LA RIVOLUZIONE SPAGNOLA E I SUOI NEMICI
di Claudio Venza

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Un paio di mesi fa i giornali italiani hanno riportato la notizia di un dibattito spagnolo sul golpe del 18 luglio 1936, data in cui un gruppo di generali si ribellò alla seconda repubblica. La discussione non si era svolta tra giornalisti o storici, bensì alle Cortes, il parlamento di Madrid. Il risultato fu l'approvazione di una mozione di condanna formale (con l'astensione dei seminostalgici del Partido Popular al governo) del alzamiento che, fino al 1975, veniva celebrato come festa nazionale. Un modo come un altro per chiudere i conti con la storia, con un passato scomodo da gestire a livello di potere nell'Europa liberaldemocratica di oggi. Ma la memoria della guerra civile, o meglio della rivoluzione sociale divorata dalla guerra, è tutt'altro che sepolta. Anche in Italia. Quando, nell'autunno del 1995, è apparso sugli schermi italiani il film di Ken Loach Terra e Libertà, alla commozione di molti si sono accompagnate le polemiche di altri. Gli entusiasti vi hanno trovato divulgato a un ampio pubblico un problema scottante fino ad allora conosciuto da gruppi ristretti: il ruolo controrivoluzionario del Partito comunista di osservanza moscovita e le sue responsabilità nella repressione delle aspirazioni libertarie. I critici hanno attaccato il film per una presunta, ma infondata, semplificazione manichea fra i buoni rivoluzionari e i cattivi stalinisti. Tra i detrattori più viscerali figuravano alcuni intellettuali interni, o molto vicini, al Pds e a Rifondazione comunista, eredi della tradizionale lettura marxista ortodossa della guerra spagnola come esclusiva battaglia democratica e antifascista. Poco dopo il successo nelle sale di tutta Italia, uno dei veterani di Spagna e medaglia d'oro della Resistenza, Giovanni Pesce, percorreva mezza penisola intervenendo a festival della stampa comunista e a incontri di affiliati a Rifondazione per stroncare come provocazione anticomunista il lavoro del regista inglese, un comunista trotckista. In questo ambito almeno due opere sono state pubblicate dalla sinistra istituzionale per contrastare l'idea che nella guerra civile i comunisti non fossero stati semplicemente dei generosi e disciplinati combattenti per la libertà e la Repubblica; quest'ultima tesi aveva trionfato dal secondo dopoguerra nell'opinione pubblica di sinistra italiana ed europea. Non potendo disporre di nuovi lavori di storici allineati (anche perché la linea era difficilmente definibile), gli Editori Riuniti ripescano un lavoro vecchio di dieci anni del noto studioso francese Pierre Vilar: nel giugno 1996 è ristampata una sua sintesi divulgativa, intitolata La guerra di Spagna 1936-1939, senza citare la precedente edizione italiana (Lucarini, Roma, 1988). L'impostazione accademica dello storico francese, autore di opere importanti nella storiografia moderna e contemporanea, lascia intravedere nelle crepe dell'attenta e succosa esposizione, consistenti esempi di logica autenticamente stalinista. Sul nodo cruciale degli scontri del maggio 1937 a Barcellona (nei quali furono uccise da stalinisti e altre forze repressive più di cinquecento persone, per lo più militanti anarchici e del piccolo partito marxista dissidente del Poum, (Partido obrero de unificación marxista), Vilar definisce George Orwell "il più disorientato testimone di una lotta ancora più confusa", allo scopo di screditare lo scomodo Omaggio alla Catalogna, fondamentale reportage più volte ristampato. Subito dopo, nel consolidato stile sovietico, si insinua l'interesse della prima potenza capitalista nell'interpretazione dei "fatti di maggio" come svolta controrivoluzionaria, dichiarando che "questa agonia della rivoluzione ha fatto versare molte lacrime nelle università americane". (Immettendoci nel clima da guerra fredda evocato dallo studioso francese, si potrebbe allora supporre che nelle università sovietiche, ammesso che se ne sia parlato, ci siano state risate euforiche?). Il ragionamento di Vilar si completa con una presunta dimostrazione storica dell'essenza provocatoria della resistenza operaia a Barcellona contro