Al totalitarismo
di Antoni Castelis Duran

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Senato. Una maggioranza che è stata ottenuta attraverso il voto del 31 per cento degli elettori dello stato spagnolo, vale a dire con il voto di un po' meno di un terzo dell'elettorato. Quindi, nonostante il fatto che quasi il 70 per cento degli elettori non abbia dato il suo voto al Pp, sia perché si sono astenuti (circa il 30 per cento) sia perché hanno votato altri partiti politici, la maggioranza assoluta ottenuta dal Pp a livello parlamentare gli conferisce, negli organi centrali dello stato, il monopolio dell'esercizio del potere politico. E questo ha dato luogo a uno scenario politico nuovo, caratterizzato sia dall'esistenza del suddetto monopolio sia dalle specifiche peculiarità del partito che lo esercita.

Il Pp deriva dal semplice cambio di nome di Alleanza popolare (Ap), un partito creato dopo la morte di Francisco Franco dagli ex ministri della dittatura franchista. Tra i suoi attuali dirigenti predominano infatti i nomi della cricca franchista, come Fraga, Oreja, Aznar, García Valdecasas, Cabanillas, Ruiz-Gallardón e così via. Persino adesso il Pp si rifiuta di condannare il colpo di stato fascista del 18 luglio 1936. Questo partito comprende al proprio interno, come parte costitutiva del nucleo ideologico dirigente, gli elementi i cui equivalenti negli stati più vicini come Francia, Italia, Germania, Austria e Svizzera, costituiscono i partiti di estrema destra, xenofobi e neofascisti, che ottengono alle elezioni una proporzione compresa tra l'8 e il 22 per cento dei voti espressi dall'elettorato.

Il Pp utilizza l'ideologia populista per agire contro gli interessi popolari. Utilizza la parola democrazia e ricorre alla criminalizzazione delle idee e dei principi politici diversi dai suoi, per celare le proprie azioni antidemocratiche. Pretende di imporre il centralismo spagnolista più stantio, tendente a omologare e uniformare i diversi popoli che costituiscono l'attuale stato spagnolo. Il Pp costituisce, in definitiva, l'espressione politica del franchismo riadattato e mascherato, in accordo con le esigenze del contesto politico sorto dalla cosiddetta transizione. Questo è il partito che oggi monopolizza il potere negli organi centrali dello stato. Perché ha vinto Vent'anni dopo la morte del dittatore, nelle elezioni generali del 1996, il Pp risultò il partito che ottenne il maggior numero di voti e occupò il governo dello stato. Quattro anni più tardi ripeté questa vittoria elettorale, questa volta ottenendo la maggioranza assoluta.

Il breve spazio di tempo di vent'anni è stato sufficiente per far sì che, dopo aver sofferto per quasi quarant'anni la sanguinaria dittatura di Franco (1939-1975), gli eredi del dittatore occupassero di nuovo, completamente, il potere dello stato, e questa volta senza nemmeno la necessità di ricorrere ad una sollevazione militare. Completamente diverso è invece ciò che è accaduto negli stati vicini alla Spagna, che subirono anch'essi forme di dittature totalitarie, fasciste e/o militari, come l'Italia, la Germania, il Portogallo e la Grecia. In questi paesi, nonostante la destra economica sia riuscita a far prevalere i propri interessi, a livello politico, gli eredi della dittatura si trovano ancora oggi in una posizione relativamente marginale, ben lontano dal poter raggiungere il potere politico. La particolare situazione della Spagna è frutto di diversi fattori, ma la causa principale risiede nel modo in cui si passò dal regime totalitario e dittatoriale di Franco a un regime denominato democratico, vale a dire la famosa "transizione spagnola" (1975-1978), tanto lodata dai politici di professione spagnoli e presentata come "esemplare" nella vetrina internazionale.

La transizione ridusse la partecipazione democratica dei cittadini al frutto del patto tra due consorterie: da un lato quella costituita dai franchisti, che compresero come alla morte di Franco, qualcosa dovesse pur cambiare perché tutto cambiasse il meno possibile, e dall'altro lato quella costituita dai dirigenti politici e sindacali antifranchisti, disposti a rinunciare ai principi e agli obiettivi per i quali si era combattuto, in nome del "realismo", e per poter accedere velocemente agli incarichi pubblici vacanti. Questo patto, il cui proposito fondamentale fu quello di impedire la rinascita delle esperienze rivoluzionarie e di autogestione, nonché delle esperienze democratiche che ebbero luogo durante la seconda repubblica, si realizzò sotto il controllo e la benedizione del capitalismo internazionale, rappresentato soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Germania.

