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SE
L'UTOPIA INCENDIA L'INCONSCIO
Di Roger Dadoun
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Con
una notevole costanza, la nozione di utopia
contrappone alle analisi e agli approfondimenti
effettuati, in modo spesso illuminante,
da numerosi autori, la pesante fama della
sua "scarsa realtà". Essa si porta sempre
nella propria scia, come la coda di una
cometa, una carica negativa e dispregiativa.
Sia nel parlare comune che nei discorsi
colti, la si trova associata quasi sistematicamente
alle nozioni di illusione, evasione, fantasia
nebulosa, di fantasticheria considerata
come un "sogno vuoto", e soprattutto,
evidentemente, di irrealtà. Non si dirà
mai abbastanza fino a che punto l'etichetta
di "utopisti", che un'intera gnosi marxista
o affine, approvata da diverse varianti
del "liberalismo", ha applicato, ad esempio,
ai socialismi di Charles Fourier o di
...Leroux, sia stata loro funesta, poiché
erano sistematicamente respinti sul versante
del fantasma o del delirio. Potremmo accontentarci
di vedere, nell'uso comune e generalizzato
del termine "utopia", una semplice inerzia
di linguaggio, uno stereotipo caratteristico
di un discorso profano e superficiale,
e quasi l'eco banalizzata di un uso polemico
e ideologico, nutrito di ciò che si potrebbe
chiamare, indifferentemente, empirismo,
realismo o positivismo. Ma la persistenza
della fama svalutatrice e la sua resistenza
sia ai più duri chiarimenti storici che
ai più severi sforzi di razionalità invitano
a cercare altre fonti o funzioni dell'utopia,
e quale nuova via si potrebbe imboccare,
allora, se non la via dell'inconscio?
Ricorrendo al lessico psicoanalitico,
si potrebbe dire che generalmente l'utopia
è stata considerata soltanto nei suoi
"contenuti manifesti", la cui importanza
resta sicuramente incontestabile, e che
offrono abbondanti e sempre suggestivi
materiali di analisi. Invece i "contenuti
latenti", le vibrazioni del testo fra
le parole e le immagini, le connotazioni
indefinite, gli echi, le risonanze, le
scie, le derive e i famosi "non detti":
tutto questo, oggetto spesso di allusioni
pertinenti, richiede soltanto di essere
sinceramente esplorato. Per formulare
la cosa in modo lapidario, sarebbe opportuno
superare, o cercare di sostituire, l'espressione
abituale di "spirito di utopia", spirito
dall'aura più o meno spiritualista o d'uso
piuttosto vago e confuso, con quel che
si potrebbe definire come "inconscio di
utopia". Si vedrebbe allora in essa, in
primo luogo (topos) se così si può dire,
una formazione o configurazione o costruzione
che tuffa le proprie radici nell'inconscio
e riflette e si modella secondo i suoi
meccanismi. Ma sarebbe senz'altro una
formazione insolita, inusitata, per quel
che in essa verrebbe a manifestarsi e
a prendere forma e consistenza: qualcosa
che è sempre stato rifiutato all'inconscio,
ossia la razionalità (una razionalità
che avrebbe come caratteristica intrinseca
quella di essere coinvolta in una rete
più o meno densa di affetti, segnata dal
patetico, attraversata dall'emozione),
una razionalità emozionante, quindi, che
troverebbe nell'utopia, per predilezione,
una forma di espressione originale e appropriata.
Due
vettori antagonisti
Per
dare un'immagine semplice dell'operazione
proposta, basterebbe tracciare in due
direzioni opposte, al di sopra e al di
sotto del termine "utopia", la freccia
di un vettore, secondo l'abituale grafismo
matematico, in affinità con il nostro
soggetto. Nell'idea che ci si fa abitualmente
dell'utopia, la freccia in alto, al livello
superiore, sarebbe orientata, come al
solito, da sinistra a destra, da dietro
in avanti. Ciò a cui mira la punta acuminata,
l'obiettivo che cerca di raggiungere,
è la realtà. In altri termini, l'utopia
così indicata con le frecce avrebbe soprattutto
la vocazione di giungere alla propria
realizzazione, di passare all'atto, di
diventare realtà "concreta". Per quanto
la si possa accusare di essere pura speculazione,
fantasticheria evasiva, fantasia ludica
o lubrica, quel che essa vuole prima di
tutto, ciò a cui essa tiene, il bersaglio,
addirittura ossessivo, di un tale vettore,
di una tale segnalazione, è proprio il
reale. Tuttavia, procedendo in modo radicalmente
diverso e andando quindi controcorrente,
si potrebbe invertire il senso della freccia
e tracciare, al livello inferiore, un
