LA GRANDE RAPINA DEL TERZO MONDO
di Rodrigo Andrea Rivas

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Il rapporto tra la crescita del Nord e del Sud del mondo fa parte delle grandi questioni dell'economia internazionale, accanto al rapporto tra l'economia finanziaria e l'economia reale, al rapporto tra l'aumento della produzione e la crescita economica, al rapporto tra la realtà e le teorie economiche. Affrontarlo da solo quindi, non equivale a trasformarlo nel problema economico per antonomasia, non equivale a nessuna scelta terzomondista, che pure può far parte di scelte personali ed etiche, ma s'innesta nel contesto di una lettura che (cercando di leggere la globalità) non può che affrontare i problemi globali globalmente.

POCHI Dati MA eloquenti

Le cifre risultano più eloquenti di qualsiasi ragionamento a questo riguardo. Limitiamoci a citarne qualcuna. Ad esempio, se nel 1980 la quota di mercato dei 102 stati più poveri rappresentava il 7,9 per cento delle esportazioni e il 9 per cento delle importazioni mondiali, nel 1990 queste percentuali erano scese all'1,4 per cento e al 4,9 per cento rispettivamente; nel frattempo, le esportazioni e importazioni della Triade dominante (Usa, Unione Europea, Giappone) erano balzate, rispettivamente, dal 54,8 al 64 per cento e dal 59,5 al 63,8 per cento. E pur se qualsiasi dirigente della Confindustria risponderebbe a quest'osservazione spiegandoci che, "a lungo andare i mercati sono in grado di correggere da soli le distorsioni", ciò non succede mai nella realtà. Anzi! Infatti, secondo la Conferenza per il commercio e lo sviluppo dell'Onu (Unctad), se non si modificheranno radicalmente le condizioni dell'economia mondiale, verso l'anno 2020 l'insieme formato dai Paesi dell'Africa, del Medio Oriente e dell'America Latina, ai quali si sono aggiunti nel frattempo la Russia e i Paesi dell'Europa centrale e orientale, non rappresenterà più del 5 per cento del commercio mondiale. Verso il 2020, secondo l'Onu! In verità, forse il malinteso nasce dal fatto che non intendiamo la stessa cosa che intende la Confindustria quando parla del "lungo periodo". Ma non è tutto. Perché persino se si accettasse l'idea che sembra presente nei suoi argomenti, e cioè che questi tempi lunghi somigliano ai tempi eterni, non ci sarebbero comunque elementi che permettano di giudicare come valido quel ragionamento. Diciamolo molto semplicemente: la già citata Unctad, cioè l'Onu, afferma che questo insieme di Paesi (dove vive poco meno dell'85 per cento dell'umanità), rappresentava il 39,2 per cento del commercio internazionale nel 1970, il 26,4 nel 1990 e il 19 nel 1992. Pronostica che, salvo modifiche radicali, ne rappresenterà solo il 5 per cento nell'anno 2020. Non esistono previsioni per il periodo successivo. Nessuno, nemmeno la Confindustria, potrebbe farle. Se, quindi, l'Onu ha ragione, non esiste alcun appiglio che possa permettere di credere corretto il pensiero confindustriale. Escludo, probabilmente sbagliando, che lo si possa considerare semplicemente un dogma (o un mistero) di fede.

La minoranza privilegiata

Nell'edizione 1997 del Rapporto sullo sviluppo umano pubblicato dal Undp (l'organismo Onu che analizza le problematiche legate allo sviluppo), vengono identificati una serie di successi tutt'altro che insignificanti. Si parla, infatti, dell'aumento del tasso di scolarità tra le ragazze, della diminuzione dell'analfabetismo tra gli adulti, dell'aumento generalizzato sia delle aspettative di vita sia delle spese destinate al consumo o della disponibilità complessiva di acqua potabile e così via. Non si tratta quindi di uno studio, per così dire, catastrofista. Tuttavia, l'accento è messo sul fatto che gli 800 milioni di persone che vivono nei Paesi ricchi (circa il 14 per cento dell'umanità), si dividono l'86 per cento dei consumi privati totali, si pappano il 45 per cento della carne e del pesce, il 58 dell'energia, l'84 della carta, l'87 dei veicoli motorizzati, il 74 delle linee telefoniche, l'83 del reddito mondiale, il 90 dei risparmi, il 95 dei prestiti bancari commerciali, il 98,2 per cento dei soldi destinati alla ricerca e allo sviluppo. Questo rapporto conferma che mai peggioramento fu così veloce perché, se "nel 1960, il reddito medio della popolazione che viveva nei Paesi ricchi era 30 volte superiore al reddito delle persone che abitavano nei Paesi più poveri… nel 1995 era superiore di 82 volte". Ed è sempre lo stesso rapporto, forse per evitare che i grandi numeri non ci permettano di vedere la realtà, a informarci che la fortuna dei tre uomini più ricchi del mondo supera il Pil (prodotto interno lordo) accumulato dai 48 Paesi più poveri, che quella dei 15 uomini più ricchi pareggia il Pil di tutta l'Africa al sud del Sahara, che quella dei 32 uomini più ricchi supera il Pil dell'Asia del Sud, che quella degli 84 uomini più ricchi supera il Pil della Cina… E ci dice che con "soli" 40 miliardi di dollari, e cioè con il 40 per cento della fortuna personale di Bill Gates, oppure con il 4 per cento delle fortune dei 225 uomini più ricchi del mondo, si potrebbero soddisfare le necessità essenziali di tutta la popolazione del Terzo mondo (cibo, acqua potabile, infrastrutture sanitarie, educazione, salute, ginecologia, ostetricia), cosa che sembra rivestire una certa urgenza giacché (come racconta sempre il rapporto) oltre un miliardo di persone non mangia a sufficienza; 2,7 miliardi non dispongono delle strutture sanitarie di base; 1,5 miliardi non hanno accesso all'acqua potabile; 1,1 miliardi non dispongono di una casa; un quinto dei bambini non completa la scuola dell'obbligo e oltre 2 miliardi di persone soffrono d'anemia. L'elenco potrebbe continuare. Certamente, il rapporto dell'Undp non stabilisce un collegamento meccanico tra la situazione delle poche centinaia di Paperon de' Paperoni e quella degli oltre 1,3 miliardi di persone che vivono con meno di un dollaro al giorno o dei 3 miliardi di persone che lo fanno con meno di due dollari al giorno. Comunque, la "cautela" può essere spiegata facilmente: è pur sempre un'organizzazione dell'Onu e quella pubblicazione è pur sempre una pubblicazione ufficiale dell'Onu.

