|
LA
RIVOLUZIONE SPAGNOLA E I SUOI NEMICI
di Claudio Venza
Scarica
la versione formato pdf

Un
paio di mesi fa i giornali italiani hanno
riportato la notizia di un dibattito spagnolo
sul golpe del 18 luglio 1936, data in
cui un gruppo di generali si ribellò alla
seconda repubblica. La discussione non
si era svolta tra giornalisti o storici,
bensì alle Cortes, il parlamento di Madrid.
Il risultato fu l'approvazione di una
mozione di condanna formale (con l'astensione
dei seminostalgici del Partido Popular
al governo) del alzamiento che, fino al
1975, veniva celebrato come festa nazionale.
Un modo come un altro per chiudere i conti
con la storia, con un passato scomodo
da gestire a livello di potere nell'Europa
liberaldemocratica di oggi. Ma la memoria
della guerra civile, o meglio della rivoluzione
sociale divorata dalla guerra, è tutt'altro
che sepolta. Anche in Italia. Quando,
nell'autunno del 1995, è apparso sugli
schermi italiani il film di Ken Loach
Terra e Libertà, alla commozione di molti
si sono accompagnate le polemiche di altri.
Gli entusiasti vi hanno trovato divulgato
a un ampio pubblico un problema scottante
fino ad allora conosciuto da gruppi ristretti:
il ruolo controrivoluzionario del Partito
comunista di osservanza moscovita e le
sue responsabilità nella repressione delle
aspirazioni libertarie. I critici hanno
attaccato il film per una presunta, ma
infondata, semplificazione manichea fra
i buoni rivoluzionari e i cattivi stalinisti.
Tra i detrattori più viscerali figuravano
alcuni intellettuali interni, o molto
vicini, al Pds e a Rifondazione comunista,
eredi della tradizionale lettura marxista
ortodossa della guerra spagnola come esclusiva
battaglia democratica e antifascista.
Poco dopo il successo nelle sale di tutta
Italia, uno dei veterani di Spagna e medaglia
d'oro della Resistenza, Giovanni Pesce,
percorreva mezza penisola intervenendo
a festival della stampa comunista e a
incontri di affiliati a Rifondazione per
stroncare come provocazione anticomunista
il lavoro del regista inglese, un comunista
trotckista. In questo ambito almeno due
opere sono state pubblicate dalla sinistra
istituzionale per contrastare l'idea che
nella guerra civile i comunisti non fossero
stati semplicemente dei generosi e disciplinati
combattenti per la libertà e la Repubblica;
quest'ultima tesi aveva trionfato dal
secondo dopoguerra nell'opinione pubblica
di sinistra italiana ed europea. Non potendo
disporre di nuovi lavori di storici allineati
(anche perché la linea era difficilmente
definibile), gli Editori Riuniti ripescano
un lavoro vecchio di dieci anni del noto
studioso francese Pierre Vilar: nel giugno
1996 è ristampata una sua sintesi divulgativa,
intitolata La guerra di Spagna 1936-1939,
senza citare la precedente edizione italiana
(Lucarini, Roma, 1988). L'impostazione
accademica dello storico francese, autore
di opere importanti nella storiografia
moderna e contemporanea, lascia intravedere
nelle crepe dell'attenta e succosa esposizione,
consistenti esempi di logica autenticamente
stalinista. Sul nodo cruciale degli scontri
del maggio 1937 a Barcellona (nei quali
furono uccise da stalinisti e altre forze
repressive più di cinquecento persone,
per lo più militanti anarchici e del piccolo
partito marxista dissidente del Poum,
(Partido obrero de unificación marxista),
Vilar definisce George Orwell "il più
disorientato testimone di una lotta ancora
più confusa", allo scopo di screditare
lo scomodo Omaggio alla Catalogna, fondamentale
reportage più volte ristampato. Subito
dopo, nel consolidato stile sovietico,
si insinua l'interesse della prima potenza
capitalista nell'interpretazione dei "fatti
di maggio" come svolta controrivoluzionaria,
dichiarando che "questa agonia della rivoluzione
ha fatto versare molte lacrime nelle università
americane". (Immettendoci nel clima da
guerra fredda evocato dallo studioso francese,
si potrebbe allora supporre che nelle
università sovietiche, ammesso che se
ne sia parlato, ci siano state risate
euforiche?). Il ragionamento di Vilar
si completa con una presunta dimostrazione
storica dell'essenza provocatoria della
resistenza operaia a Barcellona contro
l'attacco di comunisti e governativi alle
conquiste proletarie e libertarie. Si
citano infatti le prese di posizione dei
segretari della Cnt, Confederación nacional
del trabajo (il sindacato libertario prevalente
in Catalogna) e del Poum contro la "provocazione"
del maggio 1937, senza ricordare però
che i due personaggi attribuirono tale