vettore contrario, antagonista, che vada
da destra a sinistra, da davanti a dietro,
ossia che giri le spalle alla realtà,
che se ne distacchi completamente. Se
si suppone che di solito, nel primo vettore,
si prende di mira la realtà sotto gli
auspici della ragione, dove mai potrebbe
andare a cadere e a conficcarsi la freccia
del nostro secondo vettore, se non nel
terreno dell'inconscio? Formuliamo diversamente
il dispositivo così delineato: invece
di seguire la china abituale delle definizioni
e delle interpretazioni dell'utopia, di
"andare a valle", e quindi di "avallare",
di garantire un certo conformismo e un
uso automatico della nozione, tentiamo
di effettuare il percorso inverso, di
risalire a monte, di andare alla ricerca
di una sorgente. Invece di perpetuare
una fama sconveniente e dannosa, e di
costringere l'utopia ad andare sempre
più avanti, verso un al di là rispetto
a se stessa che esprima o attualizzi una
certa forma di trascendenza il cui irraggiamento
di luce e di "Lumi" ha il sicuro effetto
di sedurre e di abbagliare, noi cerchiamo
di girarci, con una laboriosa torsione
contraria, verso il dietro, verso un al
di qua, con il rischio calcolato di fluttuare,
magari, su un torbido e turbolento "sentimento
oceanico". Alla conclusione di questa
operazione di rovesciamento o di capovolgimento,
di questo tentativo di deviazione, ci
ritroviamo, con questi due vettori antagonisti,
di fronte a due movimenti o procedimenti
che rimandano a due concezioni dell'utopia,
di senso rigorosamente opposto. La prima
concezione, la più corrente, riconosciuta
da tutti, indirizza l'utopia sulla via
della sola realtà, la giudica e l'apprezza
soltanto nella prospettiva della sua realizzazione,
di un passaggio all'atto, ma se ne conoscono
del resto gli effetti deleteri. Un'altra
concezione, quella che suggeriamo qui,
svia decisamente l'utopia dal principio
e dal primato della realtà e la rimanda
verso la direzione dell'inconscio, nella
speranza di trovare per essa un ancoraggio
originale, delle risorse e un orientamento
inedito. Lo schema molto succinto presentato
qui di seguito condensa e illustra questa
duplice prospettiva.
Concezione
tradizionale
(tempo geometrico)
presente
- futuro
ragione
ideale - realtà
utopia
inconscio - ragione emozionante
ombelico
del tempo - presente
(tempo
dell'inconscio)
Concezione
psicoanalitica
Tre
piani, tre linee di forza
Lasciando
provvisoriamente da parte i due punti
d'arrivo delle concezioni dell'utopia
che abbiamo distinto prima (realtà da
un verso e inconscio dall'altro), vale
la pena di osservare, nel lavoro dell'utopia,
tre sequenze, momenti, articolazioni,
linee di forza, o piani, per così dire,
caratteristici: 1. A prima vista, l'utopia
si offre al nostro sguardo, nella sua
più concreta evidenza, come l'oggetto
materiale in cui essa si espone, ossia
il libro che teniamo o abbiamo tenuto
fra le mani, e che ha come titolo Utopia:
il nome che l'autore, Tommaso Moro, ha
dato alla sua isola immaginaria, che,
pur essendo sapiente, celebre e paradigmatica,
resta comunque un'isola di carta, non
è altro, niente di più, di un testo, di
un prodotto della scrittura. L'utopia
è quindi, di primo acchito, ciò che è
scritto, ciò che si scrive: è scrittura,
con tutto il lavoro specifico che questo
implica, in cui finiscono per attaccarsi
e ingarbugliarsi fantasmi, immaginario,
osservazioni oggettive, retorica ed elaborazione
razionale. Esistono senz'altro segni diversi
da quelli letterari: architetti, urbanisti,
organizzatori di feste, artisti, politici
e così via, possono "scrivere" o fissare
le loro utopie con l'aiuto di segni monumentali,
urbanistici, plastici, utilizzando colori,
materie, spazi, costumi, trucchi, fanfare,
e maneggiando la carne stessa, sfruttata,
palpitante o manipolata, dell'umanità.
Ma il proponimento è sempre quello di
"iscrivere", si tratta di un trattamento
in qualche modo "libresco" della realtà;
la dimensione utopica risiederebbe allora,
per l'appunto, in quell'aspetto "libresco",
in cui il lavoro di "scrittura", di "iscrizione",
di "stampa", si trova spostato e deportato
su strutture materiali o organiche, com'è
illustrato in modo impressionante da Franz
Kafka nel suo racconto La colonia penale,
in cui un erpice, una macchina che incide,
stampa la sentenza direttamente sulla
carne sofferente e torturata del condannato.
