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LA
GRANDE RAPINA DEL TERZO MONDO
di Rodrigo Andrea
Rivas
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Il
rapporto tra la crescita del Nord e del
Sud del mondo fa parte delle grandi questioni
dell'economia internazionale, accanto
al rapporto tra l'economia finanziaria
e l'economia reale, al rapporto tra l'aumento
della produzione e la crescita economica,
al rapporto tra la realtà e le teorie
economiche. Affrontarlo da solo quindi,
non equivale a trasformarlo nel problema
economico per antonomasia, non equivale
a nessuna scelta terzomondista, che pure
può far parte di scelte personali ed etiche,
ma s'innesta nel contesto di una lettura
che (cercando di leggere la globalità)
non può che affrontare i problemi globali
globalmente.
POCHI
Dati MA eloquenti
Le
cifre risultano più eloquenti di qualsiasi
ragionamento a questo riguardo. Limitiamoci
a citarne qualcuna. Ad esempio, se nel
1980 la quota di mercato dei 102 stati
più poveri rappresentava il 7,9 per cento
delle esportazioni e il 9 per cento delle
importazioni mondiali, nel 1990 queste
percentuali erano scese all'1,4 per cento
e al 4,9 per cento rispettivamente; nel
frattempo, le esportazioni e importazioni
della Triade dominante (Usa, Unione Europea,
Giappone) erano balzate, rispettivamente,
dal 54,8 al 64 per cento e dal 59,5 al
63,8 per cento. E pur se qualsiasi dirigente
della Confindustria risponderebbe a quest'osservazione
spiegandoci che, "a lungo andare i mercati
sono in grado di correggere da soli le
distorsioni", ciò non succede mai nella
realtà. Anzi! Infatti, secondo la Conferenza
per il commercio e lo sviluppo dell'Onu
(Unctad), se non si modificheranno radicalmente
le condizioni dell'economia mondiale,
verso l'anno 2020 l'insieme formato dai
Paesi dell'Africa, del Medio Oriente e
dell'America Latina, ai quali si sono
aggiunti nel frattempo la Russia e i Paesi
dell'Europa centrale e orientale, non
rappresenterà più del 5 per cento del
commercio mondiale. Verso il 2020, secondo
l'Onu! In verità, forse il malinteso nasce
dal fatto che non intendiamo la stessa
cosa che intende la Confindustria quando
parla del "lungo periodo". Ma non è tutto.
Perché persino se si accettasse l'idea
che sembra presente nei suoi argomenti,
e cioè che questi tempi lunghi somigliano
ai tempi eterni, non ci sarebbero comunque
elementi che permettano di giudicare come
valido quel ragionamento. Diciamolo molto
semplicemente: la già citata Unctad, cioè
l'Onu, afferma che questo insieme di Paesi
(dove vive poco meno dell'85 per cento
dell'umanità), rappresentava il 39,2 per
cento del commercio internazionale nel
1970, il 26,4 nel 1990 e il 19 nel 1992.
Pronostica che, salvo modifiche radicali,
ne rappresenterà solo il 5 per cento nell'anno
2020. Non esistono previsioni per il periodo
successivo. Nessuno, nemmeno la Confindustria,
potrebbe farle. Se, quindi, l'Onu ha ragione,
non esiste alcun appiglio che possa permettere
di credere corretto il pensiero confindustriale.
Escludo, probabilmente sbagliando, che
lo si possa considerare semplicemente
un dogma (o un mistero) di fede.
La
minoranza privilegiata
Nell'edizione
1997 del Rapporto sullo sviluppo umano
pubblicato dal Undp (l'organismo Onu che
analizza le problematiche legate allo
sviluppo), vengono identificati una serie
di successi tutt'altro che insignificanti.
Si parla, infatti, dell'aumento del tasso
di scolarità tra le ragazze, della diminuzione
dell'analfabetismo tra gli adulti, dell'aumento
generalizzato sia delle aspettative di
vita sia delle spese destinate al consumo
o della disponibilità complessiva di acqua
potabile e così via. Non si tratta quindi
di uno studio, per così dire, catastrofista.
Tuttavia, l'accento è messo sul fatto
che gli 800 milioni di persone che vivono
nei Paesi ricchi (circa il 14 per cento
dell'umanità), si dividono l'86 per cento
dei consumi privati totali, si pappano
il 45 per cento della carne e del pesce,
il 58 dell'energia, l'84 della carta,
l'87 dei veicoli motorizzati, il 74 delle
linee telefoniche, l'83 del reddito mondiale,
il 90 dei risparmi, il 95 dei prestiti
bancari commerciali, il 98,2 per cento
dei soldi destinati alla ricerca e allo
sviluppo. Questo rapporto conferma che
mai peggioramento fu così veloce perché,
se "nel 1960, il reddito medio della popolazione
che viveva nei Paesi ricchi era 30 volte
superiore al reddito delle persone che
abitavano nei Paesi più poveri… nel 1995
era superiore di 82 volte". Ed è sempre
lo stesso rapporto, forse per evitare
che i grandi numeri non ci permettano
di vedere la realtà, a informarci che
la fortuna dei tre uomini più ricchi del
mondo supera il Pil (prodotto interno
lordo) accumulato dai 48 Paesi più poveri,
che quella dei 15 uomini più ricchi pareggia
il Pil di tutta l'Africa al sud del Sahara,
che quella dei 32 uomini più ricchi supera
il Pil dell'Asia del Sud, che quella degli
84 uomini più ricchi supera il Pil della
Cina… E ci dice che con "soli" 40 miliardi
di dollari, e cioè con il 40 per cento
della fortuna personale di Bill Gates,
oppure con il 4 per cento delle fortune
dei 225 uomini più ricchi del mondo, si
potrebbero soddisfare le necessità essenziali
di tutta la popolazione del Terzo mondo
(cibo, acqua potabile, infrastrutture
sanitarie, educazione, salute, ginecologia,
ostetricia), cosa che sembra rivestire
una certa urgenza giacché (come racconta
sempre il rapporto) oltre un miliardo
di persone non mangia a sufficienza; 2,7
miliardi non dispongono delle strutture
sanitarie di base; 1,5 miliardi non hanno
accesso all'acqua potabile; 1,1 miliardi
non dispongono di una casa; un quinto
dei bambini non completa la scuola dell'obbligo
e oltre 2 miliardi di persone soffrono
d'anemia. L'elenco potrebbe continuare.