Opposizione tra diarrea e cancro

Vista la chiarezza di queste cifre, non credo sia necessario né proporre altre cifre d'insieme né, tanto meno, commentare quelle appena citate. Hanno conseguenze, producono fatti, che non si materializzano soltanto nella profonda diversità dei redditi disponibili, quindi nelle condizioni materiali di vita, ma che si confrontano anche all'insieme dei diritti e dei bisogni: diritti tutt'altro che universali, bisogni che la comunicazione globale tende invece a rendere universali. Il che aggiunge il danno alla beffa. O viceversa. Cerco di spiegarmi meglio partendo dal confronto di alcuni fatti della cronaca recente. Da una parte, osservo che (al di là dei suoi veri o presunti meriti o demeriti scientifici) poco più di un anno fa abbiamo assistito in tutta Italia a una serie di manifestazioni e dibattiti sul diritto a disporre gratis della cura contro il cancro creata da Luigi Di Bella. Della cura contro il cancro, e cioè contro quella malattia regolarmente definita come la più diffusa e mortale dei nostri tempi. Dall'altra, leggo dal rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità che, nell'Africa, nel 1997, la spesa sanitaria pro capite, annua, è stata uguale a 5 dollari, e cioè a 9 mila lire circa. La conclusione mi sembra scontata: da una parte, nell'Italia di oggi si può ragionevolmente pensare che pagare meno tickets sanitari, curarsi liberamente con i soldi pubblici, disporre gratuitamente dei farmaci e delle cure per il cancro o per l'Aids, costituiscono un diritto. Dall'altra, nell'Africa, e non solo, ciò non costituisce neppure un miraggio (e sì che proprio in Africa si concentra oltre il 70 per cento dei malati di Aids). Alla fine dei vari ragionamenti che focalizzano ogni anno problemi diversi, il già citato rapporto della Undp contiene una classifica annuale dei 175 Paesi presi in considerazione, ordinata in base a un "indice dello sviluppo umano" che cerca di combinare le statistiche economiche con i dati sulla qualità della vita. Se guardiamo queste tabelle, notiamo che la Gran Bretagna si trova al quindicesimo posto e l'Etiopia al centosettantesimo. La differenza tra le due posizioni è facilmente riassumibile: in Gran Bretagna (malgrado si osservi un'accentuata regressione rispetto ai rapporti precedenti, regressione per nulla scalfita dalla "modernità" di Tony Blair & Co.), tutti gli abitanti hanno accesso al servizio sanitario e all'acqua potabile, non esiste analfabetismo tra gli adulti, i bambini che muoiono prima di raggiungere un anno di età sono 5 mila e tutti i ragazzi frequentano la scuola elementare. In Etiopia il 54 per cento della popolazione non ha nessuna forma di accesso al servizio sanitario, il 75 per cento non dispone di acqua potabile, il 64,5 per cento degli adulti è analfabeta mentre il tasso di analfabetismo tra i ragazzi non viene nemmeno rilevato, oltre 600 mila bambini muoiono senza aver raggiunto il primo anno di età. Permettetemi di fare una deduzione arbitraria. E cioè, pur se si può ragionevolmente presupporre che anche in Etiopia esista il cancro, pur se anche in Etiopia qualcuno arriva a morire di cancro, risulta assai difficile immaginare le strade di Addis Abeba occupate da folle di malati che esigono "libertà di cura" e somatostatina libera o a prezzi calmierati. E, pur se nemmeno in questo caso si documentano proteste di strada, sembra assai più ragionevole presupporre che gli etiopici siano molto più preoccupati della diarrea, principale causa di mortalità infantile, nel loro paese e nel mondo. E poiché discorsi analoghi potrebbero essere facilmente imbastiti sul diritto alla infanzia e al gioco, alla sessualità e alla cultura, alla casa, alla lingua e ai trasporti e così via, mi sembra giocoforza concludere che stiamo parlando di diritti perfettamente localizzati e piuttosto elitari. Senza togliere nulla al fatto, qui e ora, che il diritto a curarsi liberamente e con l'assistenza finanziaria dello Stato possa rappresentare o rappresenti un atto di civiltà. Tuttavia, ciò che m'interessa sottolineare è che proprio il qui e ora definisce i cosiddetti diritti umani. E quindi, che la loro conclamata universalità rappresenta tutt'al più un'aspirazione. Il punto è, direbbe un forzuto italiota, che i bisogni sono infiniti e le risorse finite. Oppure "anche da noi c'è la crisi" Ma, se c'è qualcosa che bisogna affermare chiaramente, è che, se qualcosa non funziona nel sistema, ciò non risiede nella sua capacità di produrre ricchezza. Anzi!

