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INTERCULTURALE?
MEGLIO INTERCUL
di René Lourau
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Interculturale
è una di quelle parole che faranno ridere
o, al contrario, arrabbiare i nostri discendenti.
I filosofi di servizio (statale), se ne
esisteranno ancora, spiegheranno il contesto
lessicale, il miserabile stato politico
e intellettuale che era il nostro e nel
quale tale parola era utilizzata: proprio
come oggi ci spiegano che questo o quel
concetto, in Friedrich Nietzsche o in
Martin Heidegger e in altri pensatori
controrivoluzionari, devono essere compresi
e ammirati per la maggior gloria dell'istituzione
filosofica. Infatti, per avere il coraggio
di usare la parola interculturale bisogna
prima di tutto ammettere che il concetto
di cultura, ambivalente e polisemico,
guazzabuglio buono per i discorsi elettorali,
è un universale che fa obbligatoriamente
parte di una virtuosa politica sociale.
La virtù consiste nell'imporre un valore
universale e dunque assai fragile: il
rispetto dell'altro in quanto completamente
estraneo e probabilmente insopportabile,
ma che si deve far finta di sopportare
per essere politicamente corretti. Mi
piacerebbe qui in breve dimostrare che
il razzismo, anche nella sua variante
dell'antirazzismo, è prodotto dal rifiuto
di analizzare le implicazioni di parole
come culturale, transculturale, multiculturale,
interculturale. Riferendomi all'uso francese
di sociocul per socioculturale, mi permetto
di proporre il neologismo, relativamente
traducibile in altre lingue latine, di
intercul. In entrambi i casi, suggerisco
che l'intellighenzia "progressista" accetti
con grande piacere ma in totale incoscienza
di farsi sodomizzare dall'universalità
assolutamente indolore e inefficace di
un concetto.
L'ambiguità
dell'universalismo
È
con le migliori intenzioni del mondo che
gli intellettuali rivendicano il rispetto
dell'originalità di ogni cultura diversa
dalla loro. Senza accumulare dati storici,
ricordiamo soltanto il caso di Lucien
Lévy-Bruhl, l'antropologo francese che,
nei primi quarant'anni del ventesimo secolo,
credeva di fare opera progressista analizzando
le idee e il modo di vivere delle popolazioni
esotiche per mezzo di nozioni come mentalità
inferiore o prelogica. Nelle sue intenzioni,
si trattava di riconoscere i popoli colonizzati
nella loro identità mentale e culturale
di primitivi, identità diversa dalla nostra,
e tuttavia assolutamente rispettabile
nella sua estraneità. È soltanto alla
fine della sua vita, quando la logica
mentalità tedesca permette al nazismo
di sviluppare le sue concezioni culturali
ultrarazziste e lui stesso rischia di
finire, come altri ebrei, in campo di
concentramento, che il vecchio antropologo
rinnega le sue opinioni e sconfessa all'improvviso
la gloria che i suoi libri gli avevano
procurato. Riconosce che i primitivi non
sono più prelogici di noi, o che noi non
siamo meno prelogici di loro, e arriva
a negare ogni valore scientifico alla
nozione di primitivo. I suoi quaderni,
diario di ricerca in vista della stesura
di una ritrattazione che non avrà il tempo
di scrivere, attestano questa felice,
anche se tardiva, presa di coscienza.
Queste note saranno pubblicate molto tempo
dopo la morte dell'autore. Ancora più
tardi, in unfamoso Discorso sul colonialismo,
lo scrittore e uomo politico antillano
Aimé Césaire, parlando del colonialismo
europeo, dirà assai giustamente che non
abbiamo ancora smesso di rimasticare il
vomito di Adolf Hitler. La fede incrollabile
della stragrande maggioranza degli europei
nell'universalità dei loro valori, sia
cognitivi (culturali e scientifici) sia
morali e politici, è un fenomeno attuale
oggi come al tempo di Lévy-Bruhl. A partire
da questo universalismo, che può declinarsi
in un tiepido relativismo, tutte le varianti
del razzismo (e certe varianti accanitamente
esclusive di antirazzismo) sono possibili.
Le rare sfuriate di qualche antropologo
contro i criteri del dominio europeo (per
esempio, nella Francia contemporanea,
Robert Jaulin) sono certo accolte con
cortese interesse ma non rallentano affatto
il processo della pace bianca che sta
alimentando o mascherando l'etnocidio
(La pace bianca. Introduzione all'etnocidio,
1970). Nuovo o arcaico, il colonialismo
consiste innanzitutto nell'imporre agli
altri (e in primo luogo nell'imporre a
se stessi) delle categorie di pensiero
considerate culturalmente e scientificamente
più giuste di quelle delle altre culture.