2. Ciò che il testo utopico propone, del
resto, è prima di tutto una costruzione
sociale, un'organizzazione che vuol essere
innovatrice, inaudita, straordinaria,
meravigliosa o apocalittica, della condizione
umana, considerata, per quanto è possibile,
in modo esaustivo, in tutti i suoi aspetti:
lavoro, potere, relazioni, amore, conoscenza,
giochi, e così via. Mentre si sforza di
non trascurare nessun particolare, giungendo
fino alla mania di prevedere e regolamentare
i comportamenti più infimi, una tale costruzione
vuol essere sintetica, totalizzante, si
presenta come un organismo pienamente
compiuto, coerente, perfetto, un modello
ideale. 3. Questa costruzione o istituzione
di una società nuova, questa organizzazione
mirabile e completa dell'esistenza umana,
si effettua in modo deliberato, spesso
entusiasta, se non addirittura esibizionista,
sotto il segno della ragione; è la ragione
che assicura, regola, persegue e legittima
la costruzione utopica, con una tale sovrana
insistenza, a volte, che il processo di
razionalità si trasforma facilmente in
razionalizzazione, vicinissima a sua volta
a trasformarsi in sofisma. Viene anche
attivata sia una ragione strumentale,
artigianale, tecnica, che procede attraverso
calcoli meticolosi, misurazioni multiple
e altre elaborazioni del numero e della
sezione aurea, sia la Ragione con la R
maiuscola, chiamata a trionfare come principio
superiore dell'intera realtà umana, anzi
dell'intera realtà, e l'unica in grado
di decidere il senso dell'esistenza. Nell'opera
di Evgenij Zamjatin, Noi, in cui i soggetti
sono indicati solo con delle cifre, l'ingegnere-matematico
al centro del racconto giura solo tramite
il numero, canta le lodi di Frederick
Taylor, che offre al mondo il modello
dell'organizzazione "scientifica", o "razionale",
del lavoro, e vede la Ragione estendere
la propria influenza al di là delle stelle,
sull'intero universo. Scrittura, costruzione
e razionalizzazione compongono un trittico
che descrive quel che c'è di più apparente,
di più manifesto, di più spettacolare,
anche, nel lavoro dell'utopia. È facile
verificare che questi tre piani, momenti
o procedure sono presenti, a gradi diversi
e secondo articolazioni più o meno originali
e inaspettate, in tutte le costruzioni
utopiche. Ma qualunque modalità specifica
presentino questi tre piani, la tendenza
razionale, nel progetto come nella realizzazione,
resta l'elemento dominante, dominatore.
Tenuti, trattenuti sotto lo sguardo della
ragione, i contenuti manifesti, per quanto
siano ricchi, seducenti, problematici
e illuminanti, indicano soltanto la faccia
più apparente, la faccia della chiarezza
o della luce dell'utopia; e sussistono
troppe zone d'ombra e troppi interrogativi
perché si possa esitare a cercare in un'altra
direzione.
Nel
letto della Realtà
Sul
lavoro utopico si esercitano senza sosta,
multiformi e imperiose, le pressioni severe
del principio di realtà, che si accanisce
a circuirlo, a sottometterlo alla sua
legge, ad annetterlo e a fissarlo nel
suo luogo, nel suo non luogo, insomma,
a ribaltarlo nel suo letto! Si potrebbe
scrivere tutta una storia dell'utopia
sotto l'angolazione di questo ribaltamento
nel reale: "ribaltamento" che può chiamarsi
tanto rivolta, rivoluzione, balzo in avanti,
quanto caduta, repressione, disastro e
così via. Con il nome di "reale" o di
"principio di realtà", in generale, si
tiene conto soltanto della realtà esteriore,
ossia delle esigenze permanenti e ineluttabili
della natura e della società, segnate
con il sigillo della "necessità", anankè,
fatum. Ma siccome non si è mai del tutto
sicuri di poter definire nella maniera
più rigorosa, né valutare nella maniera
più "obiettiva" che cosa sono le cosiddette
"realtà", si ha quasi sempre a che fare
con una ideologia della realtà, un'ideologia
realista o "realitaria" che cerca d'imporre
all'utopia la sua legge, le sue norme,
i suoi procedimenti, la sua finalità esclusiva.
Quasi sempre l'utopia avanza, espone il
proprio volto nella luce brutale, mordente,
del realismo. E allora, sotto una luce
così dominatrice, con un'esposizione così
arrogante, come potrebbe non avere un
aspetto stridente? Dappertutto vediamo
all'opera l'infaticabile automatismo di
ripetizione che riporta senza sosta sulla
scena politica, filosofica, culturale,
la vecchia coppia oscena e antitetica
"Utopia-Realismo", in cui l'utopia figura
come una partner meschina, miserabile
e vergognosa, capace solo di fare da spalla.
Non c'è dubbio che il reale, qualunque
idea se ne abbia, sia all'origine dell'utopia,
spesso in modo diretto e decisivo. A volte
è una realtà insopportabile, della quale
ci si vuole sbarazzare, che si cerca di
respingere, di annullare, e sopraggiunge
allora l'utopia che si sprigiona da questo
reale, se ne tira fuori, sfugge, per edificare,
"nelle nuvole", come si dice, in un mondo
di sogno e di astrazione, i suoi regni
di felicità. Altre volte, invece, il reale
appare così ricco di promesse, così "lusso,
calma e voluttà", che basta prolungarlo,
alleggerendolo in tutta la misura del
possibile e in tutta la dismisura dell'impossibile
dalle costrizioni e dalle pesantezze che
ne frenano lo sviluppo: ecco che le promesse
riunite sbocciano in un "avvenire radioso",
in una deliziosa costruzione anticipatrice.
Altre volte ancora, all'opposto di questa
immagine idilliaca, e rifiutandola e negandola
con forza, l'insopportabile reale è così
saturo di orrori, così intriso di minacce,
così tenebroso senza alcun barlume di
speranza ("se è mezzanotte nel secolo",
diceva Victor Serge), che il racconto,
il verbale che cerca di renderne conto,
in quelle che si chiamano talvolta le
contro-utopie, può soltanto consistere
nel mettere a nudo il nervo del terrore
e dello spavento, l'orribile e malefica
essenza. Ma più che alle origini, più
che sulle cause "oggettive" (origini e
cause incerte e che non sono mai riconosciute,
quando lo sono, se non a posteriori),
è sull'orientamento, lo scopo, la finalità
dell'utopia, che l'ideologia realista
mette la sua presa più implacabile. Tutto
avviene, infatti, come se l'utopia non
potesse, non dovesse avere per unico e
glorioso e legittimante obiettivo se non
quello di essere realizzata, di "passare
all'atto" ed essere "messa in opera",
secondo delle espressioni che vanno per
la maggiore. Insomma, di iscriversi nella
Realtà. Per sua "natura", per la sua struttura
stessa, come abbiamo cercato di delinearla
nei suoi tre piani (scrittura, costruzione
sociale, razionalizzazione), si ritiene
che l'utopia tenda obbligatoriamente,
ineluttabilmente, verso la propria realizzazione.