Certamente, il rapporto dell'Undp non
stabilisce un collegamento meccanico tra
la situazione delle poche centinaia di
Paperon de' Paperoni e quella degli oltre
1,3 miliardi di persone che vivono con
meno di un dollaro al giorno o dei 3 miliardi
di persone che lo fanno con meno di due
dollari al giorno. Comunque, la "cautela"
può essere spiegata facilmente: è pur
sempre un'organizzazione dell'Onu e quella
pubblicazione è pur sempre una pubblicazione
ufficiale dell'Onu.
Opposizione
tra diarrea e cancro
Vista la chiarezza di queste cifre, non
credo sia necessario né proporre altre
cifre d'insieme né, tanto meno, commentare
quelle appena citate. Hanno conseguenze,
producono fatti, che non si materializzano
soltanto nella profonda diversità dei
redditi disponibili, quindi nelle condizioni
materiali di vita, ma che si confrontano
anche all'insieme dei diritti e dei bisogni:
diritti tutt'altro che universali, bisogni
che la comunicazione globale tende invece
a rendere universali. Il che aggiunge
il danno alla beffa. O viceversa. Cerco
di spiegarmi meglio partendo dal confronto
di alcuni fatti della cronaca recente.
Da una parte, osservo che (al di là dei
suoi veri o presunti meriti o demeriti
scientifici) poco più di un anno fa abbiamo
assistito in tutta Italia a una serie
di manifestazioni e dibattiti sul diritto
a disporre gratis della cura contro il
cancro creata da Luigi Di Bella. Della
cura contro il cancro, e cioè contro quella
malattia regolarmente definita come la
più diffusa e mortale dei nostri tempi.
Dall'altra, leggo dal rapporto dell'Organizzazione
mondiale della sanità che, nell'Africa,
nel 1997, la spesa sanitaria pro capite,
annua, è stata uguale a 5 dollari, e cioè
a 9 mila lire circa. La conclusione mi
sembra scontata: da una parte, nell'Italia
di oggi si può ragionevolmente pensare
che pagare meno tickets sanitari, curarsi
liberamente con i soldi pubblici, disporre
gratuitamente dei farmaci e delle cure
per il cancro o per l'Aids, costituiscono
un diritto. Dall'altra, nell'Africa, e
non solo, ciò non costituisce neppure
un miraggio (e sì che proprio in Africa
si concentra oltre il 70 per cento dei
malati di Aids). Alla fine dei vari ragionamenti
che focalizzano ogni anno problemi diversi,
il già citato rapporto della Undp contiene
una classifica annuale dei 175 Paesi presi
in considerazione, ordinata in base a
un "indice dello sviluppo umano" che cerca
di combinare le statistiche economiche
con i dati sulla qualità della vita. Se
guardiamo queste tabelle, notiamo che
la Gran Bretagna si trova al quindicesimo
posto e l'Etiopia al centosettantesimo.
La differenza tra le due posizioni è facilmente
riassumibile: in Gran Bretagna (malgrado
si osservi un'accentuata regressione rispetto
ai rapporti precedenti, regressione per
nulla scalfita dalla "modernità" di Tony
Blair & Co.), tutti gli abitanti hanno
accesso al servizio sanitario e all'acqua
potabile, non esiste analfabetismo tra
gli adulti, i bambini che muoiono prima
di raggiungere un anno di età sono 5 mila
e tutti i ragazzi frequentano la scuola
elementare. In Etiopia il 54 per cento
della popolazione non ha nessuna forma
di accesso al servizio sanitario, il 75
per cento non dispone di acqua potabile,
il 64,5 per cento degli adulti è analfabeta
mentre il tasso di analfabetismo tra i
ragazzi non viene nemmeno rilevato, oltre
600 mila bambini muoiono senza aver raggiunto
il primo anno di età. Permettetemi di
fare una deduzione arbitraria. E cioè,
pur se si può ragionevolmente presupporre
che anche in Etiopia esista il cancro,
pur se anche in Etiopia qualcuno arriva
a morire di cancro, risulta assai difficile
immaginare le strade di Addis Abeba occupate
da folle di malati che esigono "libertà
di cura" e somatostatina libera o a prezzi
calmierati. E, pur se nemmeno in questo
caso si documentano proteste di strada,
sembra assai più ragionevole presupporre
che gli etiopici siano molto più preoccupati
della diarrea, principale causa di mortalità
infantile, nel loro paese e nel mondo.
E poiché discorsi analoghi potrebbero
essere facilmente imbastiti sul diritto
alla infanzia e al gioco, alla sessualità
e alla cultura, alla casa, alla lingua
e ai trasporti e così via, mi sembra giocoforza
concludere che stiamo parlando di diritti
perfettamente localizzati e piuttosto
elitari. Senza togliere nulla al fatto,
qui e ora, che il diritto a curarsi liberamente
e con l'assistenza finanziaria dello Stato
possa rappresentare o rappresenti un atto
di civiltà. Tuttavia, ciò che m'interessa
sottolineare è che proprio il qui e ora
definisce i cosiddetti diritti umani.
