Storie di perdenti ma non vinti
Intervista a Pino Cacucci di Rita Cenni

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Alterna da tempo la sua vita bolognese con lunghi soggiorni in Messico. Dopo il primo libro (Outland Rock, 1988), ha continuato a pubblicare, quasi sempre con Feltrinelli. Tra i suoi titoli, il fortunato Puerto Escondido (1990) da cui il regista Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo, Tina (1991) dedicato alla fotografa Tina Modotti, San Isidro Futbol (1991), La polvere del Messico (1992 e 1996), Camminando (1996), Demasiado Corazon (1999), In ogni caso nessun rimorso (2001). È del quarantaseienne Pino Cacucci che stiamo parlando. Ma questo i lettori di Libertaria l'avevano già capito. Il suo ultimo lavoro è Ribelli, sempre per Feltrinelli. Con Ribelli, Cacucci aggiunge tredici nuovi ritratti all'album che sta mettendo insieme, un racconto che si arricchisce ogni volta di capitoli nuovi, dedicati alle figure lasciate in ombra o rapidamente liquidate dalla storia con la esse maiuscola, di uomini e donne, ciascuno, a modo proprio, in rivolta. Un racconto ininterrotto, fotogramma dopo fotogramma, di ribellioni individuali, di gesti, grandi o piccoli: come quelle di Tupac Amaru, discendente dell'ultimo sovrano inca del Perù, di Quico Sabaté, l'anarchico inventore di un "mortaio lancia proclami" per inondare le città di propaganda antifranchista, di Silvio Corbari, il partigiano romagnolo che per mesi si fece beffe dei nazifascisti, di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, di Marius Jacob, l'autentico Arsenio Lupin, di Tania la guerrigliera, la donna che fu a fianco del Che, fino a Jim Morrison, accomunato agli altri dal suo invincibile istinto contro ogni ordine. Libertaria ha intervistato Cacucci sul suo modo tutto speciale (letterario, ma non troppo, storiografico, ma non troppo) di raccontare mille e mille sconosciute incarnazioni dell'utopia e della rivolta.

Come ti definiresti? Un narratore, un cronista, un viandante, un elaboratore di controstorie, un militante? E se militante, di che cosa? Di quale utopia?

Credo di essere un raccontatore di storie raccolte da viandante, sia sulla strada sia nella memoria, e considerando che la storia la scrivono i vincitori di sempre, mentre a me interessano i "perdenti ma non vinti" (nel senso che non si sono mai arresi), le mie non possono che essere controstorie, cioè in contrapposizione alle menzogne e alle dimenticanze dei libri di scuola, dei giornali e dei telegiornali... Riguardo la militanza, ritengo che se si ha sensibilità e coscienza, si è militanti in ogni istante della propria esistenza. L'utopia, che significa non qualcosa di "irrealizzabile", ma qualcosa che "non si è ancora realizzato", è il sano impulso a non rassegnarsi allo stato di cose vigenti, e io mi considero anarchico fin dagli anni in cui sono entrato nell'età della s/ragione... e continuo a esserlo, perché l'anarchismo non è un partito a cui aderire o un'ideologia da abbracciare, bensì un modo di vivere, di rapportarsi con il prossimo, di anteporre la dignità alla convenienza... e mi fermo qui, ma potrei continuare all'infinito su cosa intendo per essere anarchico. Sono convinto che, a differenza di partiti e ideologie, l'anarchismo non può dare delusioni e disillusioni: dipende da come siamo e come agiamo, quindi, finché posso guardarmi allo specchio, senza avvertire il bisogno di sputarci dentro, vuol dire che il mio essere anarchico regge al confronto con la realtà.

Che cosa ti ha spinto verso l'occidente latino, in tempi in cui molti della tua generazione guardavano a est, attratti dalle sirene dell'oriente? Che cosa ti ha fatto attraversare l'Oceano Atlantico per la prima volta?