Di colpo perde la propria consistenza
per ridursi ad essere l'eco (riflesso
o riflusso, ombra deportata, se così si
può dire) di ciò a cui tende, di ciò verso
cui è interamente tesa. Questa banale
preposizione "verso" dev'essere intesa
in tutta la sua pienezza di senso: direzione
costrittiva, spinta repressiva, l'utopia
è curva verso il reale, è flessa, deformata,
sfasata, distorta per piegarsi, per essere
sottomessa al reale. Poiché c'è un "verso",
e questo "verso" vuole che tutto vada
nel suo senso, vuole far piegare tutto
sotto la sua legge, la difesa migliore
sarebbe forse quella d'impadronirsene,
di sviarlo, di rigirarlo, di volgerlo
al ridicolo: si dirà dunque, per gioco,
un gioco dalle pesanti conseguenze, che
questo "verso" che costringe l'utopia
ad adagiarsi e a copulare nel letto del
reale, è il "verme", il parassita nascosto
nel frutto dell'utopia, e che la rode;
è l'agente stesso della sua decomposizione,
della sua putrefazione. La storia presenta
su questo tema delle dimostrazioni schiaccianti,
sotto forma, per l'appunto, della prova
di realtà: tutte le volte che l'utopia
è costretta a entrare nei fatti, a passare
all'atto, a cadere nel reale, non si ottiene
altro che oscenità, putridume e disastro.
Bisogna proprio concludere che la vocazione
dell'utopia non è quella di andare verso
il reale, di tendere verso la propria
realizzazione; ma, al contrario, come
cerchiamo di ripetere qui, di ergersi
contro il reale ed affermarsi di fronte
al suo più duro rivale, il suo più insolente
avversario. Riprendendo qui il gioco del
rovesciamento vettoriale descritto all'inizio,
non si dirà più: l'utopia verso la realtà,
ma esattamente il contrario: utopia versus
realtà, l'utopia contro il reale.
Un
giro, una modalità dell'inconscio
Il
reale è sbarrato: verso che cosa rivolgersi,
allora? Quale altra direzione prendere
per raggiungere un punto d'origine del
lavoro dell'utopia e distinguerne i meccanismi
specifici? Non c'è nient'altro da fare,
ripetiamolo, se non andare controcorrente,
risalire la china e dirigersi verso tutt'altra
realtà, verso l'altra realtà, chiamata
a volte l'altra scena, ossia una realtà
interna inseguita fin nei suoi più lontani,
più profondi recessi, nelle sue più oscure
trincee. Tutte queste espressioni indicano,
globalmente, l'inconscio, e risulterà
allora che l'utopia merita di essere considerata
come una formazione dell'inconscio; una
formazione del tutto particolare, in quanto,
paradossalmente, si costituisce proprio
di ciò che è rifiutato, negato all'inconscio,
ossia di una linea di razionalità, qualificata
come emozionante per segnalare in maniera
chiara tutta la carica affettiva che la
caratterizza. Una carica affettiva che
di fatto non potrebbe davvero sorprendere.
Quante volte, infatti, il lavoro dell'utopia
è stato associato, o addirittura assimilato,
al lavoro onirico, e presentato e trattato
come una trasformazione della fantasticheria
e del sogno? E sono stati messi in luce,
in maniera altrettanto accurata, i suoi
legami con il desiderio, e la sua attitudine
a esprimere le forze pulsionali: tutte
le forze, tanto la pulsione sessuale che
la pulsione di morte, tanto la pulsione
di conoscenza quanto la pulsione di dominio…
L'opera di Fourier, fra le tante, potrebbe
fornirne una ricca esemplificazione. Prevale
tuttavia l'impressione che, nonostante
le analisi più sottili e le intuizioni
o insights più ardite, le forme e le espressioni
utopiche siano interpretate come dei sintomi,
delle efflorescenze più o meno pittoresche
o fantastiche, piuttosto che come le modalità
di una struttura originale e forte, come
gli sviluppi necessari e determinanti
di una formazione specifica. Come dire
che non basta semplicemente fare un giro,
andare a vedere, così, che cosa succede
laggiù, dalle parti dell'inconscio. Si
tratta di molto di più: bisogna darsi
da fare per scovare, per sorprendere una
pratica, un andamento, o meglio un "giro
d'inconscio"; si tratta d'imprimere all'inconscio
un movimento di torsione tale che si possa
intravedere, nell'una o nell'altra delle
sue pieghe ignorate, in qualche oscura
rientranza, il raro e prezioso filone
di una razionalità. L'utopia dovrà quindi
essere trattata, o ritrattata, secondo
il giro dell'inconscio. Ma nel momento
stesso in cui quest'ultimo riprende in
qualche modo la mano, non si dimenticherà
che, trattandosi per l'appunto d'inconscio,
è altrettanto legittimo un movimento di
reciprocità: immediatamente, in misura
uguale e parallela, l'inconscio stesso,
nella sua piega razionale, si espone e
s'impone secondo il giro dell'utopia,
attraverso la deviazione dell'utopia.