l'attacco di comunisti e governativi alle conquiste proletarie e libertarie. Si citano infatti le prese di posizione dei segretari della Cnt, Confederación nacional del trabajo (il sindacato libertario prevalente in Catalogna) e del Poum contro la "provocazione" del maggio 1937, senza ricordare però che i due personaggi attribuirono tale responsabilità al Psuc, Partit socialista unificat de Catalunya (a egemonia comunista), fedele strumento della Terza Internazionale in Catalogna. Tra l'altro, l'assassinio di Andreu Nin, il segretario del Poum, viene attribuito dallo storico francese a una "polizia parallela" non meglio identificata politicamente. Inoltre Vilar afferma che, alla notizia degli scontri di Barcellona, "in Aragona i capi delle milizie della Cnt e del Poum non osarono sguarnire il fronte": si scambia quindi un gesto di assoluta, e forse autolesionista, lealtà alla coalizione antifascista in nome della vittoria militare contro i franchisti, per una dimostrazione che i "fatti di maggio" furono opera di elementi irresponsabili invisi anche a Cnt e Poum. In buona sostanza, gli estremisti incontrolados non si sarebbero resi conto che invece di lottare per la rivoluzione sociale bisognava combattere una guerra tradizionale agli ordini di efficienti comandanti bolscevichi. Per il vasto pubblico italiano, nel 1996, l'apparato propagandistico Pds & Rifondazione operò una duplice mossa: da un lato Terra e libertà fu diffuso come supplemento video a l'Unità (accompagnato comunque da un foglietto di stroncatura storica di Gabriele Ranzato) e dall'altro nelle edicole compariva un polpettone di spezzoni di repertorio in cui gli anarchici e la rivoluzione in atto nel 1936-1939 erano appena ricordati. Il video, a cura di Franco Giraldi, era interno alla collana Diario del Novecento, prodotta dall'istituzione deputata a operazioni di questo tipo, l'Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. Traendo un bilancio degli effetti del conflitto interpretativo, si può affermare che, in fin dei conti, non sia riuscito il tentativo di svuotare di senso antiautoritario il lavoro di Loach, malgrado la mobilitazione anche di Manuel Vázquez Montalbán che su il Manifesto difese la politica del Psuc. Piuttosto si è verificato, a livello di massa, un altro equivoco storico: i combattenti della milizia del Poum, che pure sventolavano la bandiera rossa con falce e martello, sono stati spesso identificati per anarchici. Tale assimilazione impropria si può forse spiegare con una certa presenza di fazzoletti rossoneri sullo schermo o forse è la dimostrazione di quanto sia radicata la convinzione, peraltro storicamente corretta, che i principali protagonisti dell'epopea rivoluzionaria in Spagna furono gli anarchici.

Alla ribalta sui giornali

Un paio di anni dopo, nella primavera del 1998, vari quotidiani e riviste italiani ospitano una lunga polemica attorno ad alcune affermazioni filofranchiste di Sergio Romano, ex ambasciatore e opinionista del Corriere della Sera e La Stampa. Tutto inizia da un libretto di memorie di due ex combattenti italiani: sul fronte antifascista il professore umanista, ed esule socialista, Giulio Bonfante, i cui ricordi sono stati riordinati da Nino Isaia; su quello fascista, Edgardo Sogno, ex diplomatico e giornalista (proprio come Romano) di dichiarate convinzioni monarchiche, e al centro di indagini giudiziarie per presunti tentativi di colpo di stato negli anni Settanta. In realtà a suscitare il vespaio fu un editoriale di Mario Pirani su la Repubblica del 13 maggio nel quale si stroncava il tentativo di Romano di rileggere la guerra di Spagna. Gli si imputava, e a ragione, di aver accettato in pieno le autogiustificazioni della propaganda franchista che presentò il golpe militare e la guerra come una Cruzada per salvare la Spagna dal comunismo e da Stalin. Analoga chiave di lettura è stata fornita da un potente personaggio, molto noto nelle cronache politiche: Licio Gelli. Costui, che si era già definito in un libro di memorie "il più giovane legionario di Spagna", ha pubblicato, insieme al suo amico Antonio Lenoci, un preteso Dossier Spagna. Gli italiani nella guerra civile (1936-1939), Giuseppe