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L'impresa
è mia e la derubo io
di Editor
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I
casi si moltiplicano. Il più clamoroso
finora riguarda Marco Tronchetti Provera
(in foto), primo azionista della Pirelli.
Quando il suo gruppo, nel settembre 2000,
ha ceduto all'americana Corning la controllata
Optical technologies per 3,43 miliardi
di dollari (oltre 7.500 miliardi di lire),
ha potuto esercitare una stock options
pari al 6 per cento del capitale. Ha così
incassato personalmente 491 miliardi.
Un
altro esempio significativo è quello di
Roberto Colaninno, presidente e azionista
di riferimento alla Telecom, che fra il
1999 e il 2001 ha messo nelle sue tasche
72,6 miliardi con le stesse modalità.
Grazie cioè alla formula, in uso per i
capi d'azienda, che prevede la possibilità
di sottoscrivere titoli della propria
società a un costo prefissato e di ottenerne
(rivendendole entro un certo periodo di
tempo) un relativo guadagno, dato appunto
dalla differenza fra il prezzo garantito
a suo tempo e il valore riconosciuto dal
mercato alle azioni, nel momento in cui
quell'opzione viene esercitata. Si trovano
poi ulteriori testimonianze in molte compagnie
di primo piano: dalla Gucci di Domenico
De Sole e Tom Ford alla Finpart di Gianluigi
Facchini, dalla Luxottica di Leonardo
Del Vecchio alla Bulgari di Francesco
Trapani. Nasce da questo fenomeno il conio
di un neologismo, capitalismo manageriale,
non propriamente lusinghiero. In verità
la formula delle stock options non costituisce,
in sé, una novità. Nata negli Stati Uniti,
dopo un lungo periodo di sporadiche sperimentazioni
in Europa si sta ora diffondendo con maggiore
rapidità, in particolare in Italia. Sia
nella versione meglio conosciuta di premi
retributivi per gli alti dirigenti; sia
in quella meno nota, ma dalle origini
più "nobili", di compartecipazione per
tutti i lavoratori. Si calcola infatti
che soltanto il 6 per cento degli addetti
beneficiano di piani d'azionariato diffuso
contro il 12 per cento dei manager, mentre
il livello medio negli altri paesi dell'Unione
europea è esattamente il doppio. Occorre
pure notare che, a livello di alta direzione,
la percentuale cosiddetta variabile dei
compensi, legata ai risultati, costituisce
ormai il 35 per cento della retribuzione
complessiva di tutta la categoria e che,
all'interno di questa quota, il meccanismo
delle stock options oggi ricopre da solo
il 16 per cento. L'assegnazione gratuita
o scontata di titoli societari è stata
istituzionalmente concepita per il personale
dipendente e questa caratteristica è enfatizzata
proprio nella sua applicazione ai piani
alti delle imprese, essendo strutturata
per premiare esclusivamente gli uomini
che ai vertici dell'organizzazione gerarchica
detengono la responsabilità della guida
strategica, senza però far parte della
proprietà e senza essere soci. La sua
applicazione ha costituzionalmente la
natura di incentivo: in primo luogo per
motivare maggiormente il management di
fascia elevata a ottenere risultati lusinghieri,
facendo incrementare il valore di borsa;
in seconda istanza per accrescerne l'interesse
a restare al comando di una società in
definitiva assai generosa con loro, senza
cedere alle lusinghe della concorrenza
dando le dimissioni e passando al servizio
di gruppi rivali. Come dimostrano i casi
più significativi raccontati, questa pratica
di origine anglosassone sta invece prendendo
ora in Italia (e solamente in Italia)
una piega diversa. Viene adottata a piene
mani a favore degli stessi azionisti di
controllo o di riferimento delle aziende
iscritte ai listini borsistici, di imprese
cioè che sono state quotate dai rispettivi
proprietari e amministratori per raccogliere
nuovi capitali sul mercato, coinvolgendo
il pubblico dei risparmiatori e degli
investitori facendone altrettanti soci
e promettendo loro di conseguenza un'equa
ripartizione degli utili in ragione delle
quote detenute. In particolare, l'apporto
di capitali effettuato con la sottoscrizione
di titoli si basa sulla premessa di un
ritorno d'interessi sotto la forma della
suddivisione dei profitti, chiamati appunto
dividendi. Il fenomeno delle stock options
a vantaggio degli azionisti di maggioranza
significa al contrario che parte degli
utili generati dall'attività sociale viene
deviata o, se si vuole, stornata prima
dell'assegnazione pro-quota a favore di
tutto l'azionariato. E quindi i tradizionali
dividendi di fine anno saranno assai più
consistenti per i soci forti di quelli
riservati agli altri sottoscrittori. Non
è un caso che proprio le ultime clamorose
e sempre più frequenti circostanze abbiano
sollevato non poche polemiche nello stesso
ristretto ambito imprenditoriale e finanziario.