Al
di qua e al di là del sogno
Bisogna
però distinguere chiaramente un giro,
un andamento, una modalità di formazione
e d'istituzione che non contravvenga allo
stile dell'utopia, perché, in questi paraggi
freudiani, è frequente il rischio di precipitarsi
in uno di quei pittoreschi giri turistici
accolti benevolmente da un troppo ecumenico
inconscio, vasto e oscuro sacco morbido
in cui finiscono per rinchiudersi le "divagazioni"
e i "bei giretti" di una psicoanalisi
troppo eloquente. Con buone ragioni, ricordiamolo,
si vede l'utopia trattata come una specie
di fantasticheria, una modalità di sogno
a occhi aperti, un equivalente più superficiale
ma meglio confezionato del sogno, dell'attività
onirica. Però, appena si prende atto di
questa associazione, per quanto stereotipata,
fra l'utopia e il sogno, ecco che si presenta
una possibilità di risalire a un punto,
a un ombelico comune. Bisognerà poi, ovviamente,
tener conto dell'una e dell'altra formazione,
riconoscere, con l'aiuto delle necessarie
distinzioni, la specificità di queste
due produzioni orientate sull'inconscio.
Il sogno risulta un'attività individuale,
strettamente legata al sonno: la neurofisiologia
lo definisce, sulla base di caratteristiche
organiche ormai ben stabilite, come "fase
paradossale del sonno". Si presenta come
uno svolgimento più o meno frammentario
e incoerente di immagini. L'interpretazione
psicoanalitica ha mostrato che questa
trama immaginaria aderisce intimamente
alle energie pulsionali, libidinali, che
danno al sogno, oltre al suo prezioso
carico d'informazione, i suoi ritmi affettivi
così densi e sconcertanti, dall'euforia
erotica alle angosce dell'incubo. È facile
vedere che il sogno contrappone la sua
superba indifferenza agli interventi della
ragione, alle pressioni sociali, alle
esigenze di coerenza e di rigore di linguaggio.
Si potrebbe parlare di un immaginario
bruto, purché questa qualifica non faccia
dimenticare tutto quanto, della storia
individuale e delle esperienze memorabili
e complesse del soggetto, viene a proiettarsi,
iscriversi, riformularsi nell'immaginario
onirico. È evidente che il lavoro del
sogno sembra interamente rivolto verso
l'aspetto interno della realtà psichica
individuale. Si dirà allora che il lavoro
dell'utopia sviluppa simmetricamente un
altro versante della stessa realtà, e
che rimanda a un potere o a una competenza
dell'inconscio rivolta, con forza e costanza,
verso l'aspetto esterno della persona.
In questa spinta verso l'esterno, l'inconscio
si sforza di superare o di sottrarsi allo
spazio, al topos individuale: facendo
giocare la sua specifica razionalità,
vuole aprirsi a qualcosa di universale;
tenta di raggiungere la realtà sociale,
elaborando costruzioni ad hoc; e tramite
certe forme di scrittura, di una retorica
a cui imprime il suo segno, cerca un'espressione
di linguaggio comunicabile. Ma la vera
specificità del lavoro dell'utopia non
consiste tanto in queste caratteristiche
conosciute e manifeste (i piani di razionalità,
socialità e scrittura, che sarebbero validi
anche per le costruzioni letterarie e
filosofiche) quanto nella maniera con
cui l'inconscio le gira, modula, orienta
e mantiene, preservando e sfruttando i
legami originari e la circolazione con
le energie libidinali e gli impulsi o
pulsazioni del desiderio.
La
razionalità del desiderio
Si
continua, con Sigmund Freud, a definire
sommariamente il sogno come un "compimento
del desiderio". Sulla base di questo principio,
si presentano due tipi d'interpretazione.
La prima, minimale, debole, riconosce
al sogno la capacità di apportare al soggetto
una gratificazione, una soddisfazione
per desideri non compiuti, rimasti in
sospeso allo stato di veglia, ripagando
quindi una frustrazione. Il sogno è polarizzato
sulla soddisfazione, con finalità edonistica:
ogni notte noi abbandoneremmo la fangosa
e sordida realtà per fare un viaggetto
nel "paese di cuccagna", nella terra dell'utopia.
In una prospettiva più vigorosa e più
ampia, la vocazione del sogno non consisterebbe
tanto in queste poche soddisfazioni minute,
circostanziali, immaginative di desideri
frustrati, quanto nell'indispensabile
ricarica energetica del desiderio che
il sogno assicura. Il sogno è orientato
sul desiderio, con finalità energetica:
"compimento del desiderio" vorrebbe dire,
al di là delle piccole gratificazioni
rosicate nottetempo, che è il desiderio
in quanto tale, come sorgente e struttura
di base, che continua a compiersi, che
ritrova di notte la sua potenza vitale,
che si rimaneggia, si ricrea, si rigenera
per affrontare (rivoluzione permanente,
fenice rinascente) con nuove energie l'odiosa
realtà. Ispirandosi a questa analisi e
ammettendo che esiste una radice d'inconscio
comune con il sogno, si è portati a considerare
l'utopia stessa come il compimento del
desiderio. Più precisamente: come nel
sogno il desiderio si compie indefinitamente,
così l'utopia, nelle sue trasformazioni
sempre ricominciate, esprimerebbe la permanente
realizzazione di se stessa come desiderio,
si realizzerebbe come desiderio di utopia.
