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SZEEMAN:
IL GENIO IN BOTTIGLIA
di Franco Bunçuga
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Dopo
dapertutto, quest'anno è Platea dell'umanità.
Il nome dell'attuale Biennale di Venezia
esprime un concetto che racchiude numerosi
significati: è altopiano, base, fondamenta,
piattaforma. La Biennale come "specchio
e piattaforma dell'umanità" o come meglio
specifica il direttore della mostra, Harald
Szeeman: "La platea della presentazione
di esistenze umane". Che aggiunge: "In
questo concetto è insita una tendenza
sovversivo-rivoluzionaria che, nell'immediato
futuro, porterà sicuramente a eruzioni
esplosive nell'arte". E, infatti, al termine
dei tre giorni dell'inaugurazione della
Biennale ho l'impressione che tutto stia
cambiando in maniera molto rapida: stiamo
veramente entrando nel nuovo millennio
e anche l'idea stessa di arte è, ancora
una volta, messa in discussione fin dalle
fondamenta. E sono convinto che molto
di libertario, se non di propriamente
anarchico, bussi alle porte della società
del futuro con il grimaldello antico ma
indistruttibile dell'arte. Non tutti,
però, sono della stessa opinione. "Incredibile",
commenta con la sua solita foga Enrico
Baj incontrato al Padiglione Italia, "quest'arte
non ha nulla a che fare con l'umano, tranne
forse quella raccolta di oggetti strani
nella pretenziosissima piattaforma del
pensiero, sulla quale trovano posto anche
delle opere che sembrano eseguite dal
solito autore naif, un po' matto". L'opera
di Auguste Rodin nella piattaforma del
pensiero in effetti si perde completamente:
sembra di essere in un supermercato davanti
a uno scaffale in cui si allineano i diversi
prodotti di diversi colori, di provenienza
diversa. Il capolavoro sparisce come un
buon whisky tra le altre etichette, diventa
una delle scelte possibili, una delle
culture possibili, non necessariamente
la più attraente. "Purtroppo", aggiunge
Baj, "questo è il destino dell'arte oggi:
divenire una qualche forma di maquillage
del potere. Entrare al padiglione spagnolo,
il primo all'entrata di questa Biennale,
è come entrare in un night club. Tutto
questo non ha niente a che fare con le
arti plastiche". Szeeman è stato un ottimo
organizzatore di mostre ma ormai fa parte
anche lui degli ingranaggi del potere.
È stato riconfermato perché la scorsa
edizione della Biennale ha registrato
quasi cento mila ingressi e si spera che
in questa edizione ne faccia di più! Essere
riuscito a presentare una platea, un luogo
orizzontale, sul quale esporre, mettere
a nudo lo stato dell'arte così come si
presenta dal suo particolare e personale
punto di vista, distruggendo barriere
burocratiche, distribuendo ovunque le
partecipazioni nazionali, integrando e
lasciando inusuali spazi di libertà agli
artisti, in realtà è un piccolo miracolo.
Szeeman ha avuto il coraggio della libertà:
l'anarchia non è il caos, ma è una forma
superiore di ordine e così gli interventi
distribuiti in tutta Venezia nella loro
libertà espressiva, senza un filo conduttore
forte, se non quello della loro "intensità",
oltre a mostrare un innegabile coerenza
di temi e di linguaggi, testimoniano soprattutto
di una avvenuta globalizzazione delle
giovani generazioni di artisti, al di
là dell'appartenenza nazionale o etnica,
che sperimentano il mondo in maniere molto
simili e propongono temi tra loro omogenei
e pongono domande, anche in modo rabbioso,
in nome di tutto il pianeta. Una platea,
quella che ci propone la Biennale, intesa
come osservatorio, come luogo elevato,
da cui si sceglie di guardare il mondo
per interpretarlo e riconoscerlo, per
modificarlo, come la Outlook Tower progettata
alla fine dell'Ottocento da Patrick Geddes
a Edimburgo, platea, altopiano, acropoli,
piazza, sulla quale Szeeman si pone insieme
agli artisti che ha scelto, "alla comunità
dei suoi amici", come li definisce Bazon
Brock nell'introduzione al catalogo della
mostra.
Piattaforma
del pensiero
All'ingresso
del padiglione Italia ci accoglie una
tappa simbolica, un ingresso iniziatico,
per accedere alla cifra di tutta l'esposizione:
l'installazione "la piattaforma del pensiero".
Accanto alla piattaforma l'opera di Rodin,
"homme qui marche sur colonne" (esposto
alla biennale del 1901), "l'uomo senza
testa né braccia che, simbolo del progresso,
non sta immobile sulla colonna, bensì
cammina, noncurante del pericolo di precipitare
nel vuoto". Quel passo avanti forse l'abbiamo
già fatto, siamo caduti sulla piattaforma,
sul plateau (qualcosa di piatto ma anche
altopiano, base, fondamenta, piattaforma,
platea, torre di guardia, accampamento
di amici, platea come il fondo del bacino
di carenaggio che ci riporta alla sede
dell'arsenale), e abbiamo anche noi dovuto
prendere atto di essere in numerosa compagnia
e accontentarci di uno spazio ristretto,
come il pensatore, l'altra opera di Rodin
esposta nella stessa sala, a stretto contatto
di gomito con le opere di Erik Böedeker,
Seni Camara, Gilberto de La Nuez, John
Goba, Ettore Jelmorini, Cheff Mwai, Jean
Baptiste Ngnetchopa, Hans Shmitt, Peter
Wanjau, di uno scultore Girama, di un
Bodhisvatta regale in piedi, una testa
dorata di Budda di grandi dimensioni,
Due Chamaradharini in piedi, un Mithuna,
esercizi di yoga tantrico, un Narasinha
a otto braccia, un Siva Nataraja, un Tirtharikara
Parsvanatha, una maschera da ballo, una
figura africana e un elmetto da palombaro
della marina americana. Sparisce, si ridimensiona,
ha ben di che riflettere il povero pensatore
di Rodin, con il suo atteggiamento un
po' retorico, europeocentrico, irrimediabilmente
"circondato dalle varie rappresentazioni
dell'uomo e dei suoi modi di comportarsi
nelle diverse culture che hanno messo
al bando un'altra generazione di artisti
dei nostri tempi". E per dipingere visionariamente
i nuovi tempi che ci aspettano, dalla
platea che ha creato, con gli amici che
ha selezionato, Szeeman ha scelto come
spiriti guida Joseph Beyus, di cui ha
esposto all'arsenale alcune importanti
opere tra le quali "la fine del ventesimo
secolo e Antonin Artaud, il poeta che
voleva modificare il corpo come suprema
opera d'arte. Due spiriti guida anarchici.