responsabilità al Psuc, Partit socialista
unificat de Catalunya (a egemonia comunista),
fedele strumento della Terza Internazionale
in Catalogna. Tra l'altro, l'assassinio
di Andreu Nin, il segretario del Poum,
viene attribuito dallo storico francese
a una "polizia parallela" non meglio identificata
politicamente. Inoltre Vilar afferma che,
alla notizia degli scontri di Barcellona,
"in Aragona i capi delle milizie della
Cnt e del Poum non osarono sguarnire il
fronte": si scambia quindi un gesto di
assoluta, e forse autolesionista, lealtà
alla coalizione antifascista in nome della
vittoria militare contro i franchisti,
per una dimostrazione che i "fatti di
maggio" furono opera di elementi irresponsabili
invisi anche a Cnt e Poum. In buona sostanza,
gli estremisti incontrolados non si sarebbero
resi conto che invece di lottare per la
rivoluzione sociale bisognava combattere
una guerra tradizionale agli ordini di
efficienti comandanti bolscevichi. Per
il vasto pubblico italiano, nel 1996,
l'apparato propagandistico Pds & Rifondazione
operò una duplice mossa: da un lato Terra
e libertà fu diffuso come supplemento
video a l'Unità (accompagnato comunque
da un foglietto di stroncatura storica
di Gabriele Ranzato) e dall'altro nelle
edicole compariva un polpettone di spezzoni
di repertorio in cui gli anarchici e la
rivoluzione in atto nel 1936-1939 erano
appena ricordati. Il video, a cura di
Franco Giraldi, era interno alla collana
Diario del Novecento, prodotta dall'istituzione
deputata a operazioni di questo tipo,
l'Archivio audiovisivo del movimento operaio
e democratico. Traendo un bilancio degli
effetti del conflitto interpretativo,
si può affermare che, in fin dei conti,
non sia riuscito il tentativo di svuotare
di senso antiautoritario il lavoro di
Loach, malgrado la mobilitazione anche
di Manuel Vázquez Montalbán che su il
Manifesto difese la politica del Psuc.
Piuttosto si è verificato, a livello di
massa, un altro equivoco storico: i combattenti
della milizia del Poum, che pure sventolavano
la bandiera rossa con falce e martello,
sono stati spesso identificati per anarchici.
Tale assimilazione impropria si può forse
spiegare con una certa presenza di fazzoletti
rossoneri sullo schermo o forse è la dimostrazione
di quanto sia radicata la convinzione,
peraltro storicamente corretta, che i
principali protagonisti dell'epopea rivoluzionaria
in Spagna furono gli anarchici.
Alla
ribalta sui giornali
Un
paio di anni dopo, nella primavera del
1998, vari quotidiani e riviste italiani
ospitano una lunga polemica attorno ad
alcune affermazioni filofranchiste di
Sergio Romano, ex ambasciatore e opinionista
del Corriere della Sera e La Stampa. Tutto
inizia da un libretto di memorie di due
ex combattenti italiani: sul fronte antifascista
il professore umanista, ed esule socialista,
Giulio Bonfante, i cui ricordi sono stati
riordinati da Nino Isaia; su quello fascista,
Edgardo Sogno, ex diplomatico e giornalista
(proprio come Romano) di dichiarate convinzioni
monarchiche, e al centro di indagini giudiziarie
per presunti tentativi di colpo di stato
negli anni Settanta. In realtà a suscitare
il vespaio fu un editoriale di Mario Pirani
su la Repubblica del 13 maggio nel quale
si stroncava il tentativo di Romano di
rileggere la guerra di Spagna. Gli si
imputava, e a ragione, di aver accettato
in pieno le autogiustificazioni della
propaganda franchista che presentò il
golpe militare e la guerra come una Cruzada
per salvare la Spagna dal comunismo e
da Stalin. Analoga chiave di lettura è
stata fornita da un potente personaggio,
molto noto nelle cronache politiche: Licio
Gelli. Costui, che si era già definito
in un libro di memorie "il più giovane
legionario di Spagna", ha pubblicato,
insieme al suo amico Antonio Lenoci, un
preteso Dossier Spagna. Gli italiani nella
guerra civile (1936-1939), Giuseppe Laterza,
Bari, 1995. È appena il caso di ricordare
che fu proprio il golpe dei quattro generali,
tra i quali Francisco Franco non era inizialmente
il più importante, a spostare i rapporti
di forza tra i protagonisti del fronte
antifascista. Nel luglio 1936 i comunisti
contavano molto poco, non disponevano
della massiccia presenza sindacale della
Cnt anarcosindacalista e della Ugt socialista:
fu proprio la trasformazione della lotta
dal terreno di classe e sociale a quello
militare e diplomatico (con l'ingresso
dell'Urss, successivo a quello della Germania
nazista e dell'Italia fascista), a favorirne
l'ascesa rapida e tentacolare sfruttando
soprattutto il controllo delle armi sovietiche.
Quindi i fatti si svolsero esattamente
all'opposto di come illustri giornalisti
hanno titolato, tipo Il golpe di Franco?
Impedì l'arrivo di Stalin in Spagna, su
testate di grande tiratura e di superficiale
lettura. Per un approfondimento del significato
della polemica attorno al libretto fatto
pubblicare e curato da Romano (Due fronti.
La grande polemica sulla guerra di Spagna,
Liberal Libri, Firenze, 1998, seconda
edizione con articoli di vari giornalisti)
si rinvia alla rivista scientifica Spagna
contemporanea che, sul numero 13, uscito
nel settembre 1998, vi ha dedicato un
adeguato Dossier. Qui interessa soprattutto
ricordare come attorno al tema, apparentemente
lontano, della guerra civile spagnola
si siano intrecciate interpretazioni storiche
e politiche di cruciale importanza per
quella che viene chiamata, con grande
approssimazione, "coscienza civile democratica".
Altrimenti non si spiegherebbe il centinaio
di articoli che hanno animato la suddetta
discussione, per mesi al centro dell'attenzione
dell'opinione pubblica. Un'eco di tale
polemica è giunta in Spagna e ha coinvolto
direttamente l'importante storico inglese
Paul Preston. Nel libro a più mani La
Guerra Civil: dos o tres Españas? (Altera,
Barcellona, 1999), egli smonta l'attendibilità
della chiave interpretativa di Romano
basata su "una forte incomprensione del
significato della guerra civile spagnola"
(p. 53). Poche pagine prima, lo stesso
ispanista inglese, forse per una sorta
di compromesso editoriale, definisce il
già citato libretto curato da Romano (che
occupa circa due terzi del libro spagnolo)
come un "contributo interessante e originale"
nella letteratura sul tema. Ora, se il
testo di Romano si basa (come è in realtà)
su errori storici di fondo non si vede
quale interesse possa suscitare e se cerca
(come fa realmente) di riattualizzare
la propaganda franchista non si vede quale
originalità possa contenere. In più, sempre
per motivi imperscrutabili, lo storico
inglese qualifica l'ex ambasciatore come
"intellettuale e storico di impeccabili
credenziali liberali": così attribuisce
al liberalismo (che, se non andiamo errati,
è una filosofia politica più o meno accettabile),
improbabili garanzie di credibilità e
di correttezza scientifiche. Indubbiamente
Paul Preston è uno degli ispanisti più
noti e accreditati a livello mondiale,
soprattutto per una puntuale biografia
del dittatore nazionalcattolico (Francisco
Franco. La lunga vita del Caudillo, Mondadori,
Milano, 1995) e le sue affermazioni hanno
un peso e una fondatezza ben diversi da
quelle di un giornalista, o diplomatico,
che talora si diletta con aspetti della
storia contemporanea spagnola disponendo
di fonti bibliografiche scarne, vecchie
e, a loro volta, opere giornalistiche
approssimative e superficiali. Succede
comunque che anche Preston riveli idiosincrasie
particolarmente rigide e posizioni non
sufficientemente elaborate. Una di queste,
presente sia nel saggio spagnolo sia nel
libro La guerra civile spagnola 1936-1939
(Mondadori, Milano, 1999), riguarda una
non meglio precisata storiografia sponsorizzata
dal Congresso per la libertà della cultura,
finanziato dalla Cia. La tesi di fondo
di questi libri sarebbe che "a sconfiggere
la Repubblica erano stati gli stalinisti
quando avevano soffocato la rivoluzione"
(p. 8). E questa tesi sarebbe tipica del
clima culturale da guerra fredda, quando
gli apparati di propaganda americani sovvenzionavano
a larghe mani ricerche strumentalmente
anticomuniste. A parte le assonanze speculari
con il succitato Vilar, ciò che appare
poco accettabile è che tale accusa, a
sua volta tipica di certa sinistra nostalgica
della potenza sovietica, non sia articolata
citando con precisione autori e titoli
e quindi offrendo un terreno scientifico
per verificare la fondatezza della critica.