Più ricchi e più poveri

Mi limito a ricordare che, agli albori di questo secolo, la popolazione mondiale era composta "solo" da un miliardo e mezzo di abitanti. Che se prendiamo il Pil mondiale del 1900 e lo aggiorniamo al valore odierno del dollaro per fare dei confronti, risulta un Pil mondiale uguale a 4.500 miliardi di dollari. Che se lo dividiamo per il suddetto miliardo e mezzo di persone, risulta che il Pil pro capite era uguale a 300 dollari (di oggi). Se ripetiamo l'operazione utilizzando i dati del 1996, la popolazione era arrivata a 5,8 miliardi di persone, quasi quattro volte tanto e, parallelamente, il Pil mondiale era arrivato a 20.500 miliardi di dollari. Il Pil pro capite era di quasi 3.600 dollari, 12 volte tanto. Ora, se tra 1900 e 1996 il reddito pro capite si è moltiplicato per 12 e la popolazione per 4, vuol dire che la ricchezza mondiale è aumentata di 12 per 4, e cioè di 48 volte. Il che mi sembra non possa lasciare spazio ad alcun dubbio: il sistema ha funzionato straordinariamente bene dal punto di vista della sua capacità di produrre ricchezza, pur se ha moltiplicato enormemente le ineguaglianze: tra il 1740, agli albori della rivoluzione industriale, e il 1996, la differenza di reddito medio tra la nazione più ricca e quella più povera è passata da 1 a 2 a 1 a 160. Uno statunitense su dieci aveva nel 1997 un reddito inferiore a quello del 1977 mentre uno su dieci aveva aumentato il suo del 115 per cento nello stesso periodo. Tra 1990 e 1995 la parte del reddito italiano destinata al salario è passata dal 52 al 48 per cento, quella destinata al capitale ha fatto il tragitto inverso e ha portato a tali estremi la distruzione delle risorse non rinnovabili che è arrivato a mettere in discussione la stessa sopravvivenza del pianeta. La sua irrazionalità legittima, dunque, un'opposizione ecologista che, in quanto contraria a tale irrazionalità del modello produttivo, non può che ricongiungersi idealmente (senza peraltro confondersi) con la critica più radicale del capitalismo reale.

SPECULAZIONE FINANZIARIA

Detto più pedestremente: non ci sono motivi per prendersela con il sistema per ragioni puramente economiche. La diffusa situazione di povertà nel mondo non è giustificata da nessuna ragione né motivazione economica, amministrativa, organizzativa o razziale. Nei giorni nostri, deriva essenzialmente dalla speculazione finanziaria e dalla perdita di controllo dei meccanismi economici da parte degli Stati nazionali, fenomeni che precedono e si approfondiscono in seguito all'affermazione del liberismo. Osservando la situazione a bocce ferme non ci possono essere dubbi: la combinazione di questi due fattori continuerà a riprodurre grandi ricchezze ed enormi tragedie. Tutto ciò, naturalmente, non equivale a dire che Nord o Sud rappresentino concetti univoci. Che sarebbe un po' come dire che, in Italia, ognuno di noi è tale e quale a un nipotino dell' "avvocato", oppure che esistono davvero "il sistema Italia", "il sistema Europa", "il sistema Nord" o "il sistema Sud", oppure che siamo tutti, senza differenze apprezzabili, sulla stessa barca.

Ricordi del passato prossimo

Tanti anni fa, facevo ancora lo studente, la dottrina economica in auge sosteneva che, se nel Nord del mondo l'economia cresceva, ci sarebbe stata necessariamente una crescita riflessa nel Sud. E poiché nemmeno le attuali manie econometriche sono particolarmente originali, anche allora si era trovato un rapporto matematico per esprimere l'idea: 2 a 1. Voleva dire che se il Nord cresceva di un punto percentuale, il Sud sarebbe cresciuto di due punti. Perché, si diceva, se si producono più automobili, più locomotive, più utensili o più autostrade, c'è bisogno di più materie prime. Si trattava di un rapporto, che tramandato in diverse forme e applicato a diversi spazi geografici ("la locomotiva americana"), è ancora frequentemente citato nella pubblicistica, pur se ormai è del tutto evidente che, se una volta aveva senso, nel mondo della globalizzazione non ce l'ha proprio. Se le materie prime rappresentano un po' il pane dei Paesi poveri (ancora oggi costituiscono il 56 per cento delle loro entrate), il lavoro, e cioè la loro seconda fonte, potrebbe rappresentare il companatico e il trasferimento di capitali e di tecnologia il loro viatico. Il guaio è che pane, companatico e viatico godono, si fa per dire, di assai malferma salute.