Laterza, Bari, 1995. È appena il caso di ricordare che fu proprio il golpe dei quattro generali, tra i quali Francisco Franco non era inizialmente il più importante, a spostare i rapporti di forza tra i protagonisti del fronte antifascista. Nel luglio 1936 i comunisti contavano molto poco, non disponevano della massiccia presenza sindacale della Cnt anarcosindacalista e della Ugt socialista: fu proprio la trasformazione della lotta dal terreno di classe e sociale a quello militare e diplomatico (con l'ingresso dell'Urss, successivo a quello della Germania nazista e dell'Italia fascista), a favorirne l'ascesa rapida e tentacolare sfruttando soprattutto il controllo delle armi sovietiche. Quindi i fatti si svolsero esattamente all'opposto di come illustri giornalisti hanno titolato, tipo Il golpe di Franco? Impedì l'arrivo di Stalin in Spagna, su testate di grande tiratura e di superficiale lettura. Per un approfondimento del significato della polemica attorno al libretto fatto pubblicare e curato da Romano (Due fronti. La grande polemica sulla guerra di Spagna, Liberal Libri, Firenze, 1998, seconda edizione con articoli di vari giornalisti) si rinvia alla rivista scientifica Spagna contemporanea che, sul numero 13, uscito nel settembre 1998, vi ha dedicato un adeguato Dossier. Qui interessa soprattutto ricordare come attorno al tema, apparentemente lontano, della guerra civile spagnola si siano intrecciate interpretazioni storiche e politiche di cruciale importanza per quella che viene chiamata, con grande approssimazione, "coscienza civile democratica". Altrimenti non si spiegherebbe il centinaio di articoli che hanno animato la suddetta discussione, per mesi al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica. Un'eco di tale polemica è giunta in Spagna e ha coinvolto direttamente l'importante storico inglese Paul Preston. Nel libro a più mani La Guerra Civil: dos o tres Españas? (Altera, Barcellona, 1999), egli smonta l'attendibilità della chiave interpretativa di Romano basata su "una forte incomprensione del significato della guerra civile spagnola" (p. 53). Poche pagine prima, lo stesso ispanista inglese, forse per una sorta di compromesso editoriale, definisce il già citato libretto curato da Romano (che occupa circa due terzi del libro spagnolo) come un "contributo interessante e originale" nella letteratura sul tema. Ora, se il testo di Romano si basa (come è in realtà) su errori storici di fondo non si vede quale interesse possa suscitare e se cerca (come fa realmente) di riattualizzare la propaganda franchista non si vede quale originalità possa contenere. In più, sempre per motivi imperscrutabili, lo storico inglese qualifica l'ex ambasciatore come "intellettuale e storico di impeccabili credenziali liberali": così attribuisce al liberalismo (che, se non andiamo errati, è una filosofia politica più o meno accettabile), improbabili garanzie di credibilità e di correttezza scientifiche. Indubbiamente Paul Preston è uno degli ispanisti più noti e accreditati a livello mondiale, soprattutto per una puntuale biografia del dittatore nazionalcattolico (Francisco Franco. La lunga vita del Caudillo, Mondadori, Milano, 1995) e le sue affermazioni hanno un peso e una fondatezza ben diversi da quelle di un giornalista, o diplomatico, che talora si diletta con aspetti della storia contemporanea spagnola disponendo di fonti bibliografiche scarne, vecchie e, a loro volta, opere giornalistiche approssimative e superficiali. Succede comunque che anche Preston riveli idiosincrasie particolarmente rigide e posizioni non sufficientemente elaborate. Una di queste, presente sia nel saggio spagnolo sia nel libro La guerra civile spagnola 1936-1939 (Mondadori, Milano, 1999), riguarda una non meglio precisata storiografia sponsorizzata dal Congresso per la libertà della cultura, finanziato dalla Cia. La tesi di fondo di questi libri sarebbe che "a sconfiggere la Repubblica erano stati gli stalinisti quando avevano soffocato la rivoluzione" (p. 8). E questa tesi sarebbe tipica del clima culturale da guerra fredda, quando gli apparati di propaganda americani sovvenzionavano a larghe mani ricerche strumentalmente