In linea di massima, non si può escludere
che la propaganda filostatunitense abbia
cercato di strumentalizzare opere come
il famoso Omaggio alla Catalogna di Orwell,
oppure il lavoro monumentale di Burnett
Bolloten, La guerra civil española: Revolución
y contrarrevolución (Alianza, Madrid,
1989), ma tali opere andrebbero eventualmente
smontate nelle loro affermazioni evidenziando
errori, forzature, omissioni, pregiudizi
e altre scorrettezze sul piano scientifico.
Se non si cita nessun libro concreto,
si finisce con il lanciare un'accusa che
ha il sapore della calunnia per tutti
coloro che, come i due autori succitati
e molti altri, si sono permessi di criticare
il ruolo dei comunisti filosovietici nella
Spagna del 1936-1939.
Golpe
comunista
D'altra
parte, se risulta evidente tra le cause
della vittoria franchista il ruolo dell'intervento
nazifascista in Spagna (intervento particolarmente
cruciale nelle prime settimane, quando
parte dell'esercito golpista era bloccato
in Marocco e gli aerei di Mussolini realizzarono
il primo grande ponte aereo della storia),
non meno certa è la conseguenza negativa,
anche sul terreno dell'efficacia militare,
delle lotte intestine tra le forze antifranchiste,
come risulta da varie opere, quali il
classico Pierre Broué, Emile Témime, La
rivoluzione e la guerra di Spagna (Sugar,
Milano, 1962), o il lavoro più polemico
di Carlos Semprun Maura, Libertad. Rivoluzione
e controrivoluzione in Catalogna (Elèuthera,
Milano, 1996). Di sicuro molto aspri furono
i conflitti interni fra i rivoluzionari
(anarchici, militanti di base del sindacato
socialista, poumisti), che avevano sostenuto
buona parte degli sforzi nel bloccare
il golpe, e gli statalisti (repubblicani
conservatori, settori socialisti, regionalisti
catalani e baschi, comunisti filostaliniani),
che intendevano procedere a tappe forzate
nella ricostruzione di un apparato istituzionale
che controllasse società, economia ed
esercito. Tali scontri bloccarono l'entusiasmo
proletario dei primi mesi, riconosciuto
da Preston come un elemento importante
nella lotta armata contro i golpisti (p.
183), legato alla realizzazione di conquiste
concrete sul piano della trasformazione
produttiva (le collettivizzazioni agrarie
e industriali) e mantennero una costante
diffidenza fra le diverse componenti politiche,
al di là delle dichiarazioni ufficiali
di stretta collaborazione. Lo stesso Preston
non trascura il ruolo potente della volontà
e dell'immaginario dei rivoluzionari libertari
e cita al riguardo la famosa intervista
di Buenaventura Durruti che si conclude
con l'affermazione "Noi portiamo un mondo
nuovo nei nostri cuori", ma sembra poi
orientarsi verso una sorta di visione
"realista" della situazione spagnola in
cui i comunisti avrebbero giocato la parte,
scomoda ma fondamentale, di reintrodurre
la disciplina, l'ordine, la legalità nel
settore repubblicano. Viene quindi criticata
senza riserve l'impostazione di Noam Chomsky
(Obiettività e cultura liberale, in I
nuovi mandarini, Einaudi, Torino, 1968)
che, a sua volta, aveva cercato di smontare
il modo con cui lo storico liberale Gabriel
Jackson (La Repubblica spagnola e la guerra
civile, Il Saggiatore, Milano, 1967) interpretava
gli eventi del 1936-1939, un modo apparentemente
neutrale, ma in realtà fortemente viziato
da pregiudizi antirivoluzionari e antianarchici.
