Anarchico a Hong Kong
di Fabrizio Eva

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Essere anarchici a Hong Kong oggi, dopo che la Cina ha ripreso il controllo di quella ex-colonia inglese non deve essere semplicissimo. Va bene che i dirigenti comunisti hanno promesso di mantenere una discreta autonomia a quella megalopoli, ma si sa che i signori del comunismo realizzato di stampo orientale non amano molto i nipotini di Michail Bakunin. Infatti in città come Shanghai, dove prima della presa del potere di Mao i gruppi anarchici avevano una forte presenza, non ce n'è traccia oggi. Questa particolarità rende ancora più interessante questa chiacchierata con Mok Chiu Yu, un anarchico cinquantenne di Hong Kong che nel 1997 ha deciso di rimanere nella sua città. Mok, dopo essersi dedicato ad attività editoriali e culturali, si occupa di teatro e con il teatro (sull'esempio del Living Theatre) svolge la sua attività cultural-politica.

Mok Chiu Yu, uno dei più conosciuti libertari dell'estremo oriente comunista

Com'è la situazione economica a Hong Kong dopo la riunificazione con la Repubblica popolare cinese del 1997 e dopo la crisi finanziaria asiatica?

Dopo la riunificazione i comunisti cinesi, come hanno fatto gli inglesi del resto, hanno privilegiato l'alleanza con gli uomini d'affari di Hong Kong. Recentemente una larga delegazione di imprenditori ha visitato il Sinkiang e altre regioni del Nordovest della Cina; sono stati invitati a intervenire per sviluppare velocemente l'area. Sono state promesse favorevoli condizioni.

Gli uomini d'affari di Hong Kong sono come quelli di tutte le altre parti del mondo: a loro interessa il profitto. Dall'apertura economica della Cina negli anni Ottanta molte industrie e imprenditori hanno delocalizzato gli investimenti all'interno della Cina e i lavoratori delle industrie di trasformazione di Hong Kong hanno subito le ricadute negative di questo movimento di capitali verso le Zes (Zone economiche speciali). Dal momento della riunificazione l'economia di Hong Kong è peggiorata, anche se i contraccolpi più pesanti sono venuti soprattutto dalla crisi finanziaria asiatica. Inoltre con la rivoluzione della tecnologia informatica molti lavori d'ufficio (per esempio traduzioni o attività simili) si sono spostate all'interno della Cina.

Anche molte piccole imprese si sono trasferite a Shenzhen (città appena oltre il confine con l'ex-colonia) e dintorni, e in generale anche i redditi della classe media sono diminuiti. Il mercato immobiliare è in crisi, ma oggi chi è in grado di investire non si sente in una situazione preoccupante. Gli uomini d'affari hanno un ruolo rilevante nella gestione dell'economia e grazie al sostegno della Rpc (Repubblica popolare cinese) anche le difficoltà della crisi finanziaria asiatica sono state superate con danni inferiori rispetto ad altre aree dell'Asia orientale. Le fasce sociali che hanno subito i maggiori contraccolpi (operai e impiegati delle fabbriche o degli uffici delocalizzati) hanno visto ridotte le proprie capacità di guadagno e riescono a sopravvivere grazie all'appoggio della famiglia "allargata" cinese. Negli ultimi decenni, però, la famiglia estesa si è ridotta come attore sociale; in genere si hanno solo due figli e il nucleo fondamentale è sempre più spesso mononucleare (anche perché le case sono piccole e care).

Chi sta peggio sono quelli che non hanno parenti che possano aiutarli. La cosa curiosa è che oggi sono numerosi gli inglesi che vengono a Hong Kong per lavorare nel settore delle costruzioni.

Com'è la situazione economica a Shenzhen e nel sud della Cina?