Riformuliamo l'ipotesi, dall'aspetto tautologico:
come non è nella funzione del sogno di
essere realizzato, così non è nella vocazione
o nell'essenza dell'utopia di passare
all'atto, di cadere o ribaltarsi nel reale,
di offrire un luogo, un topos preciso,
concreto, materiale, esteriore, a un qualsiasi
progetto. L'utopia è di per sé il proprio
fine, il proprio luogo; è in se stessa,
in quanto legata all'inconscio, nutrita
d'inconscio, formata secondo l'andamento
dell'inconscio e dispiegata sotto l'occhio
o l'influenza di questo "grandissimo fratello",
che trova il modo di compiersi, di essere
o diventare ciò che è. In se stessa, e
quindi e soprattutto non fuori di se stessa,
soprattutto non in rapporto di vassallaggio
al reale, perché allora sarebbe fuori
di se stessa, uscirebbe dai propri cardini,
si perderebbe lontano dalla portata o
dall'asse dell'inconscio, girerebbe al
tempo stesso fissa e a vuoto, come una
ruota di Marcel Duchamp persa su uno sgabello
a forcella capovolta, e il giro dell'inconscio
produrrebbe solo i capogiri di una coscienza
derviscia… In se stessa: che cosa vuol
dire? Si sottolinea così il fatto che
l'utopia, a partire dall'inconscio e ricevendo
da quest'ultimo un marchio, un andamento
specifico (che verrà definito come pulsionale,
desiderante, affettivo, libidinale, energetico
e così via) se ne preserva comunque, e
persevera nelle sue caratteristiche essenziali,
e sufficientemente riconosciute: razionalità,
costruzione sociale, scrittura. La funzione
dell'utopia è quella di dire, non di fare,
di scriversi, non di realizzarsi. Di dirsi,
di scriversi e di esporsi come formazione
dell'inconscio, manifestazione e testimonianza
della presenza dell'inconscio sul terreno
stesso in cui quest'ultimo si presume
sia sbarrato, non abbia accesso. La costruzione
utopica non ha di mira se non se stessa,
e questo può sembrare che formi un cerchio
(ma si sa fino a che punto l'utopia prediliga
il cerchio) salvo che, facendo questo,
esprime e adempie il desiderio d'utopia
in quanto questo desiderio è desiderio
di razionalità, parte integrante della
struttura dell'inconscio e che, sfociando
in una formazione organizzata, fa accadere,
rivela (non si può evitare questa simmetria
retorica) la razionalità del desiderio.
Imbarco
per Citera o per l'Inferno
Resta
da vedere se si può parlare di un desiderio
di utopia, e se l'utopia, in quanto formazione
singolare, irriducibile a qualsiasi altra,
è in grado di gettare una luce più viva
sulla natura del desiderio. Che nelle
costruzioni utopiche ci sia desiderio,
nel senso generale del termine, è riconosciuto,
e a volte con ottime ragioni. È facile
seguire, attraverso modalità, rivestimenti
e metamorfosi molteplici e spesso pittoresche,
le linee di forza libidinali, le determinazioni
pulsionali che privilegiano, attraverso
intrecci ambiziosi e a seconda delle ispirazioni
e dei progetti, ora la sessualità, ora
il potere, ora la comunicazione sociale
se non addirittura la promiscuità, ora
questo o quello scenario fantasmatico.
Su questo substrato libidinale, il desiderio
di utopia iscrive una versione sui generis,
pratica un'apertura originale. Un'apertura,
effettivamente, in quanto l'utopia ci
fa penetrare più avanti, apre una via
insolita nel territorio dell'inconscio.
Secondo le caratteristiche che gli vengono
correntemente attribuite, l'inconscio
appare come il luogo degli scontri pulsionali:
pulsioni di conservazione e pulsioni sessuali,
pulsione di dominio, pulsione di morte.
L'inconscio ignorerebbe la contraddizione,
la negazione, l'alternativa. Porterebbe
il peso del passato, degli arcaismi, delle
origini, delle anteriorità, che cercherebbe
di rifilare, imporre, compulsivamente
e incessantemente, alla coscienza e all'Io.
Questi tratti caratteristici dell'inconscio,
il desiderio di utopia li prende in carico,
ma per integrarli, attivarli e iscriverli
in una dinamica particolare, che li supera,
li cambia, li trasforma. È come se il
desiderio di utopia cercasse, pur esprimendola,
prolungandola e sfruttandola, di scuotere
l'influenza dell'inconscio, di portarsi
al di là e di oltrepassarla. E siamo ormai
nell'utopia stessa! Così, conserva e preserva
e si nutre della forza pulsionale, ma
sforzandosi di trovarle nuovi oggetti
di soddisfazione, nuove scene di godimento.
