LA STORIA SIAMO NOI
di Josè Maria Vidao

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Nel corso di tre decenni, il già classico dibattito sul carattere scientifico della storia (trascinato dai tempi del positivismo e del momento di massima diffusione delle discipline sperimentali alla fine del diciannovesimo secolo) è stato progressivamente sostituito da un altro forse meno fondamentale, ma non per questo meno interessante: quello consistente nel determinare la natura e la portata ideologica, e perfino politica, dei suoi enunciati. Lungi dal discutere sulle similitudini fra il metodo storiografico e quello impiegato dalle scienze naturali, gli specialisti della disciplina preferiscono oggi interrogarsi sul ruolo che la scrittura e l'insegnamento della storia svolgono nella configurazione delle "comunità immaginate" e, per conseguenza, nella formazione e nella coesione delle diverse società nazionali del nostro tempo. In questo modo la storia, la storia generale, si è allontanata dallo spazio asettico della scienza nel quale, per principio, non devono coesistere ipotesi contraddittorie che spieghino un unico fatto o fenomeno, avvicinandosi sempre più a un ambito diverso e molto vicino alla semplice storia delle idee. In questo modo la controversia tra ipotesi differenti è una condizione sostanziale e inevitabile dei fenomeni e delle rappresentazioni che si studiano, e non solo le loro cause. L'instabilità della materia storiografica (che Isaiah Berlin esemplifica, non senza un certo senso dell'umorismo, attraverso le diverse conseguenze provocate dal fatto che un individuo assicuri di non aver visto albeggiare una mattina o testimoni di aver visto Napoleone senza tricorno a Waterloo) risiede in buona misura all'interno dell'attuale controversia sulla memoria, comune alla maggior parte dei paesi europei. Non solo guardare verso il passato invece di documentare il presente, ma anche determinare il passato che deve o meno essere oggetto di conservazione e di ricordo, equivale a difendere certi interessi piuttosto che altri, certe posizioni piuttosto che altre, non per stabilire ciò che è successo, ma piuttosto per stabilire vie di azione per il futuro. Se la percezione dell'instabilità del materiale storiografico, di quel che accadde o non accadde in un altro tempo, non risulta oggi tanto nitida come dovrebbe, ciò si spiega grazie al fatto che, di fronte alla vastità di tanti fatti eterogenei accaduti in molti secoli (che possono andare dal trascurabile incidente di un carro medioevale fino al lancio della bomba atomica sopra Hiroshima e Nagasaki), la disciplina ha accettato che la dimensione del suo oggetto di studio coincida con la sequenza di dati considerati rilevanti dagli storici del diciannovesimo secolo. Basta gettare un rapido sguardo all'opera di Tucidide o Cicerone, alle istorie o alle cronache del Medioevo, alle descrizioni di viaggiatori come Ibn Battuta o Leone l'Africano, per rendersi conto che una proporzione rilevante di ciò che, in questi testi, si considera parte indiscutibile della storia non lo è invece agli occhi degli specialisti del nostro tempo. Sopra il magma multiforme di una realtà che si oppone a essere integralmente raccontata dalle parole e di alcune parole che, per acquistare significato, devono attenersi a una logica grammaticale e narrativa propria, il secolo diciannovesimo crea lo scenario nel quale si rappresenterà la storia, seleziona i personaggi che devono risultare decisivi all'interno della sua narrazione e infine ne traccia lo sviluppo, lasciando necessariamente aperta la possibilità di aggiungere un nuovo capitolo nella misura in cui lo scorrere degli anni chiude il presente. Lungi dal raccogliere i materiali scartati per portare a termine questa costruzione e di domandarsi se siano o meno integrabili in essa senza produrre un'alterazione sostanziale, o addirittura un rifiuto definitivo di tale costruzione, la storiografia successiva si è limitata ad aggiungere prospettive parziali (sociali, economiche, artistiche, letterarie, femministe e altre ancora) al quadro di partenza fissato nel diciannovesimo secolo. Da ciò deriva l'ortodossia storiografica della quale noi siamo tuttora eredi, con le sue effemeridi, i suoi cicli, le sue rivoluzioni, le sue crisi, le sue carestie, le sue migrazioni, i suoi periodi. Scritta e riscritta più volte, e solo modificando in ogni occasione la chiave in cui si interpreta una partitura invariabile, la nostra visione del passato è conseguenza dell'avere istituzionalizzato una selezione e una gerarchizzazione degli accadimenti realizzata, forse in parti uguali, dalla casualità dei ritrovamenti e dalla volontà di seguire le tracce di valori attuali in epoche anteriori, al fine di rafforzare il carattere necessario e la legittimità di tali valori. Ciò che non quadra viene frainteso o messo a tacere; e ciò che quadra viene ingrandito al punto di trasformarlo nella essenza di un tempo, di un popolo o perfino di un territorio. In tal senso, il determinismo geografico che ricorre nelle storie generali scritte fino a un'epoca non troppo lontana, invariabilmente iniziate con una descrizione fisica del territorio, obbedisce senza dubbio a questa necessità di sostenere e canonizzare una narrazione del passato che potrebbe essere presentata diversamente. Inoltre il determinismo obbedisce a un'operazione precedente la scrittura di qualunque storia e alla quale neppure oggi si tende a prestare l'attenzione che merita: la definizione della mappa nella quale questa storia dovrà svilupparsi. Per quanto l'idea che il successo degli studi storici nel secolo diciannovesimo obbedisca all'impulso dei movimenti nazionalisti sia accettata in modo unanime, tuttavia si tende a non considerare il fatto che è proprio in quel momento che si decidono le frontiere, le dimensioni del teatro in cui dovrà attuarsi la cosmogonia che compone ciascuna delle storie nazionali. Poiché il profilo attuale della Spagna (o di qualunque altra nazione europea) è proprio quello fissato dalla geologia fin dai tempi della più remota antichità, le multipli vicende della sua storia risultano automaticamente divise in due categorie. Se il centro dell'unità politica (regno, repubblica, stato) dominante nel periodo considerato cade dentro la mappa che è stata fissata, e questa unità politica si estende molto al di là di esso, allora concluderemo che siamo di fronte ad un'epoca di splendore nazionale, di trionfi imperiali. Se, al contrario, questo centro si trova fuori dalla mappa considerata, ciò che si presenta al nostro sguardo non sarà altro che un deprecabile episodio di decadenza, nel quale la nazione è vittima di invasioni e catastrofi collettive. L'esegesi storiografica posteriore deciderà se gli apporti dei "nuovi arrivati" facciano o meno parte dell'identità nazionale (il latino sì, il mussulmano no), ma in ogni caso la conformazione come popolo differenziato e stabilito in un territorio preciso non viene mai messa in dubbio. Per continuare con l'esempio della Spagna, affermazioni in apparenza tanto dissimili come "Traiano fu un imperatore spagnolo", "gli arabi conquistarono la Spagna", "la Spagna governò il mondo sotto Filippo II" o "Ferdinando VII perseguitò i filofrancesi", non sono altro che derivazioni, più o meno dirette, del fatto di avere fissato la mappa prima di descrivere la storia che scorre al suo interno. Una delle chiavi che meglio spiegano le numerose contraddizioni in cui incorrono le storie nazionali del diciannovesimo secolo, il cui peso continua a essere decisivo negli studi storici del nostro tempo, risiede proprio nel fatto che, nonostante si continui a darlo per scontato, le unità politiche che si succedono sopra un territorio non si adattano a nessuna frontiera naturale e nemmeno, di sicuro, alle frontiere che le nazioni del secolo diciannovesimo stabilirono come proprie in quel periodo. Il processo è esattamente inverso: sono le unità politiche che si pongono come obiettivo quello di inventare