Noi consideriamo la Zona economica speciale (Zes) di Shenzhen come un esempio del peggio dei due mondi: la gente prova sulla pelle sia lo sfruttamento del modello capitalista di produzione (condizioni di lavoro estreme, orari prolungati, condizioni di vita inumane e così via) sia il controllo totalitario di un regime "comunista" e corrotto! Ma ora che l'intera Cina si apre alle pratiche capitaliste quello che è stato adottato nelle Zes si espande ovunque. I lavoratori di queste zone speciali guadagnano in media 100 dollari al mese e sono manodopera molto conveniente. Il costo della vita a Shenzhen è inferiore a quello di Hong Kong ed è diventata un'abitudine per i cittadini della ex-colonia andare oltre confine per fare acquisti.

Ormai si trovano quasi tutti i prodotti di consumo e a prezzi inferiori; ci sono anche molti prodotti fasulli o contraffatti, soprattutto marchi italiani. La gente passa il confine anche per cercare divertimenti. Tutto questo ha ridotto il mercato interno di Hong Kong e ha causato un calo consistente del giro di affari con le conseguenze sull'occupazione che si possono immaginare. Per contro è cresciuto il fenomeno dell'acquisto di case nel Guangdong da parte di cittadini di Hong Kong. Le riforme economiche in Cina sono state una splendida occasione per i dirigenti e i funzionari del partito, già molto corrotti, per conquistare posti chiave e raggiungere in certi casi arricchimenti straordinari. Questi arricchimenti sono testimoniati da prodotti e auto di lusso che vengono esibiti senza ritegno. Ai lavoratori si chiede in qualche caso di diventare azionisti delle società in cui lavorano, ma la gestione rimane sotto controllo di persone sostenute dal partito o del partito stesso.

Non è raro che si ritardino i pagamenti degli stipendi o che non vengano pagati affatto, mentre i sindacati ufficiali sono assolutamente inutili. Ci sono stati tentativi di costituire sindacati non ufficiali, ma sono stati repressi immediatamente. La spinta, però, è potente perché le condizioni di vita e di lavoro sono molto pesanti. Il sistema era corrotto e le riforme economiche non hanno fatto altro che ingigantirlo. Il pragmatismo cinese si mostra nelle strategie commerciali o nelle tipologie dei contratti. Dopo il relativo isolamento della Cina a causa dei fatti di Tiananmen, i dirigenti cinesi hanno accettato di sottoscrivere contratti di costituzione di società lasciando il 51 per cento al capitale estero; oggi che si trovano in una situazione di maggiore forza stanno rinegoziando i contratti per riprendere il controllo della maggioranza.

Qual è la situazione dal punto di vista del controllo politico-sociale dopo il 1997?

Il capo dell'esecutivo di Hong Kong, che è stato eletto da un collegio elettorale indiretto composto da 800 membri, era un uomo d'affari e si muove "coerentemente" con la linea politica voluta da Pechino.

Con un capo dell'esecutivo dalla propria parte il controllo politico diviene più semplice. Recentemente Jiang Zemin, presidente della Rpc, ha visitato Hong Kong e il governo locale ha dispiegato più di 3 mila poliziotti per contrastare pochi dimostranti e alcuni di essi sono stati trattati molto brutalmente. In effetti ci sono cambiamenti politici in corso, ma procedono in modo strisciante. Poco prima di lasciare la colonia gli inglesi avevano approvato alcune regole democratiche (che peraltro non avevano voluto per 150 anni!) che i dirigenti cinesi non hanno gradito. Sul piano pratico solo metà dei deputati è eletto con un sistema elettorale diretto e democratico mentre altri rappresentanti sono eletti indirettamente da corporazioni e associazioni varie. Così la maggioranza dei deputati sostiene il governo ed è apertamente filocinese. Secondo il costume tradizionale cinese la classe dirigente manifesta chiari segni di auto-censura preventiva e cerca di non urtare le autorità di Pechino o cerca perfino di anticipare i loro desideri. Le eventuali voci dissidenti vengono progressivamente "confinate" (come nel caso dei leader del partito democratico), oppure vengono boicottate o represse.

