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Diverso
parere, una nuova frontiera: il microcredito
Di Muhammad Yunus
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All'inizio
degli anni Settanta ero professore di
economia all'università di Chittagong,
in Bangladesh. Insegnavo eleganti teorie
ma ben presto il mio entusiasmo cominciò
a diminuire. Iniziai a considerarle con
sospetto quando il mio paese, dovette
affrontare una carestia: fu allora che
scoprii la distanza tra la vita reale
dei poveri e degli affamati e l'astrattezza
di quelle teorie economiche. (Qualcuno
tra i lettori di Libertaria forse conosce
già una parte di quanto sto per raccontare
perché è stato pubblicato nel mio libro
edito da Feltrinelli: Il banchiere dei
poveri, ma mi è indispensabile ripeterlo
per far capire le ragioni fondamentali
di Grameen bank). Decisi di conoscere
l'economia reale affrontata dai poveri
nella loro vita di tutti i giorni. In
qualche modo fui fortunato: l'università
di Chittagong si trova in un'area rurale,
e fu facile visitare quasi ogni giorno
le fattorie nel villaggio di Jobra, poco
lontano. Imparai sulla vita di quella
gente moltissime cose che non avrei mai
scoperto se non parlando con loro. La
principale ragione per cui i poveri di
Jobra soffrivano era la loro impossibilità
di ottenere piccolissime somme di denaro
liquido. Avrebbero avuto bisogno di meno
di un dollaro al giorno, ma pur lavorando
non riuscivano quasi mai ad averlo. Erano
vittime di un circolo vizioso: lavoravano
con tenacia, producendo oggetti che rivendevano
poi alla stessa persona che aveva anticipato
loro il denaro per la materia prima: era
quel commerciante a decidere arbitrariamente
i prezzi dei loro manufatti, ad anticipare
loro il denaro per il materiale, e a impedire
che, nei fatti, guadagnassero. Il compenso
ricevuto copriva a malapena l'acquisto
del materiale. Feci una lista delle persone
che avevano bisogno di denaro liquido.
Il mio elenco ne comprendeva 42: la somma
di cui avevano bisogno era complessivamente
di 27 dollari. Ne restai sconvolto. Era
facilissimo discutere di piani quinquennali
e di milioni e milioni di dollari, ma
nessuno prestava la minima attenzione
al fatto che 42 individui, sani, capaci
di lavorare tenacemente, e con abilità,
avessero bisogno di 27 dollari. Prestai
io stesso quel denaro a quelli che erano
sulla mia lista: me lo avrebbero restituito
come avrebbero potuto. Vedendo come era
facile riempire d'entusiasmo tanta gente
con una somma così piccola, mi dissi che
avrei dovuto inventare un modo per trovare
denaro per loro in modo costante. Mi rivolsi
alla banca del campus. L'impiegato della
banca rispose che non si poteva prestare
denaro a quella gente perché non la si
poteva considerare degna di credito. Gli
contrapposi tutti i migliori argomenti
che mi vennero in mente, ma non venni
a capo di nulla. Incontrai funzionari
più importanti, sempre senza risultati.
Alla fine mi offrii io stesso come garante
del prestito. Nel 1976 ottenni il denaro
dalla banca e lo prestai ai poveri di
Jobra. Tutti mi restituirono i loro prestiti
senza problemi. Ma la banca non cambiò
la sua opinione: dissero che se avessi
tentato con due villaggi, non avrebbe
funzionato. Lo feci. E funzionò. Tutto
questo ebbe come conseguenza una serie
di cose: continuai a espandere la mia
attività da due a cinque, poi a venti,
cinquanta, cento villaggi, sempre per
convincere i bancari. Funzionava tutte
le volte. Ma la banca non volle cambiare
atteggiamento. Cominciai a capire che
non si tratta di sapere se le persone
sono degne di credito, sono le banche
che non sono degne delle persone. Decisi
allora di creare io stesso una banca per
i poveri, una banca che prestasse senza
garanzie, senza avalli collaterali, perché
il punto è proprio questo: quando si chiedono
garanzie collaterali non si è al livello
delle persone che hanno necessità. La
Grameen bank nacque finalmente nel 1983.
Attualmente la banca lavora in 37 mila
villaggi su un totale di 68 mila villaggi
del Bangladesh, prestando denaro a quasi
due milioni e mezzo di persone, di cui
il 94 per cento sono donne. Nel corso
degli anni ha prestato denaro a 12 milioni
di persone, il 10 per cento della popolazione
del Bangladesh. Nel giugno 1997 abbiamo
raggiunto la cifra di 2 miliardi di dollari
di prestiti. Il primo miliardo di dollari
era stato raggiunto nel marzo de1 1995,
18 anni dopo l'inizio a Jobra. Ci sono
voluti solo due anni per raggiungere il
secondo miliardo. Dopo vent'anni di lavoro,
il prestito medio a persona si aggira
intorno ai 160 dollari. Elargiamo prestiti
che aiutano a produrre reddito, prestiti
per costruire case e proponiamo una sorta
di leasing per acquisire equipaggiamento,
strumenti, animali. Il nostro tasso di
restituzione è del 97 per cento. Da numerose
indagini risulta che i nostri clienti
hanno registrato un regolare miglioramento
del loro livello di vita: metà di loro
è arrivata a superare la soglia della
povertà, un altro quarto si appresta a
superarla. Le famiglie dei nostri mutuatari,
inoltre, hanno un tenore di vita migliore
delle altre, quanto ad alimentazione,
mortalità infantile, uso di contraccettivi,
condizioni igieniche, uso di acqua potabile:
i nostri prestiti per la casa hanno fornito
un tetto a oltre 350 mila famiglie, mentre
altre 150 mila si sono costruite un alloggio
con i proventi derivanti dalle attività
intraprese con l'aiuto di Grameen. Proprietari
della Grameen bank sono i suoi stessi
clienti. I poveri. Che hanno iniziato
a muoversi in una logica di mercato.
Come
funziona Grameen
Primo.
Grameen non chiede garanzie collaterali:
l'intera operazione della nostra banca
è esente da azioni legali.Ci basiamo totalmente
sulla fiducia. Complessivamente, abbiamo
a che fare con milioni, anzi miliardi
di dollari, ma non esiste alcun tipo di
documento legale tra mutuante e mutuatario.
Se lo raccontassimo ai banchieri tradizionali,
avrebbero un attacco cardiaco. Ma nel
Bangladesh gli strumenti legali non servono
neppure alle banche tradizionali: le persone
ricche che ricevono ingenti prestiti dalla
banche non le rimborsano mai. Secondo.
Noi di Grameen pensiamo che l'esperienza
di lavoro di chi chiede un prestito per
avviare una sua attività non sia importante.
Chiunque lo desidera può tentare una propria
iniziativa. D'altro canto, se chiedessimo
come condizione per elargire il prestito
un'esperienza di lavoro precedente, non
avremmo risposta. Per questo diciamo:
se hai un'idea, realizzala, mettiti alla
prova, vedi che cosa sai fare con una
piccola somma. La Grameen, inoltre, si
è concentrata prevalentemente sulle donne.
