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LE
RADICI DELL'ANARCHIA
di Giampietro Nico Berti
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Qui
vengono delineate le strutture portanti
del pensiero anarchico "classico". Esse
mettono in luce il suo carattere pluralistico
inteso come un insieme di sequenze teoriche
ognuna delle quali concorre a completare
il nucleo profondo dell'argomentare anarchico.
Si vuole, quindi, cogliere le ragioni
messe in campo dall'anarchismo per giustificarsi
come pensiero e come azione.
Giustizia
e verità
William
Godwin (1756-1836) porta all'estremo limite
concettuale i presupposti razionalistici
dell'illuminismo, che affermano la supremazia
della ragione, per cui il vero ordine
della società è quello naturale. La premessa
fondamentale scaturisce dalla concezione
newtoniana del cosmo: la sua unità fisica
è al tempo stesso un'unità intellettuale
e la sua verità implica il concetto oggettivo
di necessità. Il compito dell'uomo è quello
di scoprire il senso morale di queste
leggi, per coniugare la ragione con l'etica,
deducendo da questa sintesi tutte le implicazioni
politiche, sociali, economiche ed educative
che ne conseguono e che, in quanto vere,
se portate alla loro radicale effettualità,
comportano la felicità del genere umano.
Ai fini di questa impresa è perciò decisivo
il ruolo assegnato alla conoscenza, veicolo
peculiare di appropriazione del disegno
immanente sotteso a questo ordine, la
cui evidenza non ammette interpretazioni
distorte. La valenza politica e sociale
della spontaneità e dell'equilibrio di
tale ordine si traduce nell'idea di un
autogoverno nelle cose e negli uomini.
Dall'insieme di tutte queste considerazioni,
si ha così una sorta di tautologia epistemologica:
quello che la società deve essere è in
fondo quello che essa è nella sua autenticità:
raggiungere lo stato ottimale è raggiungere
lo stato originario. La concezione anarchica
di Godwin si fonda dunque su un cognitivismo
allo stesso tempo intellettuale e morale:
lo sviluppo della conoscenza conduce al
progresso della giustizia. Dalle premesse
di questo archetipo universale naturale,
Godwin parte per rifiutare le tre forme
classiche di giustificazione dell'autorità
politica: quella per diritto divino, quella
fondata sul riconoscimento dei rapporti
di forza, quella che scaturisce dalla
tradizione contrattualistica. Sono tutte,
a suo giudizio, manipolazioni artificiali
prodotte dalla creazione storica: nessuna
può cogliere l'immanenza dell'ordine sociale.
Una società senza coercizione, dunque,
in cui la socialità sarà fondata sulla
verità e sulla giustizia e la sicurezza
dei cittadini si baserà sulla generale
partecipazione di tutti i suoi membri
alla vita pubblica: la quale, pertanto,
non avrà bisogno di corpi separati che
facciano rispettare la legge, sovrapponendosi
all'ordine immanente prodotto dalla spontaneità
dei rapporti sociali. La società anarchica
delineata da Godwin si fonda sull'assenza
di ogni forma coercitiva perché fondamentalmente
motivata dall'etica. Poiché il "completo
annullamento" del governo non può avvenire
che con la maturazione di un'alta coscienza
civile, si deve cercare la via di una
costruzione societaria, dove sia determinante
la partecipazione popolare. Gli argomenti
portati da Godwin sono quindi, in parte,
quelli adottati da Jean-Jacques Rousseau:
di per sé, la sovranità non ammette deleghe
o divisioni. Tuttavia, la soluzione del
pensatore inglese è diversa da quella
del filosofo ginevrino perché mentre questi
risolve il problema del potere con una
mediazione politico-istituzionale (rapporto
maggioranza-minoranza), l'anarchico mantiene
irrisolvibile il principio dell'indivisibilità,
nel senso della sua non trasferibilità
decisionale. Ne consegue la teorizzazione
della democrazia diretta, del federalismo
e del decentramento, che non sono delineati
nella loro fattualità concreta, ma implicitamente
posti come soluzione ineludibile, qualora
si voglia far coincidere la libera volontà
di tutti con la libera volontà di ciascuno.
Il criterio fondamentale che spinge Godwin
a rifiutare ogni forma di etero-direzione
politica scaturisce da una premessa ontologica
e morale, dalla constatazione, a suo giudizio
incontrovertibile, secondo cui tutti gli
uomini partecipano di una facoltà comune,
la ragione, che, in quanto tale, non può
che essere unica; pertanto essa unifica
tutti gli individui dal momento che la
sua universalità contiene la fattiva possibilità
di superare i conflitti inter-umani sciogliendoli
nell'esperienza del confronto razionale
e del dialogo. La razionalità è spinta
alla sua massima enfatizzazione, nel senso
che la politica ha per oggetto la razionalità
dell'agire umano perché unico termine
di riferimento universale e unico criterio
di edificazione positiva del mutamento
sociale. La felicità, la virtù e il benessere
non sono mète o entità incontrollabili,
rispetto alla coscienza razionale del
soggetto. E ciò perché non si tratta di
pensare una nuova società, ma di trovare
la sua verità ultima. A sua volta questa
verità non scaturisce da un'indagine delle
forme politiche pregresse, né dall'analisi
astratta di forme politiche ipotetiche,
ma dall'empirica constatazione dell'effettività
pratica connessa all'universale desiderio
di benessere. Siamo a una delle fonti
originarie del pensiero anarchico, cioè
all'insanabile divisione tra società e
governo, tra politica e morale. I primi
termini rientrano nell'ambito della natura,
i secondi in quello della storia. Lo sfondo
culturale che fa da principio informatore
a tale concezione è il giusnaturalismo,
qui ricondotto al suo radicale presupposto,
secondo cui la legge morale deve coincidere
con quella naturale, nel senso che l'etica
e la politica, se rettamente intese, devono
esprimere verità naturali universali,
trascendenti il diritto positivo configurato
dai processi storico-culturali. È questo
un paradigma che in parte ricalca lo schema
dicotomico di Rousseau fra natura e società
e che vive pertanto del mito dell'autentico:
originariamente la società rifletteva
l'umanità al suo stato incontaminato.
La storia, degenerando, ha creato forme
artificiali di convivenza, la cui espressione
suprema è data dall'istituzione governativa.
Per inverare l'autentica condizione umana
è necessario pervenire a uno stato di
giustizia, solo modo per dare agli uomini
la felicità e la virtù. Ma cos'è la giustizia?
È l'architrave della società umana. Non
ha tempo perché la sua natura è inalterabile.
Non esiste una giustizia sociale o una
giustizia individuale, ma la giustizia,
come, per perfetta analogia, non c'è una
ragione personale o una ragione comunitaria:
c'è la ragione. In questo modo Godwin
introduce il rapporto anarchico tra libertà
e uguaglianza, partendo dalla premessa
che la prosperità di tutti è l'interesse
di tutti. Il rapporto anarchico dell'inscindibile
nesso tra felicità pubblica e privata
deriva dalla relazione tra giustizia e
uguaglianza: gli uomini vanno considerati
uguali in quanto sono tutti eticamente
equivalenti di fronte alla giustizia,
che non è individuale o collettiva, ma
la giustizia, come, per l'appunto, non
c'è una ragione singola o multipla, ma
la ragione. Per questi stessi motivi,
per avere cioè delineato l'idea di giustizia
come ordine immanente e razionale dell'espressione
del bene pubblico quale somma addizionale
di quello privato, Godwin nega la teoria
liberale e democratica dei diritti perché
a suo giudizio errata sotto il profilo
epistemologico e ingiusta sotto quello
assiologico. La considerazione epistemologica
che spinge Godwin a questa radicale affermazione
discende dalla constatazione dell'inscindibilità
dei nessi che legano ogni individuo al
tutto: il singolo non è mai sciolto dalla
totalità che lo circonda ed è una sua
illusione credere di poter prescindere
dalle insopprimibili esigenze di questo
ordine vincolante. Ciò, naturalmente,
non significa affatto che questa totalità
possa essere interpretata come valenza
delle ragioni della collettività perché
anche quest'ultima, per gli stessi motivi,
deve sottomettersi ai dettami dell'immutabile
ragione, vale a dire in questo caso della
giustizia. È evidente a questo punto che
l'uguaglianza di fronte alla giustizia
diviene uguaglianza di fronte alla verità,
che la ragione riconosce come indiscutibile.
Ogni individuo ha il diritto di accedere
alla verità e di esprimere il suo insindacabile
giudizio personale che diventa la sola
guida morale e politica della propria
condotta pubblica. Nessuno, dunque, può
imporre il proprio punto di vista perché
non esiste alcun individuo che abbia il
diritto arbitrario di coartare la ragione,
il cui esercizio è uguale per tutti. Il
concetto anarchico è qui rappresentato
dalla libertà insindacabile del soggetto
che si attiene al vero, qualunque siano
le condizioni sociali e politiche esistenti.
E poiché etica, ragione e giustizia sono
facce diverse di uno stesso prisma, ne
deriva che è proprio questo universale
intreccio assiologico a rendere sacro
e invalicabile il territorio dei diritti
individuali i quali, data questa necessaria
interdipendenza, si riducono appunto a
uno solo. La verità non scaturisce dai
rapporti di forza e non è quindi necessariamente
storica. Tra un'intera collettività che
erra, perché non si attiene all'"immutabile
voce della ragione e della giustizia",
e un solo individuo che invece la persegue,
è nel giusto quest'ultimo, e ha il diritto
di rivendicarlo contro tutto e tutti.
Dunque, la ragione è la garanzia della
libertà individuale in quanto si erge
contro ogni pretesa storica particolare,
sia essa religiosa, politica, culturale
o di qualsiasi altra natura. L'associazionismo
politico nato dalla secolarizzazione moderna
non è quindi una forma istituzionale favorevole
alla libertà individuale e all'indipendenza
del giudizio personale. Anzi, è l'ultimo
sostitutivo della subalternità del singolo
a entità che lo sovrastano. Nessuna giustificazione
deve far recedere l'individuo dalla propria
spontanea ricerca del vero e del giusto.
L'uomo diviene progressivamente libero
in quanto è suscettibile di un'acquisizione
culturale infinita dovuta a questo incessante
rapporto tra civiltà e libertà, tra verità
e ragione. La crescita delle prime comporta
la crescita delle altre e tutte conducono
ad un progresso continuo della specie.
Educare
per cambiare
Date
queste premesse, è logico che la soluzione
sociale proposta da Godwin sia improntata
all'educazionismo più radicale e conseguente.
Il suo educazionismo estremo intende dimostrare
che il cambiamento materiale è sempre
l'effetto di quello culturale. Soltanto
la riforma continua dei costumi, la discussione
pacata e razionale, la persuasione derivante
dall'evidenza incontrovertibile delle
cose può sopperire al compito immane di
cambiare la società, dal momento che non
sono i rapporti di forza a determinare
veramente la forma politica e sociale
della comunità, ma i giudizi che gli uomini
si sono fatti di essa. A tal fine l'educazione
è pressoché onnipotente e in tutti i casi
non c'è altra strada per cambiare la mentalità
e le abitudini umane. Così per estirpare
l'idea del governo occorre procedere all'abolizione
del suo vero sostegno, la credenza della
sua necessità, perché ogni governo è fondato
sull'opinione. La pratica di una libera
opinione testimonia perciò il grado di
libertà vigente in una data società. Secondo
Godwin, esiste un legame logico e necessario
tra la libertà delle azioni umane e la
libertà delle opinioni. Pur opposte, autorità
e libertà originano ugualmente dalla stessa
fonte: dall'effettivo, esplicito e spontaneo
consenso a un sistema di convinzioni.
Godwin individua così con largo anticipo
un'idea importante della politologia moderna:
lo stretto nesso tra legittimità e trasformazione.
È il criterio della legittimità, come
vera matrice coesiva dell'opinione pubblica,
ciò che determina il fondamento ultimo
dell'istituzionalità inerente alla socievolezza
umana. Il mutamento della società è possibile
nella misura in cui esprime le esigenze
spontanee del cambiamento sociale, per
cui queste non risultano una forzatura
rispetto all'esistente. Ciò può avvenire
soltanto attraverso un'azione graduale,
che garantisca il consenso collettivo
e non provochi violenze e rotture indesiderate.
Occorre appropriarsi dell'inalterabile
ordine della giustizia e della verità,
capire l'intrinseca razionalità che le
sottende; e questo può scaturire solo
dal carattere intellettuale e razionale
dell'agire. La forzatura rivoluzionaria
ha un'implicita valenza di autorità perché
non rispetta la prima regola fondamentale
dei rapporti interumani: quella fondata
sulla ragione. Pare evidente, secondo
Godwin, che una vera concezione realistica
deve andare al di là della classica interpretazione
machiavellica: in ultima istanza le relazioni
sociali non si reggono sui puri rapporti
di forza, ma sul consenso spontaneo e
generalizzato. Una vittoria ottenuta con
la pura forza non conduce a nulla e si
regge fintantoché essa mantiene tale amorfo
vantaggio di violenza. L'illuminismo radicale
che porta Godwin a esaltare la ragione,
con Max Stirner (1806-1856) giunge all'approdo
ultimo della secolarizzazione: il nichilismo.
Stirner si propone di eliminare ogni trascendenza
dal piano autentico dell'essere, problematizzando
una morte di Dio che supera per radicalità
quella di Friedrich Nietzsche e di Martin
Heidegger, e che non trova confronto in
nessun altro esponente del pensiero occidentale.