Come ricorda Michel Foucault (Le parole
e le cose, Rizzoli, Milano, 1994): "La
forza simbolica del denaro, capace di
eccitare tutte le brame e tutte le passioni,
non deriva dal fascino di una materia
preziosa e nobile, ma dalla consapevolezza
che chi si trova a disporne detiene un
diritto nei confronti del quale tutta
la società è obbligata". In effetti tutto
avviene in forma legittima. Per quanto
di attuazione relativamente recente, si
tratta di una prassi consolidata, regolata
in modo specifico nei suoi vari aspetti
dal codice civile e che ha trovato un
ulteriore e aggiornato quadro di riferimento
nel testo unico della finanza (decreto
legislativo numero 58 del 24 febbraio
1998) e nelle cosiddette raccomandazioni
di "corporate governance". Una specie
di codice etico varato dalla borsa italiana
per rendere più trasparente la gestione
delle società e di conseguenza più equilibrato
il loro rapporto con tutto il pubblico
di "shareholders" (azioni- sti propriamente
detti) e "stackholders" (tutti i soggetti
esterni che qualsiasi compagnia, svolgendo
la sua attività, necessariamente coinvolge).
Ma il punto non riguarda la liceità formale.
La vera questione in gioco si riferisce
al particolare atteggiamento che il capitalismo
italiano sta disvelando proprio nel momento
in cui il mercato mobiliare comincia a
crescere. Sembra materializzarsi una nota
immagine di Alexandre Dumas figlio in
La question d'argent: "Les affaires? C'est
bien simple: c'est l'argent des autres"
(Gli affari? È semplicissimo: sono i quattrini
degli altri). Invece di apparire più maturo,
il nuovo volto dei capitani d'industria
e della finanza si sta decomponendo. "Gli
uomini d'affari hanno molta energia. Il
problema", ha scritto Saul Bellow in un
romanzo non molto noto, "è vedere cosa
brucia questa energia; vedere cosa si
può o non si può bruciare per produrla".
E poiché da tempo "il denaro ha assunto
la funzione di categoria del pensiero"
(Alessandro Comoglio, Le filosofie del
denaro, Paravia, Torino, 2000) appare
ragionevole cercare di approfondire. Rispetto
al passato più recente sembra di poter
cogliere nello scenario del capitalismo
italiano del Duemila almeno tre fattori
distintivi.
Il
salto nel tempo
Non
è esagerato parlare di assalto. Perché
l'opportunità di esercitare le stock options
nell'arco di un certo periodo di tempo,
e sulla base di un prezzo di partenza
molto vantaggioso, provoca (oltre a quanto
visto prima) un'altra vistosa anomalia.
I "normali azionisti" infatti vedono di
solito avverarsi per i beneficiari di
questi privilegi le migliori condizioni
possibili fra tutte quelle ipotizzate
contrattualmente, anche quando piazza
Affari attraversa stagioni abbastanza
deprimenti come le ultime trascorse. I
titoli non vengono certo scontati quando
gli indici sono al ribasso e il pericolo
di eventuali perdite è quindi scongiurato,
mentre resta soltanto da cogliere il momento
ideale per vendere al meglio quando le
capitalizzazioni salgono. Fanno testo
a questo proposito i tempi dell'operazione
Optical technologies. La concessione gratuita
di titoli risale scritturalmente al 1998,
ma viene ufficialmente ratificata dal
consiglio d'amministrazione il l8 maggio
2000, mentre le prime informazioni sull'avvio
delle trattative ufficiali fra Pirelli
e Corning emergono a distanza di poche
settimane. Caratteristiche analoghe si
rilevano in un altro clamoroso guadagno
realizzato da Lorenzo Pellicioli, amministratore
delegato di Seat Pagine Gialle. Giovedì
27 luglio 2000, con 3,479 miliardi di
lire, aveva sottoscritto 8.380 azioni
di nuova emissione della società lussemburghese
Huit, detentrice del pacchetto di controllo
della stessa Seat, e due settimane dopo,
il 10 agosto, quelle quote erano già state
riacquistate dalla stessa capogruppo per
170 miliardi. In questo modo Pellicioli
ha realizzato una plusvalenza di 166,521
miliardi, ossia di 11,89 miliardi al giorno.