Ora, come sganciarsi da questa credenza,
da questa convinzione? La posta in gioco
non è forse, al di là delle buone intenzioni
umaniste, quella di rifare l'intelletto
umano made in Europe? L'intercul intraeuropeo
o più precisamente intraoccidentale (dato
che il continente americano colonizzato
resta un prolungamento dell'Europa) qui
non ci interessa. L'intercul italo-tedesco
o anglo-francese costituisce un settore
a parte, non trascurabile per studiare
le tendenze xenofobe, ma meno pertinente
nei confronti di questioni planetarie.
Con un'unica riserva: ai margini di quell'entità
fittizia che è l'Europa, i resti dell'antico
impero ottomano nei Balcani, riattivando
i conflitti storici fra due monoteismi,
mettono in luce un'interferenza fra xenofobia
e razzismo. L'elemento religioso, con
tutte le manipolazioni di cui può essere
oggetto, torna in primo piano in un'epoca,
la nostra, in cui l'islam si risveglia
in Asia come in Africa o in Europa. Infatti
è nella globalità planetaria soggetta
a vasti flussi migratori che bisogna ormai
valutare le forze, i conflitti e le eventuali
coabitazioni di ciò che individuiamo come
culture. I localismi, i comunitarismi,
i nazionalismi regionali, statali o intrastatali,
pur battendosi contro l'universalismo
di tipo europeo trapiantato negli Stati
Uniti, si lanciano intanto nella mondializzazione
come modalità di gestione e modo di vivere:
l'indiscutibile egemonia del capitalismo
neoliberale alimenta la contraddizione
fra locale e globale. La globalità del
mondialismo capitalista accetta il localismo,
ma a condizione che quest'ultimo rispetti
i criteri finanziari del Fondo monetario
internazionale. D'altro canto, il localismo
accetta lo standard di vita mondialista
e capitalista, ma a condizione che il
mondialismo rispetti le particolarità
che costituiscono l'autonomia locale.
Per rendere le cose ancora più complesse,
l'universalismo europeo, sopravanzato
dalla sua estensione americana, oppone
resistenza e può eventualmente aiutare
i paesi più minacciati dall'imperialismo
Usa a preservare la loro identità (è il
caso, fra l'altro, dell'America latina...).
I
pericoli dell'identitarismo
L'universalismo
di origine europea forse non è più l'ostacolo
maggiore a una coabitazione non razzista
fra il Nord e il Sud. Più pericoloso potrebbe
essere l'identitarismo, perché alimenta
sia il mondialismo che il localismo. L'identitarismo,
malattia senile dell'universalismo? "Sia
maledetto chi si ritiene libero di ridefinire
secondo i propri termini il modo in cui
l'altro abita questo mondo, anche a costo
di tollerarlo, e persino di rimpiangere
l'innocenza che lui stesso ha perduto",
esclama Isabelle Stengers nel suo saggio
Per farla finita con la tolleranza (1997).
Questa maledizione di una europea potrebbe
essere scagliata da un ex-colonizzato.
Pur condannando implicitamente la consuetudine
universalista all'europea (vedi Lévy-Bruhl),
Stengers estende all'attuale complesso
planetario, sia localista che mondialista,
il rimprovero di pensare secondo una logica
binaria, non contraddittoria, identitarista:
la bella logica che noi abbiamo ereditato
da Aristotele. Non c'è concetto più povero,
più penoso, di quello d'identità. È operativo
solo per l'informatica, gli schedari amministrativi
e quelli della polizia, le carte d'identità
o i passaporti. A è A; io sono cristiano,
o ebreo, o mussulmano, o milanese, o parigino
e così via: cosa c'è di più terribilmente
antisociale e di più intellettualmente
stupido di queste equazioni identitariste?
Per l'identitarista, la sua identità non
deve affatto rischiare di essere alterata
dall'esistenza dell'altro. Ora, non c'è
socialità, intra o interculturale, senza
alterazione del cosiddetto "io": il quale
non è altro che una valigia mal chiusa
piena di identificazioni cieche. Tutta
un'antropologia è implicata nell'universalismo
e nell'identitarismo. Questa antropologia
identitaria deriva dal modello che l'antichità
greca ha lasciato in eredità all'Occidente
definito "cristiano": la logica sociale
è innanzitutto quella della divisione
del lavoro fra padroni e schiavi, cittadini
e non cittadini, lavoratori intellettuali
e manuali. La filosofia ilomorfica (che
distingue forma e materia) esercita ancora
una notevole influenza sulle nostre menti.