Sarei tentato di dire "il caso", perché la prima volta che sono andato in Messico, non avevo motivi particolari, ma soltanto la voglia di allontanarmi da un'Italia che mi era insopportabile, quella degli anni Ottanta, la glaciazione delle passioni, con tutto il corollario di cialtroneria e cinismo eletti a valori per imbecilli a sedici valvole nel cervello e in divisa da caricature di yuppie. Venivo da vari vagabondaggi per l'Europa, da cui avevo accumulato la triste sensazione che il decadimento morale e sociale riguardasse ormai l'intero continente... Be', avevo venticinque anni, certe sensazioni bruciavano molto di più. Adesso, a quarantasei, i calendari si sono presi l'infelice incarico di renderle meno brucianti. Comunque, in Messico ho trovato fin dal primo viaggio un'energia vitale che temevo di aver perduto irrimediabilmente. A forza di piccole e grandi emozioni e anche di testate contro i muri (perché il Messico è tutt'altro che tenero, quando smetti di essere un viandante e ti devi procurare da vivere alla giornata, cioè quando sei costretto a rinunciare alla protezione dello straniero in vacanza e cominci a condividere la vita di tutti), quello straordinario paese mi ha insegnato a stare al mondo, o almeno mi ha spinto a muovere passi importanti in questa direzione, perché a essere sincero, al mondo non ci so ancora stare e mi sentirò sempre un "disadattato privilegiato". Un giorno, non saprei dire di preciso quando, ho rinunciato a capire ciò che non avrei mai capito: l'infinita complessità del Messico dove il caos apparente emana un'inspiegabile armonia, dove definiamo sbrigativamente "surreale" o "magica" una realtà multidimensionale (noi, abituati a una sola dimensione per per per lo spazio e il tempo), dove una filosofia del vivere riassunta dal termine "mexicanidad" può dimostrarci quanto ci siamo allontanati dai valori essenziali. Insomma, si inizia da un gesto di resa: rinuncio a spiegare ciò che sento, vedo e vivo, secondo i rigidi schemi che mi porto dentro, e accetto di non poter capire. Allora, vuol dire che si è penetrati oltre il primo strato della superficie, quella che il Messico mostra sornione ai turisti di passaggio, e si comincia a scoprire radici tenaci, che per lo spazio e il tempo), dove una filosofia del vivere riassunta dal termine "mexicanidad" può dimostrarci quanto ci siamo allontanati dai valori essenziali. Insomma, si inizia da un gesto di resa: rinuncio a spiegare ciò che sento, vedo e vivo, secondo i rigidi schemi che mi porto dentro, e accetto di non poter capire. Allora, vuol dire che si è penetrati oltre il primo strato della superficie, quella che il Messico mostra sornione ai turisti di passaggio, e si comincia a scoprire radici tenaci, che neppure cinque secoli di saccheggi e devastazioni sono riusciti a far appassire. Venivo da una rarefazione delle emozioni, e ho trovato, passo dopo passo, un'intensità sconvolgente, una densità di sentimenti e capacità comunicative che si rinnovano a ogni ritorno. Non era la terra promessa, che per altro non esiste, e torno là ogni volta che ho bisogno di ricaricare le batterie del vivere.

Che cosa ami di più? le persone o le idee? Le imprese? Le persone che incarnano idee? Le passioni? L'utopia? Quella con la maiuscola o quella con la minuscola?

Le persone, indubbiamente. Le idee, senza le persone, sono come bellissime farfalle disseccate in una teca di vetro. Certo, gli esseri umani finiscono sempre per rovinare con la pratica le idee che prima avevano annunciato al mondo in modo affascinante, coinvolgente, idee pure e limpide... L'eterno dilemma: se le metti in pratica, le sporcherai irrimediabilmente. Ma l'alternativa è restarsene immobili, cioè ignavi, per paura di sporcare. Le passioni sono energia vitale, giuste o sbagliate che siano (ma chi può ergersi a giudice distinguendo le prime dalle seconde?), quando non ci sono, quando evaporano in nome, per esempio, del Dio Mercato, del profitto a ogni costo, del "badare ai propri interessi", ci si rende conto di quanto sia vuota e insulsa l'esistenza in loro assenza. E l'utopia, con la minuscola perché le maiuscole preferisco lasciarle ai testi intrisi di "Patria & Famiglia", è il motore di ogni progresso umano in positivo. Per quanto dia più spesso al termine "progresso" una valenza negativa, cioè dell'odierna corsa verso il caos e la devastazione in nome di un aberrante modello economico, ci sono progressi positivi e tutti sono sorti dalla spinta utopica, che necessariamente ha comportato una ribellione: per esempio, Galileo era un utopista quando sosteneva che la Terra non è piatta, lo era per il suo tempo, e si è dovuto ribellare all'ordine imperante per affermare che si muoveva.

Dei tanti paesi che conosci, quale ti sembra il più disgraziato e quale il più fortunato?

