Io che non ho visto Genova
di Salvo Vaccaro

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Non ero a Genova. La distanza che usualmente aiuterebbe a compensare una visione frammentaria e frammentata degli eventi da parte di chi c'era, non può assolutamente colmare una tensione collettiva che si è drammaticamente così incisa sui corpi dei tanti. L'assenza di vissuto preclude una sufficiente intelligibilità fatta di sentito dire, di sguardi altrui, per non parlare delle deformazioni dei media ufficiali. E poi manca il pathos della repressione mirata, strategicamente voluta e lucidamente preparata in pura logica bipartisan… Nel nord del mondo, le giornate di Genova hanno segnato fino a oggi il picco di resistenza contro la violenza criminale della globalizzazione neoliberista, che il "capitale mondiale integrato" (la definizione è di Félix Guattari di alcuni anni addietro) unitamente alla pratica statuale di dominio attuano spietatamente nel resto del pianeta. Perché è bene specificare, ripetere, martellare fino alla nausea che di violenza l'umanità conosce solo quella dei dominanti, sotto ogni latitudine, dal gelo della Siberia all'afa appiccicaticcia dei tropici, dal freddo continentale al caldo mediorientale, dallo scirocco africano ai monsoni asiatici, dall'umidità delle selve alla tossicità delle metropoli. Il G8, ammettiamo anche senza volontà specifica (ma è difficile…), rappresenta il vertice della piramide del dominio, in cui l'entità politica assoluta emerge dalla sua illegittimità democratica (nessuno al mondo ha mai votato in una equa competizione politica dove al centro ci fosse la posta del governo planetario, solo fatto che darebbe un tipo di legittimità a singoli capi di stato e di governo a esorbitare i loro compiti istituzionali, domestici) per occuparsi non a livello privato di cose terrestri, al di sopra di qualsiasi responsabilità pubblica nei confronti dei sei miliardi di individui che compongono l'umanità. Le cifre di spropositata ricchezza e di oscena potenza dei governi del G8 sono pari soltanto all'appropriazione di terre, risorse, corpi e cervelli che questa globalizzazione violentemente effettua dappertutto, estraendo sangue dalle viscere della terra e restituendolo con i cadaveri di innumerevoli civili disseminati in Colombia, in Chiapas, a Timor est, in Palestina, in Congo, in Turchia, in Cecenia, nei Balcani… A fronte della violenza statuale, strettamente coniugata con la violenza monetaria che asfissia le vite di miliardi di individui sottoposti alla fame e alla carestia, alla sete e alle pandemie (lebbra, aids...), è da poco sorto un grande ma ancor ristretto movimento trasversale, resistenziale, blandamente progettuale, alla ricerca di una alternativa praticabile qui e adesso che sappia sottrarre al destino di morte tre quarti della popolazione mondiale, lottando anche per essa, per giungere a una convergenza conflittuale e progettuale tra nord e sud, tra quei privilegiati coscienziosi e quei depredati macerati che hanno a cuore il futuro di un pianeta sul punto di implodere per saturazione di inquinamento ambientale, di armamenti in circolazione, di virus micidiali disseminati, di acquisizione elitaria della catena alimentare e del patrimonio genetico di tutti e quindi indisponibile a nessuno, di sfruttamento estensivo e intensivo al limite dell'esaurimento. Il movimento è giovane, multicolore, non ancora radicato né radicale, quindi da stroncare sul nascere, scoraggiandone la partecipazione e l'impegno appassionato da parte delle nuove generazioni, ricattando con il terrore della repressione chi non intende rivisitare una esperienza già vissuta, seminando violenza gratuita, secondo una studiata logica di escalation: dalle migliaia di arresti a Praga alla sospensione dei diritti democratici a Nizza (dove si allargava ai cittadini europei scomodi il trattamento discriminatorio nei confronti di cittadini extracomunitari riservato loro dall'accordo di Schengen, con la complicità dei governi francese e italiano, proprio negli stessi giorni in cui si sarebbe dovuto varare una pseudo Carta, selettiva appunto, dei diritti europea), dalla trappola di Napoli alle prove generali di Goteborg: il morto in piazza veniva evocato, e a Genova scientificamente voluto, chiunque dovesse impersonare la pedina che veniva a essere sacrificata sulla scena del rollback proglobal, insomma della rivincita dopo Seattle.