Frutto di un accordo datato 3 marzo 1998,
il fantastico premio si legava alla complessa
operazione del valore di 16 mila miliardi
che aveva portato Seat in Telecom. In
realtà ha però trovato esecuzione effettiva
soltanto dopo la successiva fusione di
Pagine Gialle con Tin.it. Questa circostanza,
oltre ad avvalorare il "tesoretto" del
manager, ha creato un terzo caso. Ha infatti
portato sostanziosi benefici anche ai
soci più importanti di Hopa (holding cui
fa capo tutto l'impero Telecom), come
Emilio Gnutti e Colaninno, risultati in
possesso a titolo personale di azioni
delle varie società coinvolte nelle manovre
di fusione e accorpamento. Viene così
confermata una nota teoria espressa, fra
gli altri, anche da Vittorio Mathieu (Filosofia
del denaro, Armando, Roma, 1985), secondo
cui la moneta compie il suo effettivo
salto di qualità nella scala dei principi
umani quando rompe la dimensione temporale.
Più che portatore in sé di un valore intrinseco
e più che rappresentante di garanzia del
valore, il denaro permette infatti il
trasferimento del valore da un periodo
di tempo all'altro, mantenendo la ricchezza
come potenzialità più o meno intatta.
È in questa proiezione dell'azione nel
futuro che si è fatto complice dell'ambizione
progettuale dell'uomo, spingendolo a concepire
disegni che sfidano il tempo biologico
della sua stessa vita. Come dicono i filosofi,
non assicura beni, bensì progetti; e quando
asseconda questa proiezione esclusiva
dell'attività umana entra in una dimensione
teleologica.
Il
denaro come unico valore assoluto
Nel
Faust di Wolfgang Goethe il denaro è uno
dei grandi artifici di Mefistofele e la
speranza di ottenere "qualcosa" della
ricchezza dal "nulla" di un pezzo di carta
viene assimilata alla promessa del serpente
ad Adamo: "eritis sicut dei". A questo
si può pensare guardando alla piazza finanziaria
italiana, su cui è dato di assistere oggi
ad altre manifestazioni sostanzialmente
improprie (seppure giuridicamente corrette)
che hanno registrato l'apice della loro
preoccupante diffusione durante la grande
stagione della "new economy". Sulla scia
del solito modello d'oltreoceano, il Nasdaq
americano, sono state infatti quotate
in poche settimane molte società neonate,
in particolare al nuovo mercato dei titoli
tecnologici, definite generalmente "dot.com"
per via di non sempre chiari collegamenti
con il mondo di Internet. In base all'inedito
regolamento di ammissione dedicato alle
società che si trovano al debutto dell'attività
e che non possono contare su esercizi
precedenti e su bilanci passati, i loro
fondatori hanno fatto leva su una clausola
chiamata "lock up". Per ottenere il credito
di fiducia necessario a mettere in vendita
dal 30 per cento al 50 per cento di titoli
privi di riscontri economici e con un
valore soltanto stimato dalle banche o
dagli analisti finanziari, si sono cioè
impegnati a conservare tutto il resto
delle azioni emesse per un certo periodo
di anni. Eppure, alla realtà dei fatti,
le cose sono andate diversamente. Un esempio
per tutti riguarda Carlo De Benedetti,
anche se la casistica (da Pierluigi Crudele
di Finmatica a Virgilio Degiovanni di
Freedomland, da Luigi Orsi Carbone di
e.Planet a Francesco Micheli e Silvio
Scaglia di e.Biscom) è folta. Il 20 marzo
2000 De Benedetti ha portato a piazza
Affari la sua ultima creatura, Cdb Web
Tech, con soli 11 dipendenti, di cui si
era riservato la quota del 57 per cento.