La classifica dei paesi più disgraziati è in costante fibrillazione, i partecipanti aumentano e si aggiudicano nuovi record a ogni giro. Basterebbe constatare che negli ultimi vent'anni il numero di paesi considerati "poveri" è raddoppiato, per decretare che il sistema economico neoliberista è non solo fallito, ma criminoso. Però si sa, come dice Noam Chomsky, la globalizzazione prende in considerazione i fatturati delle multinazionali e le speculazioni borsistiche, non il benessere delle popolazioni. Se devo fare un esempio tra quelli conosciuti in maniera un po' più approfondita, citerei l'Honduras, che oltre ad aver subìto un saccheggio sistematico, che ha trasformato una nazione in una estensione di piantagioni senza alcuna speranza di sviluppo autonomo, è anche stato mutilato di ogni cultura e tradizione, con una disgregazione sociale annichilente e la perdita di qualsiasi identità. Ultimo esempio: l'Honduras registra una preoccupante diffusione dell'Aids, dovuta al proliferare della prostituzione indotta dalla presenza dei militari Usa, attorno a quella che è una delle più grandi basi statunitensi nel continente latinoamericano. Rispetto al paese più fortunato... boh. San Marino?

Le testimonianze, i racconti, quelli che tu recuperi da una memoria spesso annebbiata, ancora più spesso volutamente cancellata, aiutano soprattutto a non dimenticare o servono anche a cambiare, almeno un poco, il mondo?

La memoria aiuta a non ripetere gli errori e a prevenire quindi gli orrori. Conoscere come si sono sviluppati certi fenomeni aberranti serve a mettersi in allarme quando stanno per verificarsi le stesse cause scatenanti. Ma ci sono due tipi di "memoria", qui mi riferisco a quella utile al genere umano, perché ce n'è un'altra che definirei invece perniciosa: è la memoria di accadimenti che si perdono nella notte dei tempi e che vengono usati come pretesto per nuovi soprusi. Per esempio, andare a cercare pretestuosamente nella Bibbia o nel Corano la motivazione che giustifica un massacro odierno, rifarsi a una battaglia perduta un millennio fa da chissà chi per soggiogare oggi una fetta di popolazione considerata discendente da quegli invasori, rivendicare una certa zona perché tremila anni addietro ci hanno sepolto un tizio che probabilmente neanche è esistito o si dedicava a tutt'altro rispetto alla leggenda, e così via. È incredibile come esista una dannosa memoria dei millenni, e poi ci si dimentichi di quali furono le cause che in Germania hanno sviluppato il nazismo settant'anni fa. Soltanto settant'anni fa.

"Perdenti, ma non vinti", definisci, nell'introduzione a Ribelli, molti dei tuoi personaggi. Che comunque, eroi, sono stati, in piccolo, in grande. Fermiamoci sul tema dell'eroe. C'era un vecchio detto: "beata la terra che non ha bisogno di eroi": lo condividi? Ma siccome credo tu non lo condivida, visto che tu parli di eroi a partire dagli eroi dei tuoi genitori, quali erano i tuoi eroi da piccolo? E quali sono i tuoi eroi di oggi?

La frase citata l'ho sempre interpretata a modo mio, temo: come se si riferisse agli eroi patriottardi, quelli inventati dalla propaganda di regime per convincere un popolo a combattere una guerra iniqua e assurda, eroi alla "Enrico Toti" che non pago di aver perso una gamba in una guerra combattuta tra poveracci contadini e operai, torna al fronte e lancia la stampella... Ma sarà mai possibile? Se fosse vero, si tratterebbe di un caso di fanatismo psicotico, di delirio autolesionista. Di questi eroi dovremmo senz'altro farne a meno. Ma se per eroi intendiamo gli esseri umani, spesso rimasti anonimi perché nessuno ha raccontato la loro storia, che hanno messo a repentaglio la propria vita per non rinunciare alla dignità, allora di questi eroi sento fermamente il bisogno, e voglio che non siano dimenticati. Ma intendiamoci, tra questi non ci sono soltanto i "ribelli in armi", per carità, ci sono anche e soprattutto un'infinità di persone che vanno dai medici impegnati a riattaccare arti a chi salta sulle nostre mine fino ad alcuni sacerdoti tutt'altro che amati dal Vaticano, e penso ad Alex Zanotelli in Africa o a Samuel Ruiz ex vescovo in Chiapas, e l'elenco potrebbe continuare a lungo

Come descriveresti le ultime tappe della battaglia di Marcos, il successo mediatico internazionale della sua recente apparizione pubblica? Dove sta il suo vero segreto? Quell'esperienza è esportabile?