anticomuniste. A parte le assonanze speculari con il succitato Vilar, ciò che appare poco accettabile è che tale accusa, a sua volta tipica di certa sinistra nostalgica della potenza sovietica, non sia articolata citando con precisione autori e titoli e quindi offrendo un terreno scientifico per verificare la fondatezza della critica. In linea di massima, non si può escludere che la propaganda filostatunitense abbia cercato di strumentalizzare opere come il famoso Omaggio alla Catalogna di Orwell, oppure il lavoro monumentale di Burnett Bolloten, La guerra civil española: Revolución y contrarrevolución (Alianza, Madrid, 1989), ma tali opere andrebbero eventualmente smontate nelle loro affermazioni evidenziando errori, forzature, omissioni, pregiudizi e altre scorrettezze sul piano scientifico. Se non si cita nessun libro concreto, si finisce con il lanciare un'accusa che ha il sapore della calunnia per tutti coloro che, come i due autori succitati e molti altri, si sono permessi di criticare il ruolo dei comunisti filosovietici nella Spagna del 1936-1939.

Golpe comunista

D'altra parte, se risulta evidente tra le cause della vittoria franchista il ruolo dell'intervento nazifascista in Spagna (intervento particolarmente cruciale nelle prime settimane, quando parte dell'esercito golpista era bloccato in Marocco e gli aerei di Mussolini realizzarono il primo grande ponte aereo della storia), non meno certa è la conseguenza negativa, anche sul terreno dell'efficacia militare, delle lotte intestine tra le forze antifranchiste, come risulta da varie opere, quali il classico Pierre Broué, Emile Témime, La rivoluzione e la guerra di Spagna (Sugar, Milano, 1962), o il lavoro più polemico di Carlos Semprun Maura, Libertad. Rivoluzione e controrivoluzione in Catalogna (Elèuthera, Milano, 1996). Di sicuro molto aspri furono i conflitti interni fra i rivoluzionari (anarchici, militanti di base del sindacato socialista, poumisti), che avevano sostenuto buona parte degli sforzi nel bloccare il golpe, e gli statalisti (repubblicani conservatori, settori socialisti, regionalisti catalani e baschi, comunisti filostaliniani), che intendevano procedere a tappe forzate nella ricostruzione di un apparato istituzionale che controllasse società, economia ed esercito. Tali scontri bloccarono l'entusiasmo proletario dei primi mesi, riconosciuto da Preston come un elemento importante nella lotta armata contro i golpisti (p. 183), legato alla realizzazione di conquiste concrete sul piano della trasformazione produttiva (le collettivizzazioni agrarie e industriali) e mantennero una costante diffidenza fra le diverse componenti politiche, al di là delle dichiarazioni ufficiali di stretta collaborazione. Lo stesso Preston non trascura il ruolo potente della volontà e dell'immaginario dei rivoluzionari libertari e cita al riguardo la famosa intervista di Buenaventura Durruti che si conclude con l'affermazione "Noi portiamo un mondo nuovo nei nostri cuori", ma sembra poi orientarsi verso una sorta di visione "realista" della situazione spagnola in cui i comunisti avrebbero giocato la parte, scomoda ma fondamentale, di reintrodurre la disciplina, l'ordine, la legalità nel settore repubblicano. Viene quindi criticata senza riserve l'impostazione di Noam Chomsky (Obiettività e cultura liberale, in I nuovi mandarini, Einaudi, Torino, 1968) che, a sua volta, aveva cercato di smontare il modo con cui lo storico liberale Gabriel Jackson (La Repubblica spagnola e la guerra civile, Il Saggiatore, Milano, 1967) interpretava gli eventi del 1936-1939, un modo apparentemente neutrale, ma in realtà fortemente viziato da pregiudizi antirivoluzionari e antianarchici. Come il suo maestro Hugh Thomas, autore di un testo base largamente diffuso anche in Italia e dedicato soprattutto agli a-spetti militari, diplomatici e politici di alto livello (Storia della guerra civile spagnola, Einaudi, Torino, 1963), Preston esprime in diversi momenti ammirazione per le qualità di organizzatori militari dei comunisti, "i soli in grado di organizzare l'esercito popolare" (p. 193). Lo storico britannico dimostra di sottovalutare, anche sul piano dell'efficienza bellica, quanto e come