Tale patto obbligava i primi a convincere o a neutralizzare gli elementi più ortodossi del franchismo (in particolare i militari), e obbligava i secondi a trattenere e a frenare le mobilitazioni operaie e popolari. Per imporre alla società spagnola il patto della transizione, si usò lo spauracchio di un ipotetico golpe militare, che avrebbe potuto far retrocedere la situazione verso le forme più dure della dittatura, e che ridestava il fantasma di una nuova guerra civile. Sicuramente, come segnala José Vidal-Beneyto [1] in Le Monde Diplomatique, l'ipotesi utilizzata di un ricorso militare non è sostenibile, così come viene anche confermato dai documenti ufficiali americani attualmente accessibili. La minaccia del golpe militare, che un po' più tardi acquistò apparenza di verosimiglianza con la messinscena del 23 febbraio 1981, fu utilizzata dalla cricca franchista per accrescere la propria possibilità di negoziazione, e fu accettata dalla consorteria degli antifranchisti per il timore che, senza questo spauracchio e senza l'aiuto dell'apparato repressore franchista, sarebbero stati bersagliati dalle rivendicazioni popolari e operaie. In questo modo si impedì la partecipazione dei cittadini al dibattito e alle decisioni politiche.

I cittadini vennero relegati al ruolo di semplici spettatori e vennero consultati solo attraverso un referendum nel quale potevano prendere o lasciare ciò che già era stato deciso dalle consorterie: da un lato ciò che le due parti già avevano stabilito, dall'altro il caos e il pericolo della guerra civile. Questa origine non democratica del nuovo regime ha determinato il suo carattere e la sua evoluzione successiva. Il patto sul quale si basò la transizione implicò delle gravi conseguenze, come, per esempio, l'imposizione dell'annullamento della memoria storica, la permanenza di elementi fascisti cristallizzati all'interno dell'apparato dello stato (giustizia, polizia e così via), il fatto di non favorire e sviluppare l'educazione democratica dei cittadini, operazione assolutamente necessaria dopo quarant'anni di dittatura. E, oltre a tutto ciò, non solo non si pretese che i burocrati e i politici del franchismo ammettessero le proprie responsabilità nei crimini e nelle azioni delittuose, ma addirittura tali persone vennero legittimate, convertendole nei fondatori del nuovo regime politico. Padre della Costituzione "democratica" spagnola del 1978 fu un certo Fraga, ministro di Franco e autore della frase "la strada è mia", così come lo furono un certo Roca Junyent [2] o un tale Solé Tura [3] che avevano fatto parte dell'opposizione alla dittatura franchista.

E una tale Costituzione, tra le altre cose, impose la tutela dell'esercito come garante del nuovo regime e dell'unità dello stato spagnolo, nonché dell'assetto monarchico dello stato; il re Juan Carlos I è stato designato come capo di stato ed educato per ricoprire questo ruolo fin dall'infanzia, sotto la tutela del dittatore e attraverso persone direttamente designate a questo compito, a partire dal 1948. In queste forme di imposizione della transizione, e soprattutto nella "legittimazione" democratica dei franchisti, risiede la causa principale, la chiave di volta, del perché i continuatori rinnovati del franchismo riciclato detengano oggi, in modo pressoché assoluto, il potere politico all'interno dello stato spagnolo; e allo stesso modo si spiega il tipo di utilizzo che costoro fanno di tale potere. Da ciò che è accaduto a partire dal patto di transizione, è necessario isolare e mettere in evidenza tre elementi, che hanno contribuito anche a propiziare la vittoria del Pp. In primo luogo, e come più importante, consideriamo la corruzione politica del Partito socialista operaio spagnolo (Psoe).

Tale partito si presentò in nome di una chiara alternativa politico-sociale e, una volta raggiunto il potere, in nome di tale alternativa realizzò un'azione diametralmente opposta, dal momento che antepose gli interessi particolari delle sue cariche e dei suoi dirigenti all'interesse generale, che affermava invece di difendere e in funzione del quale poteva disporre di un consistente appoggio da parte della popolazione. Due sono gli esempi più significativi della corruzione politica del Psoe: il primo è la sua politica sociale del lavoro, che lo condusse a una aperta e dura contrapposizione con i due sindacati di maggioranza (l'Ugt, Unione generale dei lavoratori), di tendenza socialista, e le Ccoo, Commissioni operaie, di tendenza più spiccatamente comunista) nonostante la grande moderazione che caratterizzava i sindacati; il secondo è l'inganno attraverso il quale consolidò l'entrata dello stato spagnolo nella Nato (1986). Il Psoe si presentò alle elezioni del 1982 come contrario all'entrata nella Nato e, dopo averle vinte, realizzò un referendum nel quale progettava di entrare nella Nato con alcune restrizioni (che attualmente sono sparite del tutto, senza che si sia tenuta alcuna nuova consultazione popolare), dispiegando una massiccia campagna di propaganda per il sì. E questo referendum lo vinse con un margine ristretto di voti.