E quindi, che la loro conclamata universalità
rappresenta tutt'al più un'aspirazione.
Il punto è, direbbe un forzuto italiota,
che i bisogni sono infiniti e le risorse
finite. Oppure "anche da noi c'è la crisi"
Ma, se c'è qualcosa che bisogna affermare
chiaramente, è che, se qualcosa non funziona
nel sistema, ciò non risiede nella sua
capacità di produrre ricchezza. Anzi!
Più
ricchi e più poveri
Mi
limito a ricordare che, agli albori di
questo secolo, la popolazione mondiale
era composta "solo" da un miliardo e mezzo
di abitanti. Che se prendiamo il Pil mondiale
del 1900 e lo aggiorniamo al valore odierno
del dollaro per fare dei confronti, risulta
un Pil mondiale uguale a 4.500 miliardi
di dollari. Che se lo dividiamo per il
suddetto miliardo e mezzo di persone,
risulta che il Pil pro capite era uguale
a 300 dollari (di oggi). Se ripetiamo
l'operazione utilizzando i dati del 1996,
la popolazione era arrivata a 5,8 miliardi
di persone, quasi quattro volte tanto
e, parallelamente, il Pil mondiale era
arrivato a 20.500 miliardi di dollari.
Il Pil pro capite era di quasi 3.600 dollari,
12 volte tanto. Ora, se tra 1900 e 1996
il reddito pro capite si è moltiplicato
per 12 e la popolazione per 4, vuol dire
che la ricchezza mondiale è aumentata
di 12 per 4, e cioè di 48 volte. Il che
mi sembra non possa lasciare spazio ad
alcun dubbio: il sistema ha funzionato
straordinariamente bene dal punto di vista
della sua capacità di produrre ricchezza,
pur se ha moltiplicato enormemente le
ineguaglianze: tra il 1740, agli albori
della rivoluzione industriale, e il 1996,
la differenza di reddito medio tra la
nazione più ricca e quella più povera
è passata da 1 a 2 a 1 a 160. Uno statunitense
su dieci aveva nel 1997 un reddito inferiore
a quello del 1977 mentre uno su dieci
aveva aumentato il suo del 115 per cento
nello stesso periodo. Tra 1990 e 1995
la parte del reddito italiano destinata
al salario è passata dal 52 al 48 per
cento, quella destinata al capitale ha
fatto il tragitto inverso e ha portato
a tali estremi la distruzione delle risorse
non rinnovabili che è arrivato a mettere
in discussione la stessa sopravvivenza
del pianeta. La sua irrazionalità legittima,
dunque, un'opposizione ecologista che,
in quanto contraria a tale irrazionalità
del modello produttivo, non può che ricongiungersi
idealmente (senza peraltro confondersi)
con la critica più radicale del capitalismo
reale.
SPECULAZIONE
FINANZIARIA
Detto più pedestremente: non ci sono motivi
per prendersela con il sistema per ragioni
puramente economiche. La diffusa situazione
di povertà nel mondo non è giustificata
da nessuna ragione né motivazione economica,
amministrativa, organizzativa o razziale.
Nei giorni nostri, deriva essenzialmente
dalla speculazione finanziaria e dalla
perdita di controllo dei meccanismi economici
da parte degli Stati nazionali, fenomeni
che precedono e si approfondiscono in
seguito all'affermazione del liberismo.
Osservando la situazione a bocce ferme
non ci possono essere dubbi: la combinazione
di questi due fattori continuerà a riprodurre
grandi ricchezze ed enormi tragedie. Tutto
ciò, naturalmente, non equivale a dire
che Nord o Sud rappresentino concetti
univoci. Che sarebbe un po' come dire
che, in Italia, ognuno di noi è tale e
quale a un nipotino dell' "avvocato",
oppure che esistono davvero "il sistema
Italia", "il sistema Europa", "il sistema
Nord" o "il sistema Sud", oppure che siamo
tutti, senza differenze apprezzabili,
sulla stessa barca.
Ricordi
del passato prossimo
Tanti
anni fa, facevo ancora lo studente, la
dottrina economica in auge sosteneva che,
se nel Nord del mondo l'economia cresceva,
ci sarebbe stata necessariamente una crescita
riflessa nel Sud. E poiché nemmeno le
attuali manie econometriche sono particolarmente
originali, anche allora si era trovato
un rapporto matematico per esprimere l'idea:
2 a 1. Voleva dire che se il Nord cresceva
di un punto percentuale, il Sud sarebbe
cresciuto di due punti. Perché, si diceva,
se si producono più automobili, più locomotive,
più utensili o più autostrade, c'è bisogno
di più materie prime. Si trattava di un
rapporto, che tramandato in diverse forme
e applicato a diversi spazi geografici
("la locomotiva americana"), è ancora
frequentemente citato nella pubblicistica,
pur se ormai è del tutto evidente che,
se una volta aveva senso, nel mondo della
globalizzazione non ce l'ha proprio. Se
le materie prime rappresentano un po'
il pane dei Paesi poveri (ancora oggi
costituiscono il 56 per cento delle loro
entrate), il lavoro, e cioè la loro seconda
fonte, potrebbe rappresentare il companatico
e il trasferimento di capitali e di tecnologia
il loro viatico. Il guaio è che pane,
companatico e viatico godono, si fa per
dire, di assai malferma salute.
Mangiafuoco,
sceicchi e altri cattivi maestri
Nel
1973 il mondo fu sconvolto da ciò che
allora e lungo molti anni fu addebitato
alla perversa volontà degli sceicchi:
il primo shock petrolifero. In sostanza,
il prezzo del barile di greggio (159 chili)
balzò da un giorno all'altro da 4 a 11
dollari. Finiva così, si disse allora,
un'epoca contrassegnata dall'energia a
buon mercato. In Italia ciò comportò una
ristrutturazione generale dell'industria.
