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TUTE
NERE. ANARCHICI DELL'ALTRO MONDO
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La
lettera di Mary Black
(...)
Faccio parte di quel gruppo internazionale
non rigidamente organizzato che è noto
con il nome di Black bloc. Non abbiamo
un programma di partito e per far parte
del gruppo non si deve firmare qualcosa
o partecipare alle riunioni. Siamo presenti
a ogni tipo di manifestazione, dalle iniziative
per la liberazione di Mumia Abu Jamal
alle proteste contro le sanzioni all'Iraq
e a quasi tutti gli incontri degli organismi
internazionali economici e politici, dalla
Wto al G8. Siamo quasi tutti anarchici,
anche se la maggioranza degli anarchici
non si coprirebbe il viso con una bandana
nera e non spaccherebbe le vetrine dei
McDonald's. Conosco molti, tra quelli
che seguono le tattiche del Black Bloc,
che lavorano normalmente nel volontariato.
Alcuni sono insegnanti, sindacalisti o
studenti. Qualcuno non ha un impiego a
tempo pieno e così occupa gran parte del
tempo a disposizione per cambiare qualcosa
nella comunità in cui vive, avvia progetti
per il verde urbano o per le biblioteche
mobili, prepara da mangiare per Food Not
Bombs e per altri gruppi. Sono persone
che pensano con la loro testa, che si
preoccupano degli altri e, se non avessero
posizioni politiche radicali, si potrebbero
paragonare ai monaci e alle monache e
a chiunque vive al servizio del prossimo.
Tra di noi, per come siamo e per come
la pensiamo, ci sono tante differenze.
Nel Black bloc c'è gente che viene dal
sud, fin da Città del Messico, altri dall'estremo
nord, da città come Montreal. Penso che
uno dei cliché su di noi non sia sbagliato:
siamo in maggioranza giovani e di pelle
bianca, ma non sarei d'accordo nel dire
che i maschi sono in prevalenza. Quando
mi vesto dalla testa ai piedi con abiti
informi e neri e ho il volto coperto,
molti pensano che io che sia un uomo.
Dato che i Black bloc non si comportano
secondo gli stereotipi femminili, i giornalisti
presumono che siamo tutti ragazzi. Chi
fa parte del Black bloc si può limitare
a unirsi a un corteo, manifestare la propria
solidarietà con gli altri e dare visibilità
agli anarchici, oppure può alzare il tono
della protesta riscaldando l'atmosfera
e incoraggiando gli altri a non accontentarsi
di chiedere riforme di un sistema corrotto.
Scrivere messaggi politici sui muri con
lo spray, distruggere le proprietà delle
multinazionali, fare blocchi stradali
e barricate con quanto si trova in giro
sono azioni che rientrano nella tattica
dei Black bloc. Il Black bloc è un fenomeno
recente, probabilmente manifestatosi prima
negli Stati Uniti all'inizio degli anni
Novanta, come evoluzione delle tattiche
dei manifestanti tedeschi del decennio
precedente. Forse è in parte una reazione
alla repressione su vasta scala dei gruppi
di attivisti condotta dal Fbi per un trentennio.
A questo punto è impossibile formare un
gruppo di militanti radicali senza temere
le infiltrazioni della polizia e la conseguente
disgregazione del gruppo. Per qualcuno
portare l'azione diretta militante nelle
piazze con una minima organizzazione e
operando solo con una ristretta rete di
amici è l'unica forma sensata di protesta
che rimanga. Tra di noi non c'è completo
accordo su tutto, ma credo di poter affermare
che abbiamo alcune idee in comune. La
prima è uno dei fondamenti della teoria
anarchica: governo e leggi non ci servono
e non vogliamo che decidano per noi. Immaginiamo
invece una società in cui esista un'autentica
libertà per tutti, in cui sia possibile
a tutti partecipare al lavoro e al gioco,
dove ci si prende cura di chi ha bisogno
grazie all'aiuto volontario e reciproco
della propria comunità. Al di là di questa
visione di una società ideale, noi siamo
convinti che lo spazio pubblico sia di
tutti. Abbiamo diritto di andare dove
ci pare e quando ci pare, e i governi
non dovrebbero avere il diritto di controllare
i nostri movimenti, soprattutto per tenere
riunioni segrete di organismi come la
Wto, per prendere decisioni che coinvolgono
milioni di persone. (…) La maggiore critica
che la sinistra ha espresso nei confronti
del Black bloc è che guastiamo l'immagine
degli altri manifestanti. È comprensibile
che chi ha impiegato mesi e mesi per preparare
una manifestazione si senta frustrato
quando un gruppo di giovani dall'aspetto
inquietante occupa le prime pagine mettendo
tutto a fuoco. Ma questa critica non tiene
conto del fatto che i mezzi di comunicazione,
controllati dalle multinazionali, travisano
sempre il vero significato delle manifestazioni.