L'anarchico e il teppista

La candida ingenuità dei più è inidonea a spiazzare il copione, che mirava a sovradeterminare l'imponente manifestazione no-global, immettendo fattori incontrollabili di frustrazione, di rabbia, di esasperazione, di miopia, tesi ad allontanare i corpi dal territorio, a dividere i "buoni" dai "cattivi", ad accomunare i "cattivi" ai "buoni" (come dimostra l'operazione alla scuola Diaz), a identificare in ultima istanza anarchismo e teppismo in una notte buia in cui tutte le vacche sono nere, anche se alcune portano inequivocabili distintivi militari o simili. E va sottolineato che il segmento dei Black bloc non è esente da responsabilità politiche, al pari del Genoa social forum, apparentemente caduto nella trappola del "divide et impera". Forse sarà impossibile discernere con attenzione dentro le fila delle tute nere presenti a Genova, libertari e illibertari, riconoscibili dalle pratiche più che dalle intenzioni e dai proclami (ma chi ha mai visto degli anarchici sfilare mimando i soldatini in parata?). Forse potrebbe anche essere secondaria una simile dissezione, in quanto alcune critiche al Black bloc sono persino indipendenti da quello che è successo a Genova, anche se dopo Genova la riflessione subisce un'accelerazione verso una qualità più puntuale. Il Black bloc, come è ormai noto, non è una organizzazione ma una tattica nelle manifestazioni di piazza; esso è riconoscibile per via di una "uniforme" minima di riconoscimento che collega articolatamente tra loro piccoli gruppi di "affinità" che muovono consapevolmente all'attacco dei simboli della globalizzazione, quei brand stigmatizzati da Naomi Klein in No Logo: McDonald's, Nike, Exxon, banche e così via. È altrettanto noto che il Black bloc non esiste in Italia, pallidamente scimmiottato dagli scontri simulati (e contrattati) delle Tute bianche, a cui a Genova hanno scippato il palcoscenico, poiché nella società dello spettacolo della quale entrambi sono figli e degni protagonisti, è sufficiente alzare il livello di spettacolarizzazione per attirare i riflettori delle telecamere di ogni parte del mondo, offuscando e deformando tutto il resto, che perde consistenza di realtà per coloro che pure c'erano. Proprio tenendo conto dei caratteri con cui nascono i Black bloc negli Stati Uniti o nel continente europeo, con storie e provenienze diverse e quindi senza accomunarli in una unica unità d'intenti, a Genova sono venute meno le "ragioni" della loro pratica in quanto la condizione di stranieri (pur supportati da una valida e ovvia logistica indigena) non ha consentito loro di comprendere lo stile italiano di sovradeterminazione dei conflitti sociali, come insegna la strategia della tensione ignota negli Usa, dove la provocazione repressiva del governo sfoga all'estero le sue vocazioni di terrore, mentre in Italia sono state indirizzate verso l'interno, come ben sappiamo, laddove negli Usa le minoranze sperimentano sulla loro pelle galera e pena di morte in quantità industriali a noi ignote pure in proporzione. Del resto, come dice il proverbio: democrazia in cui vai, (diversa) repressione che trovi. La strategia che il G8 ha ipotizzato e praticato a Genova (al di là se bipartisan o ispirata da potenze straniere) ha reso vana una tattica difensiva in quanto i cortei, gli assembramenti, le manifestazioni pacifiche e non-violente, sono state caricate pesantemente ponendo di fatto un terreno dove neanche la tattica del Black bloc era idonea alla difesa, e comunque ciò non è stato per sua grave miopia. Non è escluso, anzi, che le devastazioni di locali e autovetture, di piccoli esercizi commerciali e di altro (non rientrante nella categoria dei brand attaccati con legittimità e senza danni alle persone fisiche dal Black bloc in altre occasioni) siano state non solo un effetto cercato in cui migliaia di partecipanti hanno reagito come potevano dopo ore e ore di pesante "bombardamento" dai cieli, da terra e dal mare (vi ricorda niente questa espressione di mussoliniana memoria?), ma anche e soprattutto un compito operativo di intelligence che ha visto in azione squadre speciali mimetizzate da tute nere, insieme a infiltrati professionali, hooligans, nazi-fascisti fatti pervenire da ogni dove, facinorosi assoldati e ricattabili. Aver sottovalutato tale realtà si è rivelato una negligenza politica. I partecipanti alle azioni dei Black bloc hanno ritenuto, in termini perfettamente speculari alla globalizzazione imperante, di poter adoperare dappertutto la medesima tattica incurante delle specificità dei territori, della situazione in Italia, del movimento di lingua italiana, della storia locale, delle centinaia di migliaia di persone presenti a Genova con percorsi, motivazioni e spirito di partecipazione diversificati al massimo.