Le cose più appariscenti furono la circolazione
a targhe alterne e lo spegnimento dei
cartelloni pubblicitari, indicatori precisi
di quanto le nostre vite sembravano in
procinto di cambiare. A posteriori, risulta
del tutto evidente che i cattivi sceicchi
avevano potuto contare, quanto meno, sul
beneplacito di alcune tra le potenze dominanti.
Con l'aumento del prezzo del greggio infatti,
gli Stati Uniti riuscirono a ottenere
nuovamente profitto dalle centinaia di
pozzi che fino al giorno prima avevano
costi di sfruttamento troppo alti (nel
Texas, ad esempio), misero in produzione
nuovi pozzi che richiesero gigantesche
opere d'ingegneria (nell'Alaska e nel
Golfo del Messico), lanciarono grandi
progetti sulle sabbie bituminose, spinsero
a fondo sul nucleare; la Gran Bretagna
e la Norvegia misero in funzione i pozzi
del Mare del Nord che oggi costituiscono
la loro principale fonte d'esportazione;
l'allora Unione Sovietica aumentò enormemente
la produzione dei pozzi siberiani e si
lanciò in un ampio programma di prospezioni
e sviluppo di alcune infrastrutture di
base che oggi potrebbero concretizzarsi
nelle esportazioni di greggio dei Paesi
asiatici che fanno parte della Comunità
degli Stati indipendenti; la Francia si
lanciò con rinnovato impeto sia nell'avventura
coloniale africana (intervento nel Ciad
per condizionare le mosse petrolifere
e coloniali della Libia del colonnello
Gheddafi, nel Niger alla ricerca dell'uranio),
sia nel nucleare (il Superphoenix); l'Italia
strinse accordi con l'Algeria per il metanodotto
che alimenta oggi il paese, mentre le
pipe-line fiorivano in tutto il Medio
Oriente. Oggi risulta ugualmente chiaro
(come dichiarò allora l'Opec) che con
il nuovo prezzo che aveva raggiunto il
barile (11 dollari), a malapena si recuperava
il valore reale (le ragioni di scambio)
che il prodotto aveva avuto nel lontano
1954, quando le "Sette sorelle" (cioè
le maggiori compagnie petrolifere) si
erano sbarazzate del premier iraniano
Mossadeq perché aveva osato parlare di
nazionalizzazione dell'oro nero, per installarvi
al potere un sinistro ma pittoresco personaggio,
Reza Pahlevi, meglio noto come lo Scià
d'Iran, che solo un altro vecchio con
la barba da ayatollah, il Corano e l'insurrezione
del suo popolo, sarebbe riuscito a mandare
a casa oltre vent'anni dopo. Comunque
sia, la levata di scudi dell'Opec portò
a maturazione numerosi problemi, nelle
più periferiche tra le economie mature
nel Terzo mondo, e portò alla nascita
di un nuovo polo di riferimento internazionale
di breve durata.
GRANDE
riciclAGGIO
Tra
il 1973 e il 1977 i Paesi dell'Opec riuscirono
ad accumulare un saldo positivo delle
loro bilance commerciali equivalente a
circa 350 miliardi di dollari. Una parte
di questo surplus servì a finanziare "il
lungo festino dei gruppi dirigenti", il
cui logotipo rimane quello dello sceicco
che, secondo i rotocalchi, andava tutte
le sere, o quasi, con il suo jet personale,
a giocare nel casino di Montecarlo; un'altra
fu utilizzata per acquistare posizioni
di rendita o di prestigio in grandi aziende
occidentali in difficoltà, quindi per
necessità meno razziste del solito (Gheddafi
si comprò una quota della Fiat e lo Scià
d'Iran una della Mercedes Benz); ma la
maggior parte di questi capitali rimase
a lungo inutilizzata. Perché gli sceicchi
non disponevano delle condizioni necessarie
per impiegarla produttivamente in modo
immediato. Ci sarebbe stato bisogno di
tempo, per formare una classe dirigente,
per aumentare il tasso generale di scolarità
e di conoscenze tecnologiche, per creare
ed espandere il sistema di formazione
superiore, per creare un adeguato quadro
di riferimento istituzionale.
Modello
in crisi
Contemporaneamente,
le economie occidentali dovevano far fronte
a una crisi di sovrapproduzione. In parole
povere, il volano che aveva permesso il
processo d'accumulazione nel secondo dopoguerra,
e cioè la crescita dei consumi personali
e domestici, mostrava evidenti segni d'esaurimento.
Nell'Italia agricola e in buona parte
distrutta del 1945, ben poche famiglie
avevano a disposizione un elettrodomestico,
quasi nessuna un'autovettura. Nel 1973
la situazione era rovesciata. S'imponeva
quindi, la necessità di aumentare esponenzialmente
gli sbocchi esterni per la sovrapproduzione
domestica, compito reso più difficile
dal fatto che la concomitante situazione
degli altri stati industriali era assai
analoga (basti ricordare che oltre il
70 per cento del commercio estero della
Ue avviene all'interno dell'unione stessa).
La quadratura del cerchio fu trovata riciclando
i "petrodollari". Dopo qualche anno, infatti,
i profitti accumulati dagli sceicchi finirono
là dove dovevano finire, e cioè nei forzieri
delle banche, soprattutto di Londra e
di New York. Da dove partirono per finanziare
alcune opere di ristrutturazione nel mondo
industrializzato (il nucleare, l'informatica,
il militare) ma, soprattutto, per incentivare
e sostenere quei consumi del Terzo mondo
capaci di tenere in piedi la baracca in
quei momenti. Naturalmente, bisogna tenere
presente che stiamo parlando di banchieri
e/o di governi, non di missionari. Quindi,
ha una sua precisa logica il fatto che
i prestiti servissero per finanziare i
consumi dei Paesi affidabili, ovverosia
di quei Paesi dotati di materie prime
in grado di garantire il pagamento in
natura e, soprattutto, interessati ad
acquistare ciò che al mondo industrializzato
interessava vendere.