la spropositata crescita del Partito comunista avesse suscitato resistenze e contraccolpi sia in altri partiti e movimenti sia nelle stesse fila degli ufficiali lealisti politicamente non schierati. Questo sarà, tra gli altri, il caso del colonnello Sigismundo Casado, il quale realizzò, nel marzo 1939, un colpo di stato a Madrid contro il predominio bolscevico negli alti comandi militari. Tale iniziativa, che si avvalse anche dell'appoggio del socialista Julián Besteiro e dell'anarchico Cipriano Mera, aveva l'obiettivo, rivelatosi vano, di intavolare delle trattative con Franco per evitare le prevedibili vendette dei vincitori. Sia su questo tema sia su altri problemi come la militarizzazione alla quale non era contrario, si veda Cipriano Mera, La Rivoluzione Armata in Spagna: memorie di un anarcosindacalista, La Fiaccola, Ragusa, 1978. In realtà Preston sembra riconoscere, in alcune pagine, che la politica di centralizzazione e di pesante egemonia svolta dai comunisti abbia avuto effetti disastrosi sul morale dei combattenti e della popolazione, e in particolare ricorda "la brutale distruzione dei collettivi (sic) attuata dal generale stalinista Enrique Lister" (p. 211) nell'agosto 1937 in Aragona. D'altra parte, egli sostiene che "a organizzare il reclutamento dei volontari repubblicani fu quasi esclusivamente il Partito comunista" (p. 134) e che, dopo le prime settimane di violenza diffusa nella zona repubblicana, "l'ordine fu restaurato, con il contributo determinante di tutte le organizzazioni proletarie, e in particolare del partito comunista" (p. 180) di cui ricorda comunque l'uso del terrore contro i rivoluzionari. Preston esprime ripetutamente il proprio apprezzamento della generosità e del coraggio dei volontari antifascisti di molti paesi del mondo che combatterono nelle Brigate Internazionali controllate dalla Terza Internazionale di stretta osservanza sovietica. Mentre anche tra gli anarchici italiani vi sono stati ampi riconoscimenti della dedizione dei brigatisti alla lotta contro la reazione spagnola (ad esempio in Umberto Tommasini, L'anarchico triestino, Antistato, Milano, 1984, pp. 342-343), non sono mancate, in opere di storia politica, le denunce dei piani staliniani di strumentalizzazione delle vicende spagnole per i propri fini di grande potenza e di controllo e repressione dei movimenti rivoluzionari antistaliniani. È il caso dell'opera giovanile di Gabriele Ranzato, che aveva curato gli scritti di Andrés Nin, Guerra e rivoluzione in Spagna 1931-1937, Feltrinelli, Milano, 1974. Lavoro analogo, per alcuni aspetti, è quello recente di Antonio Moscato, che ha introdotto Andrés (Andreu) Nin, Terra e libertà. Scritti sulla Rivoluzione spagnola (1931-1937), Erre Emme edizioni, Roma, 1996. Negli ultimi anni Ranzato è ritornato sul tema all'interno di un ampio discorso a più voci sulla natura delle guerre civili in età contemporanea (Guerre fratricide, Bollati Boringhieri, Torino, 1994). A proposito della linea seguita dalla Cnt-Fai, lo storico inglese ha ben presente il grave dilemma dell'estate 1936: sviluppare fino in fondo il progetto libertario di nuova società o accettare la priorità della guerra e, in nome dell'unità antifascista, collaborare con lo stato repubblicano. Su questo tema scottante risulta sempre valido lo studio di Vernon Richards (Insegnamenti della rivoluzione spagnola, Edizioni RL, Pistoia, 1974) per le riflessioni sui meccanismi organizzativi che avrebbero finito col delegare a pochi "militanti influenti" le scelte fondamentali dell'intero movimento. Preston mette bene in evidenza la manovra degli statalisti, in prima linea i comunisti, per far partecipare al governo degli esponenti libertari: oltre a presentare sulla scena internazionale un fronte politico repubblicano compatto e rappresentativo delle forze in campo, tale partecipazione mirava a "coinvolgere l'organizzazione anarchica nella distruzione dei suoi stessi poteri rivoluzionari autonomi" (p. 191). In tal modo la sua interpretazione presenta vari punti di coincidenza con l'analisi di Richards, comunque molto più "interna" al mai spento dibattito storico fra gli anarchici di tutto il mondo e di tutte le tendenze.