Dalla grave corruzione politica del Psoe si sono via via sviluppate al suo interno altre azioni corrotte e criminali, come il terrorismo di stato (interventi para-polizieschi, coperti sotto diverse sigle come quelle del Gal, mirati a uccidere militanti e collaboratori dell'Eta), come il conseguimento fraudolento di fondi per il partito o il semplice arricchimento personale. Questa corruzione ha avuto in primo luogo effetti distruttivi per lo stesso Psoe, per l'alternativa che esso diceva di rappresentare e per la sinistra nel suo complesso. Ma le conseguenze non finiscono qui, dal momento che ha infettato tutta la società, facilitando e promuovendo la corruzione, il cinismo e l'atteggiamento apatico in tutti i gruppi sociali, così come ha incentivato un'ansia senza freni di ottenere denaro senza curarsi dei mezzi usati per conseguirlo. Tutto ciò, tra gli altri diversi effetti, ha propiziato l'ascesa al potere della destra "classica" e dei suoi valori. Il Psoe riuscì a mantenersi al governo per quattordici anni, ma durante la metà di questo periodo, come minimo, ha ottenuto tale risultato non tanto grazie al consenso di cui godeva, quanto piuttosto a causa del timore che il carattere neofranchista del Pp suscitava presso la maggior parte della popolazione.

Infine, davanti al persistere e all'acutizzarsi della corruzione politica del Psoe e davanti agli scandali che gli oppositori sono riusciti a far scoppiare, il timore della natura del Pp non ha più rappresentato una barriera sufficiente per impedire la sua vittoria, prima con una maggioranza relativa e poi con una maggioranza assoluta. In secondo luogo, il totale fallimento di tutti i tentativi di costituire, per il complesso dello stato spagnolo, una alternativa politica di centro o di centro-destra, distinta dal franchismo (i fallimenti di Joaquín Garrigues Walker e di Joaquín Ruiz-Jiménez, rispettivamente con la Federazione dei partiti democratici e liberali e con Sinistra democratica, alla fine degli anni Settanta, e di M. Roca Junyent con il Partito riformista democratico nel 1986), è un indicatore della profonda impronta che questo ha lasciato sulla Spagna, soprattutto tra le classi dirigenti e quelle medie. In terzo luogo, il sovrappiù di legittimità democratica che è derivato al Pp dalla collaborazione, attraverso patti e accordi, con i partiti di centro-destra di tradizione antifranchista del Paese Basco e della Catalogna.

Oggi il Pp, quando crede di non averne più bisogno grazie alla maggioranza assoluta di cui gode in parlamento, pretende di distruggerli, come nel caso del Pnv (Partito nazionalista basco)[4], o di renderli satelliti, come nel caso del Ciu (Convergenza e Unione) [5]. Dopo la maggioranza assoluta La vittoria elettorale del Pp nel 1996, essendo stata ottenuta per maggioranza semplice, lo spinse a moderare i suoi principi di base, sia perché in certe questioni non fu in grado di imporsi a causa della scarsità dei voti necessari, sia anche per offrire un'immagine più amabile, con la quale ottenere in futuro la tanto agognata maggioranza assoluta. Dopo le elezioni del 2000, raggiunto l'obiettivo della maggioranza assoluta, il Pp, facendosi forte di questa, e già a partire dal giorno successivo alla sua vittoria, ha cominciato a mettere in pratica le strategie adatte a farlo avanzare verso il nuovo obiettivo che si è proposto: l'imposizione di un regime totalitario, completamente svuotato del già scarso contenuto democratico del regime sorto con la transizione. L'azione del Pp è stata determinata, in primo luogo e in modo prioritario, dall'imposizione allo stato spagnolo dell'ortodossia del "pensiero unico neoliberale", che a livello mondiale opera sotto il nome di globalizzazione, base ideologica del totalitarismo economicista, vale a dire della sottomissione di ogni aspetto della vita (politica, sociale, culturale, ecologica e così via), agli imperativi economici, intendendo con ciò non la produzione di beni e servizi ma piuttosto la produzione di benefici individuali.

Oggi infatti la speculazione finanziaria è l'attività che produce i benefici maggiori, seguita dal traffico di armi e di droga. E in questo totalitarismo si colloca la tirannia privata che esercitano i consigli di amministrazione del capitale finanziario e delle grandi imprese internazionali ai danni della popolazione mondiale. In questa forma di totalitarismo, inoltre, a differenza di quello caratteristico un tempo dei regimi fascisti o dell'Unione Sovietica, il ruolo dominante e la fonte di autorità dello stato hanno lasciato spazio al ruolo dominante della Banca mondiale (Bm), del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e di altre cupole finanziarie e imprenditoriali, diventate la prima fonte di autorità. È necessario segnalare che l'azione del Pp rispetto a questa situazione non solo non differisce dalla politica sviluppata dai precedenti governi del Psoe, ma soprattutto costituisce la sua continuazione e il suo culmine. Questa politica viene a sua volta accettata e condivisa da tutti i partiti dell'arco parlamentare. Il fatto che la politica del Pp non si distingua, nei suoi aspetti fondamentali, da quella condotta dagli ultimi governi del Psoe, non significa che non esista alcuna differenza.

