|
REVISIONISMO?
UN FALSO PROBLEMA
di Giampietro Nico Berti
Scarica
la versione formato pdf

La
storiografia, per sua natura, non può
che essere revisionista, se per revisionismo
s'intende il continuo esame dei giudizi
precedenti a fronte delle nuove acquisizioni
della ricerca. Ciò è banale. Come aveva
giustamente sentenziato Benedetto Croce,
la storia è sempre storia contemporanea,
dato che ogni generazione rilegge il passato
in base al suo presente. Poiché questo
muta (cioè mutano i valori, gli interessi,
gli orientamenti culturali e politici)
allora non può non mutare anche il giudizio
storico. La storiografia italiana nell'età
liberale, per esempio, ha formulato un
determinato giudizio sull'impero romano;
esso è diverso da quello elaborato durante
il fascismo, che a sua volta risulta divergente
da quello espresso negli ultimi cinquant'anni
di vita democratica. In tutto questo non
vi è alcuna falsificazione o manipolazione
perché è scontato che sia gli storici
liberali, sia quelli fascisti, sia quelli
democratici non hanno certo alterato il
dato obiettivo della morte di Giulio Cesare:
44 avanti Cristo. In altri termini, il
giudizio di valore sull'impero romano
(positivo, negativo o quant'altro) non
può in alcun modo condizionare il giudizio
di fatto (Cesare muore sempre nel 44 avanti
Cristo). Ora, perché esiste, innanzitutto,
la questione "tecnica" del "revisionismo"?
Perché in questo caso i giudizi di fatto
risultano intrecciati con i giudizi di
valore, in modo tale che gli uni influenzano
gli altri. Se io affermo, per esempio,
che la Resistenza è stata una guerra di
popolo (giudizio di valore), devo poi
dimostrare che tale giudizio è fondato
su alcuni fatti, che in questo caso saranno
dati dalle stime di tipo quantitativo
elaborate dalla storiografia: i partigiani
(e coloro che li aiutarono) erano centinaia
di migliaia di persone. Bene. Se però
la ricerca storica accerta invece che
i partigiani erano molto meno, ciò mette
in discussione il giudizio sulla guerra
di popolo. Ecco dunque come un giudizio
di fatto (la stima quantitativa dei resistenti)
può intaccare un giudizio di valore: se
i partigiani erano una minoranza, è ancora
legittimo parlare di guerra di popolo?
Altro esempio, per restare sempre al tema
della Resistenza. Se io dico che le azioni
dei partigiani non furono mai feroci,
che i partigiani non commisero mai azioni
indegne, che il coraggio stava sempre
dalla loro parte e la vigliaccheria, la
ferocia e altre ignominie solo dalla parte
fascista; se affermo tutto questo e poi
scopro, al contrario, che non sempre i
fascisti si comportarono in modo ignobile,
come non sempre i partigiani si comportarono
in modo nobile, finisco con il mettere
in discussione non solo le azioni (i fatti),
ma anche le intenzioni che motivarono
tali fatti (i valori). Non a caso in questo
periodo una certa storiografia revisionista
si è cimentata con successo nella dimostrazione
che le intenzioni delle reclute che si
arruolarono nella repubblica di Salò erano
nobili, nel senso che molti di questi
giovani erano disinteressati e credevano
veramente ai valori patriottici ("i ragazzi
di Salò"). Altro esempio ancora. Se si
afferma che la dittatura fascista, perché
di destra, si sostenne con la forza, il
terrore poliziesco e i soprusi padronali
(e che dunque essa non ebbe alcun appoggio
popolare), mentre si accerta in seguito
(sempre attraverso l'esame dei giudizi
di fatto) che tale appoggio invece vi
fu (specialmente dal 1929 al 1938), gli
schemi ortodossi dell'interpretazione
sul fascismo come regime di classe ("cane
da guardia della borghesia") subiscono
un duro colpo di credibilità scientifica.
Di qui l'annosa discussione sulla "qualità"
di tale consenso: essendo stato in parte
estorto, quanto fascismo autentico vi
fu nell'appoggio popolare e quanto, invece,
fu indotto dalle circostanze storico-politiche
favorevoli al regime? Da questi e da altri
possibili esempi, si vede come la grande
separazione tra giudizi di fatto e giudizi
di valore (tipica acquisizione della cultura
liberale e occidentale), risulti sempre
praticabile sul piano strettamente teorico,
ma diventi di difficile attuazione quando
si affrontano i problemi storici, dal
momento che i fatti sono sterminati e
il compito degli storici consiste, per
l'appunto, nel decidere innanzitutto quali
sono importanti e quali no. E con ciò
gli stessi storici immettono, inevitabilmente,
un giudizio di valore. Non solo. I giudizi
di valore sono pure presenti nella valutazione
dei fatti stessi e nella loro successiva
"disposizione" e "presentazione". Per
cui, va da sé, non può esistere l'obiettività
storica, ma solo l'onestà deontologica
dello storico. Sia ben chiaro, la difficoltà
non intacca per nulla la giustezza della
divisione sopra ricordata; dimostra però
quanto sia difficile districarsi nella
disputa sul "revisionismo" e spiega, allo
stesso tempo, il permanere fastidioso
di tale querelle. Certo, anche per quanto
riguarda la storiografia sull'impero romano
i giudizi di fatto risultano intrecciati
con i giudizi di valore, tanto è vero
che questi cambiano da generazione a generazione.