Come il suo maestro Hugh Thomas, autore
di un testo base largamente diffuso anche
in Italia e dedicato soprattutto agli
a-spetti militari, diplomatici e politici
di alto livello (Storia della guerra civile
spagnola, Einaudi, Torino, 1963), Preston
esprime in diversi momenti ammirazione
per le qualità di organizzatori militari
dei comunisti, "i soli in grado di organizzare
l'esercito popolare" (p. 193). Lo storico
britannico dimostra di sottovalutare,
anche sul piano dell'efficienza bellica,
quanto e come la spropositata crescita
del Partito comunista avesse suscitato
resistenze e contraccolpi sia in altri
partiti e movimenti sia nelle stesse fila
degli ufficiali lealisti politicamente
non schierati. Questo sarà, tra gli altri,
il caso del colonnello Sigismundo Casado,
il quale realizzò, nel marzo 1939, un
colpo di stato a Madrid contro il predominio
bolscevico negli alti comandi militari.
Tale iniziativa, che si avvalse anche
dell'appoggio del socialista Julián Besteiro
e dell'anarchico Cipriano Mera, aveva
l'obiettivo, rivelatosi vano, di intavolare
delle trattative con Franco per evitare
le prevedibili vendette dei vincitori.
Sia su questo tema sia su altri problemi
come la militarizzazione alla quale non
era contrario, si veda Cipriano Mera,
La Rivoluzione Armata in Spagna: memorie
di un anarcosindacalista, La Fiaccola,
Ragusa, 1978. In realtà Preston sembra
riconoscere, in alcune pagine, che la
politica di centralizzazione e di pesante
egemonia svolta dai comunisti abbia avuto
effetti disastrosi sul morale dei combattenti
e della popolazione, e in particolare
ricorda "la brutale distruzione dei collettivi
(sic) attuata dal generale stalinista
Enrique Lister" (p. 211) nell'agosto 1937
in Aragona. D'altra parte, egli sostiene
che "a organizzare il reclutamento dei
volontari repubblicani fu quasi esclusivamente
il Partito comunista" (p. 134) e che,
dopo le prime settimane di violenza diffusa
nella zona repubblicana, "l'ordine fu
restaurato, con il contributo determinante
di tutte le organizzazioni proletarie,
e in particolare del partito comunista"
(p. 180) di cui ricorda comunque l'uso
del terrore contro i rivoluzionari. Preston
esprime ripetutamente il proprio apprezzamento
della generosità e del coraggio dei volontari
antifascisti di molti paesi del mondo
che combatterono nelle Brigate Internazionali
controllate dalla Terza Internazionale
di stretta osservanza sovietica. Mentre
anche tra gli anarchici italiani vi sono
stati ampi riconoscimenti della dedizione
dei brigatisti alla lotta contro la reazione
spagnola (ad esempio in Umberto Tommasini,
L'anarchico triestino, Antistato, Milano,
1984, pp. 342-343), non sono mancate,
in opere di storia politica, le denunce
dei piani staliniani di strumentalizzazione
delle vicende spagnole per i propri fini
di grande potenza e di controllo e repressione
dei movimenti rivoluzionari antistaliniani.
È il caso dell'opera giovanile di Gabriele
Ranzato, che aveva curato gli scritti
di Andrés Nin, Guerra e rivoluzione in
Spagna 1931-1937, Feltrinelli, Milano,
1974. Lavoro analogo, per alcuni aspetti,
è quello recente di Antonio Moscato, che
ha introdotto Andrés (Andreu) Nin, Terra
e libertà. Scritti sulla Rivoluzione spagnola
(1931-1937), Erre Emme edizioni, Roma,
1996. Negli ultimi anni Ranzato è ritornato
sul tema all'interno di un ampio discorso
a più voci sulla natura delle guerre civili
in età contemporanea (Guerre fratricide,
Bollati Boringhieri, Torino, 1994). A
proposito della linea seguita dalla Cnt-Fai,
lo storico inglese ha ben presente il
grave dilemma dell'estate 1936: sviluppare
fino in fondo il progetto libertario di
nuova società o accettare la priorità
della guerra e, in nome dell'unità antifascista,
collaborare con lo stato repubblicano.