Il resto era stato prontamente collocato,
tanto che nei primi giorni i valori si
erano impennati del 98 per cento, raggiungendo
una capitalizzazione globale pari a 14
mila miliardi. Oggi la quotazione è scesa
da 76 a meno di 7 euro, ma De Benedetti
non ha più il 57 per cento. Il 23 marzo
2000 aveva per esempio già venduto un
pacchetto pari al 5 per cento intascando
circa 300 miliardi: 100 miliardi al giorno!
Con ogni probabilità non appare chiaramente
intelleggibile la differenza fra queste
matricole e le cosiddette scatole vuote
o scatole cinesi che hanno sempre costituito
il lato oscuro del listino. Negli usi
di borsa appaiono tutti marchingegni per
alimentare la speculazione pura e semplice.
I titoli delle società-scatole non erano
(e in parte non sono ancora) rappresentativi
di attività produttive, ma di società
finanziarie contenenti al loro interno
partecipazioni di controllo di altre imprese,
e la loro quotazione corrisponde principalmente
allo scopo di drenare dal mercato mobiliare
nuovi capitali, con i quali finanziare
le aziende consociate o altri disegni
di espansione. Nei casi più recenti d'ammissione
alla borsa si tende invece più che altro
a realizzare subito un corposo guadagno,
lasciando quasi sempre in subordine (e
a puro titolo giustificatorio) l'obiettivo
di rendere produttivi gli investimenti
e di avviare progetti e iniziative economiche.
Più finanza che altro, insomma, con l'idea
fissa di arricchirsi. Il salto di qualità,
negativamente parlando, non è indifferente,
né indolore e il titolo giusto è lo stesso
del libro di Sergio Moscovici: La fabbrica
degli dei (Il Mulino, Bologna, 1991).
Mezzo che incorpora la possibilità di
tutti i valori con il valore di tutte
le possibilità, senza contenuto né istruzioni
per l'uso e totalmente arrendevole alle
intenzioni del suo possessore, secondo
la definizione di Georg Simmel, il denaro
diventa insomma fine a se stesso anche
là dove in realtà dovrebbe produrre le
sue capacità generatrici di risorse e
dove il capitalismo dovrebbe celebrare
il suo "rito": far crescere il mercato
ed esprimersi in funzione del progresso.
Finisce per essere smentito l'umanista
olandese Erasmo da Rotterdam nel suo Elogio
della follia ("Sui sentimenti privati
prevalga l'interesse pubblico; sebbene,
provvedendo a quest'ultimo, si favorisce
anche la propria fortuna") e viene contraddetto
anche l'economista e filosofo scozzese
Adam Smith, cui si deve proprio la teoria
della cosiddetta "mano invisibile" (intesa
come mercato), secondo la quale anche
il comportamento egoistico individuale
conduce al risultato collettivo più desiderabile,
ossia l'uso efficiente delle risorse.
Alla fine vince solo il famoso aforisma
di Oscar Wilde: "Oggigiorno si conosce
il prezzo di tutto e il valore di niente".
Finalmente
globali
In
passato gli imprenditori hanno percorso
molte vie, impervie oltre che assai discutibili,
per far crescere le proprie aziende e
con esse il loro attivo e quindi anche
e soprattutto il tornaconto personale
in termini di profitti di competenza.
Su questo non sussistono dubbi. Francamente
però non li si era mai visti andare così
scopertamente all'assalto delle loro imprese,
cercando cioè di intercettare, con vari
accorgimenti, risorse davvero ingenti
prima di arrivare alla formazione del
risultato operativo, quello che determina
l'autentico saldo finale da sottoporre
sia all'approvazione dei soci principali
e di tutto l'azionariato. sia al giudizio
del mercato nel suo complesso. In una
tradizionale ricerca di prudenza, i padroni
delle precedenti generazioni, per esempio,
si sono sempre tramandati, quasi per via
ereditaria, il vezzo di figurare oltre
che come consiglieri d'amministrazione
anche come manager dipendenti delle loro
compagnie, con regolare stipendio e connessa
copertura previdenziale e contributiva.