Il quotidiano Apple Daily era molto critico con Pechino e così il suo proprietario ha subito fortissime pressioni sotto forma di ostacoli alle sue attività economiche finché non è stato costretto a venderne alcune per far fronte alle difficoltà di liquidità. In campo politico-sociale c'è più controllo delle manifestazioni di qualsiasi tipo e in alcuni casi c'è una dura repressione. La setta Falun Gong, proibita e duramente repressa in Cina, a Hong Kong è legale, ma l'ultima manifestazione pubblica è stata permessa solo a 25 persone. La repressione in Cina della Falun Gong è probabilmente un errore di valutazione circa la sua pericolosità, ma l'intervento repressivo è la conseguenza del fatto che anche quadri del partito (sembra molti) sono aderenti alla setta. A Hong Kong oggi c'è più controllo sull'immigrazione e sull'espatrio e in questo campo (riunificazione dei famigliari, permessi di residenza e così via) ci sono stati i più forti conflitti "di principio". Con il nuovo status della ex-colonia l'ultima parola in campo giuridico è passata da Londra alla Corte d'Appello di Hong Kong, ma si è già verificato il caso (proprio a proposito di immigrazione) che il governo locale abbia voluto attribuire l'ultima decisione al Congresso del popolo cinese; chiaro esempio di quell'auto-censura di cui si diceva prima.

È in corso la centralizzazione dei poteri nelle mani del governo, come per esempio l'abolizione dei consigli municipali decentrati, e in effetti questa via pragmatica di "integrazione" preoccupa per il futuro dell'indipendenza di Hong Kong. Anche nel campo dei passaporti si è innescata una strategia di "integrazione". Prima del 1997 c'era stata una caccia al passaporto inglese, anche a quello di serie B che pure non consentiva la residenza nel Regno Unito. In ogni caso quel passaporto consentiva l'espatrio senza dover chiedere il visto di ingresso proprio come quello dei cittadini inglesi. Il governo di Hong Kong ha dispiegato una politica diplomatica per cui oggi si devono chiedere meno visti di ingresso con il suo passaporto che con quello "british" di serie B. Tutto questo è stato pubblicizzato con toni nazionalisti come una difesa dell'identità di Hong Kong. Anche se è stata coniata la parola "Hancouver" (Han è il nome dell'etnia dominante cinese) al posto di Vancouver (Canada) per sottolineare la quantità consistente di cittadini di Hong Kong che hanno investito in proprietà immobiliari nella città canadese e hanno trasferito lì la famiglia (e parte dei capitali), in effetti ci sono molte difficoltà a trovare lavoro in Canada, negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

Come si muovono gli anarchici a Hong Kong?

Prima della riunificazione c'erano molte preoccupazioni per la libertà e gli artisti volevano manifestare tali preoccupazioni. Di fatto ci troviamo ora nella situazione paradossale che possiamo dire liberamente quello che vogliamo perché gli artisti non vengono considerati pericolosi dal punto di vista sociale. A Hong Kong non c'è un movimento anarchico organizzato, ma quando penso, per esempio, ad Artivist ritengo che la si possa considerare un'organizzazione anarchica, anche se è piuttosto piccola. Dal 1990 Artivist organizza un concerto ogni anno per commemorare il 4 giugno, cioè la data della repressione del movimento democratico in piazza Tiananmen a Pechino. Come individui anarchici siamo piuttosto radicati e influenti nei circoli artistici, non solo anarchici. Personalmente ritengo di svolgere un'azione politica sviluppando un lavoro di crescita culturale. Come individui alcuni di noi hanno passato anni a lavorare nell'ambito culturale. Io, per esempio, facendo teatro, altri compagni con azioni teatrali con bambini piccoli. Guo Dalin, dei Blackbird, continua con attività nel campo musicale e ora anche della produzione di video. La vecchia generazione di artisti si muove individualmente, ma l'obiettivo condiviso è quello di promuovere atteggiamenti libertari. Il modello rimane spesso quello del Living Theatre e gli insegnamenti di Julian Beck e Judith Malina; anche artisti delle Filippine e del Giappone si sono messi su questa strada. Ci si muove con attività teatrali e workshops per far crescere la padronanza di sé; da qui parte la conquista dell'autonomia e anche della reale democrazia.

QUESTO È IL SOCIALISMO DI MERCATO, BELLEZZA

Di Fabrizio Eva

L'intervista a Mok Chiu Yu (Mok è il cognome e, secondo l'uso orientale, viene messo sempre prima perché l'appartenenza famigliare prevale sull'individuo) ci dà una chiara idea di cambiamenti avvenuti in Cina più che a Hong Kong. In effetti Deng Xiaoping ed i dirigenti cinesi si sono mossi in modo che il differenziale economico tra Hong Kong e le Zone economiche speciali fosse così ridotto da rendere quasi indolore il processo di riunificazione. A dispetto degli accordi che prevedono per 50 anni "un paese, due sistemi", è ragionevole prevedere un'integrazione più stretta, anche politica, in tempi molto più brevi. Hong Kong non è più un problema politico e di sovranità, mentre diventa più rilevante che tipo di processo di cambiamento si svilupperà in Cina come conseguenza delle riforme economiche e dell'introduzione del capitalismo, pardon del "socialismo di mercato". Questo processo di cambiamenti in Cina va visto con un'ottica più ampia che tenga conto anche della questione di Taiwan, della ripresa dei rapporti con le comunità cinesi diffuse in tutto il mondo (e spesso potentati economici), dei rapporti con gli Stati Uniti e del ruolo che la Cina vorrà giocare negli organismi internazionali; sia quelli in cui è già un membro autorevole (per esempio, il Consiglio di sicurezza dell'Onu, in cui ha il diritto di veto) sia in quelli in cui sta per entrare (Organizzazione mondiale del commercio, Wto). Questo nuovo e potente ruolo della Repubblica popolare cinese dipende soprattutto dalle riforme introdotte da Deng Xiaoping fin dagli inizi degli anni Ottanta. La morte di Mao Zedong (1976), la sconfitta degli "ideologi" rappresentati dalla cosiddetta Banda dei quattro (1978), la conquista sicura del potere da parte di Deng Xiaoping sono state le premesse per quel radicale cambiamento economico noto come la politica delle quattro modernizzazioni; sotto il nome di socialismo di mercato la Cina di Deng ha promosso una radicale politica di apertura economica verso il sistema di produzione occidentale, partita in quattro iniziali Zone economiche speciali e poi diffusasi progressivamente in molte altre zone costiere e qualche città dell'interno. Il progressivo aumento dell'intreccio economico con il resto del mondo sulla base di una sufficiente libertà di movimento e di accumulo di capitale ha provocato la fine dell'isolamento anche politico della Cina che ha attirato l'attenzione degli investitori internazionali pubblici e privati. Il possibile grande mercato interno cinese fa gola e in soli venti anni le riserve in valuta si sono accumulate, gli scambi sono cresciuti in modo esponenziale, gli investimenti diretti si sono mantenuti su quote consistenti anno dopo anno; l'entrata nella Wto sarà il suggello di una strategia politico-economica che potremmo definire di "recupero del differenziale", cioè un recupero dell'arretratezza produttiva e di reddito rispetto ad altri paesi dell'area, in particolare i Nic (New Industrialized Countries, paesi di nuova industrializzazione). La localizzazione delle prime Zone speciali è apparsa significativa geograficamente in quanto sono state poste nelle vicinanze delle "questioni territoriali" irrisolte cinesi: le due colonie Hong Kong e Macao, e la "provincia ribelle" Taiwan. Shenzhen, posizionata sull'asse Canton (Guangzhou)-Hong Kong, e Zhuhai sull'asse Guangzhou-Macao sono diventati dei poli di sviluppo e di produzione industriale e Shenzhen è sede di una borsa valori azionaria importante a livello nazionale e internazionale. L'area di Xiamen e un po' tutto il Fujian sono diventati un polo