Su questo tema scottante risulta sempre
valido lo studio di Vernon Richards (Insegnamenti
della rivoluzione spagnola, Edizioni RL,
Pistoia, 1974) per le riflessioni sui
meccanismi organizzativi che avrebbero
finito col delegare a pochi "militanti
influenti" le scelte fondamentali dell'intero
movimento. Preston mette bene in evidenza
la manovra degli statalisti, in prima
linea i comunisti, per far partecipare
al governo degli esponenti libertari:
oltre a presentare sulla scena internazionale
un fronte politico repubblicano compatto
e rappresentativo delle forze in campo,
tale partecipazione mirava a "coinvolgere
l'organizzazione anarchica nella distruzione
dei suoi stessi poteri rivoluzionari autonomi"
(p. 191). In tal modo la sua interpretazione
presenta vari punti di coincidenza con
l'analisi di Richards, comunque molto
più "interna" al mai spento dibattito
storico fra gli anarchici di tutto il
mondo e di tutte le tendenze.
Le
premesse della guerra
Per
il pubblico italiano una parte senz'altro
positiva del lavoro di Preston è costituita
dalla settantina di pagine in cui si danno
le informazioni di fondo per capire le
radici della guerra civile, il radicalizzarsi
di uno scontro di lungo periodo fra una
popolazione rurale oppressa da un ceto
latifondista parassitario a cui si aggiunge
un conflitto, più recente ma non meno
radicale, fra una classe operaia forte
e orgogliosa e gruppi di industriali protetti
dallo stato e decisi a stroncare le organizzazioni
sindacali. Anche in questo ambito non
mancano giudizi assai criticabili come
quello sulla "irresponsabile ingenuità"
degli anarchici (p. 53) che, nel dicembre
1933, chiamarono all'insurrezione contro
il governo dei partiti di destra appena
vittoriosi nelle elezioni politiche. Va
ricordato che la vittoria delle destre
fu dovuta, in misura non piccola, all'astensionismo
degli ambienti proletari disillusi dalle
mancate riforme, in particolare quella
agraria, e colpiti dalla nuova versione
della tradizionale repressione statale
esercitata, in questo caso, dal governo
progressista del 1931-1933. A questo riguardo
Preston non pare dia un adeguato rilievo
ai gravi fatti del villaggio andaluso
di Casas Viejas, del gennaio 1933: qui
un tentativo di proclamare il comunismo
libertario era stato duramente represso
dalla Guardias de Asalto, un corpo di
polizia creato dal governo di sinistra.
Risultò evidente che le promesse di riforma
agraria, che avevano costituito il centro
della propaganda di socialisti e repubblicani
nelle elezioni del 1931, erano demagogia
elettorale poiché questi partiti non intendevano
attaccare il nocciolo delle forze reazionarie,
cioè i latifondisti, stretti alleati della
chiesa cattolica e dell'esercito. Per
il governo di sinistra era più facile
usare il tradizionale strumento della
violenza repressiva contro i braccianti
invece di soddisfare la "fame di terra".
Ecco perché, come sottolinea Abel Paz
(Durruti e la rivoluzione spagnola, Bfs-La
Fiaccola-Zic, Pisa-Ragusa-Milano, 1999),
la via dell'insurrezione non era una soluzione
irragionevole tra i contadini e gli operai
che provavano sulla propria pelle l'ipocrisia
e la violenza della "repubblica democratica".
Non è più convincente la valutazione dello
storico inglese sugli scioperi insurrezionali
della Cnt, indetti durante il "biennio
progressista" del 1931-1933, i quali avrebbero
contribuito alla riorganizzazione della
destra che, nella sua propaganda, li attribuiva
ai socialisti al governo. Questa accusa
può risultare logica solo se ci si pone
da un'ottica politica, cioè se si considera
l'istituzione repubblicana, con le sue
tragiche contraddizioni e i limiti formali
e sostanziali, quale unico valore positivo
rispetto al quale tutti gli altri protagonisti
dell'epoca avrebbero dovuto semplicemente
inchinarsi e obbedire. Tra l'altro non
è superfluo ricordare che, se la Cnt fosse
stata al rimorchio degli incerti leader
repubblicani, il golpe del 18 luglio sarebbe
stato una passeggiata trionfale per i
generali.
Sviste
editoriali
L'edizione
italiana della sintesi di Preston, a differenza
di quella spagnola del 1986, non porta
nella dedica iniziale alcun accenno alle
Brigate Internazionali, forse per un certo
pudore delle edizioni Mondadori, ma qualcosa
di analogo è successo a un recente volume
storico-letterario, peraltro interessante.
