|
Al
totalitarismo
di Antoni Castelis Duran
Scarica
la versione formato pdf

Senato.
Una maggioranza che è stata ottenuta attraverso
il voto del 31 per cento degli elettori
dello stato spagnolo, vale a dire con
il voto di un po' meno di un terzo dell'elettorato.
Quindi, nonostante il fatto che quasi
il 70 per cento degli elettori non abbia
dato il suo voto al Pp, sia perché si
sono astenuti (circa il 30 per cento)
sia perché hanno votato altri partiti
politici, la maggioranza assoluta ottenuta
dal Pp a livello parlamentare gli conferisce,
negli organi centrali dello stato, il
monopolio dell'esercizio del potere politico.
E questo ha dato luogo a uno scenario
politico nuovo, caratterizzato sia dall'esistenza
del suddetto monopolio sia dalle specifiche
peculiarità del partito che lo esercita.
Il
Pp deriva dal semplice cambio di nome
di Alleanza popolare (Ap), un partito
creato dopo la morte di Francisco Franco
dagli ex ministri della dittatura franchista.
Tra i suoi attuali dirigenti predominano
infatti i nomi della cricca franchista,
come Fraga, Oreja, Aznar, García Valdecasas,
Cabanillas, Ruiz-Gallardón e così via.
Persino adesso il Pp si rifiuta di condannare
il colpo di stato fascista del 18 luglio
1936. Questo partito comprende al proprio
interno, come parte costitutiva del nucleo
ideologico dirigente, gli elementi i cui
equivalenti negli stati più vicini come
Francia, Italia, Germania, Austria e Svizzera,
costituiscono i partiti di estrema destra,
xenofobi e neofascisti, che ottengono
alle elezioni una proporzione compresa
tra l'8 e il 22 per cento dei voti espressi
dall'elettorato.
Il
Pp utilizza l'ideologia populista per
agire contro gli interessi popolari. Utilizza
la parola democrazia e ricorre alla criminalizzazione
delle idee e dei principi politici diversi
dai suoi, per celare le proprie azioni
antidemocratiche. Pretende di imporre
il centralismo spagnolista più stantio,
tendente a omologare e uniformare i diversi
popoli che costituiscono l'attuale stato
spagnolo. Il Pp costituisce, in definitiva,
l'espressione politica del franchismo
riadattato e mascherato, in accordo con
le esigenze del contesto politico sorto
dalla cosiddetta transizione. Questo è
il partito che oggi monopolizza il potere
negli organi centrali dello stato. Perché
ha vinto Vent'anni dopo la morte del dittatore,
nelle elezioni generali del 1996, il Pp
risultò il partito che ottenne il maggior
numero di voti e occupò il governo dello
stato. Quattro anni più tardi ripeté questa
vittoria elettorale, questa volta ottenendo
la maggioranza assoluta.
Il
breve spazio di tempo di vent'anni è stato
sufficiente per far sì che, dopo aver
sofferto per quasi quarant'anni la sanguinaria
dittatura di Franco (1939-1975), gli eredi
del dittatore occupassero di nuovo, completamente,
il potere dello stato, e questa volta
senza nemmeno la necessità di ricorrere
ad una sollevazione militare. Completamente
diverso è invece ciò che è accaduto negli
stati vicini alla Spagna, che subirono
anch'essi forme di dittature totalitarie,
fasciste e/o militari, come l'Italia,
la Germania, il Portogallo e la Grecia.
In questi paesi, nonostante la destra
economica sia riuscita a far prevalere
i propri interessi, a livello politico,
gli eredi della dittatura si trovano ancora
oggi in una posizione relativamente marginale,
ben lontano dal poter raggiungere il potere
politico. La particolare situazione della
Spagna è frutto di diversi fattori, ma
la causa principale risiede nel modo in
cui si passò dal regime totalitario e
dittatoriale di Franco a un regime denominato
democratico, vale a dire la famosa "transizione
spagnola" (1975-1978), tanto lodata dai
politici di professione spagnoli e presentata
come "esemplare" nella vetrina internazionale.
La
transizione ridusse la partecipazione
democratica dei cittadini al frutto del
patto tra due consorterie: da un lato
quella costituita dai franchisti, che
compresero come alla morte di Franco,
qualcosa dovesse pur cambiare perché tutto
cambiasse il meno possibile, e dall'altro
lato quella costituita dai dirigenti politici
e sindacali antifranchisti, disposti a
rinunciare ai principi e agli obiettivi
per i quali si era combattuto, in nome
del "realismo", e per poter accedere velocemente
agli incarichi pubblici vacanti. Questo
patto, il cui proposito fondamentale fu
quello di impedire la rinascita delle
esperienze rivoluzionarie e di autogestione,
nonché delle esperienze democratiche che
ebbero luogo durante la seconda repubblica,
si realizzò sotto il controllo e la benedizione
del capitalismo internazionale, rappresentato
soprattutto dagli Stati Uniti e dalla
Germania.
Tale
patto obbligava i primi a convincere o
a neutralizzare gli elementi più ortodossi
del franchismo (in particolare i militari),
e obbligava i secondi a trattenere e a
frenare le mobilitazioni operaie e popolari.