Mangiafuoco, sceicchi e altri cattivi maestri

Nel 1973 il mondo fu sconvolto da ciò che allora e lungo molti anni fu addebitato alla perversa volontà degli sceicchi: il primo shock petrolifero. In sostanza, il prezzo del barile di greggio (159 chili) balzò da un giorno all'altro da 4 a 11 dollari. Finiva così, si disse allora, un'epoca contrassegnata dall'energia a buon mercato. In Italia ciò comportò una ristrutturazione generale dell'industria. Le cose più appariscenti furono la circolazione a targhe alterne e lo spegnimento dei cartelloni pubblicitari, indicatori precisi di quanto le nostre vite sembravano in procinto di cambiare. A posteriori, risulta del tutto evidente che i cattivi sceicchi avevano potuto contare, quanto meno, sul beneplacito di alcune tra le potenze dominanti. Con l'aumento del prezzo del greggio infatti, gli Stati Uniti riuscirono a ottenere nuovamente profitto dalle centinaia di pozzi che fino al giorno prima avevano costi di sfruttamento troppo alti (nel Texas, ad esempio), misero in produzione nuovi pozzi che richiesero gigantesche opere d'ingegneria (nell'Alaska e nel Golfo del Messico), lanciarono grandi progetti sulle sabbie bituminose, spinsero a fondo sul nucleare; la Gran Bretagna e la Norvegia misero in funzione i pozzi del Mare del Nord che oggi costituiscono la loro principale fonte d'esportazione; l'allora Unione Sovietica aumentò enormemente la produzione dei pozzi siberiani e si lanciò in un ampio programma di prospezioni e sviluppo di alcune infrastrutture di base che oggi potrebbero concretizzarsi nelle esportazioni di greggio dei Paesi asiatici che fanno parte della Comunità degli Stati indipendenti; la Francia si lanciò con rinnovato impeto sia nell'avventura coloniale africana (intervento nel Ciad per condizionare le mosse petrolifere e coloniali della Libia del colonnello Gheddafi, nel Niger alla ricerca dell'uranio), sia nel nucleare (il Superphoenix); l'Italia strinse accordi con l'Algeria per il metanodotto che alimenta oggi il paese, mentre le pipe-line fiorivano in tutto il Medio Oriente. Oggi risulta ugualmente chiaro (come dichiarò allora l'Opec) che con il nuovo prezzo che aveva raggiunto il barile (11 dollari), a malapena si recuperava il valore reale (le ragioni di scambio) che il prodotto aveva avuto nel lontano 1954, quando le "Sette sorelle" (cioè le maggiori compagnie petrolifere) si erano sbarazzate del premier iraniano Mossadeq perché aveva osato parlare di nazionalizzazione dell'oro nero, per installarvi al potere un sinistro ma pittoresco personaggio, Reza Pahlevi, meglio noto come lo Scià d'Iran, che solo un altro vecchio con la barba da ayatollah, il Corano e l'insurrezione del suo popolo, sarebbe riuscito a mandare a casa oltre vent'anni dopo. Comunque sia, la levata di scudi dell'Opec portò a maturazione numerosi problemi, nelle più periferiche tra le economie mature nel Terzo mondo, e portò alla nascita di un nuovo polo di riferimento internazionale di breve durata.

GRANDE riciclAGGIO

Tra il 1973 e il 1977 i Paesi dell'Opec riuscirono ad accumulare un saldo positivo delle loro bilance commerciali equivalente a circa 350 miliardi di dollari. Una parte di questo surplus servì a finanziare "il lungo festino dei gruppi dirigenti", il cui logotipo rimane quello dello sceicco che, secondo i rotocalchi, andava tutte le sere, o quasi, con il suo jet personale, a giocare nel casino di Montecarlo; un'altra fu utilizzata per acquistare posizioni di rendita o di prestigio in grandi aziende occidentali in difficoltà, quindi per necessità meno razziste del solito (Gheddafi si comprò una quota della Fiat e lo Scià d'Iran una della Mercedes Benz); ma la maggior parte di questi capitali rimase a lungo inutilizzata. Perché gli sceicchi non disponevano delle condizioni necessarie per impiegarla produttivamente in modo immediato. Ci sarebbe stato bisogno di tempo, per formare una classe dirigente, per aumentare il tasso generale di scolarità e di conoscenze tecnologiche, per creare ed espandere il sistema di formazione superiore, per creare un adeguato quadro di riferimento istituzionale.

Modello in crisi

Contemporaneamente, le economie occidentali dovevano far fronte a una crisi di sovrapproduzione. In parole povere, il volano che aveva permesso il processo d'accumulazione nel secondo dopoguerra, e cioè la crescita dei consumi personali e domestici, mostrava evidenti segni d'esaurimento. Nell'Italia agricola e in buona parte distrutta del 1945, ben poche famiglie avevano a disposizione un elettrodomestico, quasi nessuna un'autovettura. Nel 1973 la situazione era rovesciata. S'imponeva quindi, la necessità di aumentare esponenzialmente gli sbocchi esterni per la sovrapproduzione domestica, compito reso più difficile dal fatto che la concomitante situazione degli altri stati industriali era assai analoga (basti ricordare che oltre il 70 per cento del commercio estero della Ue avviene all'interno dell'unione stessa). La quadratura del cerchio fu trovata riciclando i "petrodollari". Dopo qualche anno, infatti, i profitti accumulati dagli sceicchi finirono là dove dovevano finire, e cioè nei forzieri delle banche, soprattutto di Londra e di New York. Da dove partirono per finanziare alcune opere di ristrutturazione nel mondo industrializzato (il nucleare, l'informatica, il militare) ma, soprattutto, per incentivare e sostenere quei consumi del Terzo mondo capaci di tenere in piedi la baracca in quei momenti. Naturalmente, bisogna tenere presente che stiamo parlando di banchieri e/o di governi, non di missionari. Quindi, ha una sua precisa logica il fatto che i prestiti servissero per finanziare i consumi dei Paesi affidabili, ovverosia di quei Paesi dotati di materie prime in grado di garantire il pagamento in natura e, soprattutto, interessati ad acquistare ciò che al mondo industrializzato interessava vendere.