Mi accorsi presto che sul totale di chi
aveva avuto prestiti dagli istituti tradizionali
del mio paese, le donne erano meno dell'1
per cento. Sin dall'inizio, feci in modo
di dare almeno la metà dei nostri prestiti
alle donne. All'inizio, erano loro stesse
ad avere perplessità, a insistere perché
il denaro venisse dato ai mariti. Dopo
appena sei anni, ci rendemmo conto che
il denaro prestato alle donne dava risultati
migliori, in termini di cura della casa,
dei bambini. Sui 2,4 milioni di persone
che fanno ricorso alla nostra banca principale,
il 95 per cento è costituito da donne.
Altra caratteristica della nostra banca:
non aspettiamo che sia la gente a venire
da noi, ma andiamo noi da chi ha bisogno.
È un aspetto fondamentale del nostro modo
di lavorare: non abbiamo istituito uffici,
continuato l'apartheid finanziario, ma
inviato nei villaggi nostri emissari capaci
di instaurare un rapporto di scambio semplice,
naturale. Altra caratteristica della Grameen
è che non solo è una banca che presta
ai poveri, ma è anche gestita dai poveri.
Iniziativa
individuale invece di lavoro salariato
Si
pensa sempre che l'unica maniera per sradicare
la povertà sia creare occupazione. Abbiamo
elaborato teorie economiche che sostengono
come la gente dovrebbe avere un lavoro,
un lavoro salariato, non denaro per fare
denaro; gli istituti finanziari hanno
reso questa situazione definitiva. Per
poter iniziare a ottenere denaro da quegli
istituti bisogna già disporre di qualcosa:
per questo nel mondo troviamo gli strozzini,
gli usurai. Credo che la vera sconfitta
della povertà inizi quando le persone
vengono messe in grado di controllare
il proprio destino. Non è il lavoro in
quanto tale che salva i poveri, ma il
guadagno legato al libero lavoro. Nella
maggior parte dei casi, questo elimina
la povertà più rapidamente, con un costo
minimo, o senza costi addirittura. Ed
è sempre questo a dare ai poveri il controllo
sulla propria esistenza. Si impara proprio
questo dall'esperienza della Grameeen:
una volta ottenuto un piccolo capitale,
per quanto minimo, i poveri sono capaci
di trarne incredibili cambiamenti nelle
loro esistenze. Alcuni hanno bisogno solo
di 20 dollari, ad altri ne servono 100
o 500. Alcuni desiderano intrecciare stuoie,
altri vogliono coltivare riso, altri vogliono
cuocere stoviglie, altri allevare una
mucca. I nostri mutuatari non fanno nessun
corso particolare: hanno già ricevuto
le conoscenze di cui hanno bisogno nell'ambito
della famiglia o nell'apprendistato per
il loro lavoro. Tutto ciò di cui hanno
bisogno è un piccolo capitale. Spesso,
il momento stesso in cui si riceve il
primo prestito è un'esperienza molto formativa:
quei pochi soldi sono, per chi li riceve,
una cifra enorme, che spaventa perché
non si sa se sarà in grado di restituirla,
ma riceverli è il punto d'avvio della
fiducia in se stessi. Ovviamente l'iniziativa
privata ha i suoi limiti, ma in molti
casi è l'unica soluzione per modificare
il destino di quelli che la nostra economia
rifiuta di arruolare.
Grameen
phone e Grameen shakti
Il
microcredito mette in moto piccoli ingranaggi
economici nella parte reietta della società.
Quando un gran numero di piccoli ingranaggi
si è messo in moto, il terreno è pronto
per imprese più grandi. I microrisparmiatori
allora possono organizzarsi per possedere
grandi imprese. Con queste premesse, la
Grameen bank ha creato numerose società
che si inseriscono nel processo di superamento
della povertà e lo velocizzano. Per esempio
la Grameen phone, la più grande compagnia
di telefonia mobile del Bangladesh che
servirà circa un milione di utilizzatori
di telefoni cellulari entro il 2003, sia
nelle aree urbane sia in quelle rurali
del Bangladesh. Donne che hanno gia avuto
prestiti dalla Grameen bank avranno l'incarico
di gestire il telefono cellulare del loro
villaggio. Così, toccherà a una donna
povera, che in molti casi non aveva mai
visto prima in vita sua un telefono o
una lampadina, essere responsabile di
un cellulare, aiutare gli altri a entrare
in contatto con il mondo e guadagnare
vendendone i servizi. In futuro, non escludiamo
di utilizzare questa stessa rete di persone
per portare Internet nelle campagne del
Bangladesh. Con il tempo, poi, i clienti
della Grameen diventeranno i padroni della
stessa compagnia attraverso quote, come
già avviene nel caso della banca. E quella
sarà l'unica compagnia al mondo del settore
delle telecomunicazioni posseduta in gran
parte da donne povere. Quasi il 65 per
cento dei villaggi del Bangladesh non
è raggiunto dall'elettricità. Grameen
ha creato anche Grameen shakti, una società
che porterà energia solare e altre forme
di energia rinnovabile nei villaggi, per
alimentare cellulari, lampade, radio,
televisioni, e computer. Per la fornitura
dell'energia, la shakti creerà microsocietà
possedute e gestite a livello locale dai
poveri. Nelle strategie convenzionali
dello sviluppo, gli impianti per l'energia,
le telecomunicazioni e le altre infrastrutture
sono possedute o dai più ricchi del paese,
o da multinazionali, o da entrambi,e sono
al servizio dei loro interessi. Grameen
e il microcredito possono aprire la strada
per pensare in modo diverso, e, ci si
augura, agire in modo diverso, in un modo
che tenga conto dei poveri.
Perché
diamo denaro senza formazione?
Ci
siamo contrapposti ai soliti metodi di
chi mira ad alleviare la povertà, offrendo
denaro senza avere nessuna intenzione
di fare anche formazione. Questo perché
credo che tutti gli esseri umani, anche
i più poveri, abbiamo un'abilità innata,
che io chiamo abilità alla sopravvivenza.
Il fatto stesso che sopravvivano ne è
la prova. Non hanno bisogno che qualcuno
insegni loro come riuscirci, lo sanno
da soli. Così, piuttosto che perdere tempo
insegnando loro nuove abilità, abbiamo
deciso di fare il massimo uso delle abilità
già esistenti. Dare a un povero l'accesso
al credito gli offre la possibilità di
mettere immediatamente in pratica le abilità
già possedute, tessere, coltivare, allevare,
condurre un risciò. E il denaro che ne
ricava diventa una chiave che innesta
una reazione a catena di altre abilità,
uno strumento per esplorare le sue potenzialità.
I responsabili dei governi, molte Ong
(organizzazioni non governative), i consulenti
internazionali continuano a far partire
tutti i progetti per la diminuzione della
povertà con programmi di formazione estremamente
elaborati. Il che si spiega in tre modi.