Nessuna esperienza è esportabile, in campo politico. Non a caso il Messico, che ha fatto la prima rivoluzione del ventesimo secolo, non ha ceduto alla tentazione di importare ideologie e oggi le sue genti conservano una coscienza sociale profondamente radicata, e infatti la società civile si è mobilitata impedendo che anche qui, come nel resto dell'America Latina, si "risolvesse il problema" radendo al suolo villaggi e foreste. La differenza con l'Est europeo è stridente, dove mezzo secolo o anche più di "socialismo" ha lasciato soltanto macerie morali e nessun germoglio. Marcos ha il grande merito di aver saputo comunicare con i messicani e con il resto del mondo in un linguaggio nuovo e antico al tempo stesso, sbarazzandosi della terminologia bellicistica e marziale di tante formazioni guerrigliere del passato e, in alcuni casi, del presente; ma è lui per primo a non voler essere al centro dell'attenzione, rischiando di "oscurare" le migliaia di indios che sono i veri autori di tutto ciò, compreso il linguaggio. La sfida della marcia fino a Città del Messico è stata vinta, perché l'obiettivo primario era sensibilizzare l'opinione pubblica nazionale e internazionale. Forse neppure loro si aspettavano una simile partecipazione di massa, e questo è un dato straordinario. Poi, la legge varata dal parlamento è stata una presa in giro, ma gli zapatisti, forti di una saggezza secolare, sanno che il cammino è ancora lungo.

Ribelli, eretici, punti di fuga: che ribellione, che eresia è stata quella di un Paolo Casaroli? Che cosa hai trovato di positivo nella sua storia, al di là della dignità degli ultimi anni della sua vita da pittore alchimista? Perché farne un protagonista?

Di Paolo Casaroli ho scritto in Camminando, cercando di narrare la dignità di un uomo che dopo aver trascorso la maggior parte della vita in carcere, e per interminabili anni addirittura in un cubicolo con i ceppi alle caviglie, era riuscito a conservare sentimenti di profonda umanità. Certo, può suonare stridente, per uno che aveva sparato e ucciso durante rapine in banca e l'ultima disastrosa fuga per le strade del centro di Bologna... Ma sentivo il bisogno di raccontarne la vicenda umana come esempio di una generazione smarrita, schiacciata, dispersa, quella di chi, nel dopoguerra, si sentiva tradito dalla realtà quotidiana e costantemente umiliato, in una situazione di sbandamento e crollo di qualsiasi valore. Non è vero che Casaroli fosse "fascista", casomai affermava che non gli fregava niente di niente, ma è vero che uno dei suoi amici e complici lo era stato, così come il terzo del gruppo unito da un patto scellerato, aveva combattuto da partigiano. Allora, cosa poteva unirli, specie i due che fino a qualche anno prima potevano essersi ammazzati a vicenda su fronti opposti? La disperazione, credo. Il sentirsi oppressi dalla marmaglia dei "buffoni", come li chiamava lui, gli italiani sempre a galla, sempre pronti a saltare sul carro dei vincitori, gli italiani più ipocriti che avevano preso il potere e gli svariati poteri minori... Dal parlamento all'ufficio, dalla caserma alla "fabbrichetta", sempre gli stessi immarcescibili maneggioni... L'Italia che commetteva atrocità (solo quantitativamente inferiori a quelle dei nazisti ma non "qualitativamente") e poi, all'indomani del 25 aprile, era maggioritariamente antifascista, l'Italia che usava i gas in Africa ma non ne rispondeva di fronte alla storia e non affrontava, come i tedeschi, la dolorosa elaborazione dei crimini compiuti, l'Italia dei pizzicagnoli del potere che, recentemente, ha inviato i Tornado con la coccarda tricolore a bombardare Belgrado ma ha sempre sostenuto di non averli mai inviati... Che andava davanti alle telecamere a sostenere la "guerra umanitaria" contro Slobodan Milosevic e intanto, sottobanco, faceva con lui lucrosi quanto loschi affari... I "buffoni brava gente", come direbbe Casaroli.

In Italia, in Europa, oggi, è molto meno facile, (meno che in America Latina, per esempio), meno facile in apparenza, meno necessario, essere ribelli, utopisti, indossare i panni di Davide... in apparenza. Non c'è davvero più un briciolo di utopia, in questa vecchia mela marcia che è l'Europa? E, semmai, dove andresti a cercarla per raccontarla "alla Cacucci" ?