La copertina di quest'ultimo libro riproduce
un manifesto comunista con i visi di quattro
tipi di protagonisti repubblicani (intellettuale,
soldato, contadino, giovane), ma dalla
bandiera rossa è stato tolto il simbolo
della falce e martello (Gigliola Sacerdoti
Mariani, Arturo Colombo, Antonio Pasinato,
a cura di, La guerra civile spagnola tra
politica e letteratura, Shakespeare and
Company, Firenze, 1995). Preston non spreca
una parola per ricordare che gli anarchici,
fra i quali non pochi italiani, furono
tra i primi antifascisti ad accorrere
in massa in Spagna e che tale immediato
aiuto, se praticato su larga scala, avrebbe
potuto pesare molto sulla bilancia militare
in quanto le truppe golpiste dovevano
ancora riorganizzarsi dopo i fallimenti
iniziali. Risulta interessante, al riguardo,
la raccolta di scritti, curati da Ariane
Landuyt, Carlo Rosselli e la Catalogna
antifascista, "Quaderni del Circolo Rosselli",
1996, 2). Ancor più sorprendente è l'affermazione
dello storico inglese secondo la quale,
nell'estate 1936, l'Europa sarebbe stata
"ancora ignara dei crimini di Stalin"
(p.9): ciò significa cancellare volutamente
l'intensa propaganda che anarchici e marxisti
dissidenti, soprattutto in Francia, avevano
condotto per denunciare la dittatura staliniana
e i misfatti della polizia e degli altri
apparati del partito moscovita. Sarebbe
piuttosto da spiegare storicamente il
fatto che furono in molti (comunisti fedeli
al Comintern e democratici ammiratori
dell'Urss) a rifiutarsi di dar credito
alle voci dissidenti e critiche. Anzi
chi denunciò immediatamente i crimini
dello stalinismo venne accusato di essere
al servizio del capitalismo che voleva
colpire e calunniare la "patria del socialismo".
All'interno del consenso riscosso dall'Urss
si possono capire le difficoltà e i boicottaggi
incontrati da Orwell, nell'estate del
1937, nel pubblicare il suo Homage presso
editori di sinistra inglesi, formalmente
indipendenti, ma strettamente subordinati
al mito staliniano. Data la premessa sulla
generale ignoranza verso la situazione
dell'Urss, risulta poi logica l'asserzione
di Preston secondo cui "le Brigate organizzate
dai comunisti sembravano battersi per
obiettivi per cui valeva la pena lottare:
i diritti democratici e le libertà sindacali"
(p. 9). Ma sarebbe difficile enunciare
obiettivi più generici e sfuggenti quali
"diritti democratici" e "libertà sindacali":
ai primi pochi sembravano dar credito
in Spagna dopo che il golpe militare aveva
di fatto vanificato le elezioni del febbraio
1936 che avevano visto la vittoria del
Fronte popolare; le seconde vennero immediatamente
messe in subordine allo sforzo bellico
repubblicano. Anzi, i sindacati (ai quali
ogni lavoratore doveva iscriversi obbligatoriamente)
si trovarono a gestire l'efficienza produttiva,
dentro e fuori le collettivizzazioni,
rinunciando perciò a ogni libera iniziativa
sindacale propriamente detta, come scioperi
o richieste di riduzione dell'orario di
lavoro. È anche assai improbabile che
"l'idealismo dei combattenti" non fosse
stato incrinato da quelle che lo storico
inglese definisce "le sordide lotte di
potere fra comunisti da una parte, e socialisti,
anarchici e trockijsti del Poum dall'altra"
(p. 9). In fin dei conti gli effetti delle
giornate del maggio 1937 erano sotto gli
occhi di tutti e tutti, anche i brigatisti,
scelsero da che parte stare. Il libro
di Preston, con i limiti e le incongruenze
evidenziate, è una delle migliori storie
sintetiche, in lingua italiana, del conflitto
spagnolo, ritenuto fondatamente il "punto
nodale degli anni Trenta" (p.11) dello
scenario mondiale. L'edizione italiana
presenta però una serie di sviste e di
errori di traduzione che cambiano il senso
del discorso originario in diverse pagine,
come si deduce da un paio di esempi. Nello
sciopero insurrezionale proclamato dalla
Cnt nel dicembre 1933, le caserme sarebbero
state assaltate dalla stessa Guardia Civil
invece che dai rivoluzionari (p. 53);
nella repressione degli scioperi rurali
dell'estate 1934, il governo repubblicano
di destra avrebbe fatto arrestare i "militanti
liberali", mentre furono detenute le persone
di orientamento progressista; il "rigenerazionismo"
sorto dopo la sconfitta coloniale del
1898 sarebbe stato un movimento di militari
e non, come invece fu, una tendenza al
rinnovamento sociale e istituzionale di
intellettuali stanchi della retorica imperiale,
di cui i militari erano parte integrante.