Quali sono le differenze? Il modo aperto e senza complessi con il quale il Pp difende l'imposizione del totalitarismo neoliberale che, associato al controllo esercitato sui mezzi di informazione e comunicazione, contribuisce a legittimare questa imposizione presso l'opinione pubblica; la velocità impressa alla sua avanzata, che rende difficile opporsi, dal momento che la popolazione non ha il tempo necessario per rendersi conto dei suoi effetti; il totale disprezzo che il Pp dimostra verso la degradazione delle condizioni sociali e della vita della maggior parte della popolazione, così come verso l'esercizio della democrazia. L'instaurazione di tale totalitarismo provoca l'acutizzarsi del deterioramento della vita politica, sociale e individuale. In altre parole, il governo del Pp ha scelto di imporre il "totalitarismo neoliberale" nella sua versione più selvaggia, quella del modello imperante negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, rispetto al modello europeo (Germania, Francia) che, in qualche modo, cerca di mitigare le sue conseguenze peggiori a livello economico e sociale. È poi il caso di segnalare, per la sua rilevanza, la frenetica attività sviluppata dal governo nello smantellamento del settore pubblico dell'industria e dei servizi, con la vendita a prezzi stracciati delle imprese pubbliche al capitale privato, e nella cosiddetta liberalizzazione, che è la legalizzazione della cessata protezione degli interessi collettivi davanti alle smanie di arricchimento sfrenato degli speculatori e delle grandi imprese.

Tra molte altre azioni, possiamo citare la privatizzazione dell'industria telefonica con il furto al danno del contribuente che l'aveva finanziata (in modo obbligatorio). Il che ha significato, oltre alla sua privatizzazione a basso costo, la spartizione delle stock options [6] poco tempo dopo la privatizzazione e l'indennizzo multimiliardario a Ignacio Villalonga, il compagno di scuola di José Maria Aznar, affinché abbandonasse l'incarico di direttore che questi gli aveva in precedenza assegnato. Per il prossimo futuro, il governo del Pp ha previsto di proseguire su questa rotta. Dopo la privatizzazione della compagnia aerea Iberia, verrà quella delle ferrovie, che in Gran Bretagna ha dato risultati davvero pessimi per quanto riguarda la qualità del servizio e la sicurezza per i passeggeri. Probabilmente verrà anche la privatizzazione dell'acqua, in accordo con la richiesta al governo dell'Associazione degli imprenditori. "L'acqua è un bene economico suscettibile di essere sfruttato e distribuito da parte dell'iniziativa privata". Questa politica di privatizzazione-liberalizzazione comporta, inoltre, un altro tipo di conseguenze, non direttamente correlate con la disoccupazione, la precarietà del lavoro, l'aumento dei prezzi, ma che esercitano un grande impatto a livello sociale ed ecologico.

Così, la liberalizzazione degli orari commerciali, che incentiva la sparizione o la drastica diminuzione del piccolo e medio commercio e lo sviluppo dei grandi centri commerciali, favorisce anche la progressiva perdita di importanza della strada e della pubblica piazza come luogo di incontro e di aggregazione tra i cittadini, dal momento che incrementa il ruolo del centro commerciale privato al quale si accede come consumatori. In tal modo tende a scomparire il cittadino, colui che si interessa e partecipa alle questioni pubbliche, collettive, e si rafforza l'individuo isolato, tramutato in semplice consumatore compulsivo e generalmente frustrato, e questo processo porta con sé gravi conseguenze politiche e sociali. La liberalizzazione degli sconti sui libri di testo, che favorisce la concentrazione della vendita dei libri nei grandi spazi commerciali e la chiusura delle librerie, che provocherà a sua volta il fallimento delle case editrici piccole e medie, incrementa, oltre a tutto, il monopolio della pubblicazione e della distribuzione dei libri da parte dei grandi gruppi editoriali e dei grandi spazi commerciali. Un monopolio che impedisce la pubblicazione e la vendita di quei libri che non siano "politicamente corretti", il che impoverisce culturalmente il paese, elimina il senso critico e la creatività e agisce contro la libertà di espressione dello scrittore e la libertà di scelta del lettore.

La privatizzazione-liberalizzazione del settore dei carburanti, che ha provocato il continuo aumento del prezzo del gasolio, rende difficile per i contadini contrastare la concorrenza e continuare a coltivare la terra. Questo, da una parte mette tutti una volta di più nelle mani delle multinazionali dell'alimentazione e delle coltivazioni transgeniche, con i rischi conseguenti per la salute (mucche pazze, polli inebetiti e così via), e con una dipendenza ogni volta maggiore, in una questione fondamentale come l' alimentazione, verso centri di potere sui quali non possiamo esercitare la benché minima influenza. D'altra parte, una considerevole diminuzione del numero dei contadini e delle terre coltivate incrementerà il numero degli incendi nelle campagne e la loro diffusione, con la conseguente perdita dei boschi e aumento della desertificazione della penisola iberica. In definitiva, il governo del Pp sta procedendo velocemente lungo la rotta dell'imposizione del totalitarismo economicista, man mano che elimina le già scarse concessioni democratiche che l'oligarchia spagnola dovette fare durante la transizione.

