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IL
SEME SOTTO LA NEVE
INTERVISTA A COLIN WARD
di
Francesco Codello
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L'anarchismo
ha senso nel ventunesimo secolo? Le sue
idee fondanti sanno dare risposte convincenti
di fronte a una società che cambia a velocità
sempre più elevata? Le domande esistenziali,
sociali, culturali, organizzative che
si pone l'uomo del terzo millennio quanto
possono riconoscersi nell'anarchismo?
E, infine, lo stesso anarchismo quanto
deve trasformarsi per essere coerente
con se stesso in una situazione profondamente
mutata? Quanto deve saper perdere del
suo passato per essere capace di progettare
una futura società fondata sulla libertà?
Domande complesse, però se l'interlocutore
di Libertaria è Colin Ward il problema
può essere affrontato con maggiore facilità.
Come mai? Perché Ward rappresenta, con
la sua opera investigativa, l'esempio
dell'intellettuale impegnato nelle questioni
sociali, il ricercatore e sperimentatore
mai pago dei risultati raggiunti. Insomma,
un utopista che non si ferma a contemplare
il "radioso avvenire", ma vuole trasfondere
la sua utopia nella quotidianità. Nato
nel 1924, Ward ha percorso le rotte principali
della cultura moderna alla ricerca di
risposte libertarie in vari ambiti della
vita sociale e lo ha fatto seguendo un
metodo completamente empirico, applicando
gli insegnamenti di quello che può essere
considerato il suo principale maestro:
Pëtr Kropotkin. Già nel 1947 lo troviamo
nella redazione di Freedom, giornale anarchico
londinese fondato proprio da Kropotkin,
dove è rimasto fino al 1960. Nel 1961
ha fondato, e diretto fino al 1970, il
mensile Anarchy, che ha rappