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IVAN
ILICH: I PERICOLI DELLA MODERNITÀ IL PROFETA
DELLA CONVIVIALITÀ RACCONTA OSPITALITÀ
E DOLORE
di
Franco La Cecla
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Oakland,
la città dei docks e degli operai neri,
che si affaccia sulla Baia dall'altra
parte di San Francisco è diventata oggi
il rifugio di coloro, artisti, musicisti,
ma anche middle class, che sono stati
espulsi dal processo di vertiginosa "gentrification"
della cara vecchia San Francisco degli
hippy e degli esperimenti sociali di beat,
gay ed ecologisti. Anche Oakland, sede,
negli anni Settanta della rivolta nera
e delle Black Panthers, oggi è molto cambiata.
I docks ci sono ancora ma ospitano migliaia
di cointainer per microchip e apparecchiature
elettroniche. Il vento di Silicon Valley
è arrivato anche qui cambiando le regole
del gioco tra le stesse classi nere e
sopratutto rivelando una nuova America
di giovani arricchiti in maniera spropositata
e di folle di nuovi poveri, operai generici
e immigrati più o meno clandestini. Oakland
ha un sindaco, Jerry Brown, famoso per
coloro che lo ricordano negli anni Settanta
governatore della California dei Grateful
Dead, di Allen Ginsberg e dei figli dei
fiori. Oggi Jerry Brown è un uomo massiccio
che veste come un boss dei film di Francis
Ford Coppola e fuma nella sua limousine
costosi sigari cubani. Per ingraziarsi
le middle class nere di Oakland ha ottenuto
che si apra qui una enorme scuola militare
per insegnare alle nuove generazioni un
po' di disciplina e un Casinò perché i
ricchi possano avere qualcosa da fare
la sera. Vive in un edificio costruito
dal suo vice, uno strano personaggio tatuato
nato a Montecarlo e lì condivide le sue
giornate con un insieme di personaggi
che ricordano le comuni degli anni Settanta,
con uno scivolamento tutto post-moderno
verso il vino, le mescolanze razziali
e i think tank. In questo luogo (battezzato
"We the people") organizza conferenze
e seminari sul senso del "bene comune"
e degli "spazi pubblici". È questo il
motivo dell'invito a un suo vecchio amico,
il filosofo e pensatore radicale Ivan
Illich a tenere qui per sei settimane,
due volte all'anno dei seminari di cultura
politica. Illich ha accettato con entusiasmo
portando alcuni dei suoi amici e collaboratori,
storici, economisti, antropologi, esperti
di sviluppo, ma anche musicisti e studiosi
dell'Islam. Sei mesi fa il tema del suo
seminario è stato La perdita degli spazi
pubblici nella città. In queste settimane
l'oggetto è invece Ospitalità e dolore.
Per capire come questi due temi siano
collegati Libertaria lo ha incontrato
nelle due settimane conclusive del seminario.
Ivan Illich è un uomo forte, ma indebolito
in maniera quasi ingiusta da un male che
ne sfigura il bellissimo volto da vecchio
dalmata, un misto tra il ritratto di Geronimo
e quello di un grande staretz alla Dostojevskij.
La malattia lo affatica, gli rende la
vita difficile, ma non gli impedisce di
continuare a viaggiare tra il resto del
mondo e la sua "base" a Cuernavaca, in
Messico, dove ha vissuto dagli anni Settanta
e dove aveva costituito un magnifico centro,
il Cidoc, di critica alle istituzioni
totalizzanti, scuola, medicina , sistema
automobilistico, corporazioni professionali
e sistemi di controllo e creazione di
cittadini dipendenti. Oggi Illich insegna
per una parte dell'anno a Brema, in Germania,
e continua a essere presente in altri
centri di ricerca, come Penn State in
Pennsylvania, ma anche Bologna e altri
luoghi dove ha amici e seguaci. Il suo
metodo di lavoro è più simile a una stoà
dell'antica Atene che a una vita accademica:
un gruppo di fedeli giovani ricercatori,
di adulti studiosi e di vecchi amici lo
circondano e lo seguono. Illich chiede
alle università o in questo caso a Jerry
Brown, un luogo dove vivere insieme ai
suoi e dove svolgere dei seminari pubblici.