I
paesi affidabili
Quindi,
nelle condizioni dettate dalla "guerra
fredda", per i governi cosiddetti occidentali,
"Paese affidabile" era sinonimo di un
paese diretto da una classe dirigente
non sospetta di simpatie per il nemico
comunista, dotata di un alto concetto
dei suoi obblighi verso i supremi interessi
dell'Occidente, in grado di far fruttare
i prestiti (farli fruttare anzitutto per
l'Occidente stesso, beninteso), e di far
pagare il conto complessivo ai malcapitati
del proprio Paese senza bisogno di perdere
tempo in fronzoli o discussioni interne
solitamente noiose e poco produttive.
In definitiva, in quelle condizioni, il
profilo del "Paese affidabile" faceva
sinonimo con "Paese diretto da una classe
dirigente autoritaria". Cosa voleva dire
infatti, acquistare ciò che all'Occidente
interessava vendere? Ovviamente voleva
dire che si dovevano acquistare preferibilmente
quei prodotti che garantivano maggiori
tassi di profitto per il venditore, e
cioè quell'ampia gamma che spazia tra
i prodotti di lusso e le armi. Inoltre,
come abbiamo già detto, dovevano preferibilmente
disporre di materie prime che garantissero
le banche occidentali che prestavano i
soldi degli sceicchi, non i soldi loro.
Ribadisco un vecchio detto: "Non ci sono
delle sorprese, solo dei sorpresi". Che
altro dire infatti, quando qualcuno pontifica
dalle pompose pagine di qualche giornale
sorprendendosi perché "pur avendo avuto
a loro disposizione un'ingente massa di
capitali, non hanno propiziato lo sviluppo
dei loro Paesi?".
Paga
sempre Pantalone
Perché,
mettete tutto in ordine alfabetico in
un recipiente, vi verrà fuori un elenco
di "Paesi affidabili" costituito più o
meno così: Argentina, Birmania, Bolivia,
Brasile, Cile, Corea del Sud, Egitto,
Filippine, Indonesia, Messico, Nigeria,
Perù, Tailandia… Se provate a mettere
insieme i personaggi che in nome e per
conto di questi Paesi assistevano allora
ai variegati vertici dei capi di Stato
e di governo (ci sono tutte le fotografie),
si potrà notare un'ampia e quasi assoluta
predominanza del colore verde. Non era
né per moda né per ecologismo, ma solo
perché normalmente il verde era ed è il
colore portato dai militari (in tema di
tinteggiatura, l'unica eccezione notevole
fu il Messico, eccezione spiegabile non
solo perché "così lontano da Dio e così
vicino agli Stati Uniti", ma anche perché
regime autoritario per eccellenza). E
perché proprio questi rappresentano ancora
oggi i Paesi sottosviluppati più indebitati
al mondo, non si potrà negare che se di
coincidenza si è trattato, è stata comunque
una ben curiosa coincidenza. Coincidenza
che ha pure creato una cultura perpetuatasi,
adoperata anche quando (fatto il lavoro
sporco) buona parte di questi Paesi appaiono
ora diretti da civili eletti più o meno
democraticamente (Carlos Menem ne potrebbe
rappresentare il capostipite, l'Argentina
il paradigma). Perché, effettivamente,
questi Paesi acquistarono ciò che dovevano
acquistare. L'Argentina, appunto, diretta
allora dall' "ubriacone Galtieri", qualche
volta chiamato anche, soprattutto all'estero,
"il generale Galtieri", oltre a pistole,
carri armati, elicotteri e granate necessarie
per la repressione interna e per il sequestro
di neonati, acquistò 40 miliardi di dollari
in armi maggiori per "recuperare le Malvine".
Persa la guerra, evaporati i 40 miliardi,
Galtieri se ne tornò a casa dove ancora
oggi si scola quotidianamente un po' di
bottiglie in tutta tranquillità. Doveva
pagare /paga Pantalone.
IL
MIRACOLO DI MENEM
Il
suo emulo civile, Carlos Menem, fece passare
il debito estero dell'Argentina da 60
a 180 miliardi di dollari. Guardate la
raccolta dei quotidiani: lo definivano,
senza vergognarsi, "miracolo" fino a pochi
mesi fa. Nel vicino Brasile, il generale
Garrastazú Medici decise che (oltre a
darsi da fare per "eliminare la povertà
eliminando i poveri", come cantava allora
Chico Buarque de Holanda quando non era
in galera per il delitto di "lesa patria")
era necessario che "o paese mais grande
do mondo" costruisse il grandioso complesso
di Carajas. E si trattò di un vero e proprio
festival per la Montedison, la Fiat, l'Italcementi
e tante altre aziende, di tutte le nazioni
industrializzate. E, forse perché era
richiesta tanta valuta pregiata, alcune
tra queste aziende (tanto per non fare
nomi: la Pirelli) si dedicarono brillantemente
a speculare sul cambio, un'abitudine che,
sento dire, non hanno mai perso successivamente.
In verità, l'idea di Garrastazú Medici
non fu mai una grande idea, perché nel
mondo c'era sovrapproduzione di quasi
tutto ciò che voleva produrre a Carajas
(cemento, acciaio, alluminio e così via).
Quindi, si è finito per abbandonare quasi
totalmente il progetto, ma solo dopo avere
sperperato oltre un centinaio di miliardi
di dollari. Doveva pagare/paga Pantalone.