Essa presuppone un'ontologia dell'individuo
ben sviluppato e perfettamente compiuto,
forma eletta che domina idealmente la
materia, umanità che domina la natura,
logica scientifica avente il controllo
delle altre logiche in nome delle vittorie
tecnologiche dell'Occidente. Un'altra
logica, che privilegia non l'individuo
ideale ma il processo d'individuazione
sempre aleatorio e incompiuto, può contribuire
al progetto di rifare l'intelletto umano.
Il processo che costruisce sia gli esseri
naturali e umani sia le entità tecniche,
subisce un riduzionismo se ci si accontenta
della logica binaria, con le sue due sovrane
operazioni di deduzione e d'induzione.
Materializzazione finale di questa logica,
l'informatica, nata dai bisogni del complesso
militare-industriale e ormai entrata nelle
nostre case e nelle nostre abitudini quotidiane,
come a suo tempo la televisione, non può
che rafforzare e anzi legittimare l'esclusione
del terzo su cui si fonda la logica binaria.
Ed è proprio grazie a questa esclusione
che funzionano gli pseudouniversalismi
razzisti e spesso, purtroppo, gli pseudouniversalismi
antirazzisti. Lavorando sull'opposizione
binaria fra il generale e il particolare,
la deduzione e l'induzione, a diversi
livelli e con diverse modalità, perseguono
ed eliminano il terzo termine, il singolare.
Privilegiando il generale (l'universale)
di una legge, di un assioma, di un postulato,
la deduzione seleziona i particolari che
le si confanno ed elimina tutti quelli
che, per la loro singolarità, non sono
conformi al modello. Dal canto suo, l'induzione,
che pure scarta meno particolari perché
ha bisogno di un congruo numero di particolari
per trarre delle conclusioni generali,
respinge, o meglio rifiuta di vedere quelle
particolarità che potrebbero essere singolarità.
La
razionalità dello zero o uno
Tale
logica, che mi permette di "catturare"
sul computer, più comodamente di un tempo,
il testo che sto scrivendo, è certo la
conseguenza tecnologica della scienza
occidentale, scienza che funziona magnificamente
a condizione di eliminare ciò che costituisce
l'insostituibile singolarità delle nostre
vite: la contraddizione, la temporalità,
l'emozione e il sentimento (il desiderio,
l'amore...). È curioso constatare che
le menti più aperte si rifiutano di esaminare
la natura e le funzioni sociali del nuovo
oggetto tecnico costituito dal computer,
mentre quelle stesse menti sono perfettamente
in grado di comprendere gli sconvolgimenti
indotti in passato nella divisione del
lavoro sociale dal passaggio dalla corteccia,
dall'argilla o dalla pietra alla pergamena,
alla scoperta della carta, all'invenzione
della stampa con le sue successive trasformazioni,
dal passaggio dalla penna d'oca al pennino
di metallo, poi alla stilografica con
serbatoio d'inchiostro, all'invenzione
della stenografia, alla diffusione della
macchina da scrivere... Senza dimenticare,
nel campo delle telecomunicazioni in generale,
la comparsa del telegrafo, del telefono,
della radio, della televisione, delle
reti di comunicazione istantanea come
Internet e così via. Se insisto fin troppo
su questi fenomeni, è proprio perché al
di là di ogni dibattito filosofico sulla
tecnologia, la nostra vita quotidiana
ci autorizza a valutare gli ambiti sociali
della conoscenza e a interrogarci sulla
logica che trionfa sia nei progressi tecnologici
che nelle forme di dominio del Nord sul
Sud. In entrambi i casi agisce la logica
identitaria, binaria, esclusiva, che raggiunge
l'apice del successo con l'adozione della
coppia di cifre 0.1. L'altro (lo zero
o l'uno) non deve assolutamente alterarci:
deve essere eliminato. Impossibile simbolizzare
meglio la vittoria dell'identificazione
attraverso l'esclusione. Non mi nascondo
che la trasformazione profonda della logica
occidentale, a meno che non resti allo
stato di "generosa" utopia, esige un considerevole
sforzo intellettuale da parte nostra e
un'attenzione molto acuta nei confronti
di quei fenomeni, eventi e processi che
sono o saranno, prima che sia troppo tardi,
gli analizzatori della nostra logica mortifera.
Traduzione
di Grazia Regoli
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