Così i momenti esterni si intrecciano
ai momenti interni di riflessione, dialogo,
ricerca. Da anni Illich persegue con i
suoi amici e allievi una ricerca sulla
"proporzionalità" intesa come una specie
di "senso comune", di maniera di sentire
e di pensare che consentiva non soltanto
la convivenza ricca e interessante delle
comunità umane, ma lo sviluppo delle arti
liberali e delle arti vere e proprie.
Accanto a lui un giovane tedesco, Thomas,
spiega la perdita del senso della proporzione
in musica, un geniale indiano, Samuel
Sayay, si occupa della perdita del momento
proporzionale in economia e della sostituzione
della teoria delle probabilità al libero
arbitrio. A questi si aggiungono, tra
gli altri, una giovane studiosa tedesca,
Silja Samerski che si occupa della trasformazione
delle partorienti, in decision maker rispetto
alla possibilità di dare alla luce mostri,
e una storica libanese, Samara Farage,
studiosa della medicina aristotelica e
dei suoi lasciti alla medicina araba.
Illich mantiene il suo ruolo di grande
vecchio. Nella stanza dove riposa e scrive
riceve amici e ricercatori e dà dritte,
indirizza ad altri ricercatori nel mondo,
suggerisce bibliografie e campi da esplorare.
Lo fa nelle lingue che parla, che sono
circa tredici, essendo lui, da buon dalmata,
un uomo di frontiera, nato in una famiglia
che viveva tra l'isola di Braç, di fronte
a Spalato, la grande Vienna, Mosca e l'Italia.
La madre gli parlava in inglese, tedesco
e russo e il nonno era un rabbino. Il
giovane Illich durante la guerra si nasconde
in Italia (i suoi parenti italiani producevano
il liquore "Maraschino") e partecipa alla
Resistenza, mentre è seminarista. Alla
fine della guerra ha seguito una formazione
solidissima in teologia alla Gregoriana
a Roma ed è ordinato prete. Lo inviano
a New York a seguire la comunità portoricana
del Lower East Side di New York. Si impadronisce
della lingua e del mondo portoricano in
pochi mesi e organizza la prima grande
sfilata di strada dell'orgoglio portoricano.
I suoi metodi e la sua intelligenza lo
rendono da un lato molto ricercato e stimato
e dall'altro osteggiato e diffidato. Erich
Fromm lo ha tra i suoi amici migliori.
Jacques Maritain gli chiede di sostituirlo
a Princeton mentre è malato. Infine è
nominato pro-rettore della università
di Portorico. Siamo negli anni Sessanta.
John Kennedy e Giovanni XXIII lanciano
negli stessi anni una "crociata per lo
sviluppo", spingendo developpers, missionari
e peace corps in America Latina. Illich
capisce che questo è un nuovo tipo, molto
più perverso, di colonialismo che vuole
distruggere dall'interno i sistemi culturali
dei paesi del "terzo mondo" e omogeneizzarli
all'idea roosveltiana "e tutta nordamericana
recentissima" di sviluppo e progresso.
Decide di lasciare l'università di Portorico.
Dopo un lungo giro a piedi per il continente
latino-americano sceglie Cuernavaca come
luogo da cui organizzare la resistenza
ai "missionari dello sviluppo". Inventa
una scuola di spagnolo che accoglie i
"volontari della pace" per spiegare loro
i danni di cui si fanno portatori. A Cuernavaca,
insieme a Valentina Borremans, inventa
il Cidoc un centro di interdocumentazione
dove vengono raccolti da un lato enormi
quantità di lavori sulle tradizioni popolari
latino-americane e dall'altro dati e materiali
sullo sviluppo delle grandi istituzioni
mondiali nel campo dell'educazione, salute,
economia. Una serie di seminari insieme
ai massimi esperti di queste cose dà vita
a una critica radicale alle istituzioni:
da qui nascerà il libro Descolarizzare
la società e poi la critica feroce alla
medicina ufficiale Nemesi medica. Illich
a questo punto è divenuto molto scomodo
e la Chiesa lo manda a chiamare per sottoporlo
al giudizio del santo uffizio. Da cui
Illich uscirà indenne, ma con la decisione
(bilaterale) di separare il suo lavoro
intellettuale dalla funzione ecclesiastica.