In lui, più che in qualunque altro, la
morte di Dio è totale e definitiva. Cosa
sostanzia l'ateismo stirneriano rendendo
irreversibile la morte di ogni divino?
La coscienza del nulla, che non è un orizzonte
teorico aperto sull'indicibilità dell'essere,
ma è la pura e definitiva consapevolezza
della morte di ogni pensare filosofico
che sia rivolto alla ricerca dell'essere
stesso: Dio è negato in quanto non c'è
nulla da dire sull'essere non perché il
nulla intenda o alluda a esso, ma perché
la consapevolezza del nulla testimonia
l'arbitrarietà di ogni discorso sull'essere,
la sua gratuità, la sua non-fondazione.
Il nulla è la valenza non ontologica di
ogni scelta e dunque la valenza non ontologica
di ogni esistere, nel senso che ogni scelta
non ha fondazione essendo ontologicamente
arbitraria. Essa testimonia infatti l'infinita
possibilità di tante fondazioni, di tanti
esseri, e quindi della mancanza dell'Essere.
Il nulla stirneriano non è il nulla ontologico
in sé, vale a dire lo speculare rovesciamento
di un nuovo filosofare teologico. È, piuttosto,
la nientificazione del pensare in quella
direzione, l'azzeramento di ogni nostalgia
dell'essere. La consapevolezza del nulla
inteso come niente è dunque la coscienza
della mancanza di ogni fondazione, precisamente
dell'impossibilità ontologica dell'esistenza
di un centro. Così con la morte di Dio
viene affermata l'impossibilità ontologica
di un'unica e sola legittimazione, e per
conseguenza la possibilità esistenziale
dell'unico. Questa possibilità deriva
dalla radicale assunzione del nulla quale
esito ineludibile del disincanto del mondo.
Con Stirner gli obiettivi dissacranti
dell'illuminismo arrivano alla loro logica
conclusione: il filosofare dell'unico,
a differenza di ogni altro filosofare,
non soltanto esplicita il nulla, ma lo
rende indispensabile per operare la conversione
da una significazione del mondo imposta
all'individuo a una significazione del
mondo prodotta dall'individuo. Questi
è, di per sé, un ente già compiuto, finito
e, in questa finitezza, anche perfetto,
appunto perché unico. Poiché anche l'unico
è fondato sul nulla ed è unico perché
ha la piena e definitiva consapevolezza
di essere non-fondato, allora l'unico
è pure, per intrinseca definizione, un
non-centro. Esso non rivendica di essere
il centro assoluto, ma un centro. Certo,
in questo centro egli è assoluto, ma assoluto
nella sua esistenza, cioè nella sua unicità-fattualità.
Bisogna precisare che il termine ultimo
e non più avanzabile del processo di secolarizzazione
si rappresenta, per l'appunto, con il
termine unico perché questo è l'ultimo
predicato, cioè la terminale descrizione
di ogni pensiero. L'unico è soltanto un
nome, privo di determinazione, un termine
privo di pensieri. La negazione di Dio
è al tempo stesso superamento di ogni
trascendenza e affermazione della radicale
immanenza rappresentata dal singolo inteso
come ente irripetibile. Insomma l'individuo,
determinato nella sua specifica esistenza,
costituisce il termine ultimo al di là
del quale la secolarizzazione si arresta.
L'unicità individuale è la tappa finale
dell'immanentizzazione atea: il centro
del mondo non è più Dio, ma l'io: oltre
questo non si può andare. La centralità
dell'individuo azzera ogni significazione
del mondo che non sia la sua creazione.
Con essa finisce lo svolgimento concettuale
di tutto il pensiero e di tutta la metafisica
occidentale. La natura antiautoritaria
dell'ateismo stirneriano è chiara: la
consapevolezza del nulla rimanda alla
non-fondazione di Dio, questa all'unicità
dell'unico, che è assoluto e perfetto
nella sua unicità appunto perché, come
Dio, fondato sul nulla. Non esistendo
alcun centro o fondazione, l'unico non
può che essere il nulla di ogni altro.
Di qui l'ambito sconfinato della libertà,
dal momento che il nulla di ogni altro
è propulsivo dell'infinita libertà di
tanti unici, essendo infinito il campo
della possibilità esistenziale derivante
dal nulla. Il processo della secolarizzazione
giunge all'approdo logico del nichilismo,
ma questo si risolve in una libertà senza
limiti perché la negazione di Dio (in
quanto premessa filosofica della stessa
libertà del nulla, della non-fondazione)
è propulsiva di un universo esistenziale
dove non c'è, per principio, il centro.
Così la fine di ogni divino, di ogni trascendenza,
di ogni alienazione non consiste nel fatto
che tali dimensioni sono venute meno per
essere state negate, ma perché è stata
affermata, per l'appunto, la non centralità
nel tutto e perciò la sua implicita e
strutturale non gerarchica costituzionalità.
La trascendenza negata
In
questo modo egli allarga anarchicamente
l'ambito tematico dell'ateismo, la sua
polivalenza critica e ideologica. Qui
per ateismo si deve intendere infatti
il rifiuto dell'immanentizzazione umanistica
intesa quale logica reazione di rigetto
alla desacralizzazione del mondo. Non
si tratta più di negare il Dio dei cieli,
ma ogni forma di trascendenza rispetto
al singolo. La trascendenza, ovvero l'estraniazione,
regola il rapporto gerarchico che fa dipendere
l'uomo da tutto ciò che lo domina e lo
condiziona. L'ateismo di Stirner è dunque
il dissolvimento di ogni gerarchia: non
si uccide Dio spodestandolo dal cielo
per farlo rivivere sotto le spoglie dell'uomo,
ma abolendo il rapporto stesso di dipendenza
tra il singolo individuo e ogni entità
che gli è estranea e che lo sovrasta.
Dio è negato non perché è Dio, ma perché
viene annullato il rapporto di dipendenza
tra soggetto e oggetto. La pura forma
di ogni rapporto gerarchico-ontologico
si riassume pertanto nell'essere-dipendenti-da,
nel senso che è ininfluente la specificità
dell'oggetto e del soggetto, mentre, decisivo,
è il rapporto che li regola. Qui si vede
come Stirner accomuni nella dimensione
santa (cioè nella sacralizzazione della
gerarchia in sé, nell'essere-dipendenti-da)
il cattolicesimo, il protestantesimo,
il deismo e la religione umanitaria, vale
a dire le fondamentali sequenze evolutive
dell'esperienza religiosa dell'età moderna.
Dalla Riforma alla rivoluzione francese
non vi è stata per Stirner che una continua
metamorfosi della credenza nel divino.
La storia umana è stata dunque, fino a
quel punto, la storia della libertà della
religione, la sua progressiva valenza
spirituale e istituzionale. Questa identificazione
tra cattolicesimo, protestantesimo, deismo
e umanitarismo non è arbitraria ai suoi
occhi, posto l'assunto che vuole la fenomenologia
del sacro come essenza della religione.
Per cui se gli zelatori del sacro sono
diversi, sono pur sempre tutti credenti,
non essendo la fede morale sostanzialmente
diversa da quella religiosa. In questa
critica, che configura una nuova versione
del principio di gerarchia nel mondo moderno,
Stirner dissolve l'idea di verità nella
ragione dell'unico. La verità è l'ultima
attestazione della divinità in quanto
intrinsecamente ontologica, dal momento
che esprime il mondo stesso dell'assiologia,
che non sarebbe più tale se non fosse
considerato vero. Può essere discusso
ogni singolo valore, ma non il concetto
di valore perché qualora ciò avvenisse
sarebbe come affermare che non c'è verità.
Con la morte della verità, come dimensione
di un dominio che sta sopra l'unico, muore
ogni trascendenza perché il solo orizzonte
ontologico è quello della proprietà dell'unico
intesa come capacità unicista di appropriazione
del mondo. Si apre così per Stirner il
varco della libertà effettiva dell'individuo,
una volta che questi, naturalmente, si
sia liberato da ogni soggezione alla trascendenza.
Ma sotto quale punto di vista la fine
di ogni trascendenza porta alla libertà?
Anche questa, per Stirner, può essere
una trascendenza, se viene intesa come
qualcosa di assoluto. Bisogna infatti
osservare che l'ideale della libertà assoluta
ripresenta le stesse assurdità di ogni
assoluto. L'assurdità consiste nel fatto
che l'ideale di libertà concepito come
una nuova missione da compiere, configura
un'astrazione alienante, dal momento che
esso, realizzandosi in sé e per sé, pone
un ambito di estraneità rispetto al singolo,
e quindi rispetto alla sua specifica libertà.
La libertà deve liberare l'unicità quale
dimensione autentica dell'individuo. Precisamente,
la libertà è mezzo all'autenticità dell'individuo
e l'autenticità dell'individuo è mezzo
alla verità della libertà, che risiede
nella sua effettività. La potenzialità
fonda la capacità creativa e propositiva
dell'io, la radicalità richiama la volontà
dell'individuo proprietario, termine ultimo
e non più scomponibile del processo di
secolarizzazione. In questo rapporto la
libertà individuale testimonia l'impossibilità
di un suo accordo con l'uguaglianza fra
gli individui. Infatti, se essa è la manifestazione
della reale potenza individuale, intesa
come potenza precisa di ogni specifico
unico, allora viene meno ogni confronto
generale. L'individuo è irripetibile e
dunque non è soltanto diverso da tutti
gli altri individui, ma è pure, rispetto
ad essi, incommensurabile. L'indicibilità
della singola esistenza impedisce la possibilità
di porre su uno stesso piano le diverse
capacità operative degli unici, cioè le
diverse libertà. Ogni universalismo è
falso, anzi alienante, per cui l'uguaglianza,
quale massimo ideale universale, non si
sottrae a questa sorte. L'uguaglianza,
per Stirner, è un non senso. Come la libertà,
come l'umanità, essa è soltanto un nome.
Si può dire però che l'azzeramento di
ogni alienazione, compresa quella data
dall'ideale dell'uguaglianza, permette
di fatto, attraverso le diverse libertà
individuali, la realizzazione piena delle
chances di tutti gli individui, di tutte
le loro possibilità esistenziali. Quindi
ogni esplicazione della potenzialità individuale
è, in ogni dato momento, l'uguaglianza
realizzata di tutte le libertà dei singoli:
qui l'uguaglianza delle possibilità non
viene dichiarata, ma praticata.
L'io
indicibile
Arriviamo
così a definire la natura anarchica della
libertà delineata da Stirner. Il processo
di secolarizzazione, nel suo disincanto
del mondo, ha evidenziato l'io come termine
ultimo della negazione del divino. La
logica intrinseca di questa scomposizione
della realtà gerarchica, dello svelamento
della sua immagine arbitraria, definisce
a sua volta l'io come il singolo esistenziale
e dunque come una realtà indicibile. Essendo
unica, singolare e irripetibile, questa
esistenza si sottrae a ogni attributo
universale, a ogni tentativo di definirla
e di fissarla e dunque di limitarla: niente
può veramente nominare e individuare l'unico.
Così l'"indicibile" è sempre aperto sulle
infinite possibilità esistenziali dell'unico
stesso. Esso si riserva all'infinito le
intenzioni di questa unicità, che nella
sua esistenza può tentare di essere tutto
ciò che vuol essere. Ma in che senso l'intenzione
apre l'orizzonte anarchico della libertà?
La libertà anarchica rovescia, anzi dissolve,
l'ideale umanitario nato dalla civiltà
stessa del cristianesimo. Questa svolta
epocale si verifica perché viene meno
ogni significazione esterna dell'individuo,
compresa, paradossalmente, anche quella
data dalla stessa libertà. Per cui il
rapporto tra la libertà e la storia diventa
l'impossibile incontro tra l'irripetibilità
dell'individuo concreto e la storia universale:
la caducità di quello dissolve l'astrazione
di questa. Attraverso l'esplicazione della
libertà si critica il diritto e lo Stato,
in quanto, anch'essi ultime forme secolarizzate
della metamorfosi religiosa. Ciò che accomuna
tutte queste realtà (Stato, politica,
diritto) è dunque l'uguale dimensione
autoritaria, che consiste nell'attribuire
all'essere umano una vocazione, una specifica
missione, pretendere insomma di sapere
quello che deve essere e quello che deve
fare. La politica è il prolungamento secolare
della religione: come la Chiesa è la forma
istituzionale di questa, così lo Stato
è la forma istituzionale della politica.
Lo Stato, infatti, non sarebbe tale se
non pretendesse di realizzare l'ideale
dell'umanità, cioè la forma secolarizzata
della religione. In questo senso lo Stato
moderno porta definitivamente a termine
la missione terrena della Chiesa: realizza
la santità sul terreno della storia mondana.
Ponendosi come unico depositario della
legge, e pertanto come unico rappresentante
della socialità umana, esso esprime la
dimensione del sacro nella sua valenza
terrena. Stato e Chiesa sono le estreme
forme istituzionali di questa sacralità
ipostatizzata e del suo ineliminabile
rapporto dialettico con la libertà del
singolo. Ma lo Stato, a differenza della
Chiesa, impersonifica con maggior perfezione
il principio di autorità grazie all'immanentizzazione
umanistica. Lo Stato è lo stesso principio
dominante eretto a istituzione perché
unisce la vocazione religiosa con la possibilità
secolare, per cui risulta che la forma
statale è più universale della forma ecclesiale.