I paesi affidabili

Quindi, nelle condizioni dettate dalla "guerra fredda", per i governi cosiddetti occidentali, "Paese affidabile" era sinonimo di un paese diretto da una classe dirigente non sospetta di simpatie per il nemico comunista, dotata di un alto concetto dei suoi obblighi verso i supremi interessi dell'Occidente, in grado di far fruttare i prestiti (farli fruttare anzitutto per l'Occidente stesso, beninteso), e di far pagare il conto complessivo ai malcapitati del proprio Paese senza bisogno di perdere tempo in fronzoli o discussioni interne solitamente noiose e poco produttive. In definitiva, in quelle condizioni, il profilo del "Paese affidabile" faceva sinonimo con "Paese diretto da una classe dirigente autoritaria". Cosa voleva dire infatti, acquistare ciò che all'Occidente interessava vendere? Ovviamente voleva dire che si dovevano acquistare preferibilmente quei prodotti che garantivano maggiori tassi di profitto per il venditore, e cioè quell'ampia gamma che spazia tra i prodotti di lusso e le armi. Inoltre, come abbiamo già detto, dovevano preferibilmente disporre di materie prime che garantissero le banche occidentali che prestavano i soldi degli sceicchi, non i soldi loro. Ribadisco un vecchio detto: "Non ci sono delle sorprese, solo dei sorpresi". Che altro dire infatti, quando qualcuno pontifica dalle pompose pagine di qualche giornale sorprendendosi perché "pur avendo avuto a loro disposizione un'ingente massa di capitali, non hanno propiziato lo sviluppo dei loro Paesi?".

Paga sempre Pantalone

Perché, mettete tutto in ordine alfabetico in un recipiente, vi verrà fuori un elenco di "Paesi affidabili" costituito più o meno così: Argentina, Birmania, Bolivia, Brasile, Cile, Corea del Sud, Egitto, Filippine, Indonesia, Messico, Nigeria, Perù, Tailandia… Se provate a mettere insieme i personaggi che in nome e per conto di questi Paesi assistevano allora ai variegati vertici dei capi di Stato e di governo (ci sono tutte le fotografie), si potrà notare un'ampia e quasi assoluta predominanza del colore verde. Non era né per moda né per ecologismo, ma solo perché normalmente il verde era ed è il colore portato dai militari (in tema di tinteggiatura, l'unica eccezione notevole fu il Messico, eccezione spiegabile non solo perché "così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti", ma anche perché regime autoritario per eccellenza). E perché proprio questi rappresentano ancora oggi i Paesi sottosviluppati più indebitati al mondo, non si potrà negare che se di coincidenza si è trattato, è stata comunque una ben curiosa coincidenza. Coincidenza che ha pure creato una cultura perpetuatasi, adoperata anche quando (fatto il lavoro sporco) buona parte di questi Paesi appaiono ora diretti da civili eletti più o meno democraticamente (Carlos Menem ne potrebbe rappresentare il capostipite, l'Argentina il paradigma). Perché, effettivamente, questi Paesi acquistarono ciò che dovevano acquistare. L'Argentina, appunto, diretta allora dall' "ubriacone Galtieri", qualche volta chiamato anche, soprattutto all'estero, "il generale Galtieri", oltre a pistole, carri armati, elicotteri e granate necessarie per la repressione interna e per il sequestro di neonati, acquistò 40 miliardi di dollari in armi maggiori per "recuperare le Malvine". Persa la guerra, evaporati i 40 miliardi, Galtieri se ne tornò a casa dove ancora oggi si scola quotidianamente un po' di bottiglie in tutta tranquillità. Doveva pagare /paga Pantalone.

IL MIRACOLO DI MENEM

Il suo emulo civile, Carlos Menem, fece passare il debito estero dell'Argentina da 60 a 180 miliardi di dollari. Guardate la raccolta dei quotidiani: lo definivano, senza vergognarsi, "miracolo" fino a pochi mesi fa. Nel vicino Brasile, il generale Garrastazú Medici decise che (oltre a darsi da fare per "eliminare la povertà eliminando i poveri", come cantava allora Chico Buarque de Holanda quando non era in galera per il delitto di "lesa patria") era necessario che "o paese mais grande do mondo" costruisse il grandioso complesso di Carajas. E si trattò di un vero e proprio festival per la Montedison, la Fiat, l'Italcementi e tante altre aziende, di tutte le nazioni industrializzate. E, forse perché era richiesta tanta valuta pregiata, alcune tra queste aziende (tanto per non fare nomi: la Pirelli) si dedicarono brillantemente a speculare sul cambio, un'abitudine che, sento dire, non hanno mai perso successivamente. In verità, l'idea di Garrastazú Medici non fu mai una grande idea, perché nel mondo c'era sovrapproduzione di quasi tutto ciò che voleva produrre a Carajas (cemento, acciaio, alluminio e così via). Quindi, si è finito per abbandonare quasi totalmente il progetto, ma solo dopo avere sperperato oltre un centinaio di miliardi di dollari. Doveva pagare/paga Pantalone.