Per imporre alla società spagnola il patto
della transizione, si usò lo spauracchio
di un ipotetico golpe militare, che avrebbe
potuto far retrocedere la situazione verso
le forme più dure della dittatura, e che
ridestava il fantasma di una nuova guerra
civile. Sicuramente, come segnala José
Vidal-Beneyto [1] in Le Monde Diplomatique,
l'ipotesi utilizzata di un ricorso militare
non è sostenibile, così come viene anche
confermato dai documenti ufficiali americani
attualmente accessibili. La minaccia del
golpe militare, che un po' più tardi acquistò
apparenza di verosimiglianza con la messinscena
del 23 febbraio 1981, fu utilizzata dalla
cricca franchista per accrescere la propria
possibilità di negoziazione, e fu accettata
dalla consorteria degli antifranchisti
per il timore che, senza questo spauracchio
e senza l'aiuto dell'apparato repressore
franchista, sarebbero stati bersagliati
dalle rivendicazioni popolari e operaie.
In questo modo si impedì la partecipazione
dei cittadini al dibattito e alle decisioni
politiche.
I
cittadini vennero relegati al ruolo di
semplici spettatori e vennero consultati
solo attraverso un referendum nel quale
potevano prendere o lasciare ciò che già
era stato deciso dalle consorterie: da
un lato ciò che le due parti già avevano
stabilito, dall'altro il caos e il pericolo
della guerra civile. Questa origine non
democratica del nuovo regime ha determinato
il suo carattere e la sua evoluzione successiva.
Il patto sul quale si basò la transizione
implicò delle gravi conseguenze, come,
per esempio, l'imposizione dell'annullamento
della memoria storica, la permanenza di
elementi fascisti cristallizzati all'interno
dell'apparato dello stato (giustizia,
polizia e così via), il fatto di non favorire
e sviluppare l'educazione democratica
dei cittadini, operazione assolutamente
necessaria dopo quarant'anni di dittatura.
E, oltre a tutto ciò, non solo non si
pretese che i burocrati e i politici del
franchismo ammettessero le proprie responsabilità
nei crimini e nelle azioni delittuose,
ma addirittura tali persone vennero legittimate,
convertendole nei fondatori del nuovo
regime politico. Padre della Costituzione
"democratica" spagnola del 1978 fu un
certo Fraga, ministro di Franco e autore
della frase "la strada è mia", così come
lo furono un certo Roca Junyent [2] o
un tale Solé Tura [3] che avevano fatto
parte dell'opposizione alla dittatura
franchista.
E
una tale Costituzione, tra le altre cose,
impose la tutela dell'esercito come garante
del nuovo regime e dell'unità dello stato
spagnolo, nonché dell'assetto monarchico
dello stato; il re Juan Carlos I è stato
designato come capo di stato ed educato
per ricoprire questo ruolo fin dall'infanzia,
sotto la tutela del dittatore e attraverso
persone direttamente designate a questo
compito, a partire dal 1948. In queste
forme di imposizione della transizione,
e soprattutto nella "legittimazione" democratica
dei franchisti, risiede la causa principale,
la chiave di volta, del perché i continuatori
rinnovati del franchismo riciclato detengano
oggi, in modo pressoché assoluto, il potere
politico all'interno dello stato spagnolo;
e allo stesso modo si spiega il tipo di
utilizzo che costoro fanno di tale potere.
Da ciò che è accaduto a partire dal patto
di transizione, è necessario isolare e
mettere in evidenza tre elementi, che
hanno contribuito anche a propiziare la
vittoria del Pp. In primo luogo, e come
più importante, consideriamo la corruzione
politica del Partito socialista operaio
spagnolo (Psoe).
Tale
partito si presentò in nome di una chiara
alternativa politico-sociale e, una volta
raggiunto il potere, in nome di tale alternativa
realizzò un'azione diametralmente opposta,
dal momento che antepose gli interessi
particolari delle sue cariche e dei suoi
dirigenti all'interesse generale, che
affermava invece di difendere e in funzione
del quale poteva disporre di un consistente
appoggio da parte della popolazione. Due
sono gli esempi più significativi della
corruzione politica del Psoe: il primo
è la sua politica sociale del lavoro,
che lo condusse a una aperta e dura contrapposizione
con i due sindacati di maggioranza (l'Ugt,
Unione generale dei lavoratori), di tendenza
socialista, e le Ccoo, Commissioni operaie,
di tendenza più spiccatamente comunista)
nonostante la grande moderazione che caratterizzava
i sindacati; il secondo è l'inganno attraverso
il quale consolidò l'entrata dello stato
spagnolo nella Nato (1986). Il Psoe si
presentò alle elezioni del 1982 come contrario
all'entrata nella Nato e, dopo averle
vinte, realizzò un referendum nel quale
progettava di entrare nella Nato con alcune
restrizioni (che attualmente sono sparite
del tutto, senza che si sia tenuta alcuna
nuova consultazione popolare), dispiegando
una massiccia campagna di propaganda per
il sì.
E questo referendum lo vinse con un margine
ristretto di voti.