Lo Stato, rispetto alla Chiesa, è la logica
tappa storica del processo di secolarizzazione,
l'umanità universalizzata nella sua forma
istituzionale, che si esprime inevitabilmente
nella legge dell'uomo contro la volontà
del singolo. Con ciò Stirner indica l'equivalenza
operata dal dominio statale, che in questo
caso si esprime traducendo il genere umano
nella forma istituzionale. Gli attributi
dell'uomo, trasferiti nell'ideale dell'umanità,
sono ricomposti nella forma coercitiva
dell'universalità statuale: non c'è vita
sociale fuori dello Stato perché non c'è
vita umana fuori da questo ideale. Esso
esprime tutta l'umanità, per cui chi non
rientra nel suo ambito non fa parte della
comunità degli uomini. Nello Stato si
rappresenta questa intera comunità, la
sua universale essenza, la sua genericità
tout-court. Esso si dà come realtà assoluta
perché è antecedente a ogni singola volontà.
Si tratta dunque di una presenza totale,
che discende non tanto da una particolare
forma dello Stato, ma dalla sua stessa
esistenza. La modernità è caratterizzata
dal paradosso Stato, che, mentre realizza
la vocazione dell'uguaglianza giuridica,
invera, per contro, l'aspirazione presente
in ogni epoca: porta infatti a compimento,
fino alla sua perfezione, il principio
di autorità. La rivoluzione francese rivela
così l'intima contraddizione insita nell'idea
moderna di emancipazione politica: cercando
il principio dell'uguaglianza si è realizzato
fino in fondo il principio di autorità.
In tal modo Stirner individua, in senso
fortemente anarchico, un passaggio chiave
della storia moderna: il percorso della
veicolazione del principio statale (inteso
come uguaglianza giuridica dei diritti)
attraverso il principio nazionale. è dunque
a quest'ultimo che va imputata, per l'anarchismo,
la forma ideologica della mistificazione
politica dell'uguaglianza democratica
nata nel 1789. Nel realizzare l'uguaglianza
dei diritti, la borghesia ha dunque portato
a compimento il principio di autorità
attraverso l'emancipazione politica. L'uguaglianza
giuridica, realizzando tale conquista,
ha dato piena libertà allo Stato, nel
senso, appunto, che da un lato esso si
invera nell'universalizzazione democratica
dei "cittadini", dall'altro, però, questa
universalità pone in essere la libertà
assoluta dello stesso dominio statale.
Con la radicale contrapposizione allo
Stato Stirner conclude la critica ai molteplici
aspetti del principio di autorità rappresentati
dalla religione, dalla Chiesa, dal diritto
e dalla legge. A questo insieme autoritario
egli oppone un rifiuto filosofico-esistenziale,
le cui implicazioni sono anche politiche
e sociali. Tuttavia, il senso della negazione
stirneriana, proprio per la sua radicale
valenza anarchica, non può essere traducibile
in un progetto collettivamente percorribile
sul piano storico, inteso, quest'ultimo,
quale campo d'azione determinato nello
spazio e nel tempo. Di qui la non risolta
dimensione della sua ribellione, i cui
presupposti epistemologici sono dati dalla
contemporanea contrapposizione e distinzione
tra essa e la rivoluzione. La rivoluzione
è la negazione di un dominio determinato,
la ribellione del dominio in quanto tale.
Mentre la prima si esprime come negazione
concreta, la seconda si dà come negazione
metafisica. La diversità della ribellione
rispetto alla rivoluzione è dunque chiara.
Non esiste, in Stirner, una teoria della
ribellione come strategia sociale dell'emancipazione.
In questo senso, ma solo in questo senso,
si può parlare dell'anarchismo stirneriano
come di un anarchismo particolare, sui
generis, non strettamente politico-ideologico,
ma precipuamente filosofico; oppure di
un rivoluzionarismo senza rivoluzione.
Il referente antagonista della ribellione,
infatti, è il paradigma del potere in
quanto tale, non la forma specifica di
un determinato potere. L'auto-valorizzazione,
quale tensione oppositiva all'auto-pauperizzazione,
delinea una specifica scelta metodologica
propria della prassi sovversiva, che può,
appunto come metodo, essere applicata
a tutte le situazioni storico-particolari.
Questo è dunque il senso ultimo della
ribellione, che in tal modo rende evidente
la dimensione irrisolvibile dell'anarchismo
unicista: ogni qual volta è messa in atto,
esso diventa abolizione del paradigma
del dominio in quanto tale perché, per
la propria natura, è impossibilitata a
prospettare un'azione di mediazione con
l'esistente. D'altra parte ogni rivoluzione
che non contempli la dimensione della
ribellione è destinata alla riformulazione
del potere. Di qui l'ulteriore distinzione
tra società e unione. La differenza consiste
nel fatto che la prima è sempre una perenne
forma istituente, la seconda una definitiva
forma istituita. Perché l'unione possa
sussistere è dunque necessario che i suoi
protagonisti siano continuamente pervasi
da una spinta vitale a volersi ritrovare.
Nell'immediata relazionalità posta dall'unione,
gli uomini, in quanto individui irripetibili,
smettono di avere qualcosa in comune,
ma nello stesso tempo smettono anche di
avere qualcosa che li divida. Come unici,
infatti, sono incommensurabili e dunque,
come non possono avere identità fra loro,
così non possono nemmeno avere contrasti.
In tal modo Stirner intende andare oltre
l'armonismo societario, nello stesso momento
in cui rifiuta però anche la strada della
conflittualità hobbesiana. Il problema
fondamentale di ogni risoluzione collettiva
consiste nel delineare un insieme sociale
quale continua espressione vitale degli
individui. Questo insieme, denominato
appunto unione, deve essere capace di
rispondere ai bisogni del singolo, ponendo
le premesse per il superamento della sclerotizzazione
del vivere in comune. Per superare ciò
che è sempre stata una ricorrente e pressoché
obbligatoria parabola storica (quella
del passaggio dalla originaria forma istituente
alla definitiva forma istituita), occorre
andare oltre il classico rapporto individuo-società,
particolare-generale. Si tratta, per Stirner,
di una falsa dicotomia, se intesa come
dilemma teorico da cui partire per risolvere
il problema societario. Infatti tale contrapposizione
tra soggettivo-oggettivo, unicità e universalità
esiste, ma la forma della sua esistenza
indica anche la sua ineliminabilità.
Federalismo
e autogestione
Abbiamo
visto che in Godwin e in Stirner il rapporto
fra libertà e uguaglianza non si risolve
in un nesso organico. Ciò avviene invece
con Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865)
che teorizza tale unione attraverso la
valorizzazione del movimento storico del
socialismo. Questo è concepito lontano
da ogni sogno utopistico di rigenerazione
totale e di metamorfosi antropologica.
Diventa perciò comprensibile la sua critica
alla dialettica di Friedrich Hegel. Mentre
questi definisce la realtà nella forma
triadica di una tesi e di una antitesi,
le quali si risolvono in una sintesi superiore,
Proudhon afferma che proprio le antinomie
sono la struttura stessa del reale. Ogni
sintesi è oggettivamente impossibile.
Il problema consiste nel trovare non la
loro fusione, che sarebbe la loro morte,
ma il loro equilibrio incessantemente
instabile. Nella sua dialettica, Proudhon
distingue la realtà, sede delle opposizioni
reali, dal discorso dialettico che ha
come obiettivo l'analisi di tali opposizioni.
Egli definisce quindi, kantianamente,
le opposizioni con il termine "antinomia"
e intende con ciò riferirsi all'espressione
della realtà delle cose nella loro fattualità;
diversamente queste stesse alterità non
sono più colte sul fatto, ma argomentate
nel discorso, sono da lui definite con
il termine controdiscorsi. Perciò il sistema
delle antinomie è il metodo impiegato
da Proudhon per interpretare la società.
Le antinomie, essendo espressione dell'opposizione
reale delle cose concrete, dimostrano
di per sé l'impossibilità di ogni sintesi
a priori e di conseguenza l'impotenza
oggettiva di ogni regime volto alla loro
forzata mediazione. Si specifica perciò
il suo sforzo teorico teso a individuare
la forma proporzionale delle parti, nel
senso di una loro sostanziale equivalenza.
Non esistono elementi più importanti e
decisivi di altri nella formazione della
realtà, nella strutturazione dello svolgimento
storico-sociale. È in tal senso che si
precisa l'idea di uguaglianza: come idea
di un rapporto reciproco, di un rapporto
commutativo. Questa logica di equilibrio
e di reciprocità sta alla base del pluralismo,
volto appunto a costituirsi come sistema
"aperto" capace di far convivere più tendenze
di per sé contraddittorie, a porsi come
estrinsecazione della libertà nel suo
infinito movimento. Perciò questa interdipendenza
indica un rapporto di uguaglianza e annuncia
in pari tempo la legge della reciprocità
e dell'equivalenza che è alla base del
mutualismo economico-sociale. Nello stesso
tempo, a partire da questa valenza ideologica
dell'uguaglianza, è possibile arrivare
anche a quella della libertà intesa come
pluralismo. Si delinea così in modo inequivocabile
il fondamento teorico del suo anarchismo,
ossia un relativismo pluralistico che
può essere considerato senza alcun dubbio
la chiave interpretativa di tutto il suo
pensiero, di tutta la sua dottrina. Ne
discende pertanto la sua analisi del lavoro
collettivo concepito come espressione
dell'attività di un essere sociale avente
una sua specifica realtà con proprie leggi.
La scoperta della società come un essere
collettivo reale, autonomo e immanente
a tutti i suoi membri, comporta immediatamente
la scoperta dei suoi due attributi fondamentali:
la ragione collettiva e la forza collettiva.
La
forza collettiva
Con
la nozione di forza collettiva Proudhon
precisa che gli individui, indipendentemente
dalle loro capacità e attitudini, vivendo
in società ricevono sempre di più di quanto
danno; in altri termini l'uomo, nel momento
in cui si inserisce nell'attività produttiva
e partecipa a un compito comune, diventa
immediatamente debitore verso la società
di cui fa parte. Questo perché qualsiasi
impresa produttiva e sociale, che riunisca
gli sforzi individuali altrimenti separati,
ha la capacità di generare, proprio attraverso
la coesione dovuta al lavoro collettivo,
una potenza economica e sociale essenzialmente
diversa dalla somma, anche infinita, degli
sforzi individuali divisi e non concomitanti.
Con la nozione di ragione collettiva Proudhon
aggiunge che gli individui non possono
associarsi veramente che alla sola condizione
che si realizzi tra loro uno scambio fondato
sull'uguaglianza. Infatti lo scambio tra
non uguali, generando disuguaglianza,
provoca continui conflitti sociali, rendendo
impossibile la piena realizzazione della
socialità umana. La ragione collettiva
si estrinseca dunque in questo principio
dello scambio paritario fondato su una
ragione necessaria, pena la fine della
società stessa. Perciò antagonismo e solidarietà,
divisione e composizione formano una coppia
antinomica irriducibile che si pone oltre
l'individualismo classico del liberalismo
e oltre l'universo tradizionale del comunismo,
per arrivare a una fondazione della società
che non è l'assoggettamento dell'individuo
alla collettività, né la subordinazione
della collettività all'individuo. Il primo,
infatti, pretende di liberare l'uomo isolandolo
e astraendolo dalla società, il secondo
considera l'uomo come una semplice unità
sottomessa a una collettività superiore,
la quale, schiacciando la personalità,
sfocia nel dispotismo. Con queste premesse
teoriche il pensatore francese prende
in esame ogni forma di proprietà, e quindi
ogni teoria che la sottende e la giustifica.
Quest'analisi lo porta a concludere che
nessuna delle teorie miranti a giustificare
tale processo di appropriazione riesce
a essere credibile. Non esiste una teoria
che riesca a dar ragione logica di questo
furto della forza collettiva, che riesca
a legittimare ragionevolmente l'esistenza
della proprietà. E tuttavia, in merito
a tale questione, più importante ancora
della critica alla concezione del regime
proprietario è la revisione e ridefinizione
proudhoniana del concetto stesso di proprietà,
con la distinzione fra questa e il possesso.
Proprietà
e possesso
Per
Proudhon la proprietà non consiste nella
facoltà da parte di una persona di fare
uso di un bene e di esserne responsabile,
ma più esattamente nel fatto economico
attraverso il quale la proprietà diventa
creatrice di interessi, diventa un capitale
fonte di tutte le forme di facile guadagno.
Il profitto, l'affitto, l'interesse, in
una parola il facile guadagno, sono tutte
forme di estorsione, di furto, di plusvalore
che Proudhon definisce e raggruppa nell'espressione,
intraducibile in lingua italiana, del
"droit d'aubaine". Diversamente deve essere
inteso il possesso: questo, infatti, è
l'uso socialmente responsabile di un bene,
al fine di trarne un frutto corrispondente
al lavoro individualmente fornito; si
tratta di un uso che non implica il diritto
assoluto di proprietà, né la possibilità
di trasformare il bene di cui si usufruisce
in un capitale, a sua volta produttivo
di altri, ulteriori beni. Approfondendo
l'analisi sociologica Proudhon è riuscito
a generalizzare la critica al concetto
di proprietà attraverso l'individuazione
del concetto di forza collettiva: essa
può essere estesa dal campo economico
a quello politico. Infatti lo Stato può
essere considerato "proprietario" della
volontà politica dei cittadini, il partito
politico della fede ideologica dei propri
iscritti. E ancora: come il capitale risulta
dal furto del prodotto della forza collettiva,
allo stesso modo il governo deriva dall'appropriazione
della forza sociale di cui si arroga la
direzione, e così via. La proprietà si
presenta quindi come un principio autoritario
di equivalenza allargato, nel senso che
proprietà e autorità diventano pressoché
sinonimi. Abbiamo detto che le antinomie
non possono essere superate, ma solo bilanciate
e modificate. Questo realismo, teso a
cogliere l'infinita pluralità della vita
comunitaria, ha il compito di evidenziare
la realtà obiettiva delle leggi socio-economiche,
affinché da queste leggi il socialismo
possa partire per realizzare i propri
scopi. Perché qui sta il punto: il socialismo
può realizzarsi solo mantenendo l'antinomia.
Anche lo Stato è la risultante dell'alienazione
della forza collettiva esplicitata a tutti
i livelli, da quello sociale a quello
economico, da quello culturale a quello
psicologico. Per mantenere la propria
esistenza, che è fittizia, esso non può
che perpetuare l'espropriazione della
società e quindi conservare la disuguaglianza:
solo a condizione che la società sia e
rimanga non egualitaria l'organizzazione
statale può sostituirsi a quella sociale,
il politico rispondere alle esigenze dell'economico,
lo Stato assolvere con autorità ciò che
la società dovrebbe svolgere con autonomia.
La contrapposizione fra politico e sociale
assume senz'altro la forma dello scontro
fra autorità e libertà; date queste radicali
premesse, Proudhon è conseguentemente
contrario a qualsiasi rivoluzione di tipo
politico, tale cioè da interessare soltanto
il potere. Comprendere la specificità
del politico, senza intenderlo come riducibile
a mero riflesso delle contraddizioni economiche,
significa leggere contemporaneamente la
logica del potere, sia nella sua forma
generale, sia in quella particolare. La
critica proudhoniana si estende a tutte
le forme del politico, da quella assolutistica
a quella democratica, perché tutte fondate
sull'idea che gli uomini debbano cedere
la loro autonomia e delegare il loro potere
al fine di costruire una sovranità che,
volenti o nolenti, dovranno poi rispettare.
Perciò solo nella società economica dei
produttori, che si contrappongono frontalmente
alla società politica dei dominatori,
è possibile rintracciare e svelare quella
dimensione creativa, spontanea e pluralista
dell'agire sociale quale segno inconfondibile
dell'emancipazione umana; solo all'interno
di una teoria e di una pratica economica
si possono correttamente trovare le ragioni
e gli scopi di una teoria e di una pratica
rivoluzionaria. Secondo Proudhon, le classi
operaie sono le sole che possono effettuare
la rivoluzione sociale. Tuttavia ciò non
avviene in virtù della contrapposizione
oggettiva fra capitale e lavoro; infatti
questa contrapposizione, sebbene sia la
caratteristica centrale del sistema capitalista,
è pur sempre una delle tante della società
gerarchica; inoltre non esiste una legge
deterministica che opponga le masse sfruttate
agli sfruttatori: la pluralità delle contraddizioni
mostra infatti che i cambiamenti storici
non hanno e non possono avere necessitanti
esiti univoci, che infiniti fattori dinamici
concorrono allo svolgimento complessivo
dell'evoluzione umana. Quindi i lavoratori
devono mirare all'universalizzazione dei
privilegi goduti dalla borghesia; devono,
cioè, universalizzare le sue originarie
libertà di classe, sorte inizialmente
quali strumento di dominio della borghesia
stessa. Il compito dei lavoratori non
è combattere contro le incompiutezze di
classe del liberalismo, per far sorgere
dalla classe proletaria un'altra libertà.
Ciò è semplicemente un non senso, dal
momento che il significato autentico della
libertà sta nella sua universalità. Bisogna
quindi conferire un significato universale
alla libertà, disgiungendola da ogni reazionaria
collocazione classista. Il socialismo
è dunque il superamento storico del liberalismo.
È così che la rivoluzione sociale realizza
il suo compito: portare al suo termine
finale l'evoluzione politica della società
risolvendola nella libertà e nell'anarchia.
Ora, qual è la concezione politica più
approssimata dell'anarchia? Il federalismo,
risponde Proudhon, ed è perciò qui che
egli focalizza la sua attenzione e la
sua riflessione in modo particolare. Il
federalismo proudhoniano sa risolvere
in una continua tensione di libertà i
termini, dati prima come teoricamente
insopprimibili, della libertà e dell'autorità.
Il federalismo, cioè, è la realizzazione
storicamente possibile della libertà e
dell'anarchia perché mantiene i due princìpi
di libertà e di autorità, risolvendoli
in una transazione che si dà come continua
divisione e ricomposizione, come continuo
conflitto e perciò, oggettivamente, come
continua tensione di libertà. La libertà
è la realizzazione di questa transazione,
che tende a spostare il peso dell'autorità
a favore della libertà, "essendo nella
natura delle cose" che il principio di
autorità sia "iniziatore" mentre il principio
di libertà determinante. Abbiamo detto
che la dialettica proudhoniana non risolve
in una sintesi superiore le opposizioni
della vita socio-economica. Tale concezione,
che vede nel continuo svolgimento delle
antinomie la struttura stessa del sociale,
porta Proudhon a formulare la dottrina
del federalismo pluralista, considerata
a suo parere l'unica realistica perché
le contraddizioni, costituendo la linfa
vitale della società, sono insopprimibili.
Esso infatti deve garantire, con la sua
dimensione aperta, l'eguale possibilità
di espressione di ogni individuo o gruppo,
in armonia con le proprie esigenze geografiche
e le proprie tradizioni storiche. Il sistema
federativo deve essere insomma il risultato
degli equilibri da ricercarsi nel rapporto
fra gruppi e individui, fra unità e molteplicità,
fra società globale e raggruppamenti particolari,
fra coesione e libertà. Riconoscere l'equilibrio
a ogni livello sociale è dunque il compito
fondamentale del socialismo che voglia
essere veramente autogestionario. Si delinea
a questo punto il problema fondamentale
della proprietà nel regime autogestionario.
Essa può definirsi come possesso nel senso
che, "socializzandosi" e "umanizzandosi",
diventa una funzione sociale definitivamente
sottomessa alla regolamentazione interna
del nuovo diritto economico e della giustizia
sociale. Su questa proprietà federalizzata
che cambia non solo di soggetto, ma di
natura, Proudhon fa poggiare la federazione
agricolo-industriale, la quale attribuisce
gli strumenti di produzione contemporaneamente
all'insieme della società economica, a
ogni regione, a ogni gruppo di lavoratori,
a ogni operaio e contadino considerati
individualmente. Essa organizza una proprietà
federativa e mutualista dei mezzi di produzione
i cui possessori sono simultaneamente
l'intera organizzazione economica, centrale
e regionale, le diverse branche dell'industria,
ogni fabbrica e infine ogni lavoratore.
Il possesso universalizzato non comporta
però la spartizione della proprietà, che
resta una e indivisa. In altri termini,
gli individui possono richiedere il riscatto
della loro parte, prodotta dal proprio
lavoro, al fine di realizzare un'altra,
ulteriore unità produttiva o sociale,
senza pretendere tuttavia la divisione
della proprietà precedente. Nella pluridimensionalità
dell'autogestione proudhoniana non deve
essere ravvisata una tendenza latente
e oggettiva all'integralismo sociale,
politico, economico e culturale. Il decentramento
e l'autonomia politica, sociale ed economica
dei gruppi e degli individui sono la garanzia
obiettiva della differenza fra piano politico
e piano economico perché nella concezione
proudhoniana la dimensione territoriale
non coincide con quella produttiva, né
quella produttiva con quella politica.
Rivolta
e rivoluzione
Il
nesso organico tra libertà e uguaglianza
che in Proudhon si esplicita come problema
di risoluzione di un equilibrio, con Michail
Bakunin (1814-1876) diventa il nucleo
dell'anarchismo inteso come pensiero in
azione: la libertà esprime il momento
della rivolta, l'uguaglianza quello della
rivoluzione. Sono due aspetti di una stessa
sequenza. Vediamo. La libertà è la cifra
dell'emancipazione dell'uomo e il fine
supremo della storia. Poiché in sé costituisce
un tema infinito, la libertà conferma
l'infinito e l'indefinito procedere della
storia, così da non darsi mai quale finalità
teologica, ma quale essenza umana: la
storia in sé e per sé non ha un fine prestabilito
perché quest'ultimo viene imposto dalla
volontà degli uomini. Dire libertà significa
dire umanità, nel senso che l'una definisce
l'altra. La necessità della libertà coincide
con la necessità dell'umanità perché un'umanità
non libera non è veramente tale. Solo
ciò che è umano può essere libero e un'umanità
libera si auto-riconosce come umana appunto
perché ha scelto di essere libera. L'uomo
è tale in quanto, a differenza di ogni
altro essere vivente, ha conquistato la
nozione di libertà ponendola quale condizione
primaria della sua identità ontologica.
Ma la libertà non è solo umana in senso
antropologico, lo è ancor più in senso
sociale. Non si è liberi se tutti gli
altri non lo sono, nel senso che l'universalizzazione
collettiva della libertà è la stessa libertà
individuale ampliata alla sua infinità.
L'universalizzazione della libertà rappresenta
la forma sociale dell'essenza umana: secondo
Bakunin, infatti, la vera libertà individuale
non può non farsi, immediatamente, libertà
generale. Ecco dunque il fondamento "oggettivo"
della libertà, nel senso che, delle varie
possibilità date all'umano di essere quello
che vuole essere, solo la libertà contiene
fino in fondo la cifra fondativa di se
stessa perché niente le è più universale.
L'universalità della libertà consiste
nel non essere preventivamente fondata
e dunque, proprio per questo, nell'essere
scelta all'infinito. L'impossibilità di
fondare a priori la libertà è la condizione
della sua unica e possibile fondazione
perché niente può essere più vero dell'umano
e niente può dare più umanità all'umano
che la sua forma sociale, la sua essenza
di libertà, appunto, ampliata all'infinito.
Preliminarmente il rapporto tra libertà
e rivolta è dato proprio dalla condizione
oggettiva della natura necessitante della
libertà stessa, nel senso che questa,
essendo la cifra specifica dell'umanizzazione
della società, è anche, per conseguenza,
la cifra specifica del grado di civiltà
prodotto dall'evoluzione umana. Questa
libertà, intesa come esito necessitante
dell'umanizzazione dell'umanità, non è
una forma di determinismo, ma di conoscenza
scientifica: soltanto se l'uomo è consapevole
di essere materialisticamente determinato
può essere libero. La libertà è rivoluzionaria
non quando attacca un'autorità storicamente
determinata, ma quando ne demolisce il
principio informatore, la cui natura non
può che essere metafisico-universale in
quanto essa, per l'appunto, è ravvisabile
in ogni particolare concretezza storica.
Il principio informatore, ovvero il concetto
sotteso all'esistenza specifica di ogni
realtà storicamente data. Ecco perché
Bakunin si pone contro i due massimi archetipi
dell'autorità: l'archetipo divino e quello
mondano, ovvero Dio e lo Stato. Essi non
sono due entità ideali, ma due princìpi
attivi, reali, sono le colonne sulle quali
si regge l'ordine gerarchico che governa
il mondo. Perciò solo assaltando il supremo
principio metafisico del cielo e della
terra diventa possibile demolire ogni
sua fenomenologia materiale.
Libertà
contro autorità
La
rivolta della libertà contro il principio
di autorità è prima di tutto la lotta
mortale dell'uomo contro Dio perché, in
quanto tale, Dio incarna il principio
di autorità concepito in termini assoluti.
La sua dimensione autoritativa si rinviene
nel suo stesso concetto. In quanto estremo
concetto metafisico, Dio rappresenta al
massimo grado l'autorità non tanto in
termini di "contenuto" (Dio padrone del
mondo), quanto in termini di forma. Essendo,
per l'appunto, concepito dall'uomo in
senso assoluto (sciolto cioè da ogni determinatezza)
esso non può che essere per eccellenza
proprio lo stesso principio di autorità
elevato alla sua più alta espressione:
infatti il principio, inteso per sua stessa
natura, è un concetto astratto e Dio è
la massima astrazione pensabile di questo
concetto. Prima di essere esistenza divina,
esso è l'archetipo supremo del dominio.
Si apre in tal modo il problema decisivo
della secolarizzazione. L'anti-teismo
sembra infatti implicare il trasferimento
dell'assoluto dal cielo alla terra e dunque
la divinizzazione dell'uomo. L'uomo nega
Dio diventando a sua volta Dio, per cui
il prometeismo tende a risolversi in delirio
di onnipotenza. L'uomo non ha più limiti,
egli può autorizzarsi qualsiasi cosa.
È inutile sottolineare le valenze nichilistiche
di questo processo che attraversa, quasi
senza soluzione di continuità, tutto l'ateismo
ottocentesco, da Auguste Comte a Karl
Marx, da Marx a Nietzsche. Ma, viene da
chiedersi, ciò vale anche per Bakunin?
Bakunin sembra essere consapevole di queste
implicazioni assolutizzanti, quando cerca
di rovesciare tale obiezione di fondo,
dimostrando che la divinizzazione dell'umano
è, invece, del tutto consequenziale alla
fede dei credenti, mentre, contemporaneamente,
l'ateismo postulatorio (la libertà dell'uomo
contro la libertà di Dio) non può che
sfociare nell'umanizzazione imperfetta
e dunque nell'esatto opposto di ogni delirio
di onnipotenza. Ciò avviene, però, soltanto
se la finitudine dell'uomo è attraversata
da quello scambio anarchico di libertà
tra gli individui che costituisce l'essenza
stessa della società. La libertà, infatti,
scaturisce dall'imperfezione umana, cioè
dal bisogno associativo degli individui
che si riuniscono appunto perché mortali,
finiti, imperfetti. La libertà anarchica
non può, di per sé, produrre alcun sogno
perfezionistico perché sancisce, all'opposto,
il bisogno dell'uomo di associarsi, unica
condizione perché la libertà diventi umana.
Insomma, l'equazione uomo-società-libertà
ci riporta alla dialettica tra finito
e infinito, attraverso la perfetta incompatibilità
antinomica, in termini di libertà, tra
l'uomo e la religione. Il delirio di onnipotenza
scaturito dall'ateismo non coinvolge l'anti-teismo
bakuniniano, che si fonda sul presupposto,
irrinunciabile, della libertà umana come
libertà ontologicamente imperfetta. L'unico
attuabile assoluto che gli uomini possono
edificare in terra consiste nell'"infinità
uguale degli uomini", nella "società",
e nasce dalla consapevolezza che l'umano
è libero solo se è sociale ed è sociale
solo se si riconosce come imperfetto:
la libertà dell'uomo è contro la libertà
di Dio perché rivendica la sua infinita
finitudine. A questo punto il rapporto
tra libertà e rivolta si allarga alla
seconda implicazione presente in questo
paradigma. Il contrasto tra libertà umana
e libertà divina implica l'ulteriore contrapposizione
tra libertà sociale e libertà politica,
tra società e Stato. L'equazione uomo-società-libertà
contiene questa seconda valenza, nel senso
che la lotta dell'uomo contro l'ente divino
porta per logica conseguenza alla lotta
dell'uomo contro l'entità statale. Lo
Stato, infatti, è il secondo archetipo
del dominio, la seconda impersonificazione
del principio di autorità, l'ulteriore
impedimento della libertà umana. E come
questa è incompatibile con quella divina,
così quella sociale è incompatibile con
quella politica: insomma, l'umano è antinomico
al divino come il sociale lo è al politico.
L'equazione uomo-società-libertà esprime
tutta la sua simmetria quando dà corso
alla seconda contrapposizione derivante
dall'intrinseca relazione tra Dio e lo
Stato. Ma cosa significa ampliare e rafforzare
sempre più la libertà? Significa questo,
ovviamente: universalizzare la libertà
stessa. E per universalizzarla c'è solo
un modo: perseguire l'uguaglianza. In
termini bakuniniani il problema chiave
del rapporto tra libertà e uguaglianza
non è quindi un rapporto dovuto a una
sintesi, ma a una estensione del primo
termine tramutatosi nel secondo. Di per
se stessa, l'uguaglianza non ha una fondazione
ontologica pari a quella della libertà:
essa è la libertà che si autoriconosce
nella sua realizzabilità storico-sociale.
L'umanizzazione della società avviene
per mezzo della libertà nell'uguaglianza.
Infatti la libertà di ciascuno non si
realizza che nell'uguaglianza di tutti.
La
divisione gerarchica del lavoro sociale
Bakunin
analizza la divisione gerarchica del lavoro
e specificamente la sua forma verticale
più evidente: quella fra lavoro manuale
e lavoro intellettuale, divisione che
costituisce a suo giudizio la causa costante
e principale della disuguaglianza sociale
e quindi delle classi. Tale separazione
deriva dal monopolio della scienza e,
in generale, dal monopolio di ogni conoscenza
socialmente utile ai fini del comando
economico e politico. L'analisi della
divisione gerarchica del lavoro permette
di risalire alla struttura che sta alla
base del principio di autorità e di gerarchia,
descrivendone e identificandone le componenti
costanti e le sue forme caratteristiche,
gli elementi che per la loro natura strutturale
si ripresentano e si concretizzano nelle
differenti società storiche, assumendo
di volta in volta le forme socio-economiche
a esse inerenti e l'apparato politico
che le vivifica e le giustifica. Si comprende
ora come si configuri nel pensiero dell'anarchico
russo l'abolizione delle classi: essa
non può che scaturire dalla abolizione
della divisione gerarchica del lavoro
e dalla conseguente socializzazione universale
del sapere. Nasce così la visione bakuniniana
dell'istruzione integrale quale propedeutica
all'integrazione del lavoro manuale e
intellettuale in ogni uomo e donna. Si
deve concludere che solo con l'istruzione
integrale uguale per tutti, tesa a portare
ogni individuo ai gradi più elevati della
conoscenza, si può realizzare l'uguaglianza.
Di qui la teorizzazione di una istruzione
e di un'educazione che siano finalizzate
a uno sviluppo integrale e armonico di
ogni potenzialità umana sia fisica sia
intellettuale in grado di superare l'alienazione
presente nella persistenza di ogni attività
unilaterale. Così il lavoro, ricomposto
nella sua totalità, farà dell'essere umano
una persona completa e libera rispetto
alla collettività e alla natura. E con
ciò entriamo nella dimensione socialista
del pensiero bakuniniano. Ancora una volta,
è la libertà a costituire il concetto
cardine su cui ruota la costruzione teorica
di Bakunin perché è solo nella misura
in cui questa libertà può essere universalizzata
che si apre lo spazio possibile della
socializzazione dei mezzi di produzione
e di scambio. Poiché non è concepibile
una trasformazione della società se non
partendo dalla indivisibile libertà individuale
e, d'altro canto, poiché questa libertà
può realizzarsi solo con l'instaurarsi
di un'effettiva uguaglianza fra tutti
gli individui, se ne deve dedurre che
i piani interagenti della libertà e dell'uguaglianza
sono l'imprescindibile condizione ideologica
per realizzare la società senza classi.
Si deve qui, pertanto, aprire una decisiva
distinzione tra socialismo, abolizione
delle classi e uguaglianza perché queste
tre definizioni non sono affatto sinonime.
Per Bakunin sia il socialismo sia l'abolizione
delle classi hanno senso solo se realizzano
l'uguaglianza, dato che questa non è automaticamente
implicita negli altri due termini: si
possono dare infatti un socialismo o una
società senza classi che non includano
per nulla l'edificazione effettiva dell'uguaglianza,
intesa, appunto, come universalizzazione
conseguente della libertà e dunque come
realizzazione-restaurazione delle diversità
naturali. In conclusione il concetto di
uguaglianza (come quello di libertà) è
infinitamente più universale di quello
di socialismo e di società senza classi,
che sono formulazioni legate a particolari
contingenze storiche. Il concetto di uguaglianza
rimanda a quello opposto di gerarchia
e questo all'idea di dominio, tutti termini
che di per se stessi non designano una
specifica società. In questo senso è solo
la categoria dell'uguaglianza che permette
a Bakunin di anticipare l'obiezione teorica
per una nuova diversa riproduzione gerarchica,
e cioè la teorizzazione della disuguaglianza
naturale e la conseguente giustificazione
ideologica dell'aristocrazia dell'intelligenza.
L'ideologia meritocratica, sanzionando
appunto, non più una disuguaglianza storica,
ma naturale, supera non solo ogni precedente
giustificazione etica della gerarchia
sociale, ma stabilisce e precisa, in questa
gerarchia, dei caratteri assolutamente
immodificabili. È evidente infatti che,
mentre gli impedimenti di carattere storico
sono tutti, volendo, eliminabili, quelli
di carattere naturale, sono, al contrario,
inamovibili: ammesso che fosse possibile
violentare la natura, quali forze storiche,
sociali, politiche assumerebbero questa
responsabilità? Chi, in altri termini,
porrebbe il proprio ordine in antitesi
con quello naturale? Per il pensiero bakuniniano
la teorizzazione della disuguaglianza
naturale (e la conseguente giustificazione
dell'aristocrazia dell'intelligenza e
della società meritocratica) non è che
l'ideologia più conforme al modello puro
di società autoritaria. Segnatamente essa
giustifica proprio quella divisione gerarchica
del lavoro sociale e, specificamente,
quella divisione verticale del lavoro
fra manuale ed intellettuale, la quale
costituisce, come abbiamo visto, la radice
strutturale della disuguaglianza sociale
fra gli uomini, la causa, cioè, costante
e principale di ogni sfruttamento economico
in tutte le sue variabili storiche. Bakunin,
puntualizzando la sua analisi attorno
ai termini profetici, ma non tanto immaginari,
di una possibile società organizzata e
governata da un'accademia di eruditi e
di sapienti, guidati pure sinceramente
dalle idee del bene e del vero, intuisce
la natura della nuova classe in ascesa
verso il potere. Essa fonda la sua forza
su una sorta di proprietà dei mezzi intellettuali
della produzione, e cioè sul possesso
delle conoscenze scientifiche, tecniche
e amministrative inerenti alle funzioni
direttive dei grandi aggregati economici
e politici. La "proprietà intellettuale"
è dunque il capitale specifico di questa
classe vera nuova aristocrazia, dedita
a quelle attività della sfera del lavoro
intellettuale corrispondenti alle funzioni
direttive nella divisione gerarchica del
lavoro sociale. La statalizzazione dei
mezzi di produzione, l'accentramento ai
vertici direzionali dello Stato delle
funzioni economiche, tecniche e scientifiche,
la pianificazione della produzione e del
consumo costituiscono la base socio-economica
di questa classe e la sua giustificazione
ideologica è la teorizzazione della meritocrazia
che, sanzionando una disuguaglianza non
più storica ma naturale, si esprime, come
abbiamo visto, come l'ultimo rifugio della
volontà di dominio. Abbiamo visto che
la rivolta della libertà contro il principio
d'autorità di per sé non necessita dell'uguaglianza,
mentre la libertà che chiede di universalizzarsi
diventa uguaglianza e, una volta riconosciutasi
in questa nuova posizione storica, sfocia,
inevitabilmente, nella lotta contro il
dominio storicamente dato: solo allora
la libertà diventerà rivoluzione. Ed è
qui che si apre la pagina più problematica
del pensiero bakuniniano. Nel farsi attivamente
uguaglianza, la libertà passa dal piano
della rivolta a quello della rivoluzione
attraverso una serie di travagli che segnano
contraddittoriamente il pensiero dell'anarchico
russo. Si tratta di incongruenze profonde
perché scaturiscono da un'azione che vuole
porsi contemporaneamente nella storia
ma contro la storia, da un progetto che,
pur riconoscendo l'oggettività di alcune
condizioni storiche, vuole forzarle ai
propri fini. In virtù di questa antinomica
duplicità, la teoria bakuniniana trasforma
l'immanentizzazione del divino in un'immanentizzazione
positiva e totale, nel senso che i valori
libertari ed egualitari da perseguire
non possono essere svolti separatamente
né, quindi, essere scissi nella storia
e nella società. Per cui la misura umana
del precedente anti-teismo si trasforma
in un prometeismo senza residui e la rivolta
anti-metafisica contro il principio di
autorità in una lotta contro qualunque
riproduzione storica del dominio e, più
in generale, dell'intero esistente. La
rivoluzione è il passaggio dall'autorità
storicamente determinata alla libertà
senza determinazioni e dunque essa non
può che delinearsi quale volontà di conferire
alla capacità umana la totale potenza
universale alienata da Dio, dallo Stato
e dall'assetto capitalistico-borghese
in un processo di trasformazione senza
interruzioni. Bakunin configura la teoria
anarchica della rivoluzione come teoria
che non conosce condizioni storiche particolari
ai fini del perseguimento del suo principio
perché fa coincidere, in un medesimo incrocio
spazio-temporale, volontà e progetto sovversivo,
nel senso che tutto deve accadere subito.
La
"fratellanza internazionale"
In
questo passaggio-superamento dal tempo
storico al tempo rivoluzionario si dispiega
il rapporto senza residui tra libertà
e rivoluzione. Pare evidente che il carattere
negativista della rivoluzione bakuniniana
condiziona in modo pressoché assoluto
l'azione sovvertitrice. Lo scopo principale
della rivoluzione consiste infatti nella
distruzione dell'esistente e, in modo
particolare, del suo principio informatore.
La centralità della lotta politica è data
quindi, in ultima analisi, dalla lotta
contro il potere statale, con il contraddittorio,
ma del tutto consequenziale, effetto che
ciò che viene negato (la politica, appunto)
è ciò che viene sostituito al fine originario
(la rivoluzione sociale). Insomma, per
favorire il dispiegamento del sociale
è necessario attivare il politico. Senonché
la rivoluzione politica, intesa in questo
senso, non può che essere una rivoluzione
di avanguardie perché solo le avanguardie
possono combattere una lotta di prima
linea. Ecco dunque la ripetuta teorizzazione
bakuniniana di una "fratellanza internazionale",
cioè di una minoranza rivoluzionaria che,
suscitando, organizzando e convogliando
a questo scopo l'energia sovversiva delle
masse oppresse, ha il compito di introdurre
l'elemento soggettivo e artificiale dell'insurrezione.
Comunque, l'insieme di tutte queste contraddizioni
deriva dal fatto che l'azione rivoluzionaria
vuole essere nella storia ma contro la
storia. La libertà, coniugata all'uguaglianza,
diventa così volontà di realizzare con
la forza tale unione. Ne consegue che
la rivoluzione non può che delinearsi,
a sua volta, quale atto totale, dal momento
che pretende di essere il compimento contemporaneo
e immediato di queste due dimensioni.
La radicalità del suo esistere, la verità
ontologica della sua azione si misurano,
infatti, dalla totalità dell'atto, dall'intenzione
della sua irreversibilità, dal fatto,
insomma, che essa è tale solo se pone
in essere la creazione di una nuova storia.
La libertà, che tramite l'uguaglianza
diventa rivoluzione, non può quindi sfuggire
alla morsa dell'antinomia perché la forzatura
del passaggio dai tempi storici ai tempi
rivoluzionari la porta alla sua auto-contraddizione:
la libertà che lotta contro l'autorità
non è antinomica, ma la libertà realizzata
per forza non può, ovviamente, che autocontraddirsi.
In tutti i casi i rivoluzionari devono
abbattere la società presente e solo in
minima parte costruire quella futura.
Bakunin, quindi, è contro la costituzione
del partito politico del proletariato
voluto da Marx e dai suoi seguaci. Costituendosi
inevitabilmente in organismo produttore
e monopolizzatore della scienza rivoluzionaria,
perché diretto in ultima analisi da un'élite
di intellettuali, il partito non fa altro
che favorire la formazione di una nuova
classe, riproponendo così con contenuti
diversi, ma con identica modalità formale,
i gradi gerarchici di ogni struttura autoritaria.
Il partito politico del proletariato,
infatti, in virtù della funzione intellettuale-direttiva
svolta, esercita in pratica il dominio
sulle classi popolari, cui è assegnata
la funzione manuale-esecutiva di massa
di manovra. Le conseguenze socio-politiche
di tale strategia saranno, per l'anarchico
russo, estremamente nefaste: abituate
a ubbidire durante il processo rivoluzionario,
le masse si ritroveranno sottomesse a
nuovi padroni dopo l'avvento della rivoluzione.
Si può ora rilevare nel pensiero bakuniniano,
alla luce del rapporto mezzi-fini, un'analogia
fra la divisione gerarchica del lavoro
sociale e la divisione gerarchica nell'attività
rivoluzionaria. è un'analogia che rende
inequivocabilmente palese l'abissale differenza
fra Marx e Bakunin, perché questi, come
voleva abolita la prima, così rifiutava
anche la seconda. E cioè, come alla divisione
gerarchica del lavoro sociale contrapponeva,
nei fini, la sua integrazione egualitaria,
così alla divisione gerarchica dell'attività
rivoluzionaria (teorizzata da Marx con
il partito) contrapponeva, nei mezzi,
la sua eguale integrazione. Vale a dire
la costruzione di un processo rivoluzionario
dove, già nel suo porsi, fossero prefigurati
gli obbiettivi finali della libertà e
dell'eguaglianza. Quindi, nessuna struttura
gerarchica, nessuna divisione verticistica
tra funzioni intellettuali-direttive e
funzioni manuali-esecutive. Un processo
perciò scaturito dal basso, senza una
testa autonominatasi avanguardia del proletariato.
Solo in questo modo sarebbe stata possibile
una reale ed effettiva crescita dell'autocoscienza
delle masse popolari ai fini della liberazione
umana. Ecco perché, a suo avviso, il superamento
della "proprietà intellettuale" dei mezzi
di produzione non poteva che passare attraverso
la distruzione della "proprietà intellettuale"
del processo rivoluzionario.
Solidarietà
e uguaglianza
Se
in Proudhon la libertà e l'uguaglianza
sono termini antinomici di uno stesso
equilibrio e in Bakunin sequenze dinamiche
di un processo calato contemporaneamente
dentro e contro la storia, in Pëtr Kropotkin
(1842-1921) vogliono essere momenti autentici
di una realtà allo stesso tempo naturale
e sociale. La ricerca di un fondamento
antropologico e scientifico dell'anarchia
come essenziale spiegazione e giustificazione
dei suoi valori trova infatti il suo punto
più alto e problematico nella sistemazione
dottrinaria kropotkiniana. La problematicità
è dovuta alla complessità dell'accostamento
pressoché antinomico fra natura e cultura,
ovvero tra la libertà e l'uguaglianza
date come dimensioni autenticamente naturali
dell'agire umano e la giustificazione
della libertà e dell'uguaglianza concepite
quali valori etici generali ed esaustivi
della socialità dell'uomo. Quello di Kropotkin
è il tentativo di giustificare la libertà
e l'uguaglianza attraverso una spiegazione
di tipo naturale. L'accostamento appare
antinomico e problematico perché, mentre
la giustificazione attiene al campo dell'etica,
la spiegazione si risolve in quello della
scienza. Perciò ecco il teorema di Kropotkin:
dare la giustificazione dell'etica attraverso
la spiegazione della natura. Ma come risolvere
la natura nella cultura, la scienza nei
valori? Cioè come formulare una spiegazione
che stia a fondamento della giustificazione
quale espressione logica dell'equazione:
etica uguale autenticità naturale? La
risposta kropotkiniana si può riassumere
in questa progressiva articolazione: una
attenta analisi della natura permette
di cogliere la struttura logica che presiede
al suo dispiegamento; quest'ultimo può
essere sinteticamente riassunto come quel
movimento evolutivo che va dalla necessità
alla spontaneità: la spiegazione della
necessità naturale si traduce dunque nella
giustificazione della sua spontaneità.
A sua volta l'immediata valenza della
spontaneità non può che essere colta sotto
il significato della libertà. Natura,
spontaneità, libertà: questi i termini
della sequenza progressiva insiti nella
risposta dell'anarchico russo. A renderli
evidenti nella loro intrinseca logicità
concorre quindi l'unica branca della ricerca
umana capace di una tale indagine: la
scienza. Per Kropotkin, dunque, non solo
si può assegnare alla scienza una funzione
ideologica in senso progressista e libertario,
ma anche, per converso, assegnare all'anarchismo
il compito di una comprensione scientifica
che si identifichi con quella delle scienze
naturali. Natura, spontaneità, libertà,
ecco i tre termini delineati sopra, qui
uniti dal filo della spiegazione scientifica
come giustificazione della loro duplice
sequenza progressiva perché, se si può
arrivare all'anarchia partendo dalla natura,
si può ritornare a questa partendo dall'anarchia.
E ciò per il particolare significato che
Kropotkin assegna alle scienze naturali,
quelle scienze, appunto, in grado di operare
l'accostamento fra natura e cultura, fra
scienza e valori. Ne consegue che Kropotkin
delinea la società anarchica quale società
naturale che si riconosce come l'autentica
società umana. E questo riconoscimento
della socialità naturale dell'uomo, del
solidarismo spontaneo dell'agire umano,
della sua immediata significanza anarchica,
tutto ciò, appunto, è dovuto alla comprensione
scientifica intesa nella sua accezione
più vasta, come idea generale di spiegazione
di quel rapporto fra uomo e natura che
è oggettivamente privo di soluzioni di
continuità. Per elaborare dunque le strutture
portanti della società liberata dal dominio
è necessario innanzitutto individuare
quelle forze vitali che sono più consone
a tale progetto. Esse permetteranno di
concepire la possibilità dell'emancipazione
umana a partire da una condizione oggettiva
sempre operante in tutto il corso della
storia. Tali forze sono la solidarietà
e il mutuo appoggio, fattori supremi della
civiltà. La ricerca kropotkiniana vuole
dimostrare l'inconsistenza scientifica
di quella linea culturale del bellum omnium
contra omnes che va da Thomas Hobbes a
Thomas Huxley, secondo cui la legge della
vita si compendia nella lotta tra le specie
e tra gli individui all'interno della
stessa specie; linea che porta a riconoscere
l'ineluttabilità dell'affermarsi dei più
forti. La valenza politica di questa credenza
universale, che alla fine dell'Ottocento
è riformulata sotto il nome di darwinismo
sociale, si rintraccia nella giustificazione
ideologica del capitalismo più sfrenato
e dunque la sua importanza supera di gran
lunga la cifra specificamente scientifica
della stessa teoria. È evidente che Kropotkin
considera centrale demistificare questa
concezione conflittualistica del mondo:
qualora infatti risultasse che essa risponde
a verità, sarebbe impossibile pensare
a una società anarchica che, al contrario,
pone l'armonia, l'uguaglianza e l'amore
tra gli esseri umani quali premesse indispensabili
per il suo stesso costituirsi.
Il
mutuo appoggio
Kropotkin
vede una correlazione strettissima tra
la pratica del mutuo appoggio e la tendenza
associativa, nel senso che queste forme
sono aspetti di un'unica realtà: quella
della vita in generale. La vita animale
è di per se stessa eminentemente sociale.
Ugualmente, la vita umana risponde alla
medesima tendenza. Poiché non esiste soluzione
di continuità tra il regno animale e quello
umano, ne deriva che in quest'ultimo l'associazione
assume funzioni simili. A suo giudizio
perciò occorre indagare quelle leggi comuni
che governano entrambi questi universi
e che costituiscono la trama universale
della vita presa nella sua interezza.
In questo senso (siamo al punto decisivo)
la teoria kropotkiniana, che paradossalmente
ha vaghe reminiscenze romantiche (l'unità
della natura), vuole essere una concezione
universale capace di andare oltre la specificità
del mondo storico. Essa non analizza separatamente
i contenuti dell'azione umana, siano essi
politici, economici, culturali, religiosi.
Nemmeno ne indaga l'intreccio considerato
di per se stesso. Non è quindi una concezione
economicistica o politica o genericamente
etico-antropologica. Essa vuole essere
molto di più: una concezione biologica,
una teoria onnicomprensiva dell'essere
vivente. Da questo punto di vista, è perfettamente
equidistante da quella di Marx come da
quella di Bakunin (ma anche, ad esempio,
da quella di Godwin). Bisogna tener presente
questa fondamentale premessa per capire
il senso della filosofia kropotkiniana
della storia. Debitrice dell'evoluzionismo,
essa afferma l'esperienza comune dell'umanità,
nel senso che, poste alcune condizioni
generali, le necessità della vita sono
sostanzialmente le stesse, per cui ne
consegue che nel corso del tempo gli uomini
finiscono per percorrere canali pressoché
uniformi. Di conseguenza, il fatto che
l'analogia di un particolare stadio rispetto
a un altro derivi da imitazione o da invenzione
indipendente, che sia convergente o parallela,
multilineare o unilineare non può intaccare
il carattere unico dell'umanità, anche
se questa si presenta sotto forme storico-culturali
assai diversificate. La storia dell'uomo
non ha fondazione autonoma, creatrice
di proprie forme e di proprie leggi, perché
è una variabile della più grande storia
della natura, come questa, a sua volta,
non è altro che l'espressione dinamica
della vita intesa nel senso universale
del termine. Le leggi di questa si impongono
alle vicende degli uomini e perciò, da
questo punto di vista, la lotta tra libertà
e autorità, tra uguaglianza e disuguaglianza
si delinea quale momento di una continua
opposizione trasversale tale da determinare
tutti i possibili comportamenti storici.
Ne consegue che nel pensiero kropotkiniano
non c'è un concetto di lotta sociale inteso
quale lotta di classe, appunto perché
il conflitto non è precipuo di una specifica
situazione spazio-temporale, in quanto
scaturisce da una contrapposizione universale:
il mutuo appoggio e la lotta sono momenti
che attraversano tutta la storia dell'uomo
perché sono insiti nelle leggi della vita;
anzi, sono la vita stessa intesa sul piano
storico-umano. A questo punto è lecito
domandarsi: come è possibile giungere
a una condizione di bene universale propulsivo
alla nascita della società anarchica?
Come si può interrompere l'avvicendamento
continuo di lotta e solidarietà, facendo
inclinare la bilancia dalla parte del
mutuo appoggio? La risposta kropotkiniana
si fonda innanzitutto sulla constatazione
del rapporto necessitante tra evoluzione
determinata e le modalità spontanee di
questo stesso procedere. A partire da
questa relazione fra necessità e spontaneità
deve essere elaborata un'etica capace
di riportare la vita degli uomini alla
loro originaria autenticità antropologica.
Si scoprirà la forma intrinsecamente solidaristica
della vita associata, che risulta tanto
più forte quanto è maggiore il grado di
sedimentazione evolutiva precedente. Va
qui sottolineato che per Kropotkin la
socievolezza non è una scelta dei protagonisti,
ma una necessità della specie, non discende
dalla volontà dei singoli, ma dalla loro
appartenenza alla collettività. E la società,
a sua volta, è il risultato dell'evoluzione
spontanea della natura perché deriva da
un lento, ma irreversibile sviluppo delle
potenzialità libertarie ed egualitarie
latenti negli esseri viventi, per cui
soltanto la piena coscienza scientifica
di questa tendenza naturale trasforma
la sua datità deterministica in una possibilità
progettuale di liberazione: gli individui
si liberano solo attraverso il pieno riconoscimento
della loro inscindibile appartenenza alla
specie e dunque della loro ineliminabile
dimensione collettiva.
Responsabilità
individuale
Con
tali premesse profondamente deterministiche,
Kropotkin tenta di risolvere il problema
chiave dell'etica: la responsabilità individuale
derivante dall'implicito corollario del
libero arbitrio. Si tratta di una questione
ardua, che non sembra trovare una facile,
rassicurante e univoca soluzione. Come
si deve stabilire ciò che è bene e ciò
che è male per definire socialmente un'approvazione
o una condanna? Come risolvere il classico
dilemma della morale, vale a dire il problema
del libero arbitrio? Gli uomini hanno
l'autonoma capacità e responsabilità di
fare il bene e il male? E cosa sono, sotto
il profilo ontologico, il bene e il male?
La risposta di Kropotkin a questo proposito
è chiara: l'idea del bene e del male non
ha nulla a che vedere con la religione
o con la coscienza misteriosa: è un bisogno
naturale delle razze animali. E quando
i fondatori delle religioni, i filosofi
e i moralisti ci parlano di entità divine
e metafisiche, non fanno che ripetere
ciò che ogni formica e ogni passero praticano
nelle loro società. è questa cosa utile
alla società? Allora è buona. È nociva?
E allora è cattiva. Il che significa direche
l'etica ha una valenza solo sociale e
che le motivazioni e gli impulsi dell'azione
umana sono ontologicamente insignificanti,
visto che vengono dettati comunque da
un insopprimibile e oggettivo bisogno
naturale. In ultima analisi, ciò che conta
è il risultato effettivo e concreto dell'agire,
l'esito, per l'appunto, sociale dell'azione.
Il senso ideologico profondo dell'interpretazione
kropotkiniana dell'etica risiede, in ultima
analisi, nella ricerca di una sua progressiva
delineazione immanentistica, definibile
in chiave materialistica e realistica
perché essa vuole prescindere da ogni
elaborazione religiosa, mistica e, più
in generale, idealistica. La radice oggettiva
e radicale di tale immanenza consiste
nel rapporto intrinseco e necessitante
tra etica e società, tra le forme dell'agire
e le determinazioni contestuali, dato
che l'etica è l'insieme delle norme senza
le quali gli uomini non possono vivere
in comune. La società anarchica delineata
da Kropotkin non vuole essere la rappresentazione
di una realtà statica, uniforme e conchiusa,
di una realtà totalmente altra rispetto
al presente, ma la raffigurazione complessa
delle sue possibilità latenti, dispiegate
in tutta la loro multiforme e inesauribile
ricchezza. Essa respinge con forza l'idea
di una costruzione sociale come una realtà
inventata ex novo, come un'espressione
di pura desiderabilità intellettuale.
Piuttosto vuole configurarsi come un universo
pluralistico continuamente componibile
e scomponibile secondo le scadenze imposte
da un divenire incessante ed emergente
e perciò come una continua risposta alla
sovrapposizione di realtà mutevoli; essa
vuole essere insomma il risultato necessario
e libero dell'aumento continuo dei bisogni
dell'uomo civilizzato. In questo senso
diventa logico modellare le istituzioni
umane sui ritmi naturali della crescita
sociale, immettendo nella creazione culturale
delle forme continuamente adattabili e
funzionali al senso spontaneo dello sviluppo
collettivo. Una società che per principio
fonda il rapporto tra i gruppi e gli individui
su impegni reciproci, liberamente conclusi
e sempre revocabili, come pure su usi
e costumi bene accetti da tutti. Questi
costumi, però, non devono essere pietrificati
e cristallizzati dalla legge; ma conviene
abbiano un'espansione continua, adattandosi
ai bisogni nuovi, ai progressi del sapere
e delle invenzioni, e al crescere di un
ideale sociale sempre più razionale e
sempre più elevato. La rete di questa
comunità si compone di un'infinita varietà
di associazioni federate di tutte le dimensioni
e gradi. Come nella vita organica, l'armonia
risulterebbe dall'assestamento e riassestamento,
dall'equilibrio continuo di forze e di
influenze diverse secondo una radicale
insorgenza dal basso, una irreversibile
immanenza del sociale che deve rendere
impossibile ogni costruzione politica
imposta dall'alto. Di qui comuni indipendenti
per gli aggruppamenti territoriali, vaste
federazioni di mestieri per gli aggruppamenti
di funzioni sociali e aggruppamenti di
affinità personali, varianti all'infinito,
di lunga durata o effimeri, creati a seconda
dei bisogni del momento per tutti gli
scopi possibili. Per Kropotkin la libertà
e l'uguaglianza non sono costruzioni culturali
che modificano le tendenze naturali, ma
sono espressioni funzionali di queste
tendenze. Un piano della libertà e dell'uguaglianza
deve esplicarsi, secondo l'anarchico russo,
attraverso due aspetti complementari:
l'integrazione in ogni individuo del lavoro
manuale con quello intellettuale, l'integrazione
geografico-sociale della città con la
campagna. I due aspetti sono complementari
perché mirano al superamento di due forme
dello stesso fenomeno del dominio, concepito
secondo il più classico schema anarchico,
vale a dire quale rapporto che va dall'alto
al basso, dal centro alla periferia, dal
punto più alto della piramide alla linea
più bassa della base. Di qui l'analogia
formale: come il lavoro intellettuale
è dominante rispetto a quello manuale,
così la posizione della città è dominante
rispetto a quella della campagna: non
si può integrare l'uno senza integrare
l'altra. Il significato profondo di questa
duplice e organica integrazione è dato
dalla sua valenza armonica, dalla capacità
di unire i valori anarchici della libertà
e dell'uguaglianza con l'efficienza tecnico-scientifica
ed economica-sociale. Ancora una volta,
la norma del dover essere si coniuga con
la constatazione dell'oggettività necessitante
della sua utilità pratica. Ne deriva,
in questo caso, l'idea del perseguimento
dell'uomo completo. Come Bakunin, Kropotkin
ritiene che il superamento della divisione
gerarchica del lavoro sia la via maestra
per l'abolizione delle classi. L'integrazione
fra lavoro manuale e lavoro intellettuale,
fra industria e agricoltura, fra città
e campagna non risponde soltanto a un
problema economico, ma dà pure corso a
un'esigenza più profonda: quella di esprimere
in senso culturale ciò che è intrinseco
in senso naturale. Attraverso la concezione
geografico-sociale, l'utopia kropotkiniana
fa ritornare il duplice e reversibile
passaggio dalla natura alla storia e dalla
storia alla natura.
Volontà
ed etica
Errico
Malatesta (1853-1932) è l'ultimo pensatore
"classico" della storia dell'anarchismo.
Egli appare come un "sintetizzatore" che,
alla luce dell'esperienza storica, sistematizza
la dottrina al fine di tramutarla da verbo
ad azione. Tuttavia, in questo sforzo
teorico, Malatesta va molto al di là di
una semplice sintesi perché tenta di conferire
all'anarchismo un respiro universale libero
da ogni ipoteca dottrinaria. Per arrivare
a questo traguardo Malatesta ha diviso
l'anarchia (il fine) dall'anarchismo (il
mezzo). I fini dell'anarchia sono stati
separati dalla sua scienza analitica per
dimostrare che la validità universale
dell'idea anarchica non è condizionata
dalla comprensione e dalla considerazione
storica del presente, per cui, una volta
individuate le tendenze e i significati
di queste forze, il futuro si dia come
complessiva deduzione del passato. Svincolando
e autonomizzando i fini anarchici da qualunque
deduzione che voglia essere necessitante,
univoca e definitiva con il presente,
si afferma che la deduzione stessa è già
implicita nelle cose, che sempre ci sarà
il modo più adeguato per esplicitarla
finché tali cose non si risolveranno nell'ordine
futuro. In altri termini, poiché l'analisi
muta con la diversità del contesto, è
inutile e dannoso far dipendere gli scopi
dell'anarchia da questo mutamento. Essi
non possono essere dedotti da un presente
in continua trasformazione, né possono
essere ricavati da una sua pura negazione.
La validità storica dell'idea anarchica,
invece, discende dall'universalità dei
suoi valori propositivi. Infatti, per
darle un fondamento veramente universale
bisogna riflettere su ciò che la motiva.
Si vedrà così che la motivazione, o l'insieme
delle motivazioni che la sostanziano,
non sono dovute a una deduzione, ma rispondono
a un'aspirazione. I suoi scopi sono tutti
costituiti da valori, che trascendono
ogni contingenza storica e ogni particolarismo
sociale. Ne viene, del tutto logicamente,
che l'anarchia non è fondata su un essere,
ma su un voler essere: in questo modo
essa ha un respiro universale. La grande
divisione epistemologica fra anarchia
e anarchismo è la divisione fra giudizi
di fatto e giudizi di valore, fra scienza
ed etica. L'anarchia, infatti, è un'aspirazione
umana, che non è fondata sopra nessuna
vera o supposta necessità naturale, e
che potrà realizzarsi secondo la volontà
umana. Questa "aspirazione umana" si pone
oltre ogni valenza razionale e teoretica.
Detto in altri termini, l'anarchismo è
prima di tutto un'etica che va al di là
di ogni spiegazione razionale perché è
nato dalla rivolta morale contro le ingiustizie
sociali. In quanto aspirazione umana verso
la libertà universale, si pone oltre la
necessità naturale, come ogni altra necessità
storica o scientifica. L'anarchia infatti
è una costruzione culturale e il concetto
di libertà ne è la massima espressione,
nel senso che testimonia la valenza tutta
precaria e volontaria di tale conquista.
Al centro della teoria dell'azione malatestiana
vi è il problema della rivoluzione, considerata
un passaggio pressoché obbligato per giungere
a una condizione generale di libertà per
tutti, anche se non ancora all'anarchia.
La rivoluzione è giudicata obbligatoria
per il rapporto di forza esistente nella
società. Le classi privilegiate non permetteranno
di farsi spodestare dai loro privilegi,
se non con un'azione violenta da parte
dei subordinati. Poiché la rivoluzione
non può essere evitata, è necessario che
essa sia il più possibile l'esito di una
volontà cosciente e non il mero prodotto
di circostanze storiche. Dunque, prima
di tutto la rivoluzione, la quale deve
sbarazzare il campo dagli ostacolo materiali
che impediscono il libero dispiegarsi
della volontà popolare emancipatrice.
La rivoluzione è sempre produttrice di
due forze contraddittorie: la prima è
quella creatrice della distruzione del
vecchio potere, la seconda è quella restauratrice
del nuovo dominio. L'anarchismo può solo
legarsi alla prima di queste due fasi.
Del resto non potrebbe essere diversamente.
Analogamente a tutti gli anarchici, Malatesta
intende la rivoluzione come liberazione
della prima fase, il cui svolgimento non
può avere un progetto univoco. Il binomio
volontà-rivoluzione non deve assolutamente
essere inteso come volontà di imposizione
o come volontà di purificazione palingenetica.
Da quanto detto sin qui, si può notare
come per Malatesta l'azione rivoluzionaria
si divida in due tempi. Il primo è quello
della distruzione violenta delle condizioni
materiali che non permettono una libera
evoluzione umana; il secondo è l'esplicazione
di questa evoluzione, che esige la più
ampia libertà per tutti di sperimentare
varie forme sociali e che, pertanto, non
può essere condotta con metodi coercitivi.
Essa può solo costituire il momento del
pacifico confronto delle varie idee di
ricostruzione della società. A questo
punto si deve ricavare l'inequivocabile
considerazione che Malatesta finisca,
suo malgrado, col mettere in luce la mancanza
di una scienza politica anarchica. Essa
deriva dal fatto che gli anarchici non
hanno la forza sufficiente per perseguire
i propri scopi, né la volontà (anche qualora
la situazione fosse diversa) di imporre
qualcosa. Così, se gli anarchici non vogliono
e non possono imporre coattivamente le
loro idee, e ritengono che nemmeno gli
altri abbiano il diritto di farlo, si
arriva, del tutto logicamente, a una situazione
dettata solo dai rapporti di forza. Se
a questo punto si tiene conto che l'anarchismo
è una delle forze agenti nella società
e che la storia camminerà, come sempre,
secondo la risultante delle forze, ne
deriva ovviamente la necessità di un'azione
di forza e dunque il problema dell'uso
della violenza. Si apre così una serie
di questioni contraddittorie. Infatti,
se l'anarchia vuol dire per principio
non-violenza, non-dominio dell'uomo sull'uomo,
non-imposizione per forza di uno o di
più su quella degli altri, come va usato
il mezzo della violenza senza farsi sopraffare
dalla sua logica? Dove inizia e dove finisce
la sua necessità? E chi ha il diritto
di usarlo?
Il
problema della violenza
Date
queste incongruenze, Malatesta non poteva
che considerare la violenza rivoluzionaria
una dura necessità per evitare, appunto,
di scambiare il mezzo col fine. L'azione
anarchica, quindi, deve contemplare la
violenza come necessità di liberazione
dalla violenza dei governi e dei padroni,
non per edificare l'anarchia. La necessità
della violenza, pertanto, si giustifica
come extrema ratio, quasi come riluttante
considerazione dell'impossibilità di fare
altrimenti. La ricerca continua della
coerenza tra mezzi e fini, per evitare
il "paradosso delle conseguenze", porta
Malatesta al rifiuto sistematico di ogni
forma di coazione dell'atto sovversivo
e dunque alla critica di tutte le forme
ideologiche di tale terrorismo. Il rifiuto
malatestiano è di principio e di metodo.
La difesa della rivoluzione non può essere
attuata che con quei mezzi che sono in
coerenza con gli scopi della rivoluzione
medesima. Date tali premesse di principio
e di metodo, è logico che Malatesta sia
radicalmente contrario alla dittatura
rivoluzionaria. Poiché vuole essere il
risultato riassuntivo della rivoluzione,
e perciò rappresentare la somma di tutti
i poteri storicamente dati in quel momento,
essa esprime un potere totalitario, la
cui mistificazione ideologica suprema
è data dalla formula marxista della dittatura
del proletariato. Se la storia non ha
un fine, è ovvio che l'esito della lotta
dipenda dal rapporto di forze in campo,
ma questo, a sua volta, è determinato
dall'energia interna delle forze stesse.
Poiché l'obiettivo degli anarchici consiste
in una rivoluzione radicale in grado di
spazzar via ogni forma di privilegio e
di ingiustizia, è necessario a questo
proposito avere presente la scarsa possibilità
che le grandi masse popolari seguano i
rivoluzionari su questo terreno di scelta
totale. E ciò perché le masse seguono
i loro interessi materiali, che, di per
sé, ai fini della trasformazione sociale,
non sono portatori di nulla.
