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A
mani vuote da Lomé
di
Serena Marcenò e Salvo Vaccaro
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Quest'anno
scade la Convenzione di Lomé che formalmente
lega 71 paesi dell'area Africa-Caraibi-Pacifico
(Acp) con i 15 membri dell'Unione Europea
(Ue). Sin dalla sua costituzione nel 1975,
questa Convenzione si è ispirata ai seguenti
princìpi:
- rispetto
della sovranità di ciascun paese;
- eguaglianza
di relazioni tra i partner;
- interesse
reciproco nell'appartenenza al sistema
Lomé;
- diritto
di ciascun Stato a determinare liberamente
e autonomamente le proprie politiche
nelle sfere costituzionali, sociali,
economiche e culturali.
La
"filosofia" del partenariato tra eguali
non poteva dimenticare le condizioni di
profonda diseguaglianza tra Paesi ricchi
europei e paesi Acp, fragili e deboli
in svariati sensi, che esigono una correzione
grazie a una serie di strumenti di cooperazione
incardinati in un Sistema di preferenze
generalizzate (Spg).
Questo
regolamenta non solo priorità e favoritismi
nell'esportazione verso l'Europa delle
risorse Acp, ma anche meccanismi di sostegno
finanziario e di diritti doganali in entrata,
con cui avviare processi di solidificazione
della struttura socio-economica di ciascun
paese Acp (anche nella direzione della
diversificazione dei beni centrali: materie
prime, colture, e così via), grazie a
cui avviarsi verso l'emancipazione dalla
dipendenza dai Paesi ricchi per quanto
concerne le risorse destinate all'esportazione,
così come quelle protese all'incremento
dell'economia locale, e quindi delle infrastrutture
e della formazione del capitale umano.
Qual
è il bilancio del sistema Lomé dopo un
quarto di secolo? Pur non essendoci controprove,
se non a livello immaginario, è plausibile
ritenere che senza la Convenzione i Paesi
Acp se la passerebbero peggio di quanto
male già non stiano. Almeno così sostiene
la Ue. Tuttavia gli indicatori statistici
rilevano elementi fallimentari. Le esportazioni
Acp verso i mercati europei, nonostante
il Spg, sono crollate, al pari delle importazioni
dall'Europa. La massa finanziaria messa
a disposizione è precipitata dai 2 miliardi
di euro del 1992 e dai 2,4 del 1994 a
616 milioni del 1997. Si è registrato
un fallimento nell'intento strategico
di attuare una rotazione della monocentralità
di singole risorse in ciascun paese Acp,
ancora oggi dipendenti da fattori ad essi
completamente esterni (le dinamiche dei
prezzi mondiali su cui non hanno alcuna
influenza). Infrastrutture e servizi sociali
di base non sono all'altezza delle promesse,
anche perché in Africa la conflittualità
che accende gli appetiti di clan di potere
si traduce in degrado ambientale, in depredazione
clientelare, in corruttela diffusa con
trasferimento di ingenti risorse, destinate
allo sviluppo socio-economico, in conti
personali all'estero (ossia, i finanziamenti
europei restano in banche europee su conti
dei potenti dittatori di turno).
Nonostante
il sistema Lomé, i Paesi africani della
fascia sub-sahariana che fanno parte della
Convenzione continuano a essere tra i
Paesi più poveri e più altamente indebitati
del pianeta. Sui 71 Paesi Acp, infatti,
39 hanno redditi pro-capite inferiori
ai 765 dollari annui (e solo Haiti non
è africano), mentre 20 presentano redditi
medio-bassi (fra 766 e 3.035 dollari annui)
e solo 12 redditi medio-alti (da 3.036
a 9.385 dollari annui). In buona sostanza,
non si è ridotta la dipendenza dei Paesi
Acp dal mondo industrializzato, in quanto
la ricetta fondata sulla commercializzazione
delle risorse principali, in chiave di
vantaggi competitivi comparati, ha fallito
il compito di innalzare i livelli di vita
su scala territoriale e regionale. Anche
gli scambi infra-Acp erano e sono ai minimi
livelli. A titolo di esempio, la Ue importa
dai paesi Acp petrolio (per il 25 per
cento dell'import complessivo), diamanti
(per il 10 per cento), cacao e caffè (per
il 6 per cento ciascuno), canna da zucchero
(per il 4 per cento), che fa oltre il
50 per cento delle importazioni globali;
e questo nonostante 25 anni di impegni
retorici sulla diversificazione dei prodotti
oggetto di commercio reciproco. Infatti,
per parte Acp, questi Paesi importano
per il 50 per cento principalmente macchinari,
parti di ricambio, mezzi di trasporto,
prodotti chimici, rinnovando la dipendenza
sostanziale tipica dell'era coloniale.