Le premesse della guerra

Per il pubblico italiano una parte senz'altro positiva del lavoro di Preston è costituita dalla settantina di pagine in cui si danno le informazioni di fondo per capire le radici della guerra civile, il radicalizzarsi di uno scontro di lungo periodo fra una popolazione rurale oppressa da un ceto latifondista parassitario a cui si aggiunge un conflitto, più recente ma non meno radicale, fra una classe operaia forte e orgogliosa e gruppi di industriali protetti dallo stato e decisi a stroncare le organizzazioni sindacali. Anche in questo ambito non mancano giudizi assai criticabili come quello sulla "irresponsabile ingenuità" degli anarchici (p. 53) che, nel dicembre 1933, chiamarono all'insurrezione contro il governo dei partiti di destra appena vittoriosi nelle elezioni politiche. Va ricordato che la vittoria delle destre fu dovuta, in misura non piccola, all'astensionismo degli ambienti proletari disillusi dalle mancate riforme, in particolare quella agraria, e colpiti dalla nuova versione della tradizionale repressione statale esercitata, in questo caso, dal governo progressista del 1931-1933. A questo riguardo Preston non pare dia un adeguato rilievo ai gravi fatti del villaggio andaluso di Casas Viejas, del gennaio 1933: qui un tentativo di proclamare il comunismo libertario era stato duramente represso dalla Guardias de Asalto, un corpo di polizia creato dal governo di sinistra. Risultò evidente che le promesse di riforma agraria, che avevano costituito il centro della propaganda di socialisti e repubblicani nelle elezioni del 1931, erano demagogia elettorale poiché questi partiti non intendevano attaccare il nocciolo delle forze reazionarie, cioè i latifondisti, stretti alleati della chiesa cattolica e dell'esercito. Per il governo di sinistra era più facile usare il tradizionale strumento della violenza repressiva contro i braccianti invece di soddisfare la "fame di terra". Ecco perché, come sottolinea Abel Paz (Durruti e la rivoluzione spagnola, Bfs-La Fiaccola-Zic, Pisa-Ragusa-Milano, 1999), la via dell'insurrezione non era una soluzione irragionevole tra i contadini e gli operai che provavano sulla propria pelle l'ipocrisia e la violenza della "repubblica democratica". Non è più convincente la valutazione dello storico inglese sugli scioperi insurrezionali della Cnt, indetti durante il "biennio progressista" del 1931-1933, i quali avrebbero contribuito alla riorganizzazione della destra che, nella sua propaganda, li attribuiva ai socialisti al governo. Questa accusa può risultare logica solo se ci si pone da un'ottica politica, cioè se si considera l'istituzione repubblicana, con le sue tragiche contraddizioni e i limiti formali e sostanziali, quale unico valore positivo rispetto al quale tutti gli altri protagonisti dell'epoca avrebbero dovuto semplicemente inchinarsi e obbedire. Tra l'altro non è superfluo ricordare che, se la Cnt fosse stata al rimorchio degli incerti leader repubblicani, il golpe del 18 luglio sarebbe stato una passeggiata trionfale per i generali.