Pubblicamente non sarà mai più identificabile
come "uomo di chiesa" anche se in privato
la sua tensione morale e religiosa resterà
fortissima. Non si potrebbe oggi capire
il cammino che quest'uomo ha fatto non
tenendo conto della complessità della
sua formazione: teologo, storico, sociologo,
linguista, economista e dell'orizzonte
morale che sottende tutto il suo lavoro.
Alla fine degli anni Settanta si occupa
sempre di più di "sistemi" che creano
dipendenza e diventano controproduttivi:
pubblica su Le Monde un famoso articolo
Energie et Equité che apre la questione
della crisi energetica legandola strettamente
all'ipotesi perdente di una società che
è schiava della velocità dei pochi. Illich
diventa uno dei guru dei movimenti ecologisti
e della critica alla società industriale.
Negli anni che seguiranno si occuperà
di "Diritto alla disoccupazione creativa",
di analisi del sistema e dell'ideologia
del lavoro. In Francia uscirà agli inizi
degli anni Ottanta Le travail phantome
(Seuil) che è un'analisi acuta e preveggente
del settore informale come sistema che
regge e consente l'economia formale, sfruttando
e invadendo zone della vita che prima
erano ambiti privati, parte delle relazioni
primarie, comunitarie e vernacolari dell'esistenza.
È il primo grande abbozzo del lavoro che
svilupperà negli anni Ottanta: la critica
all'invadenza dei sistemi di mercato retti
da esperti e professionisti nelle sfere
più intime della vita sociale. Fino a
scrivere nel 1985 Gender and sex, un libro
scandaloso, in cui da storico ricostruirà
il modo con cui il capitalismo ha distrutto
la differenza (culturale e radicale) tra
uomini e donne per inventare il mito del
lavoratore e consumatore neutro. Il libro
desterà la reazione violentissima del
femminismo americano e sarà in tutto il
mondo accolto con censura e sospetto.
Negli ultimi anni il lavoro di Illich
si arricchirà e approfondirà, pescando
nel dodicesimo secolo evidenze di un mondo
in cui era ancora presente la "proporzionalità"
che le stesse istituzioni create dalla
Chiesa cattolica e poi prese in prestito
dallo Stato e dalla società civile contribuiranno
a distruggere. Il lavoro su Ugo di San
Vittore, Nella vigna del testo, ne sarà
un prezioso tassello. Da qui si riaprirà
per Illich una nuova stagione di critica
alla istituzionalizzazione della vita
sociale e quotidiana, che nei seminari
di Oakland trova applicazioni e spunti
di domanda.
Alle
radici dell'asocialità
Nella
sala di "We the people" Illich spiega:
"La prima parte dei nostri seminari si
occuperà della storia dell'ospitalità,
nella Grecia antica e nel mondo ebraico
e cristiano. Descriverò in questa sezione
l'istituzionalizzazione della povertà
alla metà del quarto secolo dopo Cristo.
È in questo momento, che sotto l'influenza
cristiana, i primi veri ospizi per i senzatetto
finanziati da una comunità vengono costruiti.
Mi concentrerò sugli effetti dell'istituzionalizzazione
dell'ospitalità come distruzione della
pratica spontanea e personale dell'ospitalità.
Trovo che la prima sia una inversione
radicale della seconda. La seconda parte
del nostro lavoro si occuperà dell'emergenza
successiva della pietà, della misericordia
e della compassione, quest'ultima compresa
nel suo senso forte originale. Per raccontare
questa storia dovrò concentrarmi sulla
storia del "corpo in pena". La compassione
come esperienza vissuta, diventa possibile
soltanto nel momento in cui il dolore
è separato dalla grande e variegata costellazione
della sofferenza come era concepita nell'antichità.