Solo che, rispetto all'età romana, il
nostro presente è passionalmente inerte,
mentre per ciò che attiene allo svolgimento
storico degli ultimi due secoli lo è molto
meno. Il che sta a significare che se
la storia è sempre storia contemporanea,
essa lo è in misura diversa in relazione
a quello che stiamo affrontando. Facciamo
ancora un esempio. Pressoché nulla ci
unisce, come contemporanei, alle dispute
fra guelfi e ghibellini. Nessuno di noi
si sogna di apostrofare qualcuno insultandolo
con l'epiteto di guelfo. Però se apostrofiamo
qualcuno con il termine giacobino, questo
risulta ai nostri occhi ancora consono
al presente: guelfo è una parola morta,
giacobino è una parola viva. E con ciò
è dimostrato che la Firenze di Dante Alighieri
non ci dice più nulla diversamente dalla
Parigi di Maximilien Robespierre che ci
dice ancora molto. Le passioni del presente
proiettano sul passato i problemi della
nostra esistenza e dimostrano che, mentre
la storiografia sull'età romana (o sull'età
medievale) è solo parzialmente contemporanea,
quella relativa ai secoli diciannovesimo
e ventesimo lo è ancora totalmente.
Il
nocciolo della questione
Il
vero scontro fra revisionismo e antirevisionismo
si riassume nella contrapposizione fra
storiografia liberale e storiografia di
sinistra. Il punto decisivo del contendere
riguarda il senso complessivo della storia
dei secoli diciannovesimo e ventesimo.
Per la storiografia liberale esso appare
del tutto decifrabile nel fenomeno totalitario
in quanto riassunto emblematico dell'intero
ciclo. Come dire: il Novecento parla anche
per l'Ottocento. Emblematico perché il
totalitarismo rappresenta, contemporaneamente,
tre cose. La prima è che destra radicale
e sinistra radicale si equivalgono. L'equivalenza
non riguarda le intenzioni, naturalmente,
ma gli sbocchi pratici, vale a dire la
soppressione della libertà per opera di
una volontà politica tendente a sopprimere
ogni forma di società civile. La seconda
consiste nel fatto che destra estrema
e sinistra estrema giungono agli stessi
risultati perché sono motivate da una
medesima tensione meta-politica: la volontà
di sostituire l'esistente con un totalmente
altro. Ancora una volta è secondario che
i loro progetti siano opposti; quello
che conta invece è la loro volontà di
manipolare la storia e la natura umana.
L'esperienza ha dimostrato (al di là di
tutte le spiegazioni "tecniche") che tali
manipolazioni hanno prodotto esiti mostruosi
perché l'uomo non ha il potere di controllare
l'intera sequenza delle sue azioni. Si
finisce sempre per accertare dolorosamente
la validità del paradigma di Bernard de
Mandeville (effetti inintenzionali di
azioni intenzionali) o il weberiano "paradosso
delle conseguenze". Ne deriva che ogni
progetto sociale, la cui finalità pretenda
di essere unica e irreversibile (cioè
nemica della "società aperta"), contiene
in sé tale destino. Il totalitarismo non
appartiene alla civiltà liberale, anche
se è nato nell'Occidente. Sotto il profilo
epistemologico esso può essere "razionale",
ma non può mai essere "ragionevole". Perciò
a dispetto di quanto affermano i francofortesi,
non è figlio dell'illuminismo perché questo
(essendo prima di tutto consapevolezza
dei limiti della ragione) è il contrario
di ogni astrazione disumana la quale,
invece, è del tutto consona al cancro
totalitario: può infatti essere "razionale"
sterminare milioni di ebrei o di kulaki,
mai però può essere "ragionevole". E poiché
la cultura liberale è prima di tutto la
cultura della moderazione, cioè, appunto,
della ragionevolezza e del buon senso,
il liberalismo non ha nulla a che fare
con il delirio di onnipotenza tipico di
tutti gli estremismi razionalistici così
come si sono espressi nel fenomeno totalitario
del ventesimo secolo. Tanto meno poi ha
a che fare con un'idea di società dove
il politico è predominante rispetto all'economico,
come avviene, al contrario, nel comunismo,
nel nazismo e nel fascismo. Infine, la
terza, l'insorgenza del totalitarismo
ha dimostrato che la dicotomia fra uguaglianza
e libertà è irrisolvibile. Ogni qual volta
si è voluto perseguire fino in fondo l'uguaglianza,
si è dovuti ricorrere, inevitabilmente,
alla forza, cioè all'autorità. Dunque
ogni radicalismo finisce nell'autoritarismo
e poi, se si insiste, nel perfezionamento
del suo concetto: il totalitarismo. In
conclusione, per la storiografia liberale,
l'esperienza storica di questi due secoli
ha dimostrato che è possibile solo un'azione
riformatrice. Pertanto la sinistra deve
liberarsi dal mostro dell'estremismo fino
a riconoscere che il suo ruolo può essere
solo quello di correggere il capitalismo.