Non è forse il caso di infierire troppo
sui curatori dell'edizione italiana, ma
andrebbe quanto meno rilevato che la presentazione
del risguardo di copertina si inventa
qualcosa che lo storico inglese non scrive:
i "conflitti sorti all'interno delle Brigate
internazionali" infatti non compaiono
nel testo ed è molto probabile che questi
scontri siano stati confusi con i gravi
dissensi politici, ideologici e militari
fra gli antifascisti culminati nel mayo
sangriento di Barcellona. D'altra parte
gli stessi editori indeboliscono la ricca
bibliografia ragionata redatta da Preston
per l'edizione inglese, che comprende
circa duecento volumi, dimenticando di
riportare le traduzioni italiane di una
decina di libri. Se può essere comprensibile,
anche se non accettabile, che ciò succeda
con opere edite, qualche decina di anni
fa, da piccole case editrici (Gaston Leval,
Né Franco, né Stalin. Le collettività
anarchiche spagnole nella lotta contro
Franco e la reazione staliniana, Istituto
Editoriale Italiano, Milano, 1952; Michail
Koltsov, Diario della guerra di Spagna,
Schwartz, Milano, 1961), la dimenticanza
si fa più grave per Claude G. Bowers,
Missione in Spagna, Feltrinelli, Milano,
1961 e per i due lavori di David T. Cattell,
I comunisti e la guerra civile spagnola,
e La diplomazia sovietica e la guerra
civile spagnola, entrambi editi da Feltrinelli,
rispettivamente nel 1962 e 1963. La lacuna
appare poi vistosa quando si tratta di
un lavoro molto diffuso come quello di
Gerald Brenan, Storia della Spagna 1874-1936.
Le origini sociali e politiche della guerra
civile, Einaudi, Torino, 1970 o di un
testo fondamentale sull'intervento mussoliniano
come John F. Coverdale, I fascisti italiani
alla guerra di Spagna, Laterza, Roma-Bari,
1977. Da notare ancora che nella trentina
di personaggi brevemente biografati al
termine del volume si trova un solo anarchico:
Buenaventura Durruti, di cui si ricorda
la morte "in circostanze tuttora misteriose"
nel novembre 1936 sul fronte di Madrid.
Sulla sua fine, il biografo più analitico
e documentato, Abel Paz, propende per
un incidente tecnico, un errore compiuto
dallo stesso Durruti nell'impugnare un
mitra durante un'emergenza. Mentre si
era diffusa allora, in ambienti anarchici,
la voce di un'uccisione ad opera dei comunisti
per eliminare un prestigioso leader contrario
alla militarizzazione, gli agenti stalinisti
avevano fabbricato una versione che ne
attribuiva la responsabilità ad anarchici
in fuga dal fronte di Madrid e che Durruti
avrebbe cercato di fermare, o, in alternativa,
ad anarchici "puri" contrari alla militarizzazione.
In tal modo la morte dell'héroe proletario
sarebbe servita ai bolscevichi nella campagna
per la militarizzazione e la repressione
degli "indisciplinati". Il fatto sorprendente,
sul piano storiografico, è che un famoso
autore inglese come Eric J. Hobsbawm accetti
la sostanza di tale versione chiaramente
prefabbricata da certa propaganda politica
(I rivoluzionari, Einaudi, Torino, 1975,
p. 93). In conclusione si può concordare
sul fatto che il dibattito sulla rivoluzione
e la guerra civile possa contare ora su
un'altra opera interessante, ma tale discussione,
che ha tangibili significati politici
oltre che culturali e storici, è ben lungi
dal chiudersi con queste pagine sintetiche
scritte da Preston, come sostiene invece
la presentazione mondadoriana del volume,
tanto imprudente quanto approssimativa.
|