Il mutamento storico del senso del dolore
fisico durante il tardo Medio Evo è condizione
dell'apparire della compassione come è
incarnata nelle stimmate di Francesco
d'Assisi. È qui che sta l'origine di ciò
che negli ambienti medici viene chiamato
"la gestione del dolore". La terza parte
descriverà i primi ospedali in cui una
misericordia compassionevole troverà la
sua forma istituzionalizzata nel tardo
undicesimo secolo. Per la prima volta
nella storia, ai malati viene dato uno
statuto e un posto all'interno della città,
invece che esserne espulsi, e questa incorporazione
avviene grazie all'istituzione dell'ospedale.
Nell'atmosfera di una misericordia spontanea
e compassionevole, la malattia e il dolore
potevano essere interpretati come vocazione
da quelli che ne erano affetti e da quelli
che se ne prendevano cura. L'ospedalizzazione
è invece la nuova espressione sociale
di un modo di concepire e percepire il
corpo umano che rappresenta una profonda
rottura con il passato. Questo nuovo corpo
nato con lo spirito della compassione
sarà trasformato nell'epoca di Leibnitz
e di Descartes nell'oggetto fisico che
domanda un trattamento umano". Il pubblico
di Oakland, abbastanza variegato e composito,
fa un po' di fatica a seguire l'enorme
escursus di Illich. Gli domandano di chiarire
che cosa fosse l'ospitalità prima della
sua istituzione: "Un'esperienza raccontata
dal vecchio cardinale Jean Danielou cattura
questa complessa verità storica. Un amico
cinese del cardinale, dopo essere divenuto
cristiano, decide di fare un pellegrinaggio
a piedi da Pechino a Roma. In Asia centrale
trova ospitalità dappertutto; nei paesi
di lingua slava comincia ad avere qualche
difficoltà, anche se trova ancora gente
disposta ad ospitarlo per una notte in
casa. Ma quando arriva in Europa, nei
paesi delle chiese occidentali, deve cercare
alloggio e riparo negli ospizi e nei rifugi
per i poveri, perché le porte delle case
private sono chiuse a stranieri e pellegrini".
Gli chiedono ancora: "Ma allora come andavano
le cose per i primi cristiani e quand'è
che essi hanno perso la capacità diretta
e spontanea di accoglienza?". Ivan risponde:
"L'ospitalità è qualcosa che la gente
faceva istintivamente, un'accoglienza
informale, una maniera di dare una mano
allo straniero o al passante in difficoltà.
Era l'appello al faccia a faccia, la decisione
personale di incontrare l'altro nei suoi
problemi contingenti, senza volerlo definire
a partire da questi . Fin quando nel terzo
secolo dopo Cristo al tempo di Costantino
la chiesa non pensa bene di istituire
degli ospizi, degli xenodocheion dal greco
xenia che sta per ospitalità. Da quel
momento l'accoglienza passa dalla decisione
di ciascuno nei confronti del prossimo
alla istituzione di un luogo che definisce
i criteri e i requisiti per essere considerati
poveri e bisognosi". Continua Illich:
"La nuova istituzione dello xenodocheion
si diffonde in mezzo secolo a tutto l'impero
romano. Al tempo di Giuliano l'Apostata,
è già arrivata alle aree urbane dell'Asia.
Quando Giuliano l'Apostata cerca di ristabilire,
contro la diffusione del cristianesimo,
gli antichi dèi pagani dell'Impero, chiede
però ai suoi governatori di mantenere
la pratica degli ospizi. Così dice l'Imperatore:
"Se l'ellenismo non fa i progressi che
dovrebbe la colpa è nostra... non vedete
che ciò che ha contribuito al successo
dell'ateismo (cioè del cristianesimo)
è la carità verso gli stranieri". È a
quel punto che lo stato imperiale fa sua
l'istituzione dell'ospitalità". In questo,
Illich vede la fine di un'epoca in cui
la carità era ancora responsabilità di
tutti. L'asocialità di cui il mondo contemporaneo
fa prova, la paura e il disinteresse per
i vicini che anche qui a San Francisco
ha ormai decretato la fine di ogni forma
spontanea di aggregazione, sarebbe dunque
un male originato in quei secoli lontani.