La sinistra, in altri termini, non ha
in sé il dna per costituire un'alternativa
autonoma alla società liberale. È evidente
che la storiografia di sinistra non può
accettare simili conclusioni perché delegittimano
quasi tutte le ragioni della sua esistenza.
Prima di tutto chiunque si identifichi
(non importa a quale titolo e in quale
misura) nella sinistra tende a respingere
l'equiparazione nazismo-comunismo, anche
se si tratta di un'equiparazione riguardante
solo gli esiti pratici. Poi stenta ad
abbandonare ogni prospettiva "utopica"
e, per ultimo, ed è questo il punto più
importante, non può rinunciare all'idea
di uguaglianza, ragione stessa della sua
esistenza. Di qui la discussione sulle
origini e sulla priorità cronologica del
fenomeno totalitario (gli uni dicono che
i nazisti hanno copiato i campi di sterminio
dai bolscevichi, gli altri dicono che
non è vero); di qui la discussione sull'unicità
dell'Olocausto (questo è fenomeno è unico
o, per esempio, lo sterminio degli armeni
a opera dei turchi mostra che ciò non
è vero?); di qui la discussione sulla
natura storica del comunismo (esiste il
comunismo o esistono i comunismi?); di
qui la discussione sulla genealogia ideologica
del comunismo e sulle responsabilità storiche
del marxismo: vi è linea diretta tra Marx
e Stalin, tra Marx e Mao, tra Marx e Pol
Pot (ma, naturalmente, anche tra Marx
e Che Guevara)? Non c'è dubbio che chi
detiene l'interpretazione storica vincente
ha buone possibilità di fornire la "giusta"
rappresentazione del presente e del futuro.
Passato, presente e futuro sono infatti
tre momenti di un'unica verità storiografica
la quale esprime sempre un'immediata valenza
operativa: essa, infatti, è parte integrante
della lotta politica in corso. Ridimensionando
in modo sostanziale il ruolo emancipatore
dei movimenti democratici e di sinistra,
indicando gli sbocchi autoritari di alcuni
fenomeni anticapitalistici e, soprattutto,
denunciando l'inconsistenza storica di
ogni radicalismo riformatore (in quanto
più dannoso che benefico), la storiografia
liberale ha certamente minato alcuni punti
fermi della memoria collettiva degli ultimi
cinquant'anni. Non c'è dubbio, insomma,
che alcuni luoghi comuni riguardanti l'interpretazione
del passato sono profondamente mutati
rispetto agli anni Sessanta-Settanta e
tutto questo ha prodotto, complessivamente,
un clima culturale diverso rispetto al
presente. Tuttavia il revisionismo anticomunista
(definiamolo così) canta una vittoria
effimera perché la morte del comunismo
significa semplicemente che è morto un
determinato giudizio di valore relativo
all'infinita serie dei fatti veicolanti
la spinta universale dell'uguaglianza;
spinta, pare inutile sottolinearlo, che
è ben lungi dall'essere esaurita. Essa,
infatti, si dà ora sotto altre forme.
In altri termini, il revisionismo crede
di interpretare in modo giusto il presente
quando questo stesso presente, che ha
posto le condizioni politico-culturali
di una lettura diversa del passato, è
una contemporaneità sterminata di eventi,
tutti ancora da decifrare e dunque imprevedibili
nel loro sviluppo futuro; uno sviluppo
che, una volta diventato un altro presente,
imporrà altre letture di questo presente-passato.
Modernità
e relativismo culturale
Il
revisionismo storiografico non è una negazione
della modernità, ma una sua logica espressione,
precisamente un esito implicito del relativismo
culturale. Questo infatti costituisce
uno gli aspetti più forti della modernità,
tanto da occupare un posto significativo
nella sua costellazione assiologica. Chi
si identifica con la modernità stenta
a negare che tale atteggiamento "nichilistico"
non sia perfettamente legittimo. In prima
battuta il relativismo culturale dà corso
infatti alla piena manifestazione della
civiltà liberale, vale a dire l'estensione
della libertà di pensiero e di azione
per il più gran numero di persone, attraverso
il pluralismo ideologico, religioso, politico,
estetico e quant'altro. L'enorme diversificazione
di valori e di comportamenti costituisce
uno specifico risultato del processo di
secolarizzazione iniziato con l'età dei
lumi, la cui direzione ultima è ancora
oggi poco decifrabile. Anzi, si può dire
che la secolarizzazione, concepita in
senso estremo e radicale, consista nell'essere
priva di senso e dunque di direzione.