Movimento
politico e movimento economico
Applicando
la distinzione tra giudizi di fatto e
giudizi di valore, Malatesta si schiera
a favore di una sostanziale divisione
fra movimento politico e movimento economico.
Il movimento politico persegue fini universali
(la sua valenza è rivoluzionaria perché
le sue motivazioni sono ideali); il movimento
economico persegue fini particolari (la
sua valenza è riformista perché "l'interesse
è conservatore"). Questa divisione è a
sua volta conseguenza della distinzione
tra movimento operaio e dottrina sindacale.
Si tratta soltanto di constatare la sua
importanza storica, senza caricarla di
significati metafisici, come fanno invece
i sindacalisti puri o rivoluzionari. è
necessario che l'organizzazione sindacale
rifletta tale giudizio di fatto, delineandosi,
per l'appunto, come un semplice fatto,
cioè mantenendo la sua intrinseca e naturale
non intenzionalità ideologica. E ciò perché
il sindacato, essendo portatore di interessi
particolari, è per sua natura corporativo;
non si può dunque caricarlo di un compito
(la rivoluzione sociale) che non saprebbe
comunque assolvere. è necessario quindi
che non subisca divisioni ideologiche
al proprio interno, mantenendosi sul terreno
esplicito della sua natura di parte. Il
movimento anarchico deve rimanere un movimento
specifico perché la sua peculiarità è
indispensabile al mantenimento degli scopi
dell'anarchismo, mentre gli anarchici
possono (anzi, devono) rapportarsi alle
organizzazioni del movimento operaio e
popolare. Essi costituiscono la presenza
politica dell'emancipazione umana nell'azione
storica dell'emancipazione popolare. La
mutevolezza, gli avanzamenti e gli arretramenti
del movimento operaio non devono compromettere
l'azione rivoluzionaria dell'anarchismo
perché questo, pur coniugandosi con tutte
le vicissitudini storiche popolari, ha
il compito di mantenere e ribadire incessantemente
il valore della liberazione integrale.
Il movimento anarchico non si costituisce
in avanguardia rivoluzionaria dell'azione
economica delle classi inferiori, ma in
irriducibile presenza rivoluzionaria dell'emancipazione
universale entro tale azione. Così il
perseguimento specifico dei fini anarchici
non fa violenza al livello storico raggiunto
dalle classi popolari. Lo stesso discorso
relativo alla distinzione fra anarchismo
e anarchia, fra giudizi di fatto e giudizi
di valore, è applicato anche alla composizione
delle forze all'interno del movimento
anarchico specifico. Malatesta era favorevole
all'organizzazione economica comunista
della società, riassunta nella nota formula
"ognuno dà secondo le proprie forze e
riceve secondo i propri bisogni". Ma ciò
non gli ha mai impedito di ribadire la
relatività e la contingenza di questa
stessa concezione perché, come tutte le
teorie e le ipotesi, essa poteva avere
valore solo qualora fosse stata sottoposta
al vaglio dell'esperienza concreta. Il
pluralismo, la radicale convinzione della
relatività di ogni tendenza, la consapevolezza
del rapporto tutto libertario ed egualitario
fra proposte e loro conferma pratica,
rendono la concezione economica malatestiana
equilibrata, complessa e multiforme, autenticamente
anarchica. Ogni idea e ogni proposta devono
essere confermate dai fatti. E ulteriormente
viene precisato: "Noi anarchici siamo
comunisti perché pensiamo che il comunismo
è mezzo alla libertà. In tutti i casi,
il comunismo imposto provocherebbe la
reazione e la domanda sociale e politica
di un ritorno al passato". La sottovalutazione
delle varie dottrine e tendenze è l'indice
più evidente della riflessione malatestiana
rivolta al decantamento storico dell'anarchismo
come puro anarchismo, cioè come anarchismo
ridotto a etica. A questo proposito è
necessario considerare un paradigma decisivo:
il confronto fra anarchia e democrazia,
che allude a quello più profondo fra etica
e politica. Tale comparazione, infatti,
è significativa perché implica la considerazione
del "male minore". Ci si deve domandare,
in altri termini, se per Malatesta la
democrazia va equiparata a qualsiasi regime
politico o non valutata, invece, quale
scelta del meno peggio. A suo giudizio
gli anarchici riconoscono e valutano le
differenze esistenti, fino al punto di
augurarsi che accadano alcune cose piuttosto
che altre, ma non devono compromettere
la loro identità e il loro patrimonio
ideologico per nessuna ragione. Insomma,
essi non fanno nulla perché avvengano
determinati fatti o, se lo fanno, è a
patto che essi non mettano a repentaglio
le loro idee e ciò che queste rappresentano.
Vale a dire: le oggettive situazioni storico-politiche
devono sempre stare al di sotto delle
soggettive intenzioni etico-ideologiche.
Poiché la storia di per sé non conduce
a nulla, è evidente la necessità di salvaguardare
la volontà anarchica, la quale non si
affida ad alcuna circostanza, men che
meno quando questa può mettere in pericolo
i fini ultimi dell'agire. Dunque per Malatesta
non si dà agire politico staccato da quello
etico, con la conseguenza che, dal punto
di vista dell'azione anarchica, il problema
del "male minore" è un falso problema.
Gli anarchici non devono agire per migliorare
le circostanze per quello che esse sono,
ma per avanzare nella via diretta delle
proprie rivendicazioni. L'intenzionalità
anarchica non contempla la considerazione
politica del "meno peggio", essendo convinta,
tra l'altro, che questo si possa ottenere
solo chiedendo il massimo. In conclusione,
l'azione anarchica è integralmente rivoluzionaria
perché irrimediabilmente etica. La considerazione
del "male minore" investe quindi anche
la democrazia per quel tanto che questa
costituisce un'effettiva diversità rispetto
ad altre forme politiche, ma non perché
essa sia comparabile all'azione rivoluzionaria,
che non può essere incrinata da alcuna
circostanza storica. Ne deriva che, sempre,
l'assolutezza etica supera la relatività
politica. In senso weberiano si potrebbe
dire che Malatesta non è pervaso dall'etica
della responsabilità, ma dall'etica della
convinzione, che si esprime nel sistematico
rifiuto di ogni forma di storicismo e
di ogni giustificazionismo dell'esistente.
In conclusione, la diversità radicale
tra anarchismo e democrazia consiste nel
principio informatore che presiede ai
due rispettivi modelli di società. La
differenza sostanziale è questa: autorità
o libertà, coazione o consenso, obbligatorietà
o volontarietà. è su questa questione
fondamentale del supremo principio regolatore
dei rapporti inter-umani che bisogna intendersi.
Tuttavia Malatesta non va oltre questa
fondamentale osservazione perché persiste
nel contrapporre al principio politico
dell'autorità quello etico della libertà:
l'errore è epistemologico, dal momento
che le due entità non sono confrontabili
in quanto ontologicamente diverse. Ma
esiste veramente, per Malatesta, una verità
anarchica? La risposta, ovviamente, è
no: la verità anarchica altro non è che
il criterio anarchico di definizione della
libertà, mentre, a sua volta, la libertà
non rimanda alla verità tout-court. Quindi,
la verità anarchica consiste nella piena
consapevolezza che l'universale libertà
impedisce un'univoca verità. Libertà dell'errore,
vale a dire libertà come concetto laico
di verità e quindi come possibilità, per
tutti, di dar seguito alle proprie idee
purché non limitino la realizzabilità
di quelle altrui. Il rapporto ontologico
tra libertà e verità fa dunque da supporto
alla relazione politica tra libertà e
anarchia. La libertà, in prima istanza,
non ha nome perché nessuno ha la verità:
tutti, pertanto, hanno il diritto di essere
liberi, di non conformarsi alle decisioni
altrui. Ma l'universalità della libertà
non si può dare, se non si offre a ogni
individuo la possibilità reale di accedere
alle fonti materiali della vita. Ecco
perché la libertà effettiva implica una
società di uomini liberi e solidali, il
che può avvenire solo laddove è stato
distrutto il sistema di accaparramento
monopolistico dei mezzi di produzione.
Il concetto centrale dell'anarchismo,
considerato come mezzo all'anarchia, è
questo: il libero accordo sostituito alla
violenza, la volontarietà contro l'obbligatorietà.
La sua idea fondamentale è appunto l'eliminazione
della violenza nei rapporti sociali. Infatti
anarchia vuol dire non-violenza, non-dominio
dell'uomo sull'uomo, non-imposizione per
forza di uno o di più su quella degli
altri. è solo mediante l'armonizzazione
degl'interessi, la cooperazione volontaria,
l'amore, il rispetto, la reciproca tolleranza,
è solo con la persuasione, l'esempio e
il vantaggio mutuo della benevolenza che
può e deve trionfare l'anarchia, cioè
una società di fratelli liberamente solidali,
che assicuri a tutti la massima libertà,
il massimo sviluppo, il massimo benessere
possibili. Dall'insieme di tutte queste
affermazioni si vede in modo netto come
la relazione politica tra libertà e anarchia,
che intende superare il problema centrale
della sovranità posto dalla democrazia,
consista nella delineazione di una società
fondata sul libero consenso di tutti i
suoi membri, al punto che si può dire
che "l'anarchia ci sarà per tutti quando
tutti saranno anarchici". Essa, inevitabilmente,
implica l'universalizzazione di un'etica
volontaria, la quale, per sua stessa natura,
non può in alcun modo essere il frutto
di un sistema predeterminato. In altri
termini Malatesta, più di qualsiasi altro
anarchico, rende palese l'irriducibile
natura volontaria della libertà quale
nucleo profondo dell'anarchia, visto che
la relazione tra questa e quella consiste
nel rapporto non necessitante tra atto
e potenza. L'anarchia prefigura una società
meta-politica perché il superamento del
criterio della coercizione non è l'esito
di una qualche scoperta scientifica o
storica sulla natura umana, ma è più semplicemente
il risultato della libera volontà degli
uomini. Essi, se lo vorranno, saranno
liberi, altrimenti no. Ma la libertà annullata
dall'amore implica che nella società anarchica
l'etica stabilisca i limiti della libertà
del soggetto. Quali siano le forme concrete
in cui potrà realizzarsi questo trionfo
della libertà e dell'amore nessuno potrebbe
dirlo con esattezza perché non vi sono
formule magiche capaci di risolvere le
difficoltà né dottrine universali e infallibili
applicabili a tutti gli uomini e a tutti
i casi. Nessuno, soprattutto, essendo
anarchico, potrebbe pensare di imporre
agli altri la forma che gli appare migliore.
Ancora una volta, l'unico modo per arrivare
alla scoperta del meglio è la libertà.
Insomma, nella società anarchica si configura
una libertà storicamente determinata,
che però, per la sua stessa natura, non
può essere preventivamente descritta nei
suoi termini concreti, se non in senso
negativo: abolizione di ogni impedimento
materiale alla realizzazione universale
della libertà mediante l'uguaglianza.
Mezzi
e fini
La
libertà concepita dagli anarchici, configuratasi
in un Programma anarchico, non è dunque
una libertà generica e illimitata. Prevede
il principio dell'uguaglianza e della
solidarietà, che a loro volta contemplano
l'esistenza di una "morale superiore".
"Il trionfo della libertà e dell'amore"
è il trionfo di una determinata libertà
e di un determinato amore che, certo,
nelle intenzioni di Malatesta, si delineano
come il massimo di libertà e di amore
concepibili entro il quadro istituzionale
di una società "organizzata senza autorità".
Se si vuole mantenere ferma l'istanza
suprema dell'abolizione del principio
dell'autorità, è necessario che l'istanza
opposta, quella della libertà, si conformi
secondo le modalità sopra delineate. È
necessario sia dal punto di vista razionale,
sia dal punto di vista morale. In questo
caso, il concepimento di una determinata
libertà spinge l'etica e la scienza a
coincidere, non però nel senso di una
loro auspicabile coniugazione, ma nel
senso della constatazione di un loro ineluttabile
accostamento dovuto all'integrazione organica
della libertà, dell'uguaglianza e della
solidarietà. Poiché questa organicità
rappresenta l'anarchia al suo massimo
grado, alla sua più compiuta realizzazione,
se ne dovrebbe dedurre che anche la società
anarchica è una società organica, una
società "non aperta". Deduzione errata,
perché Malatesta mantiene contemporaneamente
fermo il rapporto metodologico tra anarchia
e anarchismo che delinea la distanza pressoché
incolmabile tra l'ideale che potrebbe
anche non realizzarsi mai, così come non
si raggiunge mai la linea nell'orizzonte,
e il metodo di vita e di lotta degli anarchici.
Tra il fine (l'anarchia) e il metodo (l'anarchismo)
vi è di mezzo il metodo stesso. Il rapporto
metodologico diventa infatti un rapporto
ontologico, visto che è sostanziato da
quel concetto di libertà senza nome che
a sua volta si dà in un'universalizzazione
laica: libertà per tutti, libertà per
ciascuno purché non violi l'eguale libertà
degli altri solo mezzo per arrivare al
vero e al meglio. E non vi è libertà,
se non vi è libertà dell'errore. Per arrivare
all'anarchia bisogna passare attraverso
la libertà che, certamente, viene dopo
la rivoluzione (cioè a seguito di un'azione
pur sempre coercitiva), ma viene comunque
prima della società anarchica.
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