La
figura del povero
Il
vecchio Illich non ha dubbi : "La povertà
istituzionalizzata è una invenzione che
la chiesa ha passato allo stato e alle
istituzioni e che ha condotto a una trasformazione
della compassione in qualcosa che è oggi
nelle mani degli assicuratori e delle
corporazioni professionali della salute
e dell'assistenza". Aggiunge: "La compassione
è una parola ebraica, rahum, che viene
dall'Esodo e che è stata tradotta come
misericordia, ma che si riferisce più
precisamente al grembo femminile e a ciò
che in esso accade quando è eccitato dall'amore.
Gli ellenisti traducono questo atteggiamento
con la parola eleós o anche eleomosyne
da cui viene la nostra elemosina, levando
alla parola il suo connotato carnale,
appassionato. Così la rahum diventa pietà,
qualcosa che Platone e Aristotele consideravano
un difetto morale". Illich sostiene che
la modernità occidentale è figlia della
compassione istituzionalizzata che crea
un nuovo statuto della sofferenza e della
povertà: "Già il Cristianesimo aveva scoperto
un tipo di dolore diverso da quello che
l'antica Grecia definiva con le parole
algos, o lype, o nosos che si riferivano
piuttosto a uno stato dell'anima. La poena
cristiana si riferisce anzitutto al corpo
e alle sofferenze inflitte al Cristo".
Illich spiega al suo pubblico che la compassione
è un tipo nuovo di sentire: "Quello che
viene chiamato il manifestarsi del sé
occidentale, dell'individuo, nasce dall'esperienza
fisica del sé. La separazione tra il noi
antico e l'io moderno procura una nuova
pelle che può essere sperimentata, sofferta.
Nell'esercizio fisico del sentire le sofferenze
del prossimo, il dolore della malattia
e della stessa tortura diventano un'esperienza
peculiare della sensibilità sottratta
all'insieme delle miserie della vita".
La compassione si concentra su un dolore
fisico che trasforma il senso stesso che
un individuo ha di sé. Illich sostiene
che per questo motivo la compassione,
come nuova sensibilità al corpo, è anche
alla base dei più sofisticati mezzi di
tortura. "Ci sono mezzi di tortura capaci
di alienare a tal punto il torturato che
non può più separare il proprio io da
ciò che gli fa male. Il torturato viene
devastato psichicamente dal dolore perché
non può più vivere con questo se stesso
alterato". Illich sostiene che ospitalità
e senso del dolore vanno di pari passo
e la loro gestione può creare nuove mostruosità.
Lo dice un po' da profeta, un po' da uomo
di altri tempi che vuole mettere in guardia
il suo pubblico di contemporanei. Nella
cornice post-moderna dell'America suburbana
ciò suona particolarmente disorientante.
Illich si definisce come un "alienato"
che si è abituato a guardare il presente
dal passato, per acquisire la distanza
necessaria per coglierne l'allarmante
e disumana attualità.
Questa
lugubre modernità
Cerco
di farmi spiegare da lui questa forma
di alienazione. Vengo ogni mattina a fare
colazione qui, con i suoi amici e seguo
quello che loro hanno da dire sull'argomento.
Ivan sfugge però alle domande, mi dà da
leggere articoli scritti dai suoi amici
e sopratutto un'intervista molto lunga
che David Cayley, un giornalista canadese
e autore tra l'altro di Conversazioni
con Ivan Illich (Elèuthera, 1994), gli
ha fatto su un tema che sta molto caro
a Ivan e che spiega la natura della sua
alienazione: Corruptio optimi quae est
pessima (The corruption of Christianity,
Ivan illich, on Gospel, Church and Society,
Canadian Broadcasting Corporation, 2000),
l'idea che la corruzione del discorso
cristiano ha creato gran parte del male
che oggi travaglia il nostro mondo. Illich
lo dice con una chiarezza non registrata,
però, da gran parte dei suoi allievi.
Non si tratta oggi di tornare a un tipo
di società comunitaria, pre-moderna, vernacolare,
più giusta e con un senso delle proporzioni.