Anzi, i media non parlano quasi mai né
delle manifestazioni militanti né di quelle
pacifiche, e ancor più raramente cercano
di approfondire queste notizie. Certo,
anche a me piacerebbe che la televisione
e i giornali parlassero di tutte le espressioni
di protesta e, soprattutto, delle ragioni
che le hanno motivate, ma sono anche ben
consapevole che le azioni dure richiamano
l'attenzione dei media. E penso che questa
sia una cosa positiva. Ho cominciato la
mia attività militante durante la guerra
del Golfo e non ci ho messo molto a capire
che il semplice numero dei partecipanti
a una manifestazione non basta per stimolare
la stampa o la televisione. Durante la
guerra ho lavorato per settimane per organizzare
manifestazioni contro l'intervento militare.
In uno specifico caso eravamo migliaia,
ma ripetutamente giornali e network ci
ignoravano. Le cose sono decisamente cambiate
la prima volta che ho visto qualcuno spaccare
le vetrine durante un corteo: immediatamente
eravamo tutti sul telegiornale di prima
serata. Lo spirito militante delle proteste
anti-global degli ultimi due anni ha senza
dubbio concorso ad alzare il livello di
attenzione dei media. E, anche se ciò
non è dovuto solo al Black bloc (c'è stata
una miriade di iniziative creative e nuove
che ha fatto rivolgere l'occhio curioso
dei media verso la sinistra), sono certa
che George Bush II si è sentito costretto
a rivolgersi direttamente agli anti-G8
di Genova
proprio perché il nostro movimento occupa
ormai le prime pagine. (…) Certe critiche
che la sinistra rivolge al Black bloc
derivano dal fatto che noi stessi accettiamo
i valori della nostra società corrotta.
C'è sconcerto quando dei ragazzi spingono
un cassonetto in mezzo alla strada e gli
danno fuoco. Tanti presumono che lo facciano
per provare il brivido del proibito, e
non posso negare di sentire la scarica
di adrenalina ogni volta che mi espongo
al rischio in questo modo. Ma quanti di
noi si concedono di tanto in tanto l'acquisto
di una maglietta griffata anche se sappiamo
che i nostri soldi finiranno nelle casse
di qualche multinazionale che sfrutta
con violenza i propri operai? Perché cercare
"conforto" nello shopping sarebbe più
accettabile che trovare gioia in un'azione
militante che forse ha una certa utilità?
Arrivo ad affermare che anche se le proteste
del Black bloc servissero solamente ad
arricchire l'esistenza di chi vi partecipa,
sarebbero comunque azioni più utili per
il mondo rispetto a spendere soldi al
cinema, a ubriacarsi o a rilassarsi in
qualche modo ufficialmente approvato dallo
cultura prevalente.
Dieci
miti sul Black bloc
Ecco
qualche osservazione per sfatare le favole
che circolano intorno al Black Bloc: 1.
"Sono tutti anarchici del gruppuscolo
di Eugene". Può essere che qualche anarchico
sia di Eugene (la cittadina dell'Oregon
dove abita John Zerzan, n.d.r), ma noi
veniamo da tutti gli Stati Uniti, compresa
Seattle. Comunque, molti di noi conoscono
bene le questioni locali di Seattle (per
esempio, la recente occupazione dei quartieri
del centro da parte dei peggiori esponenti
commerciali delle multinazionali). 2.