PINOCHET
E DARWIN
Nel
Cile del generale Augusto Pinochet (lo
stesso che un giudice "amante della pubblicità"
come dicono i socialisti cileni di lotta
e di governo, vorrebbe permettersi di
giudicare) si mise in piedi un laboratorio
darwinista durato 17 anni e dal quale
ancora il Paese è in fase di recupero.
Costò una ventina di miliardi di dollari
di debito estero. Pagava/paga Pantalone.
Nella Nigeria, i generali decisero di
costruire una nuova capitale, Aguja. Poiché
sono un po' lento, non riuscivo a capirne
le ragioni, fin quando, nel 1975, ormeggiate
al porto di Lagos vidi oltre 2 mila navi,
cariche di materiali da costruzione, soprattutto
cemento e ferro. Rimanevano "parcheggiate",
intere settimane, per mancanza di infrastrutture
nel porto. Nessuno sapeva quanto cemento
era veramente necessario, ma per ogni
tonnellata di cemento arrivata (e regolarmente
strapagata) qualcuno prendeva una bella
tangente. In verità, i nativi del Nord
del Paese, la regione dove si produce
il petrolio, non sembravano particolarmente
contenti. Per cui i governanti capirono
velocemente che ci volevano pure le pallottole.
E nemmeno tutto il petrolio nigeriano
è riuscito finora a coprire questo fabbisogno.
Pagava /paga Pantalone. o Nella Corea
del Sud (dove non di rado il cambio di
presidente si faceva con le pallottole,
qualche volta a teatro, durante le manifestazioni
di regime, e dove ogni tanto si procedeva
a cambiare il governo facendo saltare
per aria tutti i ministri in carica) si
assisteva, al di là di questi dettagli,
a un miracolo vero, perché malgrado si
registrassero dovunque indici di produttività
e tassi di profitto largamente superiori
a quelli dei Paesi occidentali, gli operai
coreani si dimostravano felici di ricevere
salari africani. "È l'eredità dello shintoismo
e dei suoi quattro rapporti", sentenziò
qualche professorone. Beati loro. Più
banalmente, il laico Giorgio La Malfa
e Cesare Romiti cantarono più tardi le
lodi della "qualità totale" che scorgevano
da quelle parti dove la Fiat produceva,
nella città di Kwanju, quei bei carri
armati cingolati che qualche anno più
tardi avrebbero sparato sulla folla cittadina
che non ne voleva sapere di continuare
a farsi carico dei debiti contratti dall'anemica
classe dirigente. Anche nella Corea del
Sud pagava/paga Pantalone. L'elenco potrebbe
continuare.
Tecnologia
e materie prime
Verso
la fine degli anni Settanta l'iniezione
di capitali immessa nei principali Paesi
industrializzati cominciò a produrre i
suoi effetti. La rivoluzione tecnologica
provocò un immediato calo della domanda
di materie prime. Nel settore dell'auto,
ad esempio, il nuovo ruolo delle materie
plastiche portò a una diminuzione del
60 per cento delle materie prime necessarie
per unità di prodotto, mentre nel microchip
queste non rappresentavano più dell'1-3
per cento del costo complessivo. Più in
generale, le autorità giapponesi hanno
reso noto che, in media, tra il 1975 ed
il 1995 ogni unità di prodotto industriale
ha diminuito il consumo di materie prime
del 40 per cento. Quindi, la diminuzione
della domanda internazionale si tradusse
in un immediato calo dei prezzi. La caduta
venne ulteriormente aggravata dal fatto
che, per aumentare le proprie quote in
ciò che restava del mercato, i Paesi del
Terzo mondo si lanciarono in una guerra
commerciale senza esclusioni di colpi,
guerra richiesta, spinta, imposta dal
Fmi diretto dall'ex socialista francese
Michel Camdessus. Per farla breve, la
caduta delle quotazioni internazionali
delle materie prime diventò talmente accentuata
e costante che, a partire dal 1978, i
prezzi complessivi delle materie prime,
compreso il petrolio, sono i più bassi
conosciuti fin da quando esistono le statistiche
a livello internazionale, e cioè il loro
valore risulta inferiore a quello che
aveva agli inizi del ventesimo secolo.
Qualche anno dopo in Italia, l'allora
capo di governo, Bettino Craxi, poteva
dire: "Tutte le condizioni internazionali
per mettere l'inflazione sotto controllo
sono ormai riunite". Aveva ragione. I
prezzi delle materie prime cominciano
a risollevarsi da questa pro-fonda depressione
solo negli anni Novanta, pur se ancora
oggi (come potete facilmente osservare
nelle tabelle che pubblica ogni settimana
Il Sole 24 Ore) nel complesso le commodities
hanno ancora valori inferiori a quelli
che avevano a metà degli anni Settanta
(e anche perciò D'Alema & Co. dicono il
falso quando incolpano il greggio delle
difficoltà del loro governo). Comunque,
cosa assai più importante, il pane del
Terzo Mondo era servito.