Come dimostrazione, è il caso di citare le dichiarazioni del ministro portavoce del governo, Pio Cabanillas, davanti al ricorso di incostituzionalità presentato dalla Generalitat contro il decreto legge di liberalizzazione degli orari commerciali. Secondo Cabanillas, "si deve pensare più all'economia spagnola che non alla costituzionalità di ogni singola norma che questo governo può approvare". In tal modo, secondo lo stesso Pp, la "sacra" e "intoccabile" Costituzione, che il Pp invoca come e quando gli interessa, altro non è se non un foglio inzuppato, un impiccio dal quale si deve prescindere quando ostacola l'adozione di una misura economica neoliberale. È chiaro che per il governo gli interessi dei grandi gruppi commerciali sovrastano la Costituzione. La criminalizzazione delle idee La politica del Pp è rivolta, in secondo luogo e in modo complementare, alla imposizione del "totalitarismo neoautoritario spagnolo", che delegittimizza e criminalizza qualsiasi alternativa o idea politica diversa, impedendo così ogni possibilità di ragionamento politico e di dibattito tra le distinte opzioni esistenti. Un totalitarismo al cui interno si situa la tirannia politica del Partito popolare, che con i suoi princìpi autoritari, elitisti e nazional-spagnolisti, si ritiene il solo depositario della verità politica. La base ideologica su cui si struttura il "totalitarismo neoautoritario" è costituita da un complesso di dogmi arcaici e ridicoli che, già da molto tempo, rappresentano la matrice del "pensiero" politico dell'oligarchia spagnola.

Dogmi che, per quanto siano l'ossatura ideologica di tale totalitarismo, vengono più o meno esplicitati in funzione delle varie circostanze. Tra questi dogmi vale la pena di citare: quello della Spagna eterna, intesa come un destino unitario nell'universo, secondo le parole del fondatore della Falange, José Antonio Primo de Rivera, o come la nazione globale di cui oggi parla Aznar, che affonda le sue radici nella profondità dei tempi, sempre in attesa di un futuro splendente, anche quando tale futuro nella pratica non riesce mai a concretizzarsi; l'assenza tra gli spagnoli "nati bene" (è la forma "educata" usata per definire quelli che non sono "figli di puttana") di differenze reali o di interessi contrapposti, nonostante la disuguale distribuzione della ricchezza, la diversa posizione economico-sociale di ognuno o la sua distinta identificazione in base alla classe, alla cultura, alla nazionalità e così via; l'esistenza di una élite politica scelta dal destino per governare, in modo esclusivo, la Spagna eterna, che decade quando viene impedito a tale élite di realizzare la propria missione di governo. Il totalitarismo neoautoritario che il governo del Pp sta imponendo, non è cosa diversa rispetto a un adattamento del totalitarismo di stampo classico della destra spagnola, rappresentante dell'antica oligarchia terriera-finanziaria, oggi "modernizzata" e diventata finanziaria-speculativa, mantenendo tuttavia il proprio carattere intrinseco di casta improduttiva.

Tale adattamento si è realizzato per rispondere alle attuali circostanze, derivate soprattutto dall'imposizione del neoliberalismo, a livello mondiale, e dalla instaurazione della "democrazia" spagnola nata dalla transizione. Il governo del Pp utilizza, essenzialmente, due linee di azione per imporre il totalitarismo neoautoritario. La prima consiste nella criminalizzazione delle idee, delle opinioni, delle proposte e dei principi politici diversi dai suoi, ossia di quei principi che non appartengono alla ortodossia del "pensiero politico corretto", definito così dallo stesso Pp. Questa criminalizzazione è ampiamente divulgata e amplificata dalla grande maggioranza dei mezzi di informazione, per creare un'opinione pubblica priva di senso critico e pronta ad accettare docilmente il progetto totalitario. La criminalizzazione delle idee e delle opinioni espresse e difese in modo democratico, rappresenta un attacco in piena regola contro la linea di galleggiamento della democrazia, poiché la libera espressione e divulgazione di opinioni e principi politici diversi e il dibattito pubblico, realizzato in libertà, senza restrizioni, costituiscono uno dei fondamenti essenziali della democrazia. L'offensiva di criminalizzazione condotta dal Pp si è rivolta, fino a oggi, di preferenza, per quanto non in modo esclusivo, contro i nazionalismi democratici, soprattutto quello basco e in modo minore anche quello catalano, considerando che il nazionalismo basco è quello che attualmente rappresenta un pericolo maggiore per l'imposizione del nazionalismo spagnolo. Si approfitta senza nessuno scrupolo dell'esistenza dell'Eta, e degli attentati sanguinari che essa realizza, per alimentare una confusione, che maschera la realtà e manipola l'opinione pubblica e che investe ogni forma di nazionalismo basco per facilitare la sua criminalizzazione globale. La politica sviluppata dal governo del Pp durante la tregua che, senza condizioni, l'Eta mantenne per quattordici mesi (dalla metà del settembre 1998 al 3 dicembre 1999), comportò un salto qualitativo nella criminalizzazione del nazionalismo democratico basco.