La prassi, però, si esauriva lì, in una
sorta di "ombrello" familiare. Adesso
invece succede ben altro. Il re del rame
Luigi Orlando, presidente della Smi, ha
ricevuto dal consiglio d'amministrazione
di cui fa parte insieme con il figlio
un "bonus" di 18 miliardi di lire lordi,
come premio per avere guidato il gruppo
per quarant'anni e specificatamente per
i risultati raggiunti nell'ultimo decennio.
In base a una norma dello statuto sociale,
tutti i consiglieri Pirelli hanno diritto
a spartirsi l'1 per cento dei profitti
e così nell'ultimo anno azionisti come
Alberto Falck, Carlo De Benedetti, Giampiero
Pesenti e lo stesso Orlando (ancora lui)
hanno incassato quasi 2 miliardi a testa,
ai quali Alessandro Puri Negri ha aggiunto
emolumenti vari per altri 15,7 miliardi.
Alla Benetton i quattro fratelli proprietari
nel 2000 hanno percepito 2,6 miliardi
a testa. In Hdp il socio Maurizio Romiti,
che è anche amministratore delegato, e
il consigliere Giancarlo Giammetti si
sono intascati rispettivamente 3,3 e 4,2
miliardi. Questi dati sono noti perché
su disposizione della Consob, la Commissione
nazionale per le società e la borsa, cui
spetta il controllo sulle imprese quotate,
è diventata obbligatoria l'indicazione
nei bilanci annuali dei compensi riconosciuti
ai principali amministratori, sotto forma
di stipendio o a qualsiasi altro titolo.
Questa esigenza di "trasparenza", mutuata
dalle esperienze ultraventennali dei mercati
anglosassoni, prima valeva soltanto per
i gruppi pubblici; dal 1998 è stata invece
estesa a tutte le industrie, banche e
assicurazioni presenti sul listino e così
si è alzato il velo su informazioni fino
ad allora custodite con molto riserbo.
Anche in Italia, sull'esempio degli Stati
Uniti, si diffondono così classifiche
annuali sui capi d'azienda meglio pagati
che da quattro anni descrivono fedelmente
e con un'affidabilità assolutamente superiore
a prima la reale situazione. In genere
la retribuzione complessiva dei grandi
manager è ancora assai lontana dai livelli
americani. Gli aspetti di maggiore interesse
sono però altri due. Il primo riguarda
l'ampia incidenza delle cosiddette stock
options rispetto alla busta paga e agli
eventuali benefits (macchina aziendale,
coperture assicurative e premi di produzione
vari). Su queste forme retributive vengono
applicate in sede di prelievo fiscale
le aliquote progressive previste per i
redditi da lavoro e così si sta imponendo
un ricorso abbastanza generalizzato alla
prima formula: trattandosi di operazioni
su titoli, il regime tributario applicato
è quello, assai più favorevole, previsto
per i guadagni da "capital gain", ossia
da plusvalenza. Il secondo profilo, ancora
più appariscente, concerne il fatto che
nessuna hit parade degli altri paesi contiene
amministratori, ossia membri dell'azionariato
cui fanno capo le società. Il ruolo fra
soci e manager è nettamente distinto e
anche quando ricoprono eventuali incarichi
dirigenziali i rappresentanti della proprietà
(che già godono per diritto dei dividendi
di fine bilancio) denunciano remunerazioni
quasi simboliche. La graduatoria italiana
dei compensi (che non comprende, come
detto, i ricavi da dividendi) è invece
popolata da azionisti: 18 fra i primi
40 e addirittura quattro fra i primi sei.
C'è tuttavia un'osservazione di carattere
generale che emerge da questo scenario.
Nella comunità finanziaria la globalizzazione
è un dato di fatto. Lo è nel mercato e
nelle borse; vengono mutuate le formule
d'investimento così come quelle di retribuzione;
c'è il confronto internazionale fra i
"re di denari" e le "regine dei listini";
si rincorrono i miti della ricchezza e
dei risultati economici. Già nel 1964
Marshall Mc Luhan scriveva: "Si tratta
di una condizione esistenziale nuova…
dissolta in uno scintillio di reti e di
livelli. L'identità dell'individuo non
è più incapsulata, come in passato, all'interno
di sfere concentriche (famiglia, corporazione,
stato, chiesa), ma si costruisce in modo
eccentrico, attraverso la partecipazione
simultanea, e spesso involontaria, a un
ventaglio infinito di combinazioni sociali
possibili" (Gli strumenti del comunicare,
Est Saggiatore, Milano, 1999). D'altra
parte la moneta è la terza grande lingua
senza frontiere con l'alfabeto e la musica,
ma insuperabile per sintesi e traducibilità,
e riesce a imporre forme d'azione e di
pensiero pervasive, fino a diventare quasi
l'unico punto di riferimento per la società.