Arrivano
i nostri
Ma,
come vi potrebbe spiegare con efficacia
e abbondanza di dettagli un qualsiasi
tango argentino, "le pene sanno nuotare"
(per cui non si riesce mai a farle annegare,
neppure nell'alcool), e "le disgrazie
arrivano sempre in buona e abbondante
compagnia". E infatti, alla presidenza
degli Stati Uniti arrivò proprio in quelli
anni un tale Ronald Reagan, il quale,
malgrado i precedenti non fossero particolarmente
facili da battere, dimostrò il carattere
assiomatico di quel vecchio detto popolare
che in tutte le lingue recita: "Al peggio
non c'è mai fine". o Come per tante altre
cose appena citate precedentemente, non
voglio tentare qui un'analisi della politica
reaganiana. Mi limito a constatare che
la raccolta di fondi necessaria per il
grande progetto di "rimettere in piedi
l'America" superando "la sindrome del
Vietnam", venne applicata con enorme successo
a livello universale. Quindi, per quanto
riguarda il versante delle nazioni più
deboli, il progetto si sviluppò lungo
una strada che vide portare anzitutto
l'aumento del debito estero di questi
Paesi a livelli insostenibili; ciò rese
possibile mettere sotto controllo diretto
le loro politiche economiche e finanziarie
(Fmi e Banca mondiale giocarono e giocano
un ruolo fondamentale in questo senso),
seguendo un disegno destinato a ridurli
nel ruolo di fornitori di materie prime
e di manodopera a basso costo. Su questa
via non fu difficile costringerli subito
dopo a svendere le loro risorse a buon
mercato (denazionalizzazioni e privatizzazioni)
che (per poter far fronte agli interessi
sul debito) finirono spesso nelle mani
della concorrenza diretta. Infine, si
arrivò alla raccolta pura e semplice delle
loro risorse finanziarie: tra il 1980
e il 1989, per sfruttare le possibilità
offerte dai nuovi strumenti finanziari
messi in piedi da Reagan per raccogliere
il risparmio universale destinato a finanziare
i progetti legati alle "guerre stellari"
e finanziare il colossale deficit pubblico
di Washington, finirono nel sistema bancario
statunitense 931 miliardi di dollari che
rappresentavano la somma dell'eccedenza
economica del Giappone, della Germania
e dei quattro dragoni dell'Asia orientale.
Dovrebbe essere abbastanza ovvio che tutto
ciò rappresenta un pericolo per la stabilità
economica di questi Paesi e che qualcuno
ne sta pagando oggi il conto, ad esempio
nel Sudest asiatico. Ma è successo anche
di peggio. Negli stessi anni, tra il 1982
e il 1992, il saldo negativo nei rapporti
con l'estero registrato dall'America Latina
e dall'Africa, era arrivato a 240 miliardi
di dollari, quasi tutti confluiti sempre
negli Stati Uniti. Nell'America latina
si trattava in genere degli ultimi anni
dei regimi nati durante il "ciclo dei
governi militari"; nell'Africa ciò portò
diritto alla "guerra dei grandi laghi"
e alla decomposizione che caratterizza
oggi l'intero continente. Naturalmente,
anche per dare a Reagan solo ciò che è
suo (che peraltro basta e avanza) sembra
giusto ricordare che nessuna delle successive
presidenze ha fatto qualcosa per modificare
questa situazione. In questo senso non
si può non segnalare che, visti dal Sud
del mondo, sembrano abbastanza assurdi
quei dibattiti, proposti spesso dalla
Rai o da qualche quotidiano italiano,
sulle opzioni conservatrici e/o progressiste
nella politica statunitense.
Primo:
aumentare il debito estero
Secondo
la logica formale esisterebbero quanto
meno tre strade possibili per aumentare
il debito estero. La prima consiste nell'aumentare
i prestiti concessi, ed era stata proprio
quella praticata utilizzando i petrodollari.
La seconda consiste nell'aumentare gli
interessi sui prestiti concessi precedentemente.
La terza nel mix delle due strade. oReagan
scelse senza ambiguità la seconda strada,
anche perché i soldi gli servivano per
utilizzarli negli Usa e non fuori. Fino
a quel momento, i debiti erano stati contratti
con l'avallo dei governi dei Paesi industrializzati
ed erano stati concessi prevalentemente
in dollari, a tasso fisso e a lunga scadenza.
Sotto Reagan, nell'arco di pochi mesi
gli interessi passarono dal 3,5 al 18
per cento annuo (in media, perché in certi
momenti superarono anche il 21 per cento).
Dopo scomparve l'avallo dei governi, e
la titolarità sui prestiti passò direttamente
al sistema bancario privato. Infine, dopo
aver imposto la rinegoziazione, caso per
caso, della situazione debitoria, la maggioranza
dei debiti nonché quasi tutti i nuovi
prestiti diventarono a breve scadenza
e a tasso variabile. In questo modo tutti
i rischi furono assunti direttamente dai
Paesi debitori. Dopo pochi mesi di questa
"medicina", il Messico gettò la spugna.
Lo seguirono velocemente tutti gli altri
Paesi debitori dell'area, e cioè praticamente
tutti i Paesi latino-americani. A quel
punto, il problema non era solo economico
ma essenzialmente politico. Perché se
si arrivava a riconoscere che il debito
dei Paesi dell'area (400 miliardi di dollari
nel 1982) non poteva essere recuperato,
buona parte del sistema bancario statunitense
era tecnicamente in stato di fallimento
perché la sua esposizione verso questi
Paesi superava frequentemente il capitale
di molte delle banche implicate (e non
si trattava di piccoli enti, tra gli altri,
c'era la Chase Manhattan bank, la banca
dei Rockefeller). Si trovò quindi una
soluzione tecnica che permise di conciliare
i vari interessi in gioco, e cioè gli
interessi degli Usa e gli interessi del
sistema bancario.