In ultima analisi, si è accresciuta una
marginalizzazione complessiva dell'area
Acp rispetto ai grandi flussi di crescita
mondiale in fatto di scambi interna- zionali,
di innalzamento dei livelli di reddito
e di ricchezza pro-capite sulla base del
prodotto interno lordo. La globalizzazione
sembra procedere lungo un vettore verticale
ascendente, come a scalare una piramide
dalle cui parti alte i 71 Paesi Acp sono
relegati lontani. Aumenta il divario tra
ricchi e poveri (tra Ue e Acp il divario
è dell'ordine di 280/1), tra chi possiede
saperi e conoscenze elaborate e chi non
ha accesso alla grammatica del mondo contemporaneo,
e questo anche all'interno di ogni singolo
Paese. Ciò obbedisce a processi dalla
forza gravitazionale planetaria che la
Convenzione di Lomé non ha scalfito, se
non minimamente grazie a isolate esperienze
riuscite, soprattutto se consideriamo
come la gestione della cooperazione europea
abbia funzionato secondo logiche (e istituzioni)
di accentramento finanziario e commerciale,
che hanno di fatto bloccato un'attenzione
specifica e dettagliata alle esigenze
di ciascun Paese Acp, in ragione di bisogni
specifici e di eventuali soluzioni ritagliate
su misura (solo quattro Paesi sembrano
aver beneficiato positivamente del sistema
Lomé: Botswana, Mauritius, Swaziland,
isole Salomone).
L'ostacolo
più alto sulla via del rinnovo della Convenzione
di Lomé è rappresentato dalle nuove regole
del commercio mondiale definite nell'atto
di nascita dell'Organizzazione mondiale
del commercio (Wto). Nel clima di totale
liberalizzazione, sono vietate tutte le
forme dirette e indirette di discriminazione
tra competitori astrattamente uguali,
compresi quei sistemi di preferenze che
applicano norme di favore, di azioni positive,
per sostenere di volta in volta economie
fragili, relazioni sociali asimmetriche,
monocolture dipendenti esclusivamente
dal gioco delle esportazioni nei mercati
globali, e così via. Il sistema Ue-Acp
prevede, come detto, il sistema di preferenze
generalizzato, ma viene contestato dal
modello globale di commercio totalmente
liberalizzato, che imputa a tali norme
di favore una sorta di concorrenza sleale
tra produttori di beni analoghi a quelli
che la Ue importa dai Paesi Acp con abbattimento
di tariffe doganali, quote contingentate
e prezzi più alti della media mondiale,
come già ricordato.
Il
limite principale nella "filosofia" del
Wto della liberalizzazione del commercio
come strategia-quadro, affinché gli scambi
producano vantaggi comparati e quindi
ricchezza per i Paesi in via di sviluppo,
è che le condizioni degradate di partenza
da cui muovono le società povere non offrono
margini di redditività a eventuali investimenti,
necessari per compensare la monodipendenza
dalle esportazioni e per accumulare capitali
adeguati per erigere le infrastrutture
materiali e immateriali senza le quali
è illusorio pensare alla via del commercio
come forma di integrazione a un complesso
mondiale, divenendo soggetto a pari titolo
e dignità insieme agli altri partner.
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