Il relativismo culturale, nel suo svolgimento
estremo, mostra l'ovvio ontologico della
secolarizzazione: l'impossibilità di fondare
oggettivamente i valori, ovvero l'impossibilità
di agganciare in modo univoco un determinato
giudizio di valore a un determinato giudizio
di fatto. Cioè: i fatti non solo sono
sterminati (sotto il profilo storiografico),
ma sono pure muti (sotto il profilo etico-filosofico).
Chi fa parlare i fatti sono i valori,
che però sappiamo essere senza fondamento.
Questa è la condizione "normale" della
modernità e chi non sa vivere con essa
è fuori della sua "significanza insignificativa":
è un fatto che i nazisti hanno sterminato
milioni di ebrei, ma se la guerra l'avessero
vinta i nazisti, questo, purtroppo, sarebbe
stato un valore non solo per loro, ma
anche per altri milioni di persone. La
prova storica della valenza di questo
nichilismo sta nella sua speculare e perfetta
comparazione: altrettanti milioni di individui
sono stati sterminati dai comunisti, ma
i comunisti odierni, o quelli che sono
stati comunisti, o quelli che in qualche
modo si sono riconosciuti in questo movimento,
rifiutano l'equiparazione sostanziale
(negli esiti pratici) fra nazismo e comunismo,
fino a negare l'evidenza dello sterminio,
anche se nessuno, quando è uscito il Libro
nero del comunismo, è riuscito a dimostrare
che tali fatti non erano veri. (Detto
en passant: tutte cose che si sapevano
da cinquant'anni in qua). Si è preferito
attaccare, con determinati giudizi di
valore, l'operazione culturale del Libro
nero, denunciando la speculazione politica
che l'aveva mossa, oppure si è cercato
di dare una diversa interpretazione a
questi stessi fatti; mai però si è potuto
dimostrare la loro falsità (esempio: gli
storici comunisti non possono negare le
foibe, possono però dimostrare, a volte
con ragione, che esse furono anche il
contraccolpo avvelenato della politica
liberticida del fascismo italiano in Iugoslavia).
Dunque sempre i valori imperanti del presente
dettano le condizioni di lettura del passato,
il che porta a concludere che l'insorgenza
del revisionismo altro non è che l'insorgenza
di nuovi valori (e dietro loro, ovviamente,
di nuovi rapporti di forza). E poiché
nella storia niente avviene a caso (anche
se la storia, allo stesso tempo, è una
sequenza infinita di casi), allora è necessario
dar conto di tale sorgere. E con ciò si
entra nel vivo del problema storico-filosofico
del "revisionismo".
Progressività
della storia e mito della rivoluzione
La
domanda fondamentale a cui bisogna rispondere
è questa: il ciclo storico apertosi con
la rivoluzione francese (ma, se vogliamo,
anche con quella americana) si è definitivamente
chiuso? È doveroso rispondere sì e no.
Il gesuitismo di questa risposta non è
un escamotage letterario; esprime invece,
perfettamente, l'esatta situazione in
atto. Facciamo questo paragone: si pensi
a quelle stelle morte milioni di anni
fa la cui luce giunge a noi solo ora.
Esse sono morte, è vero, ma la luce della
loro morte ci "illumina" adesso. Così
vale per gli ultimi due secoli nati al
canto della marsigliese: questo ciclo
è chiuso, ma gli effetti della sua "luce"
inondano tuttora il presente. È vero che
si tratta di una cosa morta, ma il suo
peso influenza la nostra contemporaneità
e condizionerà pure il nostro futuro,
anche se la sua spinta è destinata a esaurirsi,
irrimediabilmente. Le passioni contemporanee
proiettate nel recente passato sono insomma
agitate da fantasmi, la cui forza evocativa
è sufficiente per rendere infuocato il
dibattito sul suo presunto decesso o sulla
sua presunta salute. Ecco dunque il qui-pro-quo
fra revisionisti e anti-revisionisti.
Sia gli uni sia gli altri sono immersi
entro la luce di questo passato, solo
che i revisionisti negano, con ragione,
che essa abbia ancora un senso "contemporaneo",
mentre gli anti-revisionisti affermano,
altrettanto con ragione, che questo senso
permane, come è dimostrato dal fatto,
banale, che sono sorti per l'appunto i
revisionisti! L'elemento centrale dell'interpretazione
degli ultimi due secoli è consistito nella
comune credenza della progressività della
storia, cioè dell'inevitabile avverarsi
di una serie di eventi a valenza "propedeutica":
ogni fatto innesca un fatto "superiore"
e questo, a sua volta, dà adito a uno
sviluppo più "avanzato". A diversi livelli
e con diverse argomentazioni le grandi
correnti culturali impostesi quasi sempre
nella prassi politica o nella mentalità
intellettuale dei ceti colti (soprattutto
nell'Ottocento e nei primi decenni del
Novecento) hanno confortato questa ipotesi.