Nichilismo disperato

Ma ciò che esprime il Black bloc rivela una tensione anarchica tipica dell'accezione borghese: il nichilismo disperato che si scaglia sul consumo di popoli opulenti perché incapace di prolungare gradualmente una pratica di vita che sappia sottrarsi alla fascinazione dei brand ignorandoli e boicottandoli collettivamente, quindi costruendo pubblicamente una alternativa di vita per tutti e per ciascuno, in cui si possa esistere senza McDonald's, senza Exxon, senza Nike e così via. Un cedimento al no future con cui, pur rifiutando la palingenesi tipica dei movimenti rivoluzionari romantici, si annulla il tempo ricercando uno sfogo ribellistico immediato nella distruzione dei simboli (senza arrecare un danno economico reale, anzi contribuendo, senza saperlo, ad aumentare il prodotto interno lordo), dimenticando palesemente che la simbologia mediatizzata è figlia dei tempi e non produce contagio se non in chi è già contagiato, e quindi si rivela incapace di praticare un'estensione nello stile di vita di chi sa fare a meno non dei simboli ma dell'universo-merce a cui sottrarsi collettivamente. In altri termini, nella società dello spettacolo e del consumo per pochi, la politica inconsapevole del Black bloc mostra una carica di integrazione sistemica assumendone inconsciamente gli elementi più subdoli: la risposta che rafforza il piano su cui essa si esprime, ricercando un consenso di nicchia senza sfondare il muro delle simpatie generali e trasversali. La sorpresa di una tattica senza strategia, che si affianca alle mille altre tattiche del movimento, funziona solo di tanto in tanto, e comunque solo legata alle altre e non svincolata, e perciò occorre costruire movimento insieme nelle differenze di posizioni e di atteggiamenti, anche passionali; la costruzione di legami fiduciari non è secondaria nel movimento perché risponde allo sterminio di legami sociali che fanno funzionare oggi il capitalismo neoliberista, e a tal fine il tempo non è una merce acquistabile da sottoporre a brusche accelerazioni da una parte o dall'altra, anzi la strategia progettuale del movimento va neutralizzata dalle forzature di ogni parte, da quelle ricattatorie degli stati (inclusive-escludenti) a quelle mediatiche sul tema annoso della violenza sì - violenza no, da quelle che ipotizzano scorciatoie reattive (solo la piazza dà i gradi di egemonia mediatica, rincorrendo ogni occasione offerta dalla controparte) a quelle che intendono accentrare con svolte organizzative uniformi e diffusive, con una unica formula che valga da imprinting o, ironia della sorte, da marchio esclusivo per tutti.

Movimenti e istituzioni

La trasversalità inedita del movimento è una ricchezza, ma ancora incompiuta: nel mondo, la saldatura con le lotte dei sud è ancora lontana; la composizione non vede ancora pienamente accolte le minoranze; le posizioni espresse a Porto Alegre e riecheggiate in Italia e altrove sono ancora invischiate in neo-istituzionalismi che si illudono di riformare ciò che si rivela sempre più ostile a ogni sorta di modifica, sia pure parziale; la radicalità dei contenuti alternativi oscilla ancora tra buone pratiche normative (ma "non esiste un potere buono", diceva Fabrizio De Andrè) ed eliminazione degli effetti perversi della globalizzazione, come se già la sua fisiologia quotidiana non fosse, secondo dopo secondo, micidiale per migliaia di uomini e donne, bambini e anziani. Radicalità virtuale senza radicamento sociale è uno sterile esercizio intellettuale, forse buono per fare carriera o per apparire à la Andy Warhol, mentre un radicamento senza radicalità progettuale, che sappia troncare alla fonte il meccanismo di formazione e funzionamento della macchina del terrore politico ed economico, è una grande responsabilità nei confronti dei tanti, troppi, senza voce, senza fiato, senza acqua, senza cibo, senza pace, senza lingua, con i quali dovremo legarci per salvarci o perire tutti insieme, inventando e praticando gradualmente, rottura dopo rottura, un mondo diverso e possibile che non conosca né mimi pateticamente le dé-raisons del dominio.

 
 
 
       

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