Primo: si pensa che i poveri siano tali
per mancanza di abilità (se ne avessero,
non sarebbero poveri). Secondo: si inizia
dalla formazione per perpetuare gli interessi
di chi non vuole rinunciare a posti di
lavoro lautamente pagati senza alcun obbligo
reale di produrre risultati (si può far
finta di lavorare tantissimo, senza in
realtà fare nulla). Terzo: non si sa che
cos'altro fare. Tutti gli studiosi della
povertà continuano a insistere sul punto
che il training è assolutamente vitale
perché i poveri possano risalire la scala
economica. Questo però è un prerequisito
teorico. Chiunque osserva la realtà in
modo attento, non può non accorgersi che
i poveri sono tali non perché non sono
stati istruiti, o non hanno ricevuto alcuna
educazione, ma perché non riescono a ottenere
il reale compenso dal loro lavoro. La
causa è ovvia: non hanno nessun controllo
sul capitale. Il povero lavora a beneficio
di qualcuno che controlla il capitale.
Perché il povero non può stabilire il
controllo su un proprio capitale, per
quanto minimo? Perché non guadagna, e
nessuno, finché resta in quella situazione,
gli consente di avere accesso al capitale
né al credito. Il mondo intero è convinto
che i poveri non siano affidabili, non
siano degni di credito. (È strano, non
ci chiediamo mai se le banche siano degne
della gente...). La maggioranza dei programmi
di formazione ha effetti controproducenti.
I poveri vengono invitati a prendervi
parte con l'offerta di incentivi, a volte
sotto forma di benefici economici immediati,
altre volte promessi come premi che arriveranno,
in seguito, sotto forma di denaro contante
o di posti di lavoro. Questo attira i
poveri, anche se non sono per nulla interessati
alla formazione. Molti corsi di formazione,
poi, invece di rafforzare le persone,
ne distruggono le capacità naturali, o
le fanno sentire piccole, stupide, addirittura
inutili. Con questo non intendo sostenere
che la formazione in sé sia del tutto
negativa: può essere estremamente importante
per aiutare a superare le difficoltà in
modo veloce e definitivo. Si tratta però
di mettere i poveri in condizione di sentirne
l'esigenza: allora saranno persino disposti
a pagare per ottenerla, e pagheranno per
avere ciò che realmente desiderano. C'è
un ambito in cui i membri di Grameen sentono
l'esigenza di essere formati, ed è quello
dell'istruzione dei loro figli. Una delle
sedici risoluzioni di Grameen recita:
"ci impegniamo a dare un'istruzione ai
nostri figli", e tutti i nostri membri
sono coscienti della sua priorità. Sanno
che i loro figli essendo istruiti, lotteranno
più efficacemente per rompere il cerchio
della miseria che sembrava doversi perpetuare
in eterno. Grameen ha istituito una nuova
struttura, Grameen shikkha, che avrà il
compito di elaborare un metodo per diffondere
rapidamente l'alfabetizzazione tra le
famiglie di Grameen e nel resto della
popolazione.
Un
tema trascurato dagli economisti
Gli
economisti hanno contribuito in modo determinante
a modellare il mondo in cui viviamo, e
si può dire, senza timore di errore, che
hanno completamente fallito nell'ambito
delle scienze sociali: le teorie economiche
hanno forse messo in evidenza i meccanismi
che regolano la nostra economia, ma hanno
trascurato l'esistenza della povertà e
hanno eluso la dimensione sociale dei
problemi. Di povertà si tratta solo nell'ambito
della cosiddetta economia dello sviluppo,
un ramo collaterale dell'economia, nato
dopo la seconda guerra mondiale. Ma l'economia
dello sviluppo, sostanzialmente si è limitata
a reinterpretare la teoria economica dominante.
La teoria microeconomica è incompleta:
gli individui vi figurano solo come consumatori
o come produttori. E la teoria della produzione
comincia con la funzione di produzione:
data una certa tecnologia, come può un
imprenditore unire lavoro e capitale per
ottenere determinati livelli di produzione?
Da questo si passa alla teoria dell'impresa:
è un approccio che esclude la stessa idea
di lavoro indipendente. Da un lato gli
imprenditori, dall'altro la massa di chi
esiste unicamente per servirli. Così,
la creatività e l'ingegnosità dei singoli
sono state totalmente misconosciute :
in quell'ottica, la possibilità che ognuno
diventi imprenditore non viene contemplata,
la sola forma di lavoro ipotizzata per
i poveri è quella salariata, e il lavoro
indipendente viene liquidato come sinonimo
di economia povera. Una scienza sociale
degna di questo nome dovrebbe invece creare
un quadro analitico che apprezzi le abilità
degli esseri umani e li incoraggi a esplorare
il proprio potenziale, a non limitarsi
al presupposto di avere possibilità limitate
e circoscritte, e a un loro ruolo stabilito
una volta per tutte. Eliminando dalle
analisi la vivace realtà del lavoro indipendente,
l'economia tradizionale non solo si è
ridotta a una semplice scienza degli affari,
ma ha trascurato un'importante dimensione
sociale, quella delle famiglie, fatte
di uomini, donne, bambini. Se, invece,
la teoria microeconomica venisse integrata
con una teoria del lavoro indipendente,
gli economisti potrebbero affrontare agevolmente
problemi quali la povertà, lo sviluppo,
la famiglia, l'incremento demografico,
il rapporto uomo e donna, ed elaborare
importanti teorie in altri campi, come
il sistema creditizio, l'accesso alle
risorse. In molti paesi del terzo mondo
la stragrande maggioranza della gente
si guadagna da vivere facendo un lavoro
indipendente: non sapendo come definirlo,
gli economisti hanno definito questo fenomeno
con l'etichetta generica di "settore informale".
Poi, non avendo strumenti analitici per
affrontarlo, hanno preferito etichettarlo
come indesiderabile e invitare i paesi
a eliminarlo, a maggior beneficio delle
loro economie. Allo stesso modo, i politici
lo hanno bandito dalle loro menti. Aprire
opportunità per il lavoro indipendente
creando istituzioni e politiche adeguate
è invece la strategia migliore per eliminare
la disoccupazione e la povertà.
Quale
concetto di credito
Un'altra
area in cui l'economia tradizionale ha
giocato un ruolo negativo è quella del
credito. È incredibile come gli economisti
non abbiano mai compreso il potere sociale
del credito. Nelle teorie economiche,
il credito è visto come un lubrificante
innocente, uno strumento neutro che olia
le ruote del commercio, degli scambi,
delle imprese. Il fatto che il credito
crei potere economico, e di conseguenza
potere sociale non viene capito dagli
economisti. O meglio, non hanno voluto
capirlo. Gli istituti di credito hanno
creato regole che favoriscono solo una
parte della società e ne rifiutano un'altra.