L'esperienza cristiana, nel suo universalismo
ha spazzato via il mondo locale, indigeno,
tradizionale. Ma il suo messaggio, di
una forza straordinaria e rivolto alla
responsabilità individuale (il buon samaritano
che sceglie chi è il suo prossimo liberandosi
da determinazioni etniche e geografiche),
viene stravolto da una istituzionalizzazione
che diventa una macchina spaventosa di
dipendenze e controlli. La chiesa è il
primo modello di stato e poi di istituzione
totalizzante. "Con il cristianesimo una
dimensione completamente nuova diventa
possibile. Con tutta l'ambiguità del caso
perché siamo di fronte all'esplosione
di assunti universali che mettono in crisi
l'idea di un rapporto preferenziale con
quelli in mezzo a cui si è nati. Ciò rende
possibile per me scegliere chi amare e
quindi distrugge le basi di un'etica che
è sempre stata etnica dove il noi precede
l'io. Con il Nuovo Testamento, lo sguardo,
l'amore e la conoscenza sono possibili
in un orizzonte completamente nuovo. Con
un pericolo nuovo: il tentativo di gestire,
assicurare e garantire questo amore istituzionalizzandolo,
sottomettendolo a una legislazione e rendendolo
legge, proteggendolo attraverso la criminalizzazione
di ciò che gli si oppone". È questo che
Illich chiama "misterium iniquitatis",
il fatto che da una prospettiva universalista
possa discendere la lugubre modernità
di sistemi di controllo diffusi a tutto
il corpo sociale e a tutto il mondo. "Sto,
come storico, di fronte a una entità storica,
a un'epoca che più la studio e più mi
appare confusa, incomprensibile e incredibile.
Non ha paragoni con nessuna altra epoca,
e si basa su assiomi che io non trovo
in nessuna società del passato. Mostra
un aspetto dell'inumano, della degradazione
(vorrei evitare la parola "male") che
non ha paralleli nella storia. Per essere
superficiali basta pensare alla polarizzazione
della ricchezza mondiale negli ultimi
vent'anni. Recentemente ho visto un dato:
350 persone guadagnano quanto il 65 per
cento della restante umanità. Non mi preoccupa
questo, quanto il fatto che questo 65
per cento dei meno abbienti trent'anni
fa era capace di sopravvivere senza ricorrere
al denaro. Molte cose non erano ancora
monetizzate. La sussistenza ancora reggeva.
Oggi non ci si può spostare senza pagare
un biglietto. Non si può avere fuoco in
cucina, semplicemente raccogliendo legna,
ma bisogna pagare per qualche tipo di
combustibile. Come spiegare questo male
sociale che è accaduto solo quando il
modello occidentale è stato importato?
Ed è qui che il "mysterium iniquitatis"
mi dà una chiave per capire il male sociale
di oggi per cui non ho altre parole. Come
uomo di fede, almeno devo pensare a un
misterioso tradimento o a una perversione
della libertà che i vangeli hanno apportato.
Quanto più si cerca di capire il male
che ci circonda, di un tipo nuovo, misterioso
e più intensa diventa la tentazione di
(non posso evitare di dirlo) di cercarne
l'origine nello stravolgimento di un'idea
di un dio incarnato nel mondo". Nel volto
sofferente di Illich si può leggere la
storia di qualcuno che per tutta la vita
ha cercato di spiegare la società attuale
partendo davvero dalla sua archeologia,
e soffrendola solo come un uomo sospeso
tra teologia, storia, antropologia e filosofia
può fare. Illich incarna in sé la storia
della corruzione della carità e la sua
trasformazione in sistema totalizzante
e disumanizzante. Al contrario di molti
altri studiosi la radice delle sue analisi
riposa nel suo travaglio di uomo di fede
che cerca di capire come si è potuto creare
tanto orrore a partire da tanta bellezza.
Pochi tra i suoi amici e studenti afferrano
quanto quest'uomo affondi in un passato
remoto e debba confrontarsi in maniera
agghiacciante con la modernità di cui
egli è lucido lettore. Da qui l'inevitabile
sofferenza che i suoi discorsi producono
anche oggi in chi li vuole seguire fino
in fondo.
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