Questa tregua, suggerendo la possibilità che un'azione congiunta del nazionalismo basco potesse ottenere democraticamente qualche obiettivo, spaventò il governo spagnolo. Questo non si sforzò minimamente di incentivare la tregua per tentare di porre fine alle stragi e alle morti provocate dalle azioni dell'Eta, senza cedere al ricatto della violenza e facendo prevalere sempre le decisioni democratiche. Ciò fu riconosciuto dal vescovo di San Sebastián, che su richiesta del governo spagnolo agì come mediatore tra il governo e l'Eta nei colloqui di Zurigo. Invece il governo, già dal primo giorno, si riempì la bocca dicendo che si trattava di una "tregua trappola". Una volta iniziati i contatti con l'Eta, arrestò una delle sue negoziatrici in Francia, non realizzò nessun passo significativo per avvicinare i prigionieri alle loro famiglie (diritto riconosciuto a livello internazionale) e contemporaneamente chiuse i canali democratici che avrebbero consentito al popolo basco di esercitare il proprio diritto all'autodeterminazione.Tutto ciò non sortì altro effetto se non quello di offrire argomenti ai propugnatori della soluzione violenta. Una volta trascorsi quattordici mesi, l'Eta considerò terminata la tregua e diede il via a una nuova e sanguinosa campagna in tutta la Spagna. A partire da qui, e con la nuova ondata di attentati dell'Eta sullo sfondo, il Pp ha intensificato e ampliato la campagna di criminalizzazione delle idee, delle opinioni e delle proposte che si diversificano dalla sue, dal momento che quegli attentati hanno facilitato la penetrazione del suo progetto totalitario all'interno dell'opinione pubblica.

Il governo del Pp afferma e propaga il concetto secondo cui il Pnv e l'Ea (Eusko Alkartasuna) [7], per difendere il diritto di autodeterminazione del popolo basco e cercare di progredire verso l'indipendenza, con forme e metodi strettamente democratici, sono paragonabili all'Eta, dal momento che anche questa difende l'indipendenza, ricorrendo alla violenza, e quindi, secondo il Pp, sono in ultima analisi paragonabili ai terroristi. Tale concetto venne espresso in modo molto chiaro da Aznar in uno dei suoi innumerevoli attacchi contro il Pnv: "I metodi non hanno importanza se le idee sono le stesse". Allo stesso modo, in una dichiarazione ufficiale, Aznar disse: "I diritti umani, la pace e la libertà sono incompatibili con la costruzione della nazione" (si riferiva a quella basca). La criminalizzazione attuata dal governo del Pp non si limita al nazionalismo basco, ma si estende anche a quello catalano; ma dal momento che questo si esprime esclusivamente in modo democratico, il Pp deve forzare ancora di più le cose. Così il presidente della Generalitat di Valencia, paragonò al terrorismo dell'Eta le attività (di festeggiamenti e di rivendicazioni) che l'Acciò Cultural del Paìs Valencià promosse il 25 aprile in occasione della Diada, la festa nazionale di Valencia. Il portavoce parlamentare del Pp presso le Corti Valenzane, Alejandro Font de Mora, riferendosi a un'Assemblea di consiglieri di comuni di lingua catalana, alla quale parteciparono 934 rappresentanti locali di provenienze politiche molto diverse, cercò di collegare questo foro con il mondo dell'Eta.

Questa criminalizzazione dei nazionalismi democratici contrasta con la permissività governativa e anche con la protezione politica con cui si favoriscono gli atti di esaltazione nazionalista e fascista spagnoli, come quelli che vengono celebrati ogni anno il 12 ottobre, il "giorno della razza", ribattezzato con il nome "il giorno della hispanidad". Subito dopo il dibattito sulla riforma del codice penale, proposta dal governo (inasprisce le pene e abbassa l'età punibile per determinati delitti), il Pp ha allargato la criminalizzazione a tutti quei partiti che si sono opposti a tale riforma, nazionalisti o no, e il ministro della Giustizia, Angel Acebes, ha associato questa opposizione affine all'Eta. In tal modo, il Pp ha alimentato una atmosfera da "caccia alle streghe", di paura a esprimere pubblicamente opinioni diverse. Un'atmosfera che oggi si manifesta soprattutto in quei temi correlati alla questione nazionale, come la modifica del codice penale, a partire dal ricatto: o stai dalla parte dell'Eta e del terrorismo, o stai con il Pp. Un simile ricatto nel futuro può investire altre questioni nelle quali il Pp abbia un interesse specifico, come il travaso dell'Ebro (un progetto per deviare l'acqua del fiume verso il Sud e l'Est della Spagna, la cui utilità è controversa), la riduzione dei salari reali, l'imposizione di una riforma legislativa che aumenterebbe la precarietà del lavoro e la mancanza di protezione sociale.