Chi viene favorito continua ad arricchirsi,
mentre i poveri restano poveri. Il credito
ha deciso di mettersi in affari solo con
i ricchi. E ha pronunciato la sentenza
di morte per i poveri proclamando che
non sono degni di credito. Tutti hanno
accettato questa sentenza in silenzio,
nessuno si è opposto. A causa di questo
silenzio, le istituzioni finanziarie impongono
un apartheid finanziario. Se l'economia
si fosse sviluppata come una scienza sociale
responsabile, avrebbe saputo scoprire
quale potente strumento di sviluppo è
il credito. Gli economisti avrebbero dovuto
riconoscere il credito come uno dei diritti
degli esseri umani, e avrebbero delineato
un sistema per assicurarlo a tutti. Solo
se cominceremo a ridisegnare l'economia
come una scienza sociale, ci metteremo
sulla strada giusta per cominciare a creare
un mondo senza povertà.
Profitto
e impegno sociale
Siamo
tutti convinti, in qualche modo, che l'economia
capitalista può funzionare solo se spinta
dal principio dell'avidità. È una profezia
che si autoavvera. Solo chi punta ai massimi
profitti ha un ruolo nell'economia di
mercato. Noi possiamo condannare il settore
privato per tutti i suoi errori, ma non
riesco a capire perché non tentiamo noi
stessi di cambiare le cose, cercando di
farle funzionare meglio dall'interno.
Sono convinto profondamente, e l'esperienza
di vent'anni di lavoro di Grameen me lo
conferma, che l'avidità non sia l'unica
molla per la libera impresa. L'impegno
per raggiungere obiettivi sociali può
avere una forza propulsiva pari, se non
superiore, a quello spinto dall'avidità.
Aziende che ispirano il proprio lavoro
alla soddisfazione di finalità sociali
possono diventare formidabili concorrenti
delle aziende private, ispirate solo al
profitto. E credo che quel tipo di aziende
non solo abbia un ampio spazio in cui
giocare le proprie carte, e sia in grado
di piazzarsi in buona posizione sul mercato,
ma che, addirittura, ci sia bisogno di
aziende così orientate. La consapevolezza
di rispondere a bisogni sociali può rivelarsi
un carburante molto più efficace della
stessa sete di guadagno. Grameen è un
esempio di azienda di questo nuovo tipo,
un'azienda a cavallo tra settore pubblico
e privato, che nega la sua adesione a
entrambi e che definirei "settore privato
guidato dall'impegno sociale". Grameen
si batte, infatti, per la conquista di
obiettivi sociali: eliminare la povertà,
fornire istruzione, assistenza sanitaria,
opportunità di lavoro a tutti, garanzia
di benessere per gli anziani, parità dei
sessi, rafforzando il potere della donna.
Perché Grameen si trova nella situazione
di doversi impegnare nell'ambito della
salute, delle pensioni, dell'assistenza
agli anziani, dell'istruzione e delle
altre questioni che toccano la qualità
della vita dei poveri? Perché nessun altro,
oggi, provvede a fornire i servizi gestendo
le infrastrutture di base in un'ottica
di mercato. Grameen sogna un mondo senza
poveri e senza elemosine. Ma, proprio
per questi suoi obiettivi, Grameen è un'azienda
che si batte da un lato contro le imprese
basate sulla cupidigia, dall'altro per
la riduzione dell'intervento dello stato.
Sviluppo
adeguato
I
critici dicono spesso che il microcredito
non contribuisce allo sviluppo economico
di un paese. Ma, anche se lo facesse,
sarebbe insignificante. Tutto dipende
però da quello che vogliamo chiamare sviluppo
economico: stiamo parlando del guadagno
pro-capite? O del consumo pro-capite?
O di che cosa pro-capite? Non sono mai
stato d'accordo con questo tipo di approccio
nel definire lo sviluppo. Penso che ragionando
in questo modo l'essenza dello sviluppo
venga dimenticata. Per me, cambiare la
qualità della vita di circa metà della
popolazione è andare al cuore dello sviluppo.
È qui che il concetto di crescita si differenzia
da quello di sviluppo. Come direttore
di una banca, il mio lavoro è prestare
denaro, e il successo dei nostri investimenti
risiede nella quantità di vecchie banconote
spiegazzate che i nostri membri si trovano
ad avere per le mani. Eppure, paradossalmente,
tutta l'impresa del microcredito, che
ruota attorno al denaro, intimamente e
sostanzialmente con esso non ha nulla
a che fare. Il suo fine più alto è aiutare
le persone a sviluppare il proprio potenziale:
non ha a che fare con il capitale finanziario,
ma con il capitale umano. Il microcredito
è solo uno strumento che permette alla
gente di liberare i propri sogni e aiuta
anche i più poveri e i più sfortunati
a infondere nella propria vita dignità,
rispetto, e significato. Noi siamo soltanto
una banca. E quello pretendiamo essere:
concediamo prestiti per aiutare i più
poveri a portarsi al livello della dignità
umana. Ma la dignità personale, la felicità,
la realizzazione, la pienezza della vita
sono cose che le persone conquistano da
sole, con il proprio lavoro, con i propri
sogni, con la forza del desiderio e dell'impegno.
Noi ci accontentiamo di rimuovere le barriere
strutturali che per tanto tempo hanno
escluso una fascia persone dal consesso
umano. Se quelle persone riusciranno a
realizzare in pieno il proprio potenziale,
il mondo verrà trasformato, non solo dall'assenza
di povertà, ma dall'impulsoeconomico e
sociale di coloro che, fino a ieri, dormivano
ai bordi della strada, vagabondi e mendicanti
che non sapevano se l'indomani sarebbero
riusciti a mangiare. In una società umana
non ci deve essere posto per la miseria.
All'inizio di questo nuovo millennio la
povertà dovrebbe già essere stata relegata
in un museo.
Traduzione
di Rita Cenni

Il
microcredito
di
Alberto Sciortino
Ormai
la moda è generalizzata. Da qualche anno
il microcredito (anzi, la microfinanza)
è la nuova frontiera delle politiche di
sviluppo dal basso, delle strategie di
lotta alla povertà tanto delle organizzazioni
indipendenti che delle istituzioni ufficiali.
Nel mondo, si calcola, esisterebbero circa
7 mila Micro Finance Institutions che
darebbero crediti a circa 20 milioni di
persone. Nel 1997 si è svolto il primo
vertice mondiale del microcredito. Per
microfinanza si intendono i sistemi di
finanziamento di quelle attività informali,
spesso a gestione familiare, che non possiedono
i requisiti per accedere alla concessione
di credito da parte delle istituzioni
della finanza formale. Questi sistemi,
che esistono da tempo in varie parti del
mondo, hanno acquisito notorietà grazie
alla storia della Grameen bank del Bangladesh,
fondata dall'economista Muhammad Yunus.
Le peculiarità della microfinanza stanno
innanzitutto nei suoi "beneficiari" o
"clienti" (vedremo più avanti cosa si
nasconde dietro questa differenza terminologica),
che sono (o dovrebbero essere) i più poveri
tra i poveri. Nella storia della Grameen
bank, questi beneficiari sono simboleggiati
dalla figura di Sufia Begun, una giovane
madre bengali, costretta a lavorare come
artigiana alle condizioni imposte dal
commerciante acquirente dei suoi prodotti,
che le fornisce anche il materiale, perché,
ragiona Yunus, Sufia non possiede i pochi
centesimi che le consentirebbero di acquistare
da sé il materiale e quindi vendere il
prodotto sul libero mercato. Con un piccolo
prestito di Yunus, Sufia fu in grado di
iniziare a lavorare in modo autonomo.
Yunus è diventato famoso estendendo questa
sua esperienza fino a creare una rete
internazionale di organizzazioni che non
si occupano solo di credito, e che hanno
diversi milioni di clienti nel solo Bangladesh.La
storia tuttavia risale a molto prima di
Yunus. In Europa le forme di credito a
favore dell'economia più debole risalgono
alla fine dell'Ottocento, con le piccole
banche di villaggio basate su responsabilità
solidale create da Friedrich Raffeisen
e le cooperative di risparmio e credito
in ambiente urbano, ideate da Hermann
Schulze-Delitzsch. Oggi nell'area tedesca
le Raffeisen bank sono una realtà di tutto
rispetto del sistema ufficiale di credito.
Negli stessi anni in Italia sorgevano
banche popolari secondo il modello Schulze
e casse rurali secondo il modello Raffeisen,
entrambe progenitrici delle casse rurali
e casse di credito cooperativo. Indubbiamente
queste iniziative ebbero un ruolo importante
nel sostenere lo sviluppo dell'economia
agricola e artigiana italiana, ma bisogna
riflettere su due elementi importanti
che (alla luce di quella esperienza) possono
tornare utili per capire cosa sta accadendo
oggi nei paesi poveri con la microfinanza.
Innanzitutto quelle iniziative di credito
si svolgevano in un contesto di sviluppo
generale, a livello continentale, e di
trasformazione industriale dell'economia
; e questo dovrebbe dirla lunga sull'importanza
delle condizioni generali necessarie affinché
iniziative di credito possano avere successo.
Secondo : quelle iniziative, nate come
finanza a sostegno dell'economia debole
e informale, hanno finito per operare
alla ricerca del profitto e sono diventate
componenti a tutti gli effetti dell'economia
creditizia formale. Anche nei paesi coloniali,
e soprattutto nelle colonie francesi,furono
sviluppati dopo la prima e ancora di più
dopo la seconda guerra mondiale, sistemi
di casse mutue rurali, a iniziativa della
Caisse centrale de la France d'outremer,
che avevano un interessante punto di contatto
con la realtà attuale della microfinanza.
Quelle, infatti, per concedere il credito
"hanno cercato di sostituire alle garanzie
reali, come la terra, le costruzioni o
il bestiame, delle garanzie morali. Si
tratta di mettere in gioco la solidarietà
dei debitori per il rimborso, una pratica
detta anche della cauzione solidale".
Una pratica, come vedremo, ripresa dal
microcredito di oggi. Queste istituzioni
ebbero all'inizio tassi di rimborso prossimi
al 100 per cento dei prestiti e anche
questo le accomuna al microcredito di
oggi, ma a partire dagli anni Sessanta,
quando cioè la decolonizzazione comportò
la crisi di parte dell'economia coloniale,
anche la situazione del credito rurale
peggiorò rapidamente e molte di questeistituzioni
fallirono. Ancora una volta le condizioni
esterne dettavano il destino delle iniziative
di credito. Al loro posto in molti dei
paesi che allora iniziarono a essere definiti
"in via di sviluppo" (Pvs) subentrarono
le banche di sviluppo, a iniziativa dei
governi indipendenti, che pur avendo criteri
diversi fra loro, erano più spesso simili
alle banche private piuttosto che alla
microrfinanza attuale. In ogni caso, in
molti Pvs esistono da tempo varie forme
di finanza informale, per le esigenze
dei più poveri. Una di queste è quella
antichissima degli usurai, che come sappiamo
non è tipica dei soli Pvs e non è affatto
un retaggio di un arcaico passato, ma
anzi anche nei sistemi economici moderni
come quello italiano riesce ad avere ancora
un ruolo economico non indifferente, con
importanti punti di contatto con la finanza
ufficiale (quella delle "finanziarie")
e con la criminalità organizzata e con
una oggettiva complicità del sistema bancario
ufficiale con i suoi alti tassi e le sue
pesanti condizioni di accesso. Altre forme
sono più inoffensive ed effettivamente
vicine alle esigenze dei poveri, specialmente
in ambito agricolo. Si va dalle "tontine"
(diversi soggetti mettono insieme periodicamente
una certa somma e la destinano a vantaggio
di uno di loro a turno) ai cosiddetti
"banchieri ambulanti" che in certi paesi
dell'Africa occidentale raccolgono piccoli
risparmi loro affidati quotidianamente
per restituirli alla fine del mese (si
tratta di un modo adottato dai contadini
per imporsi il risparmio e mettere da
parte piccole somme), a vere piccole cooperative
di risparmio e credito, che reimpiegano
in piccoli crediti le somme raccolte.
Insomma, da questo punto di vista l'idea
del microcredito non è del tutto originale.
Il
target della microfinanza
La
microfinanza attuale raccoglie anch'essa
esperienze diverse, ma è possibile sintetizzare
alcuni principi e caratteristiche presenti
nella maggioranza di esse. La prima è
il tipo di "target". La microfinanza si
rivolge, come si diceva all'inizio,a coloro
che non hanno accesso alla finanza formale
o perché troppo poveri o perché le loro
attività sono comunque di tipo informale
e non offrono quindi quelle caratteristiche
di "affidabilità" che la banca richiede
per fornire credito. L'obiettivo degli
organismi di microfinanza è in genere
il sostegno allo sviluppo locale, la lotta
alla povertà, il rafforzamento del ruolo
economico e sociale di categorie economicamente
svantaggiate, e in particolar modo delle
donne povere. Alcuni soggetti attivi nel
settore si spingono fino ad affermare
che l'accesso al "credito" in quanto tale
sia un diritto che va garantito a tutti.
In genere le istituzioni di microcredito
(microfinanza, se oltre a offrire credito
effettuano la raccolta del risparmio)
offrono finanziamenti di piccolo importo,
da restituire a scadenze molto ravvicinate
e quindi con ratei anch'essi di piccolo
importo. La maggiore accessibilità ai
poveri è data dal fatto che per i crediti
molte di queste istituzioni (ma non tutte)
non chiedono garanzie concrete, bensì
garanzie basate sulla conoscenza reciproca
tra creditore e debitore o più spesso
tra gruppi di debitori che si impegnano
insieme (gruppi solidali). Un'altra caratteristica
che accomuna la maggior parte delle iniziative
di microcredito è l'alto tasso di interesse
applicato (su cui tornerò più avanti).
Esistono alcuni esempi famosi nell'ambito
del microcredito, tra i quali la già citata
Grameen bank del Bangladesh, il boliviano
BancoSol, e Unit Desa System dell'Indonesia.
Ma al di là dei casi famosi, il fenomeno
dagli anni Ottanta ha ormai assunto una
tale consistenza che nel 1997, quando
si è svolto il primo summit mondiale del
microcredito, vi hanno partecipato rappresentanti
da 137 paesi, con il sostegno di numerosi
capi di stato e di governo e l'incoraggiamento
delle istituzioni internazionali sia politiche,
come l'Onu, sia finanziarie, come la Banca
mondiale. Oggi l'atteggiamento della Banca
mondiale e di altre istituzioni internazionali
verso il microcredito, dopo la iniziale
diffidenza è positivo: il microcredito,
sostengono, infonde tra i poveri lo spirito
dell'economia di mercato. Al vertice del
1997 i rappresentanti del Tesoro statunitense,
della Banca mondiale, delle agenzie Onu
e così via hanno manifestato il loro "impegno
ad alleviare e sradicare la povertà, e
a favorire l'estensione del microcredito".
A
chi serve veramente
Andiamo
al nodo della questione. A chi serve il
microcredito? Non vi è dubbio che esistano
numerose persone nel mondo che hanno migliorato
la propria situazione economica, spesso
di profonda povertà, grazie alle piccole
imprese che hanno potuto avviare con il
microcredito : l'idea del credito per
i poveri quindi non può che essere considerata
con favore da chi si occupa delle prospettive
dei diseredati del mondo. Vero è però
che la maggior parte delle pubblicazioni
edite da chi sostiene azioni di microfinanza
per i poveri, piuttosto che riportare
dati sull'effettivo impatto, si limitano
a raccontare alcune di queste "success
story" che finiscono con l'avere lo stesso
tono, se non la stessa valenza, delle
storielle delle catene di Sant'Antonio
: "la signora tal dei tali di un villaggio
del Niger non aveva come sfamare i figli
dopo che il marito l'aveva abbandonata
; era sul punto di suicidarsi quando incontrò
un'agente di microcredito ; prese un prestito
di pochi dollari con cui iniziò a preparare
e vendere frittelle e da allora la sua
vita è cambiata, i figli vanno a scuola
e ha aperto una frittelleria nella piazza
del villaggio...". Ripeto: con questo
non si vuole sminuire l'importanza dell'aiuto
dato alle singole situazioni citate. Esso
dimostra che (sotto condizioni da indagare)
il microcredito può essere un valido apporto
in situazioni di bisogno. Una delle cose
che colpisce leggendo ciò che si pubblica
in giro sulla microfinanza e visitando
i siti Internet ad essa dedicati è però
la rarità delle analisi sull'impatto che
essa ha avuto sulle comunità e sugli individui
coinvolti e in particolare dell'impatto
a lungo termine. Gli indicatori di cui
si discute maggiormente nei convegni di
microfinanza sono quelli relativi alla
capacità dei fondi di microcredito di
recuperare le somme prestate, perché (come
dice Yunus) questa misura anche la fiducia
che il debitore va acquisendo della propria
capacità di essere soggetto economico
affidabile. E moltissimi sistemi di microcredito
vantano tassi di recupero vicini al 100
per cento, molto più alti di quelli delle
banche e del credito formale, spesso invece
alla prese con "sofferenze" e "crediti
inesigibili". I poveri, si argomenta,
non possono non ripagare, perché il piccolo
credito ricevuto e la possibilità di averne
un altro sono le loro uniche speranze
e/o perché nei "gruppi solidali" il singolo
riceve la pressione del gruppo che teme
di perdere l'accesso al credito. Ma il
tasso di recupero non dice nulla degli
effetti sui soggetti che ricevono il credito
e in generale sulla comunità in cui il
sistema di microcredito si inserisce.
Al più dice che il beneficiario ha ripreso
dalla sua "iniziativa economica" quello
che aveva avuto in prestito, più un interesse.
Il secondo indicatore di cui gli operatori
della microfinanza discutono intensamente
è la cosiddetta "autosostenibilità" dell'organismo
di credito, la capacità cioè di tale organismo
di sganciarsi dalle iniziali donazioni
con le quali quasi tutti cominciano l'attività,
per reggersi sempre più sulle proprie
gambe, cioè su differenziali positivi
tra le spese di gestione e i ricavi dell'attività.
Anche qui l'argomento principale è nobile:
garantire il perdurare nel tempo degli
organismi di microfinanza, a prescindere
dall'immissione di denaro dall'esterno,
permetterà di offrire per lungo tempo
il servizio di credito ai poveri e costituirà
strutture proprie delle aree svantaggiate,
non dipendenti da programmi di sviluppo
e donatori calati dall'esterno. La discussione
nel settore su come raggiungere l'autosostenibilità
è fittissima e ha dato vita a diverse
teorie sui rapporti tra le differenti
variabili in gioco (tassi di interesse,
tassi di rimborso, numero di clienti,
qualità del "portafoglio") fino a generalizzare
la convinzione che una gestione "sana"
dell'organismo di credito debba portarlo
all'autosostenibilità nell'arco di cinque-dieci
anni. Ma, si affrettano ad aggiungere
quasi tutti, fino a oggi solo pochissime
iniziative avrebbero raggiunto quello
stadio. Tra questi pochi vi sarebbero
le tre "grandi" citate prima, ma anche
su di esse i pareri non sono unanimi:
da alcuni si sottolinea ad esempio che
proprio la Grameen bank, grazie ai suoi
successi iniziali, ha goduto di ampi sostegni
governativi e internazionali.