All'ingresso delle corderie, il secondo
luogo espositivo della Biennale, che si
appresta a divenire con il tempo il più
importante e significativo, ci accoglie
invece una sfinge, maschile, questa volta,
in una società nella quale le energie
femminili sono ormai dominanti, un gigantesco
bambino accucciato, quasi cinque metri,
che spaventato, ironico, sornione e con
gli occhi arrossati pone una domanda a
cui non sappiamo rispondere. Il bambino
del futuro: sovradimensionato, ma fragile,
come apparentemente è fragile questa biennale.
Bisogna passare attorno a questo enorme
e quasi vivo Boy di Ron Muek per imbattersi
alla sua sinistra nelle inquietanti figure
umane in lattice dei futuri androidi e
poi in un crescendo di inquietudine alla
sua destra scoprire i feti (ruan) di Xiao
Yu, simulacri olografici delle mutazioni
genetiche possibili o già in corso. La
platea del pensiero e Boy: due simbolici
ingressi alla quarantanovesima Biennale.
Plateau dell'umanità Tra i tanti significati
suggeriti da Szeeman al termine "plateau"
manca forse quello di "vassoio", un suggerimento
gastronomico che ci permetterebbe di leggere
molte delle esposizioni da una prospettiva
nuova e poco usuale, ma in fondo sempre
più attuale. Nel padiglione di Tai Wan
l'artista offre come performance biscotti
pezzi di cielo, fabbricati in una pasticceria
veneziana, sagomati su una fotografia
di uno skyline cittadino, che si possono
mangiare su tavolini su cui è serigrafata
la stessa foto. In un altro stand mi hanno
regalato una bustina di spezie per fare
la zuppa, in un altro una bibita. L'ossessione
del corpo e del cibo, è uno degli elementi
dominanti la mostra, come l'ironica apoteosi
del simbolo del McDonald's nel padiglione
giapponese. E un tocco di simpatia inventato
da Szeeman, il Genio della Bottiglia:
Refreshing. Un progetto in cui sono coinvolti
diversi artisti che hanno scelto di fornire
un po' di rinfresco ai visitatori creando
stand di ristorazione, facendo contemporaneamente
arte. Anch'io mi sono comprato, a un carretto
ambulante decorato con le immagini di
Szeeman e Cai Guo Qiang, una bella bottiglia
di fresca acqua minerale con un sorridente
Szeeman sull'etichetta e mi sono bevuto
diecimila lire di arte fresca e frizzante.
Il
volto anticlericale
Sotto
la Platea dell'umanità si cela anche una
piattaforma anticlericale? E perché no!
In fondo una delle opere più viste è la
contestatissima nona ora di Maurizio Cattelan
(quasi smembrata durante una temeraria
esposizione in Polonia) che rappresenta
un papa in grandezza naturale (così simile
all'attuale) stramazzato a terra dopo
essere stato colpito da una nera meteorite.
Al Vaticano oltre all'opera di Cattelan
non è piaciuto neppure che venissero esposte
le tele di Gerard Richter rifiutate per
il santuario di Padre Pio ma soprattutto
la presenza della "nave degli aborti",
ancorata ai moli della Biennale. A-Portable
2001 è una clinica ginecologica mobile
nata dalla collaborazione tra Rebecca
Gomperts, medico e fondatrice di Women
on Waves ad Amsterdam e Joep von Lieshout,
fondatore dell'Avl (Atelier Van Lieshout)
a Rotterdam. Lieshout definisce il suo
atelier uno stato libero: Avl-Ville 2001
è un'opera d'arte civica che sfida il
monopolio di stato olandese producendo
in proprio cibo, istruzione, un'arsenale,
energia, fognature e persino valuta. Una
piccola comunità utopica. Ma anche questo
è arte? Quali sono i confini che possiamo
dare al fare artistico, se esistono? Che
cosa ci prefigura questo nuovo secolo?
Due piccole germogli, due delicate, minuscole
statue in terracotta di Marisa Merz, uno
degli interventi più poetici dell'esposizione,
mi fanno riflettere sulla frase di Eraclito:
ciò che nasce predilige il silenzio e
l'oscurità. Possiamo solo intravvedere
come si configurerà il futuro, anche nell'arte.
E sulla Platea dell'umanità di Szeeman,
insieme ai suoi amici, possiamo trovare
un ottimo punto d'osservazione. Questa
platea è una gigantesca thinking machine,
come l'avrebbe definita Patrick Geddes,
un luogo di osservazione privilegiato
per cambiare il mondo, come la Outlook
Tower, in fondo anch'essa una platea.
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