Un riflesso sintomatico di questa atmosfera opprimente è rappresentato dal fatto che oggi, chiunque esprime in forma scritta od orale un'opinione o un principio che si discosta dalla posizione del Pp sopra tematiche "tabù", come quelle già citate, comincia il suo intervento ripetendo fino alla noia la propria condanna della violenza, cosa che in un clima normale di democrazia non sarebbe necessario esplicitare. In realtà ciò non significa altro se non il fatto che colui che esprime opinioni diverse ha compreso e accettato l'umiliazione di essere trattato come un delinquente o un sospettato che deve giustificarsi. Costituisce inoltre un'ingiustizia e un'offesa alla dignità, alla memoria e all'intelligenza, il fatto che l'umiliazione implicita in questa necessità di giustificarsi provenga dal ricatto esercitato dal Pp, un partito che, per sua origine e ideologia, non ha mai condannato il colpo di stato del 18 luglio 1936, causa della sanguinosa guerra che si sviluppò tra il 1936 e il 1939, e origine della altrettanto sanguinosa dittatura franchista, che iniziò e terminò uccidendo: due mesi prima della fine, Franco firmò cinque sentenze di morte contro oppositori della sua dittatura. E il fatto più vergognoso è dato dallo scarsissimo numero di politici, intellettuali, giornalisti che osano denunciare in modo chiaro questa situazione. Particolarmente penosa è la linea di condotta del Psoe. Disorientato dopo cinque anni dalla sconfitta elettorale, dilaniato dagli scandali, senza alternativa politica da presentare ai cittadini, con una politica attendista, si aggira penosamente per la scena politica cercando prima di tutto di ottenere il certificato di "buona condotta" emesso dal Pp. Questa dipendenza che caratterizza il principale partito di opposizione costituisce, a sua volta, un importante successo del totalitarismo politico del Pp. Nell'imposizione del totalitarismo neoautoritario, il Pp, oltre alla criminalizzazione di ogni espressione di dissidenza, utilizza anche una seconda linea di azione: quella poliziesca-repressiva, accompagnata da quella legislativa-totalitaria.

In campo legislativo, il Pp sta portando a termine una serie di iniziative tutte rivolte a diminuire le garanzie e le protezioni legali dei cittadini di fronte allo stato, e a incrementare la sfera di arbitrarietà dello stato stesso. La repressione poliziesca viene realizzata ogni volta in modo più duro e sbrigativo, via via con sempre minor considerazione delle leggi e con minor rispetto verso i diritti umani. Questo comprende l'appoggio del governo allo scandaloso aumento dell'arbitrarietà e dell'impunità che caratterizzano l'azione delle forze di polizia. Valga come dimostrazione la morte del cittadino guineano Antonio Augusto Fonseca, il 20 maggio dello scorso anno nel commissariato di Arrecife a Lanzarote (Isole Canarie). Secondo la prima versione diffusa dal delegato del governo, Antonio López Ojeda, d'accordo con il resoconto del medico legale, la morte fu causata da un'eccessiva ingestione di droga. Una versione che, dopo l'autopsia privata fatta eseguire dalla famiglia (nella quale si rese evidente che la morte fu causata da un fortissimo colpo al collo), fu necessario modificare, attribuendo la morte, con una seconda versione, al fatto che, cercando di fuggire, Fonseca avrebbe urtato violentemente contro il vetro retrovisore di un'auto. Nonostante la denuncia della famiglia e l'inverosimile sequenza delle spiegazioni della polizia, dopo una veloce indagine, il caso è stato chiuso senza nessuna attribuzione di responsabilità. La repressione è rivolta soprattutto contro gli immigrati, per via della conflittualità socio-lavorativa causata dalle dure condizioni cui essi sono sottomessi. E contro tutte quelle azioni e quei movimenti considerati politicamente scorretti (squatters, antimilitaristi, sostenitori della democrazia e dell'azione diretta e così via), il cui ambito viene progressivamente allargato dal Pp con il consenso, o almeno con la passività, degli altri partiti parlamentari e dei sindacati "di maggioranza".

Questo accade perché tali movimenti e tali azioni oggi sono gli unici che contrastano sia il totalitarismo neoliberale sia il neoautoritarismo, e ciò li rende pericolosi per il Pp e li trasforma nel principale nemico da distruggere, nonostante essi siano minoritari. Se non venissero eliminati ci sarebbe il pericolo che i loro principi e idee alternative arrivino a contagiare ampi settori della società dove sta aumentando il malcontento per le conseguenze economiche, politiche e sociali dell'azione dell'attuale governo. L'economia al primo posto L'istituzionalizzazione del totalitarismo economicista, con la conseguente imposizione della tirannia privata delle cupole finanziarie-imprenditoriali, viene completata dal governo con l'istituzionalizzazione, a livello politico, del totalitarismo neoautoritario spagnolo e l'imposizione della sua specifica tirannia, poiché esso rappresenta l'elemento precipuo e originale dell'aznarismo. Infatti, nel segno della globalizzazione, specialmente nei paesi della triade Usa-Europa occidentale-Giappone, la tendenza è quella di sottrarre protagonismo all'ambito politico, ponendo invece in primo piano l'ambito economico, in modo chiaro e manifesto. Il totalitarismo politico che il Pp sta imponendo e che impregna ogni sua azione, ha facilitato fino a oggi la rapida diffusione e il radicamento in profondità del totalitarismo economicista.

Da una parte, allontana l'attenzione dei cittadini e dei lavoratori dalle conseguenze dell'imposizione del neoliberalismo, dirigendo la loro preoccupazione verso questioni politiche, specie la situazione del Paese Basco, che il Pp con la sua politica contribuisce ad esacerbare e radicalizzare. Dall'altra, le forme e i metodi autoritari utilizzati fino a ora si sono rivelati efficaci. L'autoritarismo ha caratterizzato l'azione del governo fin da quando il Pp ha ottenuto la maggioranza assoluta. Così, per esempio, in relazione al progetto governativo del travaso dell'Ebro dall'Aragona verso la regione di Valencia, che rappresenta un affare impressionante per le grandi imprese di costruzione strettamente connesse con i due grandi gruppi bancari, il Santander-Central-Hispano e il Bilbao-Vizcaya-Argentaria, il ministro dell'Agricoltura, Miguel Arias Cañete, disse che sarebbe stato approvato in questa legislatura por cojones (a tutti i costi) dal momento che "accadono due cose: che deteniamo la maggioranza assoluta e che abbiamo perso in Aragona".

Tuttavia, il totalitarismo neoautoritario mentre agisce con maggiore prepotenza e immediata efficacia nell'imposizione selvaggia delle misure che favoriscono la tirannia privata, manca di sufficiente flessibilità politica. Ciò può propiziare una maggiore e più ampia contestazione politica e sociale a danno dello stesso totalitarismo neoliberale. In tal caso i due totalitarismi, invece di completarsi e rafforzarsi a vicenda, come per il momento sembra accadere, potrebbero scontrarsi, quindi indebolirsi. Questo pericolo è ciò che, in realtà, ha dato origine all'editoriale dell'11 novembre 2000 del settimanale inglese Economist, nel quale si critica la politica di criminalizzazione dei partiti nazionalisti baschi democratici condotta dal governo di Aznar. Il successo o il fallimento della "via spagnola al totalitarismo", promossa e alimentata dal Pp, dipende, per lo meno in parte, dal fatto che le cupole detentrici del potere economico appoggino o no l'ascesa al potere politico delle opzioni e dei partiti di estrema destra presenti in Europa (Austria, Germania, Italia, Francia). Questi partiti, come il Pp, ammettono che oggi la massima autorità non proviene dallo stato bensì direttamente dai centri del potere economico, ma allo stesso tempo e in modo molto simile al Pp, rifiutano la politica light, la politica senza nerbo praticata dai cristiano-democratici, dai socialdemocratici e dai conservatori, e propongono una pratica politica più dura e decisa, basata sul tandem nazionalismo-xenofobia, declinato e adattato alle caratteristiche specifiche di ciascuno stato.

Traduzione di Lorenza Sianesi

1. Direttore del Collegio di alti studi europei Miguel Servet, di Parigi.

2. Roca Junyent: partecipò alla lotta contro la dittatura di Franco tra i militanti del Foc (Fronte operaio di Catalogna), una organizzazione politica della sinistra rivoluzionaria. Dopo la morte di Franco, Roca diede vita a un piccolo gruppo di tendenza socialdemocratica di destra, che divenne poi Convergenza Democratica.

3. Solé Tura partecipò alla lotta antifranchista come militante del Psuc (Partito socialista unificato di Catalogna), un partito catalano, omologo del Pce (Partito comunista di Spagna), con il quale era strettamente legato.

4. Pnv, Partito nazionalista basco di tendenza cristiano-democratica.

5. Ciu, coalizione formata da Convergenza democratica, partito catalano di centro destra, e da Unione democratica, partito catalano di formazione cristiano-democratica.

6. Stock options: diritto di acquisto di azioni conferite di solito agli alti dirigenti e che, in una situazione di borsa in rialzo, consente di ottenere grandi benefici

7. Ea, partito nazionalista basco, derivante da una scissione del Pnv, che mantiene alcuni principi molto simili a quelli del Pnv, integrandoli con altri di impronta più nazionalista e un po' più a sinistra.

 
 
 
       

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