È
una questione di tassi, ma non solo
La
variabile decisiva sulla strada dell'autosostenibilità
è ovviamente il tasso di interesse. La
maggior parte dei gestori di fondi di
microfinanza pensa che i tassi di interesse
debbano essere alti. Lo stesso Yunus è
abbastanza categorico su questo aspetto,
anche se il suo libro più famoso, una
sorta di autobiografia, sul punto è alquanto
ambiguo: "Dal punto di vista del debitore,
la rapidità del credito è più importante
di un basso tasso di interesse: dalla
prospettiva del creditore, l'interesse
deve coprire i costi di transazione e
i costi operativi del progetto". La discussione
su questo punto è complicata dal fatto
che l'interesse si può calcolare in modi
diversi. Spesso i tassi effettivi sono
molto più alti di quelli dichiarati, perché
vi possono essere caricate commissioni
e spese ; perché si può imporre che una
quota del prestito nominale venga forzosamente
depositato presso lo stesso organismo
creditizio come risparmio obbligatorio
o come garanzia ; ma soprattutto perché
più spesso di quanto non si pensi l'interesse
viene calcolato sull'ammontare originario
del credito, come se questo restasse nelle
mani del debitore per tutto il periodo,
quando invece le ravvicinante scadenze
di restituzione (spesso addirittura settimanali)
lo fanno rapidamente decrescere. Si tratta
della questione, anch'essa discussa nella
letteratura del settore, tra il calcolo
dell'interesse come "flat interest charge"
a fronte di quello che tiene conto dell'ammontare
restituito ("declining balance"). L'interesse
effettivamente pagato dal debitore, risulta
su base annuale molto più alto se calcolato
"flat". Ecco perché nella pratica si riscontrano
tassi di interesse che non di rado rasentano
il 40-50 per cento reale. La tendenza
dominante è comunque quella di applicare
alti tassi di interesse. Ma questa non
è la sola conseguenza della generale predisposizione
di porre al centro delle iniziative di
microcredito la sostenibilità dell'iniziativa
stessa. Un'altra, forse ancora più insidiosa,
sta nel fatto che, dovendo assicurarsi
il ripagamento del debito e degli interessi,
molte iniziative di microcredito finiscano
per cercare di privilegiare il sostegno
a quelle microimprese economiche che "danno
più affidamento", giungendo così a tradire
una delle premesse iniziali: il sostegno
ai più poveri tra i poveri. Pur senza
negare che esistano casi diversi, sembra
di poter osservare una tendenza generale
a situare il proprio "target" a livello
di quel ceto sociale che possiede comunque
alcune garanzie reali e la prospettiva
certa di un guadagno (per esempio piccoli
commercianti maschi, piuttosto che donne
che sostengono la famiglia con lavori
di cucito). Un'altra conseguenza ancora
è la necessità di estendere il numero
dei prestiti accordati, spesso a scapito
della qualità delle iniziative sostenute
e soprattutto a scapito della capacità
di accompagnare questi crediti con le
necessarie iniziative di sostegno (formazione,
monitoraggio costante e così via). Viste
dal punto di osservazione dei sostenitori
del microcredito, queste tendenze significano
che gli "intermediari a elevata prestazione
si espandono verso economie di scala",
tenendo conto del fatto che "il successo
o il fallimento di un credito dipende
in larga parte da una valutazione accurata
della capacità di restituzione del cliente",
e convinti che "il quadro per i donatori
che sostengono la finanza per le piccole
e microimprese si centra su due obiettivi
egualmente importanti e complementari.
Primo: l'ampiezza, che incarna lo scopo
di espandere l'accesso a un numero crescente
di clienti a basso reddito; secondo la
sostenibilità, che provvede i mezzi per
espandere e mantenere l'ampiezza". Con
un occhio più critico non si può invece
non rilevare che "c'è il rischio che,
anche per dare una risposta al problema
della sostenibilità, le istituzioni di
microfinanza possano tendere a dedicare
un interesse privilegiato ai soggetti
solvibili, trascurando la maggioranza
dei poveri". Ma l'autosostenibilità dei
sistemi di credito per i poveri (ammesso
che sia un obiettivo da perseguire) è
davvero raggiungibile ? Si rifletta su
due dati. Primo: i costi di un sistema
di microfinanza con obiettivi di lotta
alla povertà sono solitamente più elevati
di quelli di una istituzione bancaria
normale. Una delle ragioni per le quali
le banche non si avventurano in certe
zone povere, specialmente rurali, con
una insufficiente rete di comunicazioni
e una debole struttura economica, è il
fatto che il costo di gestione del credito
non sarebbe coperto dai ricavi di crediti
di piccolo importo. Questa è al contempo
una delle ragioni della esistenza stessa
della microfinanza: raggiungere coloro
che la banca non raggiunge, anche se ciò
è economicamente non conveniente (e molto
spesso per coprire i costi bisogna sottopagare
gli "agenti di credito", le persone che
battono i villaggi o i quartieri poveri
per conto dell'istituzione di microfinanza...).
Ma oltre a questo, le iniziative di microfinanza
nascono in genere all'interno di più complessivi
progetti di sviluppo che comprendono altre
iniziative, per esempio di formazione.
In particolare la formazione alla gestione
della microimpresa viene considerata imprescindibile
da molte iniziative di microcredito, e,
ritengo, a ragione. Ma chi deve coprire
i costi di queste attività collaterali?
Anch'esse devono essere pagare con gli
interessi ricavati? Non è un caso che
molte istituzioni di microfinanza tendano
sempre più a sganciarsi da questi costi.
Progetti nati con finalità di sviluppo
tendono sempre più a dividersi in due
iniziative separate: quelle finanziarie,
che dovrebbero reggersi su criteri di
economicità ed efficienza; e quelle sociali
o formative che dovrebbero continuare
a dipendere dai donatori. Nessuno sembra
porsi seriamente il perché di tutto ciò:
perché alcune iniziative devono diventare
più economiche di altre, nell'ambito di
attività con la stessa finalità di sviluppo?
Perché alcune attività (quelle sociali)
possono essere a termine, nell'ambito
di progetti magari sostenuti da donatori,
e altre essere perenni e autosostenibili?
Secondo: nemmeno le banche, in realtà,
vivono del differenziale tra i tassi sui
prestiti e quelli sui depositi. Cioè le
banche non coprono i propri costi con
gli interessi attivi netti. È noto che
invece le banche investono a loro volta,
sia pure con vincoli più o meno ampi a
seconda delle legislazioni nazionali.
Perché allora le istituzioni finanziarie
informali dovrebbero riuscire laddove
non riescono quelle formali? E come se
tutto ciò non bastasse, nella loro corsa
verso l'autosostenibilità, "nella fase
finale alcuni intermediari finanziariamente
sostenibili tentano di tramutarsi in istituzioni
finanziarie formali capaci di alimentare
le proprie risorse attraverso la mobilitazione
di risparmi e dei mercati finanziariamente
formali". Esse quindi, per sganciarsi
dai donatori, prenderanno a prestito le
risorse dal sistema formale, il quale
pretende com'è ovvio degli interessi,
che andranno ad aggiungersi ai costi da
coprire, sempre sulle spalle degli interessi
pagati dai beneficiari.
Nuovo
ceto privilegiato
Secondo
Yunus, "la cosa più importante dimostrata
dall'esperienza di Grameen è che i poveri
sono solvibili, che si può prestare loro
del denaro in un'ottica commerciale, cioè
ricavandone un profitto". Non sarà allora
il profitto il vero obiettivo di lungo
termine della microfinanza? O forse, in
maniera un po' meno grezza, non sarà il
tentativo di creare un nuovo settore finanziario
specializzato che ha come obiettivo la
sopravvivenza del ceto che lo gestisce,
piuttosto che quella dei beneficiari?
L'Agence canadienne de développement international
(appoggia numerosi progetti di microcredito
nel mondo, e ammette che sui beneficiari
"il bilancio dimostra che i programmi
di microfinanza danno dei risultati modesti)
è però convinta che tra gli obiettivi
vi sia "un rendimento finanziario solido
e durevole che permette di stabilire rapporti
commerciali più stretti con le banche"
e sostiene candidamente che "gli imprenditori
poveri del mondo rappresentano un enorme
mercato vergine per gli investitori e
i banchieri". Una tra le organizzazioni
di maggior successo, la Centenary rural
development trust, fondata nel 1983 in
Uganda, nel 1993 è stata trasformata in
banca commerciale e dal 1995 mostra bilanci
in attivo. Anche i responsabili del famoso
BancoSol boliviano ritengono, pur mantenendo
la loro missione sociale, di avere "un
preciso e forte obiettivo commerciale".