Non si accontenta di ignorare le contraddizioni,
ma s'impegna, ancor più attivista, a superarla,
assorbirla, portarla all'interno di forme
unitarie, omogenee, totalizzanti. Infine,
non esitando a recuperare, raccogliere
e sfruttare i lasciti del passato, l'arcaico
e l'originario, li coinvolge in un movimento
che attraversa il presente, raggiunge
il futuro e s'immerge nell'eternità. Nella
relazione che cerchiamo qui di delineare
fra inconscio e utopia, sono prima di
tutto le caratteristiche dell'inconscio
che servono a chiarire la struttura dell'utopia.
Ma è altrettanto valido l'inverso: il
testo utopico, per poco che siano assicurati
i suoi legami e la sua continuità con
l'inconscio, contribuisce a situarlo sotto
una luce più sorprendente, più complessa,
più "dialettica" di quanto si voglia ammettere.
Il desiderio di utopia, nella sua molla
essenziale, sarebbe desiderio di superare
tutte le fratture, le separazioni, le
esclusioni costitutive della condizione
umana e della sua relazione con il mondo,
comprese nei sistemi di divisione e nei
giochi di scissione fra dentro e fuori,
notte e giorno, minerale e vivente, razionale
e irrazionale, individuale e sociale,
corpo e anima, bene e male, detto e non
detto. La costruzione utopica è uno sforzo
per impadronirsi, preservando pur nel
diniego la loro coloritura libidinale,
di questi fattori e dati separati e conflittuali,
"infiltrarli", imbarcarli e portarli con
sé in qualche fantastico viaggio: un prevedibile
e imprevedibile imbarco per Citera o per
l'Inferno.
Funzione
d'irreale, irrealizzazione surreale
In
questo nocciolo duro inconscio del desiderio
di utopia risiede la forza principale
di resistenza alla realtà. Per simmetria
con la "funzione del reale" cara alle
psicologie della coscienza e alla psichiatria
normativa, o confrontandovisi, l'utopia
potrebbe assumere una funzione d'irreale,
che miri non tanto alla realizzazione,
quanto all'irrealizzazione, e che apre
la via al surreale. Si ritiene la "funzione
del reale" (in quanto coscienza e valutazione
attiva, ragionata, operativa ed efficace
degli oggetti costitutivi del mondo esteriore,
e anche di bisogni, relazioni, movimenti
e altri dati esterni) come una delle espressioni
più fini e preziose dell'attività psichica.
Strutture cerebrali altamente sviluppate
ne costituirebbero il supporto. In questa
prospettiva, il fatto di distaccarsi dal
reale o di voltargli le spalle sarebbe
segno di una posizione regressiva e arcaica,
sintomo di carenza e di alienazione. Vedendosi
rifiutata ogni consistenza specifica,
l'irreale non sarebbe quindi se non il
negativo, l'esser-meno, deplorevole, di
un reale unico reale. Si possono vedere
le cose diversamente. Si osserverà subito
che la nozione stessa di reale, che dovrebbe,
per definizione, imporsi sovranamente
e senza appello, risulta confusa, relativa,
arbitraria, contestata. Il suo uso è impregnato
e quasi inseparabile da un'ideologia realista,
ossia da una metafisica che valorizza
ed esalta la "realtà" in modo tale che
questa, qualunque sia il suo peso e la
sua insistenza, conta meno, in ultima
istanza, del processo stesso di valorizzazione.
Lungi dal guadagnarci a essere così esaltata,
la "realtà" in quanto tale (per quanto
questa espressione abbia ancora un senso)
si ritrova spiazzata o deformata, in una
situazione di relegazione e spesso di
decadimento. In ogni caso, se si ammette
comunque che possa esistere, a dispetto
di tutto, un nocciolo irriducibile di
realtà, una realtà ridotta a qualche dato
intangibile, una simile realtà costituirebbe
per l'essere umano una costrizione opprimente;
sarebbe sinonimo di necessità, di fatalità:
prenderebbe l'umanità alla gola, imponendole,
senza scappatoie e senza vie d'uscita,
il suo giogo fatale. E questo, allora,
equivale a dire quanto sia davvero vitale,
per l'uomo, poter far giocare una funzione
d'irrealtà, poter opporre, al dominio
implacabile di un reale schiacciante,
un processo, una procedura capace di tenere
a distanza il reale, di allentare la sua
presa e di metterla fra parentesi: il
tempo almeno, per l'uomo, di riprender
piede, riprender fiato, riprendersi. Si
eserciterebbe così, nelle costruzioni
utopiche, la funzione dell'irreale: scinde,
distacca, svincola, libera l'uomo dalla
stretta insopportabile della realtà, rimettendolo
in contatto con le sue energie più intime,
per restituirlo a se stesso e assicurare
all'umanità uno spazio più libero per
un respiro più ampio. I termini "reale"
e "irreale", oltre al fatto che serbano
sempre qualcosa di vago e di relativo,
tendono a presentare come fisse e stabili
tanto la realtà quanto l'irrealtà. Sembrano
designare dei dati o degli stati più o
meno fissi e che si escludono l'un l'altro,
in un'opposizione inflessibile. Si sa
che le cose non stanno mai così. Sarebbe
quindi più pertinente e appropriato parlare
di "realizzazione", di "irrealizzazione",
di "derealizzazione", intendendo con ciò
dei processi sempre in corso, antagonisti
e complementari al tempo stesso, che gravitano
l'uno attorno all'altro in un gioco complicato,
a volte pazzesco, d'intrecci e di scioglimenti.