PINOCHET E DARWIN

Nel Cile del generale Augusto Pinochet (lo stesso che un giudice "amante della pubblicità" come dicono i socialisti cileni di lotta e di governo, vorrebbe permettersi di giudicare) si mise in piedi un laboratorio darwinista durato 17 anni e dal quale ancora il Paese è in fase di recupero. Costò una ventina di miliardi di dollari di debito estero. Pagava/paga Pantalone. Nella Nigeria, i generali decisero di costruire una nuova capitale, Aguja. Poiché sono un po' lento, non riuscivo a capirne le ragioni, fin quando, nel 1975, ormeggiate al porto di Lagos vidi oltre 2 mila navi, cariche di materiali da costruzione, soprattutto cemento e ferro. Rimanevano "parcheggiate", intere settimane, per mancanza di infrastrutture nel porto. Nessuno sapeva quanto cemento era veramente necessario, ma per ogni tonnellata di cemento arrivata (e regolarmente strapagata) qualcuno prendeva una bella tangente. In verità, i nativi del Nord del Paese, la regione dove si produce il petrolio, non sembravano particolarmente contenti. Per cui i governanti capirono velocemente che ci volevano pure le pallottole. E nemmeno tutto il petrolio nigeriano è riuscito finora a coprire questo fabbisogno. Pagava /paga Pantalone. o Nella Corea del Sud (dove non di rado il cambio di presidente si faceva con le pallottole, qualche volta a teatro, durante le manifestazioni di regime, e dove ogni tanto si procedeva a cambiare il governo facendo saltare per aria tutti i ministri in carica) si assisteva, al di là di questi dettagli, a un miracolo vero, perché malgrado si registrassero dovunque indici di produttività e tassi di profitto largamente superiori a quelli dei Paesi occidentali, gli operai coreani si dimostravano felici di ricevere salari africani. "È l'eredità dello shintoismo e dei suoi quattro rapporti", sentenziò qualche professorone. Beati loro. Più banalmente, il laico Giorgio La Malfa e Cesare Romiti cantarono più tardi le lodi della "qualità totale" che scorgevano da quelle parti dove la Fiat produceva, nella città di Kwanju, quei bei carri armati cingolati che qualche anno più tardi avrebbero sparato sulla folla cittadina che non ne voleva sapere di continuare a farsi carico dei debiti contratti dall'anemica classe dirigente. Anche nella Corea del Sud pagava/paga Pantalone. L'elenco potrebbe continuare.

Tecnologia e materie prime

Verso la fine degli anni Settanta l'iniezione di capitali immessa nei principali Paesi industrializzati cominciò a produrre i suoi effetti. La rivoluzione tecnologica provocò un immediato calo della domanda di materie prime. Nel settore dell'auto, ad esempio, il nuovo ruolo delle materie plastiche portò a una diminuzione del 60 per cento delle materie prime necessarie per unità di prodotto, mentre nel microchip queste non rappresentavano più dell'1-3 per cento del costo complessivo. Più in generale, le autorità giapponesi hanno reso noto che, in media, tra il 1975 ed il 1995 ogni unità di prodotto industriale ha diminuito il consumo di materie prime del 40 per cento. Quindi, la diminuzione della domanda internazionale si tradusse in un immediato calo dei prezzi. La caduta venne ulteriormente aggravata dal fatto che, per aumentare le proprie quote in ciò che restava del mercato, i Paesi del Terzo mondo si lanciarono in una guerra commerciale senza esclusioni di colpi, guerra richiesta, spinta, imposta dal Fmi diretto dall'ex socialista francese Michel Camdessus. Per farla breve, la caduta delle quotazioni internazionali delle materie prime diventò talmente accentuata e costante che, a partire dal 1978, i prezzi complessivi delle materie prime, compreso il petrolio, sono i più bassi conosciuti fin da quando esistono le statistiche a livello internazionale, e cioè il loro valore risulta inferiore a quello che aveva agli inizi del ventesimo secolo. Qualche anno dopo in Italia, l'allora capo di governo, Bettino Craxi, poteva dire: "Tutte le condizioni internazionali per mettere l'inflazione sotto controllo sono ormai riunite". Aveva ragione. I prezzi delle materie prime cominciano a risollevarsi da questa pro-fonda depressione solo negli anni Novanta, pur se ancora oggi (come potete facilmente osservare nelle tabelle che pubblica ogni settimana Il Sole 24 Ore) nel complesso le commodities hanno ancora valori inferiori a quelli che avevano a metà degli anni Settanta (e anche perciò D'Alema & Co. dicono il falso quando incolpano il greggio delle difficoltà del loro governo). Comunque, cosa assai più importante, il pane del Terzo Mondo era servito.