Dalla
grave corruzione politica del Psoe si
sono via via sviluppate al suo interno
altre azioni corrotte e criminali, come
il terrorismo di stato (interventi para-polizieschi,
coperti sotto diverse sigle come quelle
del Gal, mirati a uccidere militanti e
collaboratori dell'Eta), come il conseguimento
fraudolento di fondi per il partito o
il semplice arricchimento personale. Questa
corruzione ha avuto in primo luogo effetti
distruttivi per lo stesso Psoe, per l'alternativa
che esso diceva di rappresentare e per
la sinistra nel suo complesso. Ma le conseguenze
non finiscono qui, dal momento che ha
infettato tutta la società, facilitando
e promuovendo la corruzione, il cinismo
e l'atteggiamento apatico in tutti i gruppi
sociali, così come ha incentivato un'ansia
senza freni di ottenere denaro senza curarsi
dei mezzi usati per conseguirlo. Tutto
ciò, tra gli altri diversi effetti, ha
propiziato l'ascesa al potere della destra
"classica" e dei suoi valori. Il Psoe
riuscì a mantenersi al governo per quattordici
anni, ma durante la metà di questo periodo,
come minimo, ha ottenuto tale risultato
non tanto grazie al consenso di cui godeva,
quanto piuttosto a causa del timore che
il carattere neofranchista del Pp suscitava
presso la maggior parte della popolazione.
Infine,
davanti al persistere e all'acutizzarsi
della corruzione politica del Psoe e davanti
agli scandali che gli oppositori sono
riusciti a far scoppiare, il timore della
natura del Pp non ha più rappresentato
una barriera sufficiente per impedire
la sua vittoria, prima con una maggioranza
relativa e poi con una maggioranza assoluta.
In secondo luogo, il totale fallimento
di tutti i tentativi di costituire, per
il complesso dello stato spagnolo, una
alternativa politica di centro o di centro-destra,
distinta dal franchismo (i fallimenti
di Joaquín Garrigues Walker e di Joaquín
Ruiz-Jiménez, rispettivamente con la Federazione
dei partiti democratici e liberali e con
Sinistra democratica, alla fine degli
anni Settanta, e di M. Roca Junyent con
il Partito riformista democratico nel
1986), è un indicatore della profonda
impronta che questo ha lasciato sulla
Spagna, soprattutto tra le classi dirigenti
e quelle medie. In terzo luogo, il sovrappiù
di legittimità democratica che è derivato
al Pp dalla collaborazione, attraverso
patti e accordi, con i partiti di centro-destra
di tradizione antifranchista del Paese
Basco e della Catalogna.
Oggi
il Pp, quando crede di non averne più
bisogno grazie alla maggioranza assoluta
di cui gode in parlamento, pretende di
distruggerli, come nel caso del Pnv (Partito
nazionalista basco)[4], o di renderli
satelliti, come nel caso del Ciu (Convergenza
e Unione) [5]. Dopo la maggioranza assoluta
La vittoria elettorale del Pp nel 1996,
essendo stata ottenuta per maggioranza
semplice, lo spinse a moderare i suoi
principi di base, sia perché in certe
questioni non fu in grado di imporsi a
causa della scarsità dei voti necessari,
sia anche per offrire un'immagine più
amabile, con la quale ottenere in futuro
la tanto agognata maggioranza assoluta.
Dopo le elezioni del 2000, raggiunto l'obiettivo
della maggioranza assoluta, il Pp, facendosi
forte di questa, e già a partire dal giorno
successivo alla sua vittoria, ha cominciato
a mettere in pratica le strategie adatte
a farlo avanzare verso il nuovo obiettivo
che si è proposto: l'imposizione di un
regime totalitario, completamente svuotato
del già scarso contenuto democratico del
regime sorto con la transizione. L'azione
del Pp è stata determinata, in primo luogo
e in modo prioritario, dall'imposizione
allo stato spagnolo dell'ortodossia del
"pensiero unico neoliberale", che a livello
mondiale opera sotto il nome di globalizzazione,
base ideologica del totalitarismo economicista,
vale a dire della sottomissione di ogni
aspetto della vita (politica, sociale,
culturale, ecologica e così via), agli
imperativi economici, intendendo con ciò
non la produzione di beni e servizi ma
piuttosto la produzione di benefici individuali.
Oggi
infatti la speculazione finanziaria è
l'attività che produce i benefici maggiori,
seguita dal traffico di armi e di droga.
E in questo totalitarismo si colloca la
tirannia privata che esercitano i consigli
di amministrazione del capitale finanziario
e delle grandi imprese internazionali
ai danni della popolazione mondiale. In
questa forma di totalitarismo, inoltre,
a differenza di quello caratteristico
un tempo dei regimi fascisti o dell'Unione
Sovietica, il ruolo dominante e la fonte
di autorità dello stato hanno lasciato
spazio al ruolo dominante della Banca
mondiale (Bm), del Fondo monetario internazionale
(Fmi), della Organizzazione mondiale del
commercio (Omc) e di altre cupole finanziarie
e imprenditoriali, diventate la prima
fonte di autorità. È necessario segnalare
che l'azione del Pp rispetto a questa
situazione non solo non differisce dalla
politica sviluppata dai precedenti governi
del Psoe, ma soprattutto costituisce la
sua continuazione e il suo culmine. Questa
politica viene a sua volta accettata e
condivisa da tutti i partiti dell'arco
parlamentare. Il fatto che la politica
del Pp non si distingua, nei suoi aspetti
fondamentali, da quella condotta dagli
ultimi governi del Psoe, non significa
che non esista alcuna differenza.