Sviste editoriali

L'edizione italiana della sintesi di Preston, a differenza di quella spagnola del 1986, non porta nella dedica iniziale alcun accenno alle Brigate Internazionali, forse per un certo pudore delle edizioni Mondadori, ma qualcosa di analogo è successo a un recente volume storico-letterario, peraltro interessante. La copertina di quest'ultimo libro riproduce un manifesto comunista con i visi di quattro tipi di protagonisti repubblicani (intellettuale, soldato, contadino, giovane), ma dalla bandiera rossa è stato tolto il simbolo della falce e martello (Gigliola Sacerdoti Mariani, Arturo Colombo, Antonio Pasinato, a cura di, La guerra civile spagnola tra politica e letteratura, Shakespeare and Company, Firenze, 1995). Preston non spreca una parola per ricordare che gli anarchici, fra i quali non pochi italiani, furono tra i primi antifascisti ad accorrere in massa in Spagna e che tale immediato aiuto, se praticato su larga scala, avrebbe potuto pesare molto sulla bilancia militare in quanto le truppe golpiste dovevano ancora riorganizzarsi dopo i fallimenti iniziali. Risulta interessante, al riguardo, la raccolta di scritti, curati da Ariane Landuyt, Carlo Rosselli e la Catalogna antifascista, "Quaderni del Circolo Rosselli", 1996, 2). Ancor più sorprendente è l'affermazione dello storico inglese secondo la quale, nell'estate 1936, l'Europa sarebbe stata "ancora ignara dei crimini di Stalin" (p.9): ciò significa cancellare volutamente l'intensa propaganda che anarchici e marxisti dissidenti, soprattutto in Francia, avevano condotto per denunciare la dittatura staliniana e i misfatti della polizia e degli altri apparati del partito moscovita. Sarebbe piuttosto da spiegare storicamente il fatto che furono in molti (comunisti fedeli al Comintern e democratici ammiratori dell'Urss) a rifiutarsi di dar credito alle voci dissidenti e critiche. Anzi chi denunciò immediatamente i crimini dello stalinismo venne accusato di essere al servizio del capitalismo che voleva colpire e calunniare la "patria del socialismo". All'interno del consenso riscosso dall'Urss si possono capire le difficoltà e i boicottaggi incontrati da Orwell, nell'estate del 1937, nel pubblicare il suo Homage presso editori di sinistra inglesi, formalmente indipendenti, ma strettamente subordinati al mito staliniano. Data la premessa sulla generale ignoranza verso la situazione dell'Urss, risulta poi logica l'asserzione di Preston secondo cui "le Brigate organizzate dai comunisti sembravano battersi per obiettivi per cui valeva la pena lottare: i diritti democratici e le libertà sindacali" (p. 9). Ma sarebbe difficile enunciare obiettivi più generici e sfuggenti quali "diritti democratici" e "libertà sindacali": ai primi pochi sembravano dar credito in Spagna dopo che il golpe militare aveva di fatto vanificato le elezioni del febbraio 1936 che avevano visto la vittoria del Fronte popolare; le seconde vennero immediatamente messe in subordine allo sforzo bellico repubblicano. Anzi, i sindacati (ai quali ogni lavoratore doveva iscriversi obbligatoriamente) si trovarono a gestire l'efficienza produttiva, dentro e fuori le collettivizzazioni, rinunciando perciò a ogni libera iniziativa sindacale propriamente detta, come scioperi o richieste di riduzione dell'orario di lavoro. È anche assai improbabile che "l'idealismo dei combattenti" non fosse stato incrinato da quelle che lo storico inglese definisce "le sordide lotte di potere fra comunisti da una parte, e socialisti, anarchici e trockijsti del Poum dall'altra" (p. 9). In fin dei conti gli effetti delle giornate del maggio 1937 erano sotto gli occhi di tutti e tutti, anche i brigatisti, scelsero da che parte stare. Il libro di Preston, con i limiti e le incongruenze evidenziate, è una delle migliori storie sintetiche, in lingua italiana, del conflitto spagnolo, ritenuto fondatamente il "punto nodale degli anni Trenta" (p.11) dello scenario mondiale. L'edizione italiana presenta però una serie di sviste e di errori di traduzione che cambiano il senso del discorso originario in diverse pagine, come si deduce da un paio di esempi. Nello