Così è valso per l'illuminismo, il romanticismo,
il positivismo, l'evoluzionismo, il marxismo;
correnti che si sono poi riversate, subendo
manipolazioni e interpretazioni ad hoc,
nell'anarchismo, nel repubblicanesimo,
nel democraticismo, nel socialismo, nel
comunismo, nel nazionalismo, nel fascismo
e, perfino, nello stesso razzismo-nazismo.
Ognuna di queste idee ha cercato nella
storia la conferma della sua convinzione
e questo spiega perché le continue smentite
a tali pretese non siano mai state sufficienti
per far recedere le ipotesi iniziali,
anche perché ogni forza politica non ha
fatto altro che imputare lo scacco alla
sua fede non alle deficienze del proprio
convincimento, ma alle fedi altrui. In
tutti i casi, ognuno ha sempre pensato:
se la storia è progressiva, gli errori
verranno sicuramente superati. Questo
è avvenuto perché tutta la contemporaneità
è figlia della rivoluzione francese (e
americana). Come aveva intuito con grande
genialità Friedrich Hegel (Fenomenologia
dello spirito), i contemporanei di questa
rivoluzione (e gli immediati successori)
hanno interpretato l'evento del 1789 come
la manifestazione visibile della direzione
univoca del processo storico: questo non
può avere ritorni, pertanto è possibile
una sua rifondazione tutta centrata sulla
natura olistica del perseguimento irreversibile
della libertà assoluta. Di qui il successivo
mito del progresso, che ha costituito
un'altra specifica cifra forte della modernità
(forse la più forte), il quale è stato
particolarmente pervasivo per i movimenti
sorti sull'onda del sentimento democratico
propagatosi dalla rivoluzione americana
in avanti; sentimento che si è metamorfizzato
più tardi nella rivoluzione francese,
nel 1848, nella Comune di Parigi, nella
rivoluzione russa, nel terzomondismo,
fino al 1968: i movimenti popolari di
un determinato segno (diciamo, in senso
un po' grossolano, di sinistra) hanno
avuto la piena convinzione di stare sempre
dalla parte della storia, per cui è parso
scontato che questa presentasse la coppia
rivoluzione-reazione come una dicotomia
naturale. Perfino, il fascismo e il nazismo
(negazioni variegate della modernità)
non hanno mai smesso di parlare di spirito
popolare o, addirittura, di "vera" democrazia.
Si arrivò a esaltare la gerarchia, ma
ciò fu per realizzare la "vera" giustizia;
si fece l'apologia della razza, ma questo
avvenne per attuare la "missione storica"
del popolo eletto. Del resto, la conferma
di questo paradigma sta nel fatto, per
nulla paradossale, che proprio il fascismo
e il nazismo sono stati due regimi ad
alta valenza rivoluzionaria, con contenuti
non indifferenti di anti-capitalismo e
di socialismo. Insomma tutta la modernità,
compresa la sua negazione derubricata
come reazionaria, non ha mai potuto permettersi
di ripudiare le parole d'ordine della
progressività della storia, la quale a
sua volta ha sempre comportato l'estensibilità
tecnica del suo concetto operativo, che,
nel senso forte del termine, rimanda sicuramente
all'idea di rivoluzione. Quando la progressività
è debole siamo in presenza di un'azione
riformista, quando la progressività è
forte siamo in presenza di un'azione rivoluzionaria:
reazione e rivoluzione, riforma e rivoluzione,
evoluzione e rivoluzione, sono tutte coppie
che indicano la profonda credenza in questa
estensibilità, il cui punto estremo (ma
verrebbe da dire anche logico, perfetto
e puro) è appunto quello rinvenibile nella
dimensione rivoluzionaria. Ripeto: non
occorre dire come i movimenti cosiddetti
di sinistra siano stati totalmente dentro
la centralità di questo immaginario perché
pervasi fino in fondo dalla sua curvatura.
Questo, oggi, non può essere ulteriormente
messo in discussione. Si è trattato però
di un macroscopico errore, per molti versi
di un micidiale errore, che è consistito
nell'interpretare come un blocco unico
eventi che hanno posseduto direzioni,
possibilità e valenze assai diverse, a
volte radicalmente opposte. Per esempio:
la rivoluzione francese presenta due rivoluzioni
quella liberal-girondina del 1789 e quella
totalitario-giacobina del 1793. Il 1848
è diviso tra una rivoluzione liberal-nazionale
e una democratico-socialista. Nella Russia
del 1917 vi furono due tendenze, la costituzionale
di febbraio e la totalitaria dell'ottobre
(senza contare quella libertaria che attraversa
l'una e l'altra). In buona parte delle
guerre di liberazione nazionale si intrecciano
spinte democratiche ed etno-nazionalismi
estremi. Sebbene tutto questo fosse ampiamente
noto, si è sempre finito per leggere tali
eventi in senso univoco, cioè nel segno
di una unidirezionalità del processo storico
(guasti micidiali dell'hegelo-marxismo).