Quali
sono le differenze? Il modo aperto e senza
complessi con il quale il Pp difende l'imposizione
del totalitarismo neoliberale che, associato
al controllo esercitato sui mezzi di informazione
e comunicazione, contribuisce a legittimare
questa imposizione presso l'opinione pubblica;
la velocità impressa alla sua avanzata,
che rende difficile opporsi, dal momento
che la popolazione non ha il tempo necessario
per rendersi conto dei suoi effetti; il
totale disprezzo che il Pp dimostra verso
la degradazione delle condizioni sociali
e della vita della maggior parte della
popolazione, così come verso l'esercizio
della democrazia. L'instaurazione di tale
totalitarismo provoca l'acutizzarsi del
deterioramento della vita politica, sociale
e individuale. In altre parole, il governo
del Pp ha scelto di imporre il "totalitarismo
neoliberale" nella sua versione più selvaggia,
quella del modello imperante negli Stati
Uniti e in Gran Bretagna, rispetto al
modello europeo (Germania, Francia) che,
in qualche modo, cerca di mitigare le
sue conseguenze peggiori a livello economico
e sociale. È poi il caso di segnalare,
per la sua rilevanza, la frenetica attività
sviluppata dal governo nello smantellamento
del settore pubblico dell'industria e
dei servizi, con la vendita a prezzi stracciati
delle imprese pubbliche al capitale privato,
e nella cosiddetta liberalizzazione, che
è la legalizzazione della cessata protezione
degli interessi collettivi davanti alle
smanie di arricchimento sfrenato degli
speculatori e delle grandi imprese.
Tra
molte altre azioni, possiamo citare la
privatizzazione dell'industria telefonica
con il furto al danno del contribuente
che l'aveva finanziata (in modo obbligatorio).
Il che ha significato, oltre alla sua
privatizzazione a basso costo, la spartizione
delle stock options [6] poco tempo dopo
la privatizzazione e l'indennizzo multimiliardario
a Ignacio Villalonga, il compagno di scuola
di José Maria Aznar, affinché abbandonasse
l'incarico di direttore che questi gli
aveva in precedenza assegnato. Per il
prossimo futuro, il governo del Pp ha
previsto di proseguire su questa rotta.
Dopo la privatizzazione della compagnia
aerea Iberia, verrà quella delle ferrovie,
che in Gran Bretagna ha dato risultati
davvero pessimi per quanto riguarda la
qualità del servizio e la sicurezza per
i passeggeri. Probabilmente verrà anche
la privatizzazione dell'acqua, in accordo
con la richiesta al governo dell'Associazione
degli imprenditori. "L'acqua è un bene
economico suscettibile di essere sfruttato
e distribuito da parte dell'iniziativa
privata". Questa politica di privatizzazione-liberalizzazione
comporta, inoltre, un altro tipo di conseguenze,
non direttamente correlate con la disoccupazione,
la precarietà del lavoro, l'aumento dei
prezzi, ma che esercitano un grande impatto
a livello sociale ed ecologico.
Così,
la liberalizzazione degli orari commerciali,
che incentiva la sparizione o la drastica
diminuzione del piccolo e medio commercio
e lo sviluppo dei grandi centri commerciali,
favorisce anche la progressiva perdita
di importanza della strada e della pubblica
piazza come luogo di incontro e di aggregazione
tra i cittadini, dal momento che incrementa
il ruolo del centro commerciale privato
al quale si accede come consumatori. In
tal modo tende a scomparire il cittadino,
colui che si interessa e partecipa alle
questioni pubbliche, collettive, e si
rafforza l'individuo isolato, tramutato
in semplice consumatore compulsivo e generalmente
frustrato, e questo processo porta con
sé gravi conseguenze politiche e sociali.
La liberalizzazione degli sconti sui libri
di testo, che favorisce la concentrazione
della vendita dei libri nei grandi spazi
commerciali e la chiusura delle librerie,
che provocherà a sua volta il fallimento
delle case editrici piccole e medie, incrementa,
oltre a tutto, il monopolio della pubblicazione
e della distribuzione dei libri da parte
dei grandi gruppi editoriali e dei grandi
spazi commerciali. Un monopolio che impedisce
la pubblicazione e la vendita di quei
libri che non siano "politicamente corretti",
il che impoverisce culturalmente il paese,
elimina il senso critico e la creatività
e agisce contro la libertà di espressione
dello scrittore e la libertà di scelta
del lettore.
La
privatizzazione-liberalizzazione del settore
dei carburanti, che ha provocato il continuo
aumento del prezzo del gasolio, rende
difficile per i contadini contrastare
la concorrenza e continuare a coltivare
la terra. Questo, da una parte mette tutti
una volta di più nelle mani delle multinazionali
dell'alimentazione e delle coltivazioni
transgeniche, con i rischi conseguenti
per la salute (mucche pazze, polli inebetiti
e così via), e con una dipendenza ogni
volta maggiore, in una questione fondamentale
come l' alimentazione, verso centri di
potere sui quali non possiamo esercitare
la benché minima influenza. D'altra parte,
una considerevole diminuzione del numero
dei contadini e delle terre coltivate
incrementerà il numero degli incendi nelle
campagne e la loro diffusione, con la
conseguente perdita dei boschi e aumento
della desertificazione della penisola
iberica. In definitiva, il governo del
Pp sta procedendo velocemente lungo la
rotta dell'imposizione del totalitarismo
economicista, man mano che elimina le
già scarse concessioni democratiche che
l'oligarchia spagnola dovette fare durante
la transizione.
Come dimostrazione, è il caso di citare
le dichiarazioni del ministro portavoce
del governo, Pio Cabanillas, davanti al
ricorso di incostituzionalità presentato
dalla Generalitat contro il decreto legge
di liberalizzazione degli orari commerciali.
Secondo Cabanillas, "si deve pensare più
all'economia spagnola che non alla costituzionalità
di ogni singola norma che questo governo
può approvare". In tal modo, secondo lo
stesso Pp, la "sacra" e "intoccabile"
Costituzione, che il Pp invoca come e
quando gli interessa, altro non è se non
un foglio inzuppato, un impiccio dal quale
si deve prescindere quando ostacola l'adozione
di una misura economica neoliberale. È
chiaro che per il governo gli interessi
dei grandi gruppi commerciali sovrastano
la Costituzione. La criminalizzazione
delle idee La politica del Pp è rivolta,
in secondo luogo e in modo complementare,
alla imposizione del "totalitarismo neoautoritario
spagnolo", che delegittimizza e criminalizza
qualsiasi alternativa o idea politica
diversa, impedendo così ogni possibilità
di ragionamento politico e di dibattito
tra le distinte opzioni esistenti. Un
totalitarismo al cui interno si situa
la tirannia politica del Partito popolare,
che con i suoi princìpi autoritari, elitisti
e nazional-spagnolisti, si ritiene il
solo depositario della verità politica.
La base ideologica su cui si struttura
il "totalitarismo neoautoritario" è costituita
da un complesso di dogmi arcaici e ridicoli
che, già da molto tempo, rappresentano
la matrice del "pensiero" politico dell'oligarchia
spagnola.
Dogmi
che, per quanto siano l'ossatura ideologica
di tale totalitarismo, vengono più o meno
esplicitati in funzione delle varie circostanze.
Tra questi dogmi vale la pena di citare:
quello della Spagna eterna, intesa come
un destino unitario nell'universo, secondo
le parole del fondatore della Falange,
José Antonio Primo de Rivera, o come la
nazione globale di cui oggi parla Aznar,
che affonda le sue radici nella profondità
dei tempi, sempre in attesa di un futuro
splendente, anche quando tale futuro nella
pratica non riesce mai a concretizzarsi;
l'assenza tra gli spagnoli "nati bene"
(è la forma "educata" usata per definire
quelli che non sono "figli di puttana")
di differenze reali o di interessi contrapposti,
nonostante la disuguale distribuzione
della ricchezza, la diversa posizione
economico-sociale di ognuno o la sua distinta
identificazione in base alla classe, alla
cultura, alla nazionalità e così via;
l'esistenza di una élite politica scelta
dal destino per governare, in modo esclusivo,
la Spagna eterna, che decade quando viene
impedito a tale élite di realizzare la
propria missione di governo. Il totalitarismo
neoautoritario che il governo del Pp sta
imponendo, non è cosa diversa rispetto
a un adattamento del totalitarismo di
stampo classico della destra spagnola,
rappresentante dell'antica oligarchia
terriera-finanziaria, oggi "modernizzata"
e diventata finanziaria-speculativa, mantenendo
tuttavia il proprio carattere intrinseco
di casta improduttiva.
Tale
adattamento si è realizzato per rispondere
alle attuali circostanze, derivate soprattutto
dall'imposizione del neoliberalismo, a
livello mondiale, e dalla instaurazione
della "democrazia" spagnola nata dalla
transizione. Il governo del Pp utilizza,
essenzialmente, due linee di azione per
imporre il totalitarismo neoautoritario.
La prima consiste nella criminalizzazione
delle idee, delle opinioni, delle proposte
e dei principi politici diversi dai suoi,
ossia di quei principi che non appartengono
alla ortodossia del "pensiero politico
corretto", definito così dallo stesso
Pp. Questa criminalizzazione è ampiamente
divulgata e amplificata dalla grande maggioranza
dei mezzi di informazione, per creare
un'opinione pubblica priva di senso critico
e pronta ad accettare docilmente il progetto
totalitario. La criminalizzazione delle
idee e delle opinioni espresse e difese
in modo democratico, rappresenta un attacco
in piena regola contro la linea di galleggiamento
della democrazia, poiché la libera espressione
e divulgazione di opinioni e principi
politici diversi e il dibattito pubblico,
realizzato in libertà, senza restrizioni,
costituiscono uno dei fondamenti essenziali
della democrazia. L'offensiva di criminalizzazione
condotta dal Pp si è rivolta, fino a oggi,
di preferenza, per quanto non in modo
esclusivo, contro i nazionalismi democratici,
soprattutto quello basco e in modo minore
anche quello catalano, considerando che
il nazionalismo basco è quello che attualmente
rappresenta un pericolo maggiore per l'imposizione
del nazionalismo spagnolo. Si approfitta
senza nessuno scrupolo dell'esistenza
dell'Eta, e degli attentati sanguinari
che essa realizza, per alimentare una
confusione, che maschera la realtà e manipola
l'opinione pubblica e che investe ogni
forma di nazionalismo basco per facilitare
la sua criminalizzazione globale. La politica
sviluppata dal governo del Pp durante
la tregua che, senza condizioni, l'Eta
mantenne per quattordici mesi (dalla metà
del settembre 1998 al 3 dicembre 1999),
comportò un salto qualitativo nella criminalizzazione
del nazionalismo democratico basco.