di riferimento produttivo che ha progressivamente coinvolto anche Taiwan. Durante il suo viaggio nel sud del paese (1992) Deng era stato molto esplicito nel riferirsi ai modelli produttivi vicini come a pietre di paragone da imitare e in effetti così è stato. La trattativa con la Gran Bretagna per la restituzione di Hong Kong era iniziata a metà degli anni Ottanta e nel 1997 tutto il mondo si domandava se la formula politica di "un paese, due sistemi" per 50 anni sarebbe stata rispettata. In realtà il differenziale economico tra Hong Kong e le zone circostanti, Shenzhen in testa, era stato molto ridotto perché grazie a un'opera paziente durata molti anni la "penetrazione" economica e l'intreccio di interessi con e nella colonia avevano anticipato, molto discretamente, alcuni degli sviluppi successivi; quindi in un modo molto pragmatico erano già stati smussati i problemi più dirompenti che avrebbero potuto ostacolare il pacifico recupero della sovranità su Hong Kong. Con Macao c'erano stati ancora meno problemi, per prima cosa per la specializzazione della colonia portoghese in una economia di case da gioco, per seconda cosa a causa della ridotta popolazione rispetto a Hong Kong e infine per la diversa dinamica politico internazionale visto che lo stesso Portogallo, passato dalla dittatura alla democrazia nel 1975, aveva offerto la rapida restituzione di Macao, respinta ben due volte dalla Cina che ha preferito gestire tempi e modi del passaggio secondo le proprie strategie. I modi di gestire la riunificazione di Hong Kong e Macao possono essere visti come una prova generale in vista del processo di reintegrazione della "provincia ribelle" Taiwan, atto conclusivo del recupero della integrità territoriale cinese ferita dal colonialismo e dalla subordinazione a potenze straniere del passato. In effetti, a pochi anni dalla riunificazione di Hong Kong e a pochi mesi da quella di Macao sembra che non solo non siano sorti problemi sostanziali sul piano economico e sociale, ma che anzi la comunanza culturale, che noi occidentali chiamiamo confuciana, abbia dispiegato la sua potente forza di collante. La struttura gerarchica di potere della ex-colonia maggiore (Hong Kong) ha solo cambiato alcuni aspetti non sostanziali, la democrazia rappresentativa è molto limitata, il mondo degli affari non ha subito danni dal passaggio e anzi la crisi finanziaria del 1997-1999 ha potuto essere superata con danni inferiori rispetto ad altri Nic o Nie (New Industrialized Economies). Si è potuto notare il dispiegarsi anche di quel meccanismo di auto-censura preventiva, soprattutto nel campo delle dichiarazioni politiche, dei media, dei comportamenti dei leader politici ed economici che possono essere riscontrati anche in altre società "cinesi" come Singapore e nella stessa Taiwan. In una prospettiva di Grande Cina l'intreccio economico ormai innescatosi tra il Guangdong (la regione meridionale intorno a Guangzhou-Canton), Hong Kong e Taiwan non può che apparire come un punto di forza pronto a scatenarsi non appena fosse risolta la questione politica della separazione. La stessa Singapore vede con interesse gli sviluppi delle prospettive economiche del sud della Cina e questo è testimoniato dal progressivo intreccio di interessi e di movimenti di capitali e merci; le sue aperture politiche verso la Cina popolare sono un altro passo significativo come pure, a giudizio di chi scrive, la scelta fatta negli anni Novanta di adottare come ora legale quella della Cina continentale piuttosto che quella delle confinanti Indonesia e Malaysia.

 
 
 
       

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