Così la rivoluzione girondina non poteva
che essere superata da quella più avanzata
del giacobinismo, nella rivoluzione russa
è parso giusto che il golpe di ottobre
inglobasse il moto di febbraio, nelle
guerre di liberazione del terzo mondo
l'elemento nazionalistico, e a volte persino
razzistico, è stato considerato comunque
sempre un avanzamento storico rispetto
alle vecchie forme del colonialismo, anche
quando era evidente il contrario. E via
dicendo. In conclusione: la serie infinita
dei fatti accaduti negli ultimi due secoli
ha avuto una sostanziale univocità interpretativa
da parte dei movimenti cosiddetti di sinistra:
democratici, socialisti, comunisti, anarchici.
Detto con la terminologia precedente:
a determinati giudizi di fatto sono quasi
sempre seguiti i medesimi giudizi di valore;
l'aggancio, insomma, come abbiamo detto,
è stato quasi sempre univoco. Due sono
stati gli effetti più gravi di questo
errato convincimento. Il primo è che si
è affermata una credenza assai stupida,
che è consistita nell'idea che l'azione
più estremista significhi di per sé l'agire
più avanzato. Il secondo riguarda le menti
dei rivoluzionari, i quali si sono abituati
a pensare alla rivoluzione come a qualcosa
di naturale, quando naturale non è, con
la conseguenza che il progetto della trasformazione
sociale ha contemplato in misura minima
i costi etici dell'agire; insomma, chi
è rivoluzionario è sempre convinto di
essere assolto dalla storia.
Il
"benevolo" giudizio di valore sul comunismo
Dove
l'errore di tale lettura ha raggiunto
le punte di un delirio collettivo è stato
sicuramente nel "benevolo" giudizio che
il comunismo ha avuto nel ventesimo secolo
da parte non solo di tutto il movimento
socialista e operaio internazionale, sia
pure con gradi di valutazione diversi,
ma anche dal mondo capitalistico e, perfino,
per certi versi addirittura, presso i
cosiddetti reazionari. Visto oggi, ciò
ha dell'incredibile. Il sistema di potere
tra più totalitari del ventesimo secolo
ha potuto godere di questa "franchigia"
proprio perché esso è risultato quell'evento
che aveva realizzato la più grande rivoluzione
dell'intero ciclo storico-rivoluzionario
iniziato dal 1789: una rivoluzione che
ha innescato altre rivoluzioni, fino a
coprire quasi un terzo del globo terracqueo:
dalla Russia alla Cina, dalla Cina a Cuba.
A parte i suoi apologeti, che qui non
ci possono interessare (come i dementi
che scambiavano la dittatura del proletariato
per il socialismo), la ragione ultima
di questo benevolo giudizio è consistita
infatti nell'idea che, in tutti i casi,
il comunismo avesse immesso una rottura
contro il dominio esistente e che, per
quanto tale sistema di potere fosse liberticida
(cosa, comunque, sempre riconosciuta a
denti stretti e sempre accompagnata da
infiniti distinguo), era pur sempre, oggettivamente
(ancora Hegel a dispense!), un passo avanti
rispetto al capitalismo, se non altro
come indicazione delle possibilità storiche
di fuoriuscita dal sistema dominante.
Il che, appunto, dimostra il nostro assunto:
non importa che il comunismo abbia fatto
milioni di vittime, importa invece che
abbia mostrato la possibilità di un superamento
dell'esistente. Il capitalismo è il Male,
il comunismo invece è un male minore che
ha cercato, malamente, di distruggere
il male maggiore. Ecco dunque la cartina
al tornasole: fatti macroscopici di evidenza
solare, fatti che di per sé gridavano
vendetta, hanno incontrato per decenni
il silenzio, l'omissione, la sottovalutazione
(in modo paradigmatico: la fastidiosa
attenzione di un'intenzionale disattenzione)
da parte di tutti coloro la cui ideologia
in qualche modo coincideva con il mito
della progressività della storia. Cioè
questi fatti non hanno mai trovato adeguati
giudizi di valore la cui forza ermeneutica
fosse capace di mettere in risalto l'enormità
e la criminalità dell'evento. Insomma,
contro ogni evidenza essi erano sempre,
in qualche modo, progressivi. Tutto questo
a dimostrazione che una lettura etica
della storia di per sé non esiste (cioè
la storia in atto non è capace di fornire
immediatamente e univocamente il senso
del suo agire), se non è guidata da un'altra
interpretazione la quale, motivata da
contingenze diverse, proietta sul passato,
le ansie, le speranze, le paure e i valori
del suo presente. Occorre dunque aspettare
che muti quel determinato presente perché
sia possibile vedere quello che, per una
vita, era sempre stato sotto gli occhi
di tutti, fino a scoprire l'acqua calda
del "re che è nudo" (dobbiamo aspettare
François Furet per sapere che cosa è stata
veramente la storia del comunismo)?