sciopero insurrezionale proclamato dalla Cnt nel dicembre 1933, le caserme sarebbero state assaltate dalla stessa Guardia Civil invece che dai rivoluzionari (p. 53); nella repressione degli scioperi rurali dell'estate 1934, il governo repubblicano di destra avrebbe fatto arrestare i "militanti liberali", mentre furono detenute le persone di orientamento progressista; il "rigenerazionismo" sorto dopo la sconfitta coloniale del 1898 sarebbe stato un movimento di militari e non, come invece fu, una tendenza al rinnovamento sociale e istituzionale di intellettuali stanchi della retorica imperiale, di cui i militari erano parte integrante. Non è forse il caso di infierire troppo sui curatori dell'edizione italiana, ma andrebbe quanto meno rilevato che la presentazione del risguardo di copertina si inventa qualcosa che lo storico inglese non scrive: i "conflitti sorti all'interno delle Brigate internazionali" infatti non compaiono nel testo ed è molto probabile che questi scontri siano stati confusi con i gravi dissensi politici, ideologici e militari fra gli antifascisti culminati nel mayo sangriento di Barcellona. D'altra parte gli stessi editori indeboliscono la ricca bibliografia ragionata redatta da Preston per l'edizione inglese, che comprende circa duecento volumi, dimenticando di riportare le traduzioni italiane di una decina di libri. Se può essere comprensibile, anche se non accettabile, che ciò succeda con opere edite, qualche decina di anni fa, da piccole case editrici (Gaston Leval, Né Franco, né Stalin. Le collettività anarchiche spagnole nella lotta contro Franco e la reazione staliniana, Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1952; Michail Koltsov, Diario della guerra di Spagna, Schwartz, Milano, 1961), la dimenticanza si fa più grave per Claude G. Bowers, Missione in Spagna, Feltrinelli, Milano, 1961 e per i due lavori di David T. Cattell, I comunisti e la guerra civile spagnola, e La diplomazia sovietica e la guerra civile spagnola, entrambi editi da Feltrinelli, rispettivamente nel 1962 e 1963. La lacuna appare poi vistosa quando si tratta di un lavoro molto diffuso come quello di Gerald Brenan, Storia della Spagna 1874-1936. Le origini sociali e politiche della guerra civile, Einaudi, Torino, 1970 o di un testo fondamentale sull'intervento mussoliniano come John F. Coverdale, I fascisti italiani alla guerra di Spagna, Laterza, Roma-Bari, 1977. Da notare ancora che nella trentina di personaggi brevemente biografati al termine del volume si trova un solo anarchico: Buenaventura Durruti, di cui si ricorda la morte "in circostanze tuttora misteriose" nel novembre 1936 sul fronte di Madrid. Sulla sua fine, il biografo più analitico e documentato, Abel Paz, propende per un incidente tecnico, un errore compiuto dallo stesso Durruti nell'impugnare un mitra durante un'emergenza. Mentre si era diffusa allora, in ambienti anarchici, la voce di un'uccisione ad opera dei comunisti per eliminare un prestigioso leader contrario alla militarizzazione, gli agenti stalinisti avevano fabbricato una versione che ne attribuiva la responsabilità ad anarchici in fuga dal fronte di Madrid e che Durruti avrebbe cercato di fermare, o, in alternativa, ad anarchici "puri" contrari alla militarizzazione. In tal modo la morte dell'héroe proletario sarebbe servita ai bolscevichi nella campagna per la militarizzazione e la repressione degli "indisciplinati". Il fatto sorprendente, sul piano storiografico, è che un famoso autore inglese come Eric J. Hobsbawm accetti la sostanza di tale versione chiaramente prefabbricata da certa propaganda politica (I rivoluzionari, Einaudi, Torino, 1975, p. 93). In conclusione si può concordare sul fatto che il dibattito sulla rivoluzione e la guerra civile possa contare ora su un'altra opera interessante, ma tale discussione, che ha tangibili significati politici oltre che culturali e storici, è ben lungi dal chiudersi con queste pagine sintetiche scritte da Preston, come sostiene invece la presentazione mondadoriana del volume, tanto imprudente quanto approssimativa.

 
 
 
       

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