Questa
tregua, suggerendo la possibilità che
un'azione congiunta del nazionalismo basco
potesse ottenere democraticamente qualche
obiettivo, spaventò il governo spagnolo.
Questo non si sforzò minimamente di incentivare
la tregua per tentare di porre fine alle
stragi e alle morti provocate dalle azioni
dell'Eta, senza cedere al ricatto della
violenza e facendo prevalere sempre le
decisioni democratiche. Ciò fu riconosciuto
dal vescovo di San Sebastián, che su richiesta
del governo spagnolo agì come mediatore
tra il governo e l'Eta nei colloqui di
Zurigo. Invece il governo, già dal primo
giorno, si riempì la bocca dicendo che
si trattava di una "tregua trappola".
Una volta iniziati i contatti con l'Eta,
arrestò una delle sue negoziatrici in
Francia, non realizzò nessun passo significativo
per avvicinare i prigionieri alle loro
famiglie (diritto riconosciuto a livello
internazionale) e contemporaneamente chiuse
i canali democratici che avrebbero consentito
al popolo basco di esercitare il proprio
diritto all'autodeterminazione.Tutto ciò
non sortì altro effetto se non quello
di offrire argomenti ai propugnatori della
soluzione violenta. Una volta trascorsi
quattordici mesi, l'Eta considerò terminata
la tregua e diede il via a una nuova e
sanguinosa campagna in tutta la Spagna.
A partire da qui, e con la nuova ondata
di attentati dell'Eta sullo sfondo, il
Pp ha intensificato e ampliato la campagna
di criminalizzazione delle idee, delle
opinioni e delle proposte che si diversificano
dalla sue, dal momento che quegli attentati
hanno facilitato la penetrazione del suo
progetto totalitario all'interno dell'opinione
pubblica.
Il
governo del Pp afferma e propaga il concetto
secondo cui il Pnv e l'Ea (Eusko Alkartasuna)
[7], per difendere il diritto di autodeterminazione
del popolo basco e cercare di progredire
verso l'indipendenza, con forme e metodi
strettamente democratici, sono paragonabili
all'Eta, dal momento che anche questa
difende l'indipendenza, ricorrendo alla
violenza, e quindi, secondo il Pp, sono
in ultima analisi paragonabili ai terroristi.
Tale concetto venne espresso in modo molto
chiaro da Aznar in uno dei suoi innumerevoli
attacchi contro il Pnv: "I metodi non
hanno importanza se le idee sono le stesse".
Allo stesso modo, in una dichiarazione
ufficiale, Aznar disse: "I diritti umani,
la pace e la libertà sono incompatibili
con la costruzione della nazione" (si
riferiva a quella basca). La criminalizzazione
attuata dal governo del Pp non si limita
al nazionalismo basco, ma si estende anche
a quello catalano; ma dal momento che
questo si esprime esclusivamente in modo
democratico, il Pp deve forzare ancora
di più le cose. Così il presidente della
Generalitat di Valencia, paragonò al terrorismo
dell'Eta le attività (di festeggiamenti
e di rivendicazioni) che l'Acciò Cultural
del Paìs Valencià promosse il 25 aprile
in occasione della Diada, la festa nazionale
di Valencia. Il portavoce parlamentare
del Pp presso le Corti Valenzane, Alejandro
Font de Mora, riferendosi a un'Assemblea
di consiglieri di comuni di lingua catalana,
alla quale parteciparono 934 rappresentanti
locali di provenienze politiche molto
diverse, cercò di collegare questo foro
con il mondo dell'Eta.
Questa
criminalizzazione dei nazionalismi democratici
contrasta con la permissività governativa
e anche con la protezione politica con
cui si favoriscono gli atti di esaltazione
nazionalista e fascista spagnoli, come
quelli che vengono celebrati ogni anno
il 12 ottobre, il "giorno della razza",
ribattezzato con il nome "il giorno della
hispanidad". Subito dopo il dibattito
sulla riforma del codice penale, proposta
dal governo (inasprisce le pene e abbassa
l'età punibile per determinati delitti),
il Pp ha allargato la criminalizzazione
a tutti quei partiti che si sono opposti
a tale riforma, nazionalisti o no, e il
ministro della Giustizia, Angel Acebes,
ha associato questa opposizione affine
all'Eta. In tal modo, il Pp ha alimentato
una atmosfera da "caccia alle streghe",
di paura a esprimere pubblicamente opinioni
diverse. Un'atmosfera che oggi si manifesta
soprattutto in quei temi correlati alla
questione nazionale, come la modifica
del codice penale, a partire dal ricatto:
o stai dalla parte dell'Eta e del terrorismo,
o stai con il Pp. Un simile ricatto nel
futuro può investire altre questioni nelle
quali il Pp abbia un interesse specifico,
come il travaso dell'Ebro (un progetto
per deviare l'acqua del fiume verso il
Sud e l'Est della Spagna, la cui utilità
è controversa), la riduzione dei salari
reali, l'imposizione di una riforma legislativa
che aumenterebbe la precarietà del lavoro
e la mancanza di protezione sociale.