"Sono tutti seguaci di John Zerzan". Circolano
un sacco di voci sul fatto che saremmo
seguaci di Zerzan, uno scrittore anarco-primitivista
di Eugene che auspica la distruzione della
proprietà. Qualcuno di noi forse apprezza
i suoi scritti e le sue analisi, ma non
è affatto il nostro leader, non lo è né
direttamente né indirettamente, né teoricamente
né in qualsiasi altro modo. 3. "Il quartier
generale degli anarchici autori delle
devastazioni del 30 novembre è il centro
occupato". In realtà la maggior parte
di quelli dell'occupazione della "Zona
Autonoma" sono di Seattle e hanno passato
quasi tutto il tempo nel centro occupato
fin dall'inizio, il giorno 28. Può darsi
che gli uni e gli altri si conoscano,
ma non c'è questa coincidenza perfetta
e in ogni caso non si può considerare
il centro occupato come quartier generale
degli autori delle devastazioni. 4. "Hanno
radicalizzato la situazione del 30, esponendo
ai lacrimogeni e alle cariche anche i
manifestanti pacifici e non violenti".
Per rispondere a questa affermazione,
basterà osservare come il lancio di lacrimogeni,
gli spray urticanti e le pallottole di
gomma sono tutti cominciati prima che
i Black bloc (per quel che ne sappiamo)
cominciassero a distruggere la proprietà.
Inoltre, dobbiamo resistere alla tentazione
di stabilire un rapporto di causa ed effetto
tra la repressione poliziesca e qualsiasi
forma di protesta, che comporti o no una
distruzione delle proprietà. La polizia
ha la funzione di proteggere gli interessi
della minoranza ricca e non si possono
accusare di violenza coloro che protestano
contro questi interessi. 5. Oppure: "Hanno
reagito alla repressione poliziesca".
È vero che questa affermazione presenta
un'immagine più positiva dei Black bloc,
ma non per questo è corretta. Ci rifiutiamo
di essere falsamente descritti come una
forza di reazione. Anche se la logica
dei Black bloc per qualcuno è insensata,
è in ogni caso una logica che spinge all'azione.
6. "È una banda di ragazzini adolescenti
incazzati". A parte il fatto che una frase
del genere rivela pregiudizi di età e
tendenze sessiste, è comunque falsa. La
distruzione della proprietà non è il frutto
di una sobillazione di macho o di una
scarica di testosterone in eccesso. Né
di una rabbia mal indirizzata e di reazione.
È un'azione diretta contro gli interessi
delle grandi multinazionali con obiettivi
precisi e finalità strategiche. 7. "Vogliono
soltanto fare a botte". Questa è proprio
assurda, e ignora per comodità che la
"pacifica polizia" non vedeva l'ora di
attaccarci. Tra tutti i gruppi impegnati
nell'azione diretta, il Black bloc era
forse il meno interessato a scontrarsi
con la forza pubblica e certamente non
avevamo alcun interesse nel venire alle
mani con altri attivisti anti-global (nonostante
qualche profondo disaccordo sulla tattica).
8. "Sono un gruppo caotico, disorganizzato
e opportunista". Si potrebbero passare
giorni e giorni a discutere sul significato
del termine "caotico", ma di sicuro non
eravamo disorganizzati. L'organizzazione
era forse flessibile e dinamica, ma anche
salda. Quanto all'accusa di opportunismo,
è ben difficile immaginare chi, tra le
migliaia presenti, non abbia approfittato
della situazione creatasi a Seattle per
portare avanti i suoi programmi. La questione
allora è un'altra: se abbiamo o no contribuito
a creare questa opportunità e la maggior
parte di noi senza dubbio l'ha fatto (il
che ci porta al prossimo mito). 9. "Non
sono al corrente delle questioni", oppure:
"non sono attivisti che lavorano sulle
questioni". Certo non saremo militanti
di professione, ma abbiamo lavorato da
mesi in vista di questo raduno di Seattle.
Qualcuno di noi ha operato nella sua città,
altri sono venuti a Seattle qualche mese
in anticipo per prepararlo. Anzi, è merito
nostro se molte centinaia di persone sono
scese in piazza il 30 novembre e solo
un'esigua minoranza aveva a che fare con
il Black bloc. La maggior parte di noi
ha studiato gli effetti dell'economia
globalizzata, dell'ingegneria genetica,
dello sfruttamento delle risorse, dei
trasporti, delle pratiche sindacali, della
cancellazione dell'autonomia delle popolazioni
indigene, dei diritti degli animali e
di quelli umani, ed è impegnata da anni
su questi temi. Non siamo né male informati
né inesperti. 10. "Questi anarchici mascherati
sono antidemocratici e reticenti perché
nascondono la propria identità". Guardiamoci
in faccia (con o senza la maschera): oggi
non viviamo in una democrazia che tutela
i diritti. Se non è bastata questa settimana
a dimostrarlo, cerchiamo di non dimenticarcelo:
viviamo in uno stato di polizia. Ci vengono
a dire che se pensiamo veramente di avere
ragione, non dovremmo nasconderci dietro
una maschera. "La verità prevarrà", ci
raccontano. Sarà un'idea bella e nobile,
ma non c'entra niente con la realtà attuale.