La
storia non ha direzione
Il
catastrofico e irreversibile fallimento
del comunismo, accompagnato dalla vittoria
del capitalismo (nessuno si illuda: durerà
ancora per molti decenni e decenni, e
chissà quanto ancora), ha mostrato ai
credenti nella progressività della storia
che la storia non ha direzione (beninteso,
non ne ha mai avute). Nel disorientamento
generale e nel più doloroso stupore, essi
hanno dovuto prendere atto che non è crollato
il capitalismo, come era stato annunciato
dalla dottrina, bensì il comunismo, ed
è rovinata con esso, dunque, la più grande
rivoluzione del ventesimo secolo, quasi
un riassunto epocale di tutto il ciclo
precedente (alla lunga, naturalmente,
cederanno anche gli altri "resti" del
comunismo). Il comunismo e l'evento che
l'ha fatto sorgere, la rivoluzione, appunto,
non esistono più; si sono, semplicemente,
dissolti, lasciando alle spalle una gigantesca
rovina. La storia sembra così essersi
fermata (non è vero, naturalmente) e comunque
quella vicenda risulta a capolinea. Attenzione:
non nei fatti, ripetiamo, ma nelle menti
(però, lo sappiamo, è questo che conta)
dei progressisti, di tutti i progressisti,
dai più radicali ai più moderati. La fine
irreversibile del comunismo ha mostrato
così la finta irreversibilità della progressi-
vità della storia, ha mostrato questo
permanente presente. Senza scomodare Francis
Fukuyama, possiamo dire che la storia
procede senz'altro, solo che questo procedere,
per ora, è dato dalla sola storia del
capitalismo. Il revisionismo non è l'esito
di una congiura di pochi studiosi reazionari
e malvagi che, a tavolino, si sono messi
a complottare contro la modernità. Il
revisionismo è il logico esito del fallimento
del comunismo, a sua volta logico esito
dell'inconsistenza storica della progressività
della storia. Di qui, inevitabilmente,
il trionfo enfatico (e per molti versi
ributtante) del relativismo culturale,
cioè di questo paradigma che viene adesso
agitato in chiave di destra, liberale
o reazionaria che sia. Come abbiamo detto,
la radice ultima del relativismo culturale
è "nichilistica", demenzialmente nichilistica;
vale a dire l'idea di equivalenza (o "pari
dignità") di tutte le culture. Non si
potrebbe pensare qualcosa di più stupido
(se tutto è equivalente, perché si dovrebbe
combattere e morire per qualcosa?), ma
è questo l'esito inevitabile cui giungono
tutti coloro che, rifiutandosi, perché
settari, di riconoscere la ragione storica
del sistema dominante, finiscono per "relativizzarlo"
in un'impossibile comparazione con altri
esistenti. Di qui la difficoltà (ma verrebbe
da dire a questo punto anche l'illiberalità)
di una certa storiografia di sinistra,
la quale agita il relativismo culturale
quando deve criticare il capitalismo e
la civiltà liberale, ma si dimentica di
tenerlo presente nel raffronto con la
storiografia revisionista. Questa, infatti,
dovrebbe essere contrastata solo opponendo
giudizi di fatto ad altri giudizi di fatto,
cioè mostrando che i fatti portati in
campo dai liberali o dai reazionari sono
falsi. Buona parte della storiografia
di sinistra, invece, sconta un antico
vizio d'origine, lo storicismo (basti
pensare ad Antonio Gramsci) e non sa rispondere
in modo adeguato all'offensiva in atto.
Le demonizzazione dei giudizi di valore
degli avversari non è infatti una risposta
convincente, naturalmente purché non si
tratti di opinioni criminali. Lasciamo
quindi perdere il negazionismo filonazista
(i campi di sterminio erano luoghi di
cura!) perché intellettualmente ed eticamente
impresentabile. Prendiamo invece in considerazione
il cosiddetto revisionismo liberale o
reazionario. Per esempio, non si può negare
che migliaia di contadini vandeani sono
stati massacrati dai rivoluzionari francesi
(in questo caso girondini), né si può
sostenere, eticamente, che questo fu un
prezzo della rivoluzione. Se si sostiene
quest'ultima posizione, infatti, non c'è
modo di contrastare la posizione opposta:
le centinaia di vittime del Termidoro
sono state un prezzo per riportare la
libertà in Francia dopo il Terrore giacobino.