Arrivano i nostri

Ma, come vi potrebbe spiegare con efficacia e abbondanza di dettagli un qualsiasi tango argentino, "le pene sanno nuotare" (per cui non si riesce mai a farle annegare, neppure nell'alcool), e "le disgrazie arrivano sempre in buona e abbondante compagnia". E infatti, alla presidenza degli Stati Uniti arrivò proprio in quelli anni un tale Ronald Reagan, il quale, malgrado i precedenti non fossero particolarmente facili da battere, dimostrò il carattere assiomatico di quel vecchio detto popolare che in tutte le lingue recita: "Al peggio non c'è mai fine". o Come per tante altre cose appena citate precedentemente, non voglio tentare qui un'analisi della politica reaganiana. Mi limito a constatare che la raccolta di fondi necessaria per il grande progetto di "rimettere in piedi l'America" superando "la sindrome del Vietnam", venne applicata con enorme successo a livello universale. Quindi, per quanto riguarda il versante delle nazioni più deboli, il progetto si sviluppò lungo una strada che vide portare anzitutto l'aumento del debito estero di questi Paesi a livelli insostenibili; ciò rese possibile mettere sotto controllo diretto le loro politiche economiche e finanziarie (Fmi e Banca mondiale giocarono e giocano un ruolo fondamentale in questo senso), seguendo un disegno destinato a ridurli nel ruolo di fornitori di materie prime e di manodopera a basso costo. Su questa via non fu difficile costringerli subito dopo a svendere le loro risorse a buon mercato (denazionalizzazioni e privatizzazioni) che (per poter far fronte agli interessi sul debito) finirono spesso nelle mani della concorrenza diretta. Infine, si arrivò alla raccolta pura e semplice delle loro risorse finanziarie: tra il 1980 e il 1989, per sfruttare le possibilità offerte dai nuovi strumenti finanziari messi in piedi da Reagan per raccogliere il risparmio universale destinato a finanziare i progetti legati alle "guerre stellari" e finanziare il colossale deficit pubblico di Washington, finirono nel sistema bancario statunitense 931 miliardi di dollari che rappresentavano la somma dell'eccedenza economica del Giappone, della Germania e dei quattro dragoni dell'Asia orientale. Dovrebbe essere abbastanza ovvio che tutto ciò rappresenta un pericolo per la stabilità economica di questi Paesi e che qualcuno ne sta pagando oggi il conto, ad esempio nel Sudest asiatico. Ma è successo anche di peggio. Negli stessi anni, tra il 1982 e il 1992, il saldo negativo nei rapporti con l'estero registrato dall'America Latina e dall'Africa, era arrivato a 240 miliardi di dollari, quasi tutti confluiti sempre negli Stati Uniti. Nell'America latina si trattava in genere degli ultimi anni dei regimi nati durante il "ciclo dei governi militari"; nell'Africa ciò portò diritto alla "guerra dei grandi laghi" e alla decomposizione che caratterizza oggi l'intero continente. Naturalmente, anche per dare a Reagan solo ciò che è suo (che peraltro basta e avanza) sembra giusto ricordare che nessuna delle successive presidenze ha fatto qualcosa per modificare questa situazione. In questo senso non si può non segnalare che, visti dal Sud del mondo, sembrano abbastanza assurdi quei dibattiti, proposti spesso dalla Rai o da qualche quotidiano italiano, sulle opzioni conservatrici e/o progressiste nella politica statunitense.

Primo: aumentare il debito estero

Secondo la logica formale esisterebbero quanto meno tre strade possibili per aumentare il debito estero. La prima consiste nell'aumentare i prestiti concessi, ed era stata proprio quella praticata utilizzando i petrodollari. La seconda consiste nell'aumentare gli interessi sui prestiti concessi precedentemente. La terza nel mix delle due strade. oReagan scelse senza ambiguità la seconda strada, anche perché i soldi gli servivano per utilizzarli negli Usa e non fuori. Fino a quel momento, i debiti erano stati contratti con l'avallo dei governi dei Paesi industrializzati ed erano stati concessi prevalentemente in dollari, a tasso fisso e a lunga scadenza. Sotto Reagan, nell'arco di pochi mesi gli interessi passarono dal 3,5 al 18 per cento annuo (in media, perché in certi momenti superarono anche il 21 per cento). Dopo scomparve l'avallo dei governi, e la titolarità sui prestiti passò direttamente al sistema bancario privato. Infine, dopo aver imposto la rinegoziazione, caso per caso, della situazione debitoria, la maggioranza dei debiti nonché quasi tutti i nuovi prestiti diventarono a breve scadenza e a tasso variabile. In questo modo tutti i rischi furono assunti direttamente dai Paesi debitori. Dopo pochi mesi di questa "medicina", il Messico gettò la spugna. Lo seguirono velocemente tutti gli altri Paesi debitori dell'area, e cioè praticamente tutti i Paesi latino-americani. A quel punto, il problema non era solo economico ma essenzialmente politico. Perché se si arrivava a riconoscere che il debito dei Paesi dell'area (400 miliardi di dollari nel 1982) non poteva essere recuperato, buona parte del sistema bancario statunitense era tecnicamente in stato di fallimento perché la sua esposizione verso questi Paesi superava frequentemente il capitale di molte delle banche implicate (e non si trattava di piccoli enti, tra gli altri, c'era la Chase Manhattan bank, la banca dei Rockefeller). Si trovò quindi una soluzione tecnica che permise di conciliare i vari interessi in gioco, e cioè gli interessi degli Usa e gli interessi del sistema bancario.