Il soggetto costruisce e decostruisce
continuamente la realtà, che non è mai
acquisita e mai persa. Gli oggetti del
mondo, sotto l'apparenza di essere lì,
sono sempre da ricostruire. Compito faticoso,
precario, sfibrante, interminabile: un
macigno di Sisifo che la minima distrazione,
il minimo rilassamento fa di nuovo rotolare
in una caduta disastrosa. Ma nello stesso
tempo, gli oggetti sono sempre da disfare,
perché l'uomo possa in qualche misura
distaccarsene, sottometterli a sé, perché
possa, almeno, preservare il proprio spazio,
assicurare, di fronte all'oggetto sempre
invadente, la propria posizione di soggetto
autonomo. La funzione d'irrealtà affidata
all'utopia sarebbe quindi legata alla
soggettività: il luogo dell'utopia (indefinitamente
definita come "non luogo", "nessun posto")
è il luogo stesso della soggettività o,
più precisamente, della soggettivazione,
del lavoro di costruzione, di elaborazione,
di rifacimento, d'ingrandimento (tutti
aspetti combinati fra di loro) del soggetto
umano. Bisogna quindi pensare che la realizzazione
e il reale propri del soggetto passino
obbligatoriamente attraverso una derealizzazione
e un irreale dell'oggetto? Che si abbia
a che fare con una sorta di conflitto
radicale in cui ciascuno dei due, soggetto
o oggetto, cerca d'imporre la propria
legge, di uscire vincitore da un confronto
implacabile? Vorrebbe dire confermare
e ribadire un'ideologia realista, nella
quale realismo e spiritualismo, come i
due compari Peppone e don Camillo, si
dividono i compiti, il terreno e i benefici.
Ma sarebbe possibile superare questa divisione
tradizionale andando a vedere, ancora,
sul versante dell'inconscio e della sua
produzione utopica. Si potrebbe usare,
in questo caso, l'immagine dei vasi comunicanti,
in cui quando il livello sale in un vaso,
scende nell'altro, e viceversa. L'immaginazione
utopica, che attinge a un inconscio poco
preoccupato di contraddizione e misura,
fa invece balenare ai nostri occhi un
gioco di vasi comunicanti distribuito
diversamente e fatto in modo che, fuori
dalla logica, i livelli si alzino o si
abbassino insieme, in modo solidale; come
per dimostrare, al di là o al di qua di
ogni razionalità, un'ineliminabile comunità
di destino. Apparirà allora che la soggettività
(ossia il lavoro di istituzione del soggetto
umano, il luogo e la forma specifica del
suo avvento) si afferma e si sviluppa
nella proporzione in cui l'oggetto, dal
suo canto, coglie una realtà più forte,
acquista quel di più di reale che, paradossalmente,
gli arreca il processo di derealizzazione
che il soggetto gli infligge per proteggersi.
Inversamente, la soggettività sarebbe
deficitaria quando anche l'oggetto vien
meno, si trova in una situazione di perdita,
non offre una buona presa, e sfugge al
processo di derealizzazione condotto dal
soggetto. Quest'ultimo, di conseguenza,
è decisamente rinviato a se stesso e rafforzato
nel suo processo di soggettivazione nella
misura in cui si confronta con la solida
realtà dell'oggetto. Una relazione così
insolita, che tuttavia sarebbe confermata
da un'attenta osservazione, ci porta nei
paraggi del surrealismo, che, più di ogni
altro movimento, si è dedicato a esaltare
nell'utopia una funzione di surreale.
Si è osservato più di una volta che le
costruzioni utopiche assumevano uno stile
surrealista, nel senso banalizzato, se
non addirittura triviale, del termine,
in cui l'accento è messo, sbrigativamente,
sulla fantasia, il bizzarro, lo sconcertante.
Ma il surrealismo potrebbe essere richiamato
per ragioni più valide. Affida infatti
un ruolo privilegiato sia all'utopia (Ode
a Charles Fourier, di André Breton) che
all'inconscio (riferimenti e richiami
alla psicoanalisi) e fa appello con eguale
ardore all'uno e all'altra: vasi comunicanti
che si alzano insieme. Con il surrealismo,
lo spirito di utopia (ma in questo caso,
senza alcun dubbio e più che mai, bisogna
dire inconscio di utopia) ha perseguito,
nell'epoca contemporanea, i suoi percorsi
più ragionati e più emozionanti. Il surrealismo
vuole una ragione più alta e vibrante,
e questa guadagna in altezza solo in proporzione
del proprio radicamento in un inconscio
che non la rifiuta e non la rinnega, ma
al contrario la nutre e la sospinge: ragione
"libidinale", "desiderante", satura di
affettività, che si potrebbe definire
anche come "poetica", un'emozionante razionalità
che, per innalzare le sue utopie di scrittura,
sa raccogliere erotiche fioriture d'immagini.
Razionalità, immaginazione, passione,
eros, rivoluzione, poesia e scrittura:
mescolando e collegando questi potenti
complici in un inconscio riflettente,
il surrealismo promuove una funzione del
surreale grazie alla quale ragione e inconscio
possono, in un'utopica e non orwelliana
Oceania, prendere il largo.
Traduzione
di Alberto Panaro
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