Siamo nati nella fettina di mondo che mantiene osceni privilegi succhiando il sangue ai quattro quinti dell'umanità, e quindi, senza sensibilità e coscienza (e senza la doverosa informazione su come stanno realmente le cose, diciamo sulla "geopolitica") è facile adagiarsi e godersi un sistema che permette di arricchirsi senza troppa fatica: basta soltanto rinunciare alla dignità, e il gioco è fatto. Ma proprio per questo, la ribellione è ancor più necessaria: noi che viviamo all'interno dell'ingranaggio, abbiamo il dovere di accumulare granelli di sabbia. Considero la nonviolenza un lusso, che noi possiamo, anzi dobbiamo assolutamente concederci. Se invece vivi in un luogo dove ti ammazzano tutta la famiglia perché hai preteso un pezzetto di terreno su cui coltivare mais e fagioli, o vedi sterminare l'intero villaggio perché hai scioperato durante la raccolta del caffè o delle banane... be', certi lussi sono difficili. E se sopravvivi, forse la prossima volta ti verrà istintivo di prendere un machete e difenderti, e poi il fucile perso da un soldato, e poi... Tornando in Europa, la ribellione utopista andrei a cercarla tra i disertori delle guerre balcaniche, per esempio: chissà quante storie varrebbe la pena raccontare, di persone che hanno rischiato e spesso perso la vita perché non volevano seguire minoranze di carnefici (opportunamente armate e addestrate da unioneuropei e statunitensi) e hanno lottato contro l'orrore rinunciando a infliggerlo.

Ultima domanda, la più difficile da porre, da articolare. A proposito di Irma Bandiera ti avventuri in un territorio delicato e intrigante quando concludi: "Se avesse parlato, sarebbe forse meno limpida la sua figura, meno giusto il bisogno di conservarne la memoria?... nessuno aveva il diritto di pretendere...". Allora, ti chiedo, il rispetto dell'umanità, con tutto il suo corollario di possibili debolezze, fino a dove può spingersi nel perdonare, nel giustificare? Esiste o no un punto di non ritorno, al di là del quale, mettiamola così, si passa dall'altra parte, dalla parte del torto? Se si, dove lo collocheresti? A meno di non voler ricordare Bertolt Brecht: "poiché tutti gli altri posti erano occupati, mi sedetti dalla parte del torto".

Parto dal presupposto che qualsiasi gesto di ribellione in nome della solidarietà, di un comune sentire, rivolto contro un potere che calpesta la dignità umana e ci nega il diritto a dissentire, nasce con un legame di forte amicizia, quindi di complicità, tra esseri umani disposti anche a morire per i diritti di tutti. Si lotta contro una dittatura perché si nutre un ideale di vita diametralmente opposto a quello dei despoti, ci si ribella all'ingiustizia perché si coltiva la speranza di debellarla, non di rivolgerla contro altri. Detto ciò, nel momento in cui so che una persona cara, un'amica (come nel caso di Irma Bandiera da parte dei suoi compagni) sta subendo atroci torture, il mio dolore non può essere anestetizzato da una sorta di "fine supremo", altrimenti sarei diventato freddo come il gelido mostro che sto combattendo. Quindi, non accetto per principio che qualcuno dica "lei non parlerà, possiamo restare dove siamo". Il singolo può dire "io mi sacrifico per la libertà", ma non può mai dire, in nessun caso, "sono pronto a sacrificare gli altri". Se arriva a pensarlo, e a metterlo in pratica in nome di ciò che considera il fine supremo, significa che in quel preciso istante si è fatto un passo indietro, avvicinandosi un po' di più alla logica abominevole del "nemico". Con l'esempio di Mimma, cercavo di riaffermare che nessun fine può farci rinunciare alla nostra umanità. E chiariamo un punto fondamentale. Nella resistenza alle dittature latinoamericane, c'è sempre stato un patto dichiarato: chi viene catturato tenterà di resistere alle torture qualche ora, per permettere ai compagni del suo gruppo di fuggire altrove. Questa è semplice umanità: concedere in anticipo all'amico sfortunato il diritto all'umana debolezza, a non sopportare l'orrore all'infinito, cioè fino alla morte. Che non significa certo essere traditori, ma soltanto umani. Ad alcuni può sembrare un paradosso, ma sono convinto che la vera ribellione, anche quella che fa impugnare le armi e uccidere, nasce da un forte amore per il genere umano. Senza questi sentimenti nel cuore, costantemente alimentati e coltivati, la ribellione rischia di sfociare in pura e semplice sete di potere. E il potere corrompe, infanga, sottomette i sentimenti alla logica del cinismo.

 

 
 
 
       

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