e giustificare i propri limiti geografici, facendo in modo che fiumi, catene montuose, steppe o città privi di qualsiasi significato acquistino un senso conclusivo e definitivo nel momento in cui si fissano le differenze tra gruppi umani contigui. Il proposito che sottostà a questo disegno di rendere visibili le divisioni fisiche non consiste solo nel marcare i limiti del proprio potere di fronte a quello di altri. Consiste soprattutto nel fondare fino a renderla inattaccabile la proprietà dell'unità politica sopra il territorio su cui si stabilisce. Ed è grazie a questa abitudine di rafforzare la titolarità di un gruppo umano sopra il suolo da esso occupato, che la storiografia del secolo diciannovesimo ricorre, di solito, alla definizione dei caratteri nazionali. Il clima, l'orografia, la vegetazione dei diversi territori forgiano modi di essere molto diversi, capaci di fornire una coerenza inattaccabile tra il concreto e l'astratto, vale a dire tra ciò che un popolo mangia, caccia, costruisce, raccoglie o conserva, la lingua in cui si esprime, i riti che osserva, i valori morali che lo adornano o la fede religiosa e il credo politico che professa. Quelli che non si attengono al modello nazionale diventano stranieri o traditori; così sarebbero arabi i mussulmani e filofrancesi i partigiani dell'Illuminismo. Al contrario, quelli che vi si conformano non perderanno, in nessun caso, la prerogativa di spagnoli, quindi, anche se, come Traiano, sono cittadini di Roma. In ogni caso, il fatto che la storia generale abbia abbandonato la sua antica pretesa di entrare nel campo delle scienze sperimentali, limitandosi a restare nel terreno più diffuso e ristretto della storia delle idee, non ha disattivato il potenziale di conflitto insito nel suo modo di descrivere il passato. La continuità di fondo che ha prevalso nella disciplina, ancora riluttante a porre in dubbio le grandi linee della storiografia del diciannovesimo secolo, ha permesso che lo stesso strumento di cui si servirono le potenze europee per affrontare, fra l'altro, la colonizzazione dell'Africa o disputarsi la supremazia sul suolo europeo, già in pieno secolo ventesimo, sia oggi a disposizione dei nuovi movimenti e delle ideologie nazionaliste. Cambiare la mappa che precede implicitamente tutta la ricostruzione del passato, e la morfologia della narrazione storica usata dalle vecchie nazioni dalle quali vogliono separarsi, risulterebbe di straordinaria utilità per tali movimenti e ideologie. Anzitutto perché permetterebbe loro di consolidare i loro propri miti, circondandoli di un alone di verosimiglianza equivalente a quello dei miti degli avversari. In secondo luogo perché, ricalcando i procedimenti della storiografia nazionalista precedente, il dibattito sull'emergenza e il riconoscimento di nuove nazioni si collocherebbe sul terreno dei sentimenti e dell'irrazionalità, dal momento che la struttura logica dei loro argomenti pro e contro, è sempre la stessa. Scienza sperimentale o ideologia nascosta, la disciplina della storia sta diventando oggi, come già fu nell'immediato e più drammatico passato, centro di buona parte dei dibattiti pubblici più rilevanti. Naturalmente spetterebbe ai politici fare in modo che il presente prevalga sul supposto determinismo della storia, riuscendo a smascherare le tensioni etniche per quello che solitamente sono nella realtà: modi di negare il pluralismo religioso e politico. Spetterebbe invece agli storici ricordare che la loro disciplina è solo una fra le narrazioni possibili, una fra le infinite versioni. In definitiva dovrebbero ricordare che la ricerca di fondamento storico di certi diritti individuali o collettivi impone di dimenticare che la barriera fra il passato e il presente risulta quasi sempre invalicabile, per quanto le parole, alcune parole e alcuni modi di usarle, si ostinino malauguratamente a suggerire il contrario.

Traduzione di Lorenza Sianesi

 
 
 
       

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