Un
riflesso sintomatico di questa atmosfera
opprimente è rappresentato dal fatto che
oggi, chiunque esprime in forma scritta
od orale un'opinione o un principio che
si discosta dalla posizione del Pp sopra
tematiche "tabù", come quelle già citate,
comincia il suo intervento ripetendo fino
alla noia la propria condanna della violenza,
cosa che in un clima normale di democrazia
non sarebbe necessario esplicitare. In
realtà ciò non significa altro se non
il fatto che colui che esprime opinioni
diverse ha compreso e accettato l'umiliazione
di essere trattato come un delinquente
o un sospettato che deve giustificarsi.
Costituisce inoltre un'ingiustizia e un'offesa
alla dignità, alla memoria e all'intelligenza,
il fatto che l'umiliazione implicita in
questa necessità di giustificarsi provenga
dal ricatto esercitato dal Pp, un partito
che, per sua origine e ideologia, non
ha mai condannato il colpo di stato del
18 luglio 1936, causa della sanguinosa
guerra che si sviluppò tra il 1936 e il
1939, e origine della altrettanto sanguinosa
dittatura franchista, che iniziò e terminò
uccidendo: due mesi prima della fine,
Franco firmò cinque sentenze di morte
contro oppositori della sua dittatura.
E il fatto più vergognoso è dato dallo
scarsissimo numero di politici, intellettuali,
giornalisti che osano denunciare in modo
chiaro questa situazione. Particolarmente
penosa è la linea di condotta del Psoe.
Disorientato dopo cinque anni dalla sconfitta
elettorale, dilaniato dagli scandali,
senza alternativa politica da presentare
ai cittadini, con una politica attendista,
si aggira penosamente per la scena politica
cercando prima di tutto di ottenere il
certificato di "buona condotta" emesso
dal Pp. Questa dipendenza che caratterizza
il principale partito di opposizione costituisce,
a sua volta, un importante successo del
totalitarismo politico del Pp. Nell'imposizione
del totalitarismo neoautoritario, il Pp,
oltre alla criminalizzazione di ogni espressione
di dissidenza, utilizza anche una seconda
linea di azione: quella poliziesca-repressiva,
accompagnata da quella legislativa-totalitaria.
In campo legislativo, il Pp sta portando
a termine una serie di iniziative tutte
rivolte a diminuire le garanzie e le protezioni
legali dei cittadini di fronte allo stato,
e a incrementare la sfera di arbitrarietà
dello stato stesso. La repressione poliziesca
viene realizzata ogni volta in modo più
duro e sbrigativo, via via con sempre
minor considerazione delle leggi e con
minor rispetto verso i diritti umani.
Questo comprende l'appoggio del governo
allo scandaloso aumento dell'arbitrarietà
e dell'impunità che caratterizzano l'azione
delle forze di polizia. Valga come dimostrazione
la morte del cittadino guineano Antonio
Augusto Fonseca, il 20 maggio dello scorso
anno nel commissariato di Arrecife a Lanzarote
(Isole Canarie). Secondo la prima versione
diffusa dal delegato del governo, Antonio
López Ojeda, d'accordo con il resoconto
del medico legale, la morte fu causata
da un'eccessiva ingestione di droga. Una
versione che, dopo l'autopsia privata
fatta eseguire dalla famiglia (nella quale
si rese evidente che la morte fu causata
da un fortissimo colpo al collo), fu necessario
modificare, attribuendo la morte, con
una seconda versione, al fatto che, cercando
di fuggire, Fonseca avrebbe urtato violentemente
contro il vetro retrovisore di un'auto.
Nonostante la denuncia della famiglia
e l'inverosimile sequenza delle spiegazioni
della polizia, dopo una veloce indagine,
il caso è stato chiuso senza nessuna attribuzione
di responsabilità. La repressione è rivolta
soprattutto contro gli immigrati, per
via della conflittualità socio-lavorativa
causata dalle dure condizioni cui essi
sono sottomessi. E contro tutte quelle
azioni e quei movimenti considerati politicamente
scorretti (squatters, antimilitaristi,
sostenitori della democrazia e dell'azione
diretta e così via), il cui ambito viene
progressivamente allargato dal Pp con
il consenso, o almeno con la passività,
degli altri partiti parlamentari e dei
sindacati "di maggioranza".
Questo
accade perché tali movimenti e tali azioni
oggi sono gli unici che contrastano sia
il totalitarismo neoliberale sia il neoautoritarismo,
e ciò li rende pericolosi per il Pp e
li trasforma nel principale nemico da
distruggere, nonostante essi siano minoritari.