Mantenendo il paradigma del relativismo
culturale si vede come, in prima battuta,
le posizioni si equivalgano perché dietro
l'una e l'altra non c'è un univoco giudizio
di fatto (fatti sono il massacro dei vandeani
ad opera del Terrore, fatti sono il massacro
dei rivoluzionari ad opera del Termidoro),
come non c'è una univoca direzione dello
svolgimento storico seguito a tali eventi:
al Terrore è seguito il Termidoro, al
Termidoro Napoleone, a Napoleone la Restaurazione,
alla Restaurazione il 1848, al 1848 la
Terza repubblica, alla Terza repubblica
lo stato di Vichy, allo stato di Vichy
la Quarta repubblica e a questa Charles
De Gaulle. Abbiamo forse notizia che,
dopo il generale, vi sia stato in Francia
l'avvento dell'anarchia? Pare di no. Perché
la rivoluzione dovrebbe essere giusta
e la reazione dovrebbe essere sbagliata,
perché l'una dovrebbe essere morale e
l'altra immorale? Chi l'ha detto, dove
sta scritto? Altro esempio: è certo che
tra il 1830 e il 1860 milioni di contadini
italiani erano del tutto indifferenti
all'unità italiana (come lo saranno anche
nei decenni immediatamente successivi).
Il Risorgimento non è stato fatto contro
di loro, però sicuramente senza di loro.
Dunque, in senso "letterale" esso non
fu un movimento popolare (o meglio: fu
un movimento popolare, operai, artigiani,
piccola borghesia cittadina, ampiamente
minoritario). Allora, perché non dovrebbe
essere legittimo che una certa storiografia
cattolica rivendichi i moti sanfedisti
e mostri, comunque, che la breccia di
Porta Pia fu un sopruso da parte dello
stato italiano e che, per l'appunto, il
Risorgimento non fu un movimento popolare?
Nel caso della formazione dell'unità nazionale,
insomma, risulta quanto mai evidente che
a guidarla fu una minoranza, la quale
in qualche modo ha "violentato" la maggioranza.
Del resto, tutti sappiamo a memoria il
numero eroico: 1089 furono i garibaldini
che partirono da Quarto. Eroici senz'altro,
ma sempre un'infima minoranza rispetto
ai milioni di "cafoni" del Sud, quegli
stessi "cafoni", si badi bene, che solo
tre anni prima avevano aiutato i soldati
borbonici a massacrare Carlo Pisacane
e i "trecento giovani e forti" accorsi
a liberare le plebi meridionali dalla
fame, dalla miseria e da un bestiale sfruttamento!
Sganciare
i fatti dai valori
La
storia non produce univoci valori perché
la storia, in sé, non ha senso: essa è
indicibile. E poiché il problema è quello
di assegnare un senso alla storia, il
revisionismo fa parte della vita di questo
nonsenso. Se fosse il contrario, il futuro
sarebbe determinato, ma questo comporterebbe,
automaticamente, la fine dell'utopia.
Anche il revisionismo più becero (cioè
il revisionismo motivato da intenzioni
becere) è, paradossalmente, una conferma
della infinita creatività dell'azione
umana nella storia; è, suo malgrado, una
potente manifestazione della libertà senza
nome, cioè di una libertà senza direzione.
Ed è a questo punto che sorge veramente
il problema di una coscienza storica capace
di saldare il passato al presente attraverso
la piena consapevolezza della non univocità
dei fatti, della loro sterminata sequenza
e dunque degli infiniti significati che
essi, inevitabilmente, producono. Va compreso
fino in fondo che l'instabilità strutturale
di ogni interpretazione storica risiede
nell'insanabile dicotomia tra l'univalenza
delle intenzioni e la plurivalenza delle
azioni perché, anche qualora si riesca
a leggere "correttamente" i propositi
dei protagonisti, ci si trova poi a dover
fare i conti con la "cascata di conseguenze"
innescata da tali intenzioni. In questo
senso il revisionismo non ha fatto altro
che porre in evidenza l'ovvia disintegrazione
dell'unicità valoriale del fatto, spingendo
obiettivamente verso una maggiore consapevolezza
della complessità della storia. Questo
revisionismo, infatti, verrà superato
prima o dopo da un altro, posteriore revisionismo.
Tutti sappiamo che ogni presente è carico
del passato e del futuro anche perché
è l'insieme rappreso di tutte le possibilità
non avveratesi del passato e di tutte
le potenzialità che non si avvereranno
nel futuro. E perciò tutti sappiamo che
ogni presente è sempre una totalità storica,
cioè un esistente olistico senza residui,
impossibilitato, pertanto, a contemplare
alternative a se stesso. Se non che questa
banale constatazione storicistica è del
tutto fasulla, quando si pensa (e si deve
pensare) che siamo noi questo presente.
Togliamo il conforto di ogni giudizio
di fatto ai nostri giudizi di valore e
avremo sicuramente contribuito a elevare
il contenuto etico dell'azione umana,
qualunque essa sia, tanto più se rivoluzionaria.
Essa, infatti, dovrà motivarsi kantianamente
da sé, senza nascondersi dietro oggettivismi,
che comunque non esistono. Dobbiamo ancora
ripeterlo? L'anarchismo è nella storia,
ma è contro la storia.
|