Così
moltiplicano LA DIPENDENZA
o
Giovanni deve a Pietro un miliardo di
lire. o Il prestito è stato concesso al
3,5 per cento d'interesse annuo e a 20
anni di scadenza. o Ma Pietro è più forte
di Giovanni, quindi può, un'infausta mattina
comunicargli che da quel momento il tasso
d'interesse applicato sul suo debito è
passato al 18 per cento annuo. Aggiunge
poi che, dovendo farsi carico con urgenza
del progetto "guerre stellari" (Pietro
fa il produttore cinematografico), invece
di disporre di 20 anni per pagare il debito,
Giovanni potrà averne solo cinque a disposizione.
o Quindi, conclude, se Giovanni doveva
pagare 35 milioni di interesse annuo,
adesso dovrà pagar- ne 180. E se prima
disponeva di 20 anni per pagare il debito,
quindi ogni anno doveva rimborsare 1/20
del debito, e cioè 50 milioni, ora avrà
a disposizione solo cinque anni, quindi
dovrà rimborsarne 1/5 ogni anno, e cioè
200 milioni. Conseguentemente, Giovanni
dovrà rivedere tutti i suoi conti. Pensava
di pagare quest'anno 85 milioni. Invece
dovrà pagarne 380, e la cosa è un po'
più difficile. o Per poter pagare Giovanni
comincia a fare gli straordinari. In seguito
deve eliminare la carne e il pesce della
dieta. Poi elimina i cereali, la verdura,
la frutta, il caffè e il biglietto dell'autobus.
Il guaio arriva quando scopre che, pur
senza riuscire a pagare quanto deve, non
può nemmeno con sumare il tè e il pane
giornalieri ai quali aveva ridotto il
suo nucleo familiare. o Quindi, Giovanni
è costretto a dichiararsi debitore insolvente.
Schiumata la rabbia, Pietro gli comunica
che non può accettare perché, a sua volta,
si è dovuto indebitare con Michele per
produrre la serie di film e, aggiunge,
tra gli altri documenti ha pure consegnato
le cambiali firmate da Giovanni. o In
teoria Pietro potrebbe cacciare via Giovanni
dalla sua casa per metterla in vendita.
Potrebbe pignorare i mobili per metterli
all'asta. Potrebbe prendere la figlia
per farla diventare la sua massaggiatrice
personale. Potrebbe… Ma da tutto ciò ricaverebbe
pochi soldi. E poi c'è Michele, cosa farà
Michele? E, d'altra parte, cosa fare con
Giulio, Paolo, Emilio, Caio, Tizio, Sempronio
e Antonio che, certo, non sono messi molto
meglio di Giovanni? Non potrà avere otto
massaggiatrici personali. o Quindi gli
fa una proposta articolata che suona più
o meno così. o D'ora in avanti dirigerò
io gli affari di casa tua. Quindi, ti
spedirò il mio commercialista. Si chiama
Filippo Maria Inzaghi, ma puoi chiamarlo
Fmi come fanno tutti gli intimi, dato
che diventerà una presenza costante in
casa tua. Anzitutto, dovrete studiare
insieme un "piano di aggiustamento" della
tua situazione economica, sulla cui base
saprai quanto e come mi interessa che
lavori, quanto e cosa mangerai e così
via. Lo scopo del piano non cerca solo
di favorire la riscossione dei miei crediti,
ma si propone soprattutto di mettere in
piedi un ciclo virtuoso. Prima di tutto,
certamente, servirà per produrre il risparmio
necessario perché tu possa pagare i tuoi
debiti, ma in futuro l'atteggiamento virtuoso
che avrai assunto ti permetterà di diventare
ricco a tua volta. Naturalmente, dovrai
prima sopravvivere. È un'amara medicina.
Ma assolutamente indispensabile. D'altra
parte devi anche eliminare il superfluo
e imparare ad amministrarti meglio. Il
che mi costringerà a prenderti un po'
di cose che per te, appunto, sono superflue
se non addirittura dannose che dovrò privatizzare
per contribuire a liberare le energie
creatrici del mercato. Forse ora non ti
è chiaro, ma anche questo ti aiuterà in
futuro. Presto scoprirai infatti che dormire
su un materasso rammollisce culo e cervello.
E quello del materasso è solo un esempio
domestico, perché accade molto di peggio
quando si possiedono ferrovie, aerolinee,
elettricità o gas, tutti affari che per
te sono in perdita, perché sei troppo
abituato all'assistenzialismo. Vedrai
invece come, dopo avere aumentato le tariffe,
e dopo averle riformate, fuse, flessibilizzate,
fatte dimagrire, quotate in Borsa, tecnologizzate
adeguatamente, tutto cambierà. Dopo infatti,
qualcuno ci guadagnerà fior di quattrini.
Fai tesoro della lezione, al limite per
la tua prossima vita. Avrai sentito parlare
del karma? o Non devi dire a nessuno che
non sei in grado di pagarmi. Lo sappiamo
tutti e due. Anzi, lo sanno tutti. Ma
non devi dirlo pubblicamente perché Michele
potrebbe incazzarsi e i mercati potrebbero
reagire negativamente. Fiducia, è la parola
chiave. E non devi parlarne neppure con
Giulio, Paolo, Emilio, Caio, Tizio, Sempronio
o Antonio, perché potrebbero cercare di
accordarsi per procurarsi dei vantaggi
che non sono in grado di concedere a tutti.
Tu, e solo tu sei il mio debitore preferito.
Curati questa qualifica, perché ti garantisce
e ti garantirà non pochi privilegi. Insisto,
soprattutto non devi cercare nemmeno di
metterti d'accordo con loro, perché ti
esporresti necessariamente a pesanti conseguenze.
Potrei essere costretto a decidere per
una "Operazione giusta causa", che ti
provocherebbe gli stessi problemi che
provoca una "Tempesta nel deserto" qualsiasi.
Mentre invece, come sempre, sono più che
di sposto a darti una mano. Quindi caro,
faremo in questo modo. o Anzitutto mi
pagherai tutto quel che puoi, ma solo
quello, non certo un cent di più. Per
esempio, quest'anno dovresti darmi 380
milioni ma abbiamo visto che puoi darmene
solo 85 perché non avevi preventivato
di più. Ti ho già detto, sei poco previdente.
Ti piacciono troppo il carnevale, il rhum
e la salsa. Ma comincia intanto con darmi
quelli che hai. E non preoccuparti per
il resto. Provvedo io.
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