La
violenza contro la proprietà
Noi
affermiamo che la distruzione della proprietà
non è una violenza se non colpisce vite
umane e se non provoca dolore. Secondo
questa definizione, la proprietà privata
(e in particolare quella delle imprese
private) è di per sé infinitamente più
violenta di qualsiasi azione intrapresa
contro di essa. Bisogna quindi distinguere
tra proprietà privata e proprietà personale.
Quest'ultima si basa sull'uso, la prima
sullo scambio. Il principio della proprietà
personale è che ognuno di noi abbia ciò
di cui ha bisogno. Il principio della
proprietà privata è che ognuno di noi
abbia qualcosa di cui hanno bisogno gli
altri o che gli altri desiderano. In una
società che si fonda sul diritto alla
proprietà privata, tanto più si riesce
ad accumulare cose necessarie o desiderabili
per gli altri, tanto più si dispone di
potere. Per estensione, chi più ha riesce
a esercitare un controllo maggiore su
ciò che gli altri percepiscono come bisogni
o desideri, in genere al fine di aumentare
il proprio profitto. I fautori del "libero
scambio" vorrebbero portare alle logiche
conclusioni questo processo, con la formazione
di una rete di poche industrie monopolistiche
che alla fine controllino l'esistenza
di ognuno. I fautori dello "scambio equo"
vorrebbero vedere questo processo mitigato
da regole pubbliche, che dovrebbero imporre
superficialmente certi criteri umanitari
di fondo. In quanto anarchici, noi disprezziamo
entrambe le posizioni. La proprietà privata
(e per estensione il capitalismo) è intrinsecamente
violenta e repressiva e non la si può
riformare o moderare. Il potere può essere
concentrato nelle mani dei capi di poche
grandi imprese, o trasferito in un apparato
che stabilisca regole con lo scopo di
limitare i guasti fatti da costoro, ma
né in un caso né nell'altro saremmo liberi
e potenti come in una società non gerarchica.
Quando spacchiamo una vetrina, lo facciamo
per distruggere quella sottile crosta
di legittimità che riveste il diritto
della proprietà privata. Nel contempo
esorcizziamo quella serie di relazioni
sociali violente e devastanti di cui quasi
ogni cosa che ci sta intorno è impregnata.
"Distruggendo" la proprietà privata, convertiamo
il suo limitato valore di scambio in un
valore d'uso molto più alto. La vetrina
di un negozio si trasforma in una valvola
di sfogo, che fa uscire un po' d'aria
fresca nell'atmosfera soffocante di ogni
bottega (almeno fino a quando la polizia
non decide di lanciare lacrimogeni sulla
barricata vicina). Un espositore di giornali
può trasformarsi nello strumento per aprire
questa valvola, una piccola barricata
diventa lo strumento per riconquistare
spazio pubblico, o per raggiungere una
posizione di vantaggio montandoci sopra
in piedi. Un bidone della spazzatura può
diventare un mezzo per ostruire una falange
di piedipiatti che caricano o una sorgente
di calore o di luce. La facciata di un
palazzo può diventare un tabellone su
cui apporre messaggi e suggerimenti di
ogni genere per rendere il mondo migliore.
Dopo il 30 novembre, molti non vedono
più una vetrina o un martello con gli
occhi di prima. Si sono moltiplicate all'infinito
le possibili utilizzazioni dello spazio
metropolitano. Il numero delle vetrine
spaccate impallidisce in confronto a quello
degli incantesimi spezzati, gli incantesimi
che l'egemonia delle grandi imprese lancia
per farci dormire nell'oblio di ogni violenza
commessa in nome della proprietà privata
e nell'oblio di tutto quello che potrebbe
offrire la società se non ci fosse la
proprietà privata. Le vetrine rotte possono
essere coperte con tavolacci di legno
(con ancor più spreco di alberi) e alla
fine sostituite, ma lo sconquasso dei
presupposti continuerà a farsi sentire
per un po' di tempo a venire.
Traduzione
di Guido Lagomarsino
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