In generale, è significativo come anche
a livello di terminologia si stia diffondendo
tra le organizzazioni che praticano il
microcredito l'abitudine a definire "clienti"
quelli che prima, con un termine altrettanto
orrendo ma certamente di altra valenza,
si chiamavano "beneficiari", e a chiamare
"prodotti" i tipi di credito offerti.
Insomma vari indizi lasciano spazio ad
affermazioni come quella di Jean Loup
Motchane, dell'università di Parigi VII:
"il microcredito come fonte di profitti,
ecco la grande scoperta di questi ultimi
anni", se non addirittura a quelle di
chi sottolinea come "a volte questi sistemi
sono finiti in mano a piccole cerchie
di persone, che ne hanno beneficiato in
termini di prestigio o di risorse". Lo
stesso Motchane vede nella diffusione
del microcredito un segnale della tendenza
alla "privatizzazione" dell'aiuto allo
sviluppo perseguita dalle istituzioni
internazionali per deresponsabilizzarsi.
Probabilmente un giudizio così drastico
non si può generalizzare. Alcuni sottolineano
che le valutazioni di cui la Grameen bank
è stata oggetto "mostrano in generale
un aumento significativo, dell'ordine
del 30 per cento del reddito dei clienti
in rapporto ad altre famiglie che vivono
in distretti dove la Grameen bank non
interviene. Ma, in generale, questo aumento
non è sufficiente per mettere in moto
un vero processo di accumulazione. I beneficiari
sono costretti a continuare e prendere
a prestito, in generale per le stesse
attività" e comunque, a livello macroeconomico
i risultati non si avvertono. Ma è anche
vero che non si può essere ingiusti: le
stesso cose, se non peggiori, si potrebbero
dire di tutti gli altri interventi a favore
dello sviluppo dei poveri nei paesi in
via di sviluppo. Come sottolineato, nonostante
alti tassi di rimborso, un progetto di
microcredito può essere di scarso impatto
sulla popolazione. E "la creazione di
un sistema finanziario efficiente non
garantisce che le attività produttive
finanziate siano veramente capaci di generare
reddito per i beneficiari". Il problema
sta nelle finalità che le iniziative di
microcredito si pongono. Se la tendenza
generale continuerà a essere quella adesso
dominante, che vede come centrale la sostenibilità
delle strutture di microfinanza piuttosto
che l'efficacia sulla popolazione target,
e orienta quindi tutte le scelte a questo
obiettivo, non è improbabile che tra qualche
anno vedremo una serie di istituti di
credito sparsi per i Pvs, variamente colorati
di motivazioni nobili, ma di fatto decisamente
orientati al profitto. Ma non è da escludere
che, inserito in contesti di più ampi
progetti di sviluppo realizzati dalle
popolazioni svantaggiate dei Pvs, anche,
come spesso accade, con il sostegno tecnico
e finanziario di donatori o partner dei
paesi sviluppati, l'impianto di sistemi
di microcredito, di credito solidale,
di "tontine", di fondi rotativi, possa
avere un senso. Tali iniziative devono
essere però solo un aspetto dell'intervento
e mirare a rafforzare alcuni risultati,
come la capacità di autogestione di iniziative
economiche. Di solito, i progetti di sviluppo
integrato prevedono che, dopo una fase
iniziale, cessi l'apporto esterno e il
prosieguo resti nelle mani dei beneficiari.
Se gli effetti delle iniziative avviate
non si rivelano sostenibili sulla base
delle dinamiche autonome innescate, il
progetto non può dirsi riuscito. Lo stesso
deve essere della componente microcredito,
utile per avviare le attività economiche,
che però poi devono essere sostenute non
da un continuo afflusso di nuovo credito
dall'esterno (che rende quindi permanente
la struttura creditizia intermediaria
e può finire con l'innescare un meccanismo
di drenaggio di surplus dalle microattività
a vantaggio degli operatori del credito),
quanto piuttosto dal circuito economico
locale che il progetto di sviluppo deve
aver contribuito a rafforzare: le imprese,
per quanto micro, non possono (e non devono)
vivere della continua immissione di credito,
quanto piuttosto dell'avere attorno a
sé un mercato; e, cosa ancora più importante,
lo sviluppo non può vivere solo di imprese,
per quanto micro; le reti delle relazioni
sociali create o rafforzate dal progetto
di sviluppo sono la principale finalità
e anche la principale precondizione della
sua riuscita. Altrimenti "nasce il sospetto
che la riproposizione della ricetta del
microcredito possa essere l'ennesimo caso
di etnocentrismo. L'idea che sia sufficiente
mettere del denaro nelle mani delle persone,
perché si possa innescare lo sviluppo,
può essere in realtà molto pericolosa".
Al fondo di tutto ciò va probabilmente
ancora sottolineato un dato: il credito
per i poveri, come il credito in generale,
non può non risentire, oltre che delle
sue finalità e metodologie, anche del
contesto generale in cui è inserito. Come
ricordavo all'inizio, in Europa le casse
di risparmio e le banche popolari hanno
potuto aver successo in un contesto di
sviluppo economico e sociale complessivo,
mentre altre iniziative (per esempio in
Africa) sono entrate in crisi quando si
sono manifestate gravi difficoltà nel
loro contesto economico di riferimento.
Si potrebbe anche andare più in là con
gli esempi: quelle stesse casse rurali
che tra Ottocento e Novecento prosperavano
in Veneto, nel contesto dell'emergere
dell'accumulazione mafiosa in Sicilia
si fecero a volte strumento di questa
accumulazione. Si tratta di un esempio
estremo ma dovrebbe rendere l'idea. È
possibile che singoli individui migliorino
le proprie posizioni di accesso al mercato
e ai servizi grazie al microcredito. Ma
è possibile che ciò accada per settori
sociali o per interi villaggi o aree rurali?
Se il complesso dell'economia e le scelte
economiche del governo vanno in senso
opposto, ciò appare molto difficile. Un
esempio: il governo tunisino ha creato
di recente una propria struttura di finanziamento
della microimpresa, la Banque tunisienne
de solidarité, affidando la gestione di
parte delle somme alle organizzazioni
non governative locali. Ma lo stesso governo
tunisino sta affidando il modello di sviluppo
del paese alla totale apertura commerciale,
soprattutto verso l'Europa grazie all'accordo
di associazione con l'Unione europea,
che penalizzerà i settori artigiani e
l'agricoltura non commerciale a tutto
vantaggio dell'agricoltura da esportazione
e dell'industrializzazione indotta dall'estero
sotto forma di industrie di trasformazione.
Ci si può meravigliare se in questo contesto
le Ong tunisine che praticano il microcredito
stiano abbandonando gli obiettivi di sviluppo,
neutralizzati dalle politiche governative,
e si stiano trasformando in piccole lobby
tese all'autoconservazione garantita dalla
gestione di fettine di microcredito ?
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