattocomunismo
trionfante (nemmeno ipotizzati negli incubi
peggiori degli anni Settanta) eccoci ora
a un ritorno fiammeggiante (dall'anticomunismo
all'anticonsumismo, in versione integralista)
di cui questo Giubileo millenario è la
spada. E chi aveva liquidato chiesa e
croce, come soppiantati, svuotati dai
supermercati, è meglio che si ricreda,
perché i simboli veri del dominio rituale
sono tutti ancora saldamente in mano alla
chiesa di Roma, che in questo Giubileo
rialzerà, in molti modi, e non solo mediatici,
la testa. Avremo un anno intero per vedere
quanto, e come.
Finale
di partita
Mentre
scrivo, continua la grottesca saga della
vendetta di Agrippina e dell'uccellino
romano sotto il Gianicolo, che ferma o
cerca di fermare la rampa che porta al
supermercato del Papa e al suo parcheggio,
rallegrando gli operatori dei media. I
pellegrini, ormai é chiaro, saranno appena
20 milioni, perché il tutto pare sia destinato
a un drastico ridimensionamento. Anche
se le televisioni cercheranno di coprire
questo insuccesso con le dirette di masse
osannanti alle messe canoniche. I pellegrini
saranno raccolti da preti sanfedisti nelle
Vandee d'Europa e portati in torpedone
a sventolare vessilli proprio come fanno
i fans del campionato del mondo di calcio
e della Formula uno. Roma eterna sopporterà
anche questo. Roma ladrona s'approfitterà
anche di questo. Roma dei cittadini sarà
gasata, asfissiata, invasa. Si sperava
che la rivoluzione francese fosse bastata
a tenere buono il papato. E infatti l'ha
tenuto buono per un secolo intero. E i
preti hanno abbassato le loro pretese.
Ma il tempo passa. Evidentemente non é
bastata quella rivoluzione: ne serve sicuramente
un'altra.
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