Già alle soglie del Novecento, notava
Simmel, soltanto il denaro poteva consentire
a un cittadino tedesco, capitalista od
operaio che fosse, di essere realmente
partecipe di un cambio di ministri in
Spagna o dell'esito di una rivoluzione
nell'America del Sud (La filosofia del
denaro, Utet, Torino 1984). Gli ha fatto
poi eco, nel 1918, Oswal Sprengler (Il
tramonto dell'Occidente, Longanesi, Milano,
1981) con un concetto pressoché analogo:
"Ogni economia evoluta è un'economia di
città. L'economia mondiale, che è quella
di tutte le civilizzazioni, la si dovrebbe
chiamare l'economia delle città cosmopolite.
Nelle civilizzazioni gli stessi destini
dell'economia si decidono soltanto in
pochi punti, nei luoghi del denaro che
anche in altre civiltà si potrebbero chiamare
luoghi della borsa, se per borsa s'intende
l'organo intellettuale di una perfetta
economia finanziaria: Babilonia, Tebe,
Roma, Bisanzio e Bagdad, Londra, New York,
Berlino e Parigi". "Lì l'ebreo, il maomettano
e il cristiano si trattano reciprocamente
come se fossero della stessa religione
e chiamano infedeli solo quelli che fanno
bancarotta" è la citazione che si potrebbe
aggiungere; straordinaria perché appartiene
alle Lettres philosophiques di Voltaire
e risale a quasi due secoli prima. Ebbene,
i capitani d'impresa italiani sembrano
riuscire a trarre, se possibile, il peggio
da questo processo. E così appare comico
quanto viene sostenuto nelle occasioni
ufficiali (per esempio all'assemblea generale
della Confindustria) o quando si sente
parlare il governatore della Banca d'Italia,
Antonio Fazio, di "share economy", di
economia della partecipazione azionaria.
Tra
mistica e mistificazione
Nonostante
tutte le perplessità che si possono nutrire
e nonostante l'evidente rischio di cadere
nel ridicolo, si può affermare che il
capitalismo si richiama nelle sue concezioni
teoriche a fondamentali principi di etica.
Concetti di libera iniziativa e libero
mercato, di uguali opportunità, di combinazione
fra lavoro e capitale nell'organizzazione
produttiva, di sfruttamento delle risorse
per assicurare la crescita, di ricerca
scientifica e tecnologica come fattori
di sviluppo, sono tutti basati sul presupposto
(sempre teorico) di perseguire il bene
comune. E si sente affermare sempre più
spesso che la consapevolezza degli imprenditori
è di stare dalla parte di chi crede e
si impegna con convinzione nell'evoluzione
civile e nel progresso come benessere
diffuso della società e che ogni loro
iniziativa finisce per riferirsi alla
creazione delle condizioni di sviluppo,
perché soltanto con questo si creano nuovi
posti di lavoro, si sostengono i programmi
sociali, si ottengono le risorse indispensabili
per promuovere nuovi interventi. Secondo
la "mistica del capitalismo" il primo
dei contenuti, nell'azione degli imprenditori,
ripropone in sostanza questo valore: lo
sviluppo fatto di crescita economica e
di qualità della vita delle persone, perché
in un sistema effettivo e consolidato
di valori sono proprio le società che
hanno abbracciato le regole dell'economia
di mercato a essere le più solidali. Lo
scrittore Alfred North Whitehead sosteneva
giustamente in Avventura delle idee che
una grande società è una società in cui
gli uomini d'affari hanno una grande idea
delle loro funzioni. Ma la mistificazione
è dietro l'angolo e i nuovi capitalisti
d'assalto sono già arrivati a ricordare
che in Italia, per loro, non cambia nulla,
se non in peggio. Suona sinistra un'analisi
di Bertrand Russel contenuta in una delle
sue opere più note (L'autorità e l'individuo):
"Senza moralità civile le comunità periscono;
senza moralità privata la loro sopravvivenza
è priva di valore".
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