Così moltiplicano LA DIPENDENZA

o Giovanni deve a Pietro un miliardo di lire. o Il prestito è stato concesso al 3,5 per cento d'interesse annuo e a 20 anni di scadenza. o Ma Pietro è più forte di Giovanni, quindi può, un'infausta mattina comunicargli che da quel momento il tasso d'interesse applicato sul suo debito è passato al 18 per cento annuo. Aggiunge poi che, dovendo farsi carico con urgenza del progetto "guerre stellari" (Pietro fa il produttore cinematografico), invece di disporre di 20 anni per pagare il debito, Giovanni potrà averne solo cinque a disposizione. o Quindi, conclude, se Giovanni doveva pagare 35 milioni di interesse annuo, adesso dovrà pagar- ne 180. E se prima disponeva di 20 anni per pagare il debito, quindi ogni anno doveva rimborsare 1/20 del debito, e cioè 50 milioni, ora avrà a disposizione solo cinque anni, quindi dovrà rimborsarne 1/5 ogni anno, e cioè 200 milioni. Conseguentemente, Giovanni dovrà rivedere tutti i suoi conti. Pensava di pagare quest'anno 85 milioni. Invece dovrà pagarne 380, e la cosa è un po' più difficile. o Per poter pagare Giovanni comincia a fare gli straordinari. In seguito deve eliminare la carne e il pesce della dieta. Poi elimina i cereali, la verdura, la frutta, il caffè e il biglietto dell'autobus. Il guaio arriva quando scopre che, pur senza riuscire a pagare quanto deve, non può nemmeno con sumare il tè e il pane giornalieri ai quali aveva ridotto il suo nucleo familiare. o Quindi, Giovanni è costretto a dichiararsi debitore insolvente. Schiumata la rabbia, Pietro gli comunica che non può accettare perché, a sua volta, si è dovuto indebitare con Michele per produrre la serie di film e, aggiunge, tra gli altri documenti ha pure consegnato le cambiali firmate da Giovanni. o In teoria Pietro potrebbe cacciare via Giovanni dalla sua casa per metterla in vendita. Potrebbe pignorare i mobili per metterli all'asta. Potrebbe prendere la figlia per farla diventare la sua massaggiatrice personale. Potrebbe… Ma da tutto ciò ricaverebbe pochi soldi. E poi c'è Michele, cosa farà Michele? E, d'altra parte, cosa fare con Giulio, Paolo, Emilio, Caio, Tizio, Sempronio e Antonio che, certo, non sono messi molto meglio di Giovanni? Non potrà avere otto massaggiatrici personali. o Quindi gli fa una proposta articolata che suona più o meno così. o D'ora in avanti dirigerò io gli affari di casa tua. Quindi, ti spedirò il mio commercialista. Si chiama Filippo Maria Inzaghi, ma puoi chiamarlo Fmi come fanno tutti gli intimi, dato che diventerà una presenza costante in casa tua. Anzitutto, dovrete studiare insieme un "piano di aggiustamento" della tua situazione economica, sulla cui base saprai quanto e come mi interessa che lavori, quanto e cosa mangerai e così via. Lo scopo del piano non cerca solo di favorire la riscossione dei miei crediti, ma si propone soprattutto di mettere in piedi un ciclo virtuoso. Prima di tutto, certamente, servirà per produrre il risparmio necessario perché tu possa pagare i tuoi debiti, ma in futuro l'atteggiamento virtuoso che avrai assunto ti permetterà di diventare ricco a tua volta. Naturalmente, dovrai prima sopravvivere. È un'amara medicina. Ma assolutamente indispensabile. D'altra parte devi anche eliminare il superfluo e imparare ad amministrarti meglio. Il che mi costringerà a prenderti un po' di cose che per te, appunto, sono superflue se non addirittura dannose che dovrò privatizzare per contribuire a liberare le energie creatrici del mercato. Forse ora non ti è chiaro, ma anche questo ti aiuterà in futuro. Presto scoprirai infatti che dormire su un materasso rammollisce culo e cervello. E quello del materasso è solo un esempio domestico, perché accade molto di peggio quando si possiedono ferrovie, aerolinee, elettricità o gas, tutti affari che per te sono in perdita, perché sei troppo abituato all'assistenzialismo. Vedrai invece come, dopo avere aumentato le tariffe, e dopo averle riformate, fuse, flessibilizzate, fatte dimagrire, quotate in Borsa, tecnologizzate adeguatamente, tutto cambierà. Dopo infatti, qualcuno ci guadagnerà fior di quattrini. Fai tesoro della lezione, al limite per la tua prossima vita. Avrai sentito parlare del karma? o Non devi dire a nessuno che non sei in grado di pagarmi. Lo sappiamo tutti e due. Anzi, lo sanno tutti. Ma non devi dirlo pubblicamente perché Michele potrebbe incazzarsi e i mercati potrebbero reagire negativamente. Fiducia, è la parola chiave. E non devi parlarne neppure con Giulio, Paolo, Emilio, Caio, Tizio, Sempronio o Antonio, perché potrebbero cercare di accordarsi per procurarsi dei vantaggi che non sono in grado di concedere a tutti. Tu, e solo tu sei il mio debitore preferito. Curati questa qualifica, perché ti garantisce e ti garantirà non pochi privilegi. Insisto, soprattutto non devi cercare nemmeno di metterti d'accordo con loro, perché ti esporresti necessariamente a pesanti conseguenze. Potrei essere costretto a decidere per una "Operazione giusta causa", che ti provocherebbe gli stessi problemi che provoca una "Tempesta nel deserto" qualsiasi. Mentre invece, come sempre, sono più che di sposto a darti una mano. Quindi caro, faremo in questo modo. o Anzitutto mi pagherai tutto quel che puoi, ma solo quello, non certo un cent di più. Per esempio, quest'anno dovresti darmi 380 milioni ma abbiamo visto che puoi darmene solo 85 perché non avevi preventivato di più. Ti ho già detto, sei poco previdente. Ti piacciono troppo il carnevale, il rhum e la salsa. Ma comincia intanto con darmi quelli che hai. E non preoccuparti per il resto. Provvedo io.

 
 
 
       

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