Se non venissero eliminati ci sarebbe
il pericolo che i loro principi e idee
alternative arrivino a contagiare ampi
settori della società dove sta aumentando
il malcontento per le conseguenze economiche,
politiche e sociali dell'azione dell'attuale
governo. L'economia al primo posto L'istituzionalizzazione
del totalitarismo economicista, con la
conseguente imposizione della tirannia
privata delle cupole finanziarie-imprenditoriali,
viene completata dal governo con l'istituzionalizzazione,
a livello politico, del totalitarismo
neoautoritario spagnolo e l'imposizione
della sua specifica tirannia, poiché esso
rappresenta l'elemento precipuo e originale
dell'aznarismo. Infatti, nel segno della
globalizzazione, specialmente nei paesi
della triade Usa-Europa occidentale-Giappone,
la tendenza è quella di sottrarre protagonismo
all'ambito politico, ponendo invece in
primo piano l'ambito economico, in modo
chiaro e manifesto. Il totalitarismo politico
che il Pp sta imponendo e che impregna
ogni sua azione, ha facilitato fino a
oggi la rapida diffusione e il radicamento
in profondità del totalitarismo economicista.
Da
una parte, allontana l'attenzione dei
cittadini e dei lavoratori dalle conseguenze
dell'imposizione del neoliberalismo, dirigendo
la loro preoccupazione verso questioni
politiche, specie la situazione del Paese
Basco, che il Pp con la sua politica contribuisce
ad esacerbare e radicalizzare. Dall'altra,
le forme e i metodi autoritari utilizzati
fino a ora si sono rivelati efficaci.
L'autoritarismo ha caratterizzato l'azione
del governo fin da quando il Pp ha ottenuto
la maggioranza assoluta. Così, per esempio,
in relazione al progetto governativo del
travaso dell'Ebro dall'Aragona verso la
regione di Valencia, che rappresenta un
affare impressionante per le grandi imprese
di costruzione strettamente connesse con
i due grandi gruppi bancari, il Santander-Central-Hispano
e il Bilbao-Vizcaya-Argentaria, il ministro
dell'Agricoltura, Miguel Arias Cañete,
disse che sarebbe stato approvato in questa
legislatura por cojones (a tutti i costi)
dal momento che "accadono due cose: che
deteniamo la maggioranza assoluta e che
abbiamo perso in Aragona".
Tuttavia,
il totalitarismo neoautoritario mentre
agisce con maggiore prepotenza e immediata
efficacia nell'imposizione selvaggia delle
misure che favoriscono la tirannia privata,
manca di sufficiente flessibilità politica.
Ciò può propiziare una maggiore e più
ampia contestazione politica e sociale
a danno dello stesso totalitarismo neoliberale.
In tal caso i due totalitarismi, invece
di completarsi e rafforzarsi a vicenda,
come per il momento sembra accadere, potrebbero
scontrarsi, quindi indebolirsi. Questo
pericolo è ciò che, in realtà, ha dato
origine all'editoriale dell'11 novembre
2000 del settimanale inglese Economist,
nel quale si critica la politica di criminalizzazione
dei partiti nazionalisti baschi democratici
condotta dal governo di Aznar. Il successo
o il fallimento della "via spagnola al
totalitarismo", promossa e alimentata
dal Pp, dipende, per lo meno in parte,
dal fatto che le cupole detentrici del
potere economico appoggino o no l'ascesa
al potere politico delle opzioni e dei
partiti di estrema destra presenti in
Europa (Austria, Germania, Italia, Francia).
Questi partiti, come il Pp, ammettono
che oggi la massima autorità non proviene
dallo stato bensì direttamente dai centri
del potere economico, ma allo stesso tempo
e in modo molto simile al Pp, rifiutano
la politica light, la politica senza nerbo
praticata dai cristiano-democratici, dai
socialdemocratici e dai conservatori,
e propongono una pratica politica più
dura e decisa, basata sul tandem nazionalismo-xenofobia,
declinato e adattato alle caratteristiche
specifiche di ciascuno stato.
Traduzione
di Lorenza Sianesi
1.
Direttore del Collegio di alti studi europei
Miguel Servet, di Parigi.
2.
Roca Junyent: partecipò alla lotta contro
la dittatura di Franco tra i militanti
del Foc (Fronte operaio di Catalogna),
una organizzazione politica della sinistra
rivoluzionaria. Dopo la morte di Franco,
Roca diede vita a un piccolo gruppo di
tendenza socialdemocratica di destra,
che divenne poi Convergenza Democratica.
3.
Solé Tura partecipò alla lotta antifranchista
come militante del Psuc (Partito socialista
unificato di Catalogna), un partito catalano,
omologo del Pce (Partito comunista di
Spagna), con il quale era strettamente
legato.
4.
Pnv, Partito nazionalista basco di tendenza
cristiano-democratica.
5.
Ciu, coalizione formata da Convergenza
democratica, partito catalano di centro
destra, e da Unione democratica, partito
catalano di formazione cristiano-democratica.
6.
Stock options: diritto di acquisto di
azioni conferite di solito agli alti dirigenti
e che, in una situazione di borsa in rialzo,
consente di ottenere grandi benefici
7.
Ea, partito nazionalista basco, derivante
da una scissione del Pnv, che mantiene
alcuni principi molto simili a quelli
del Pnv, integrandoli con altri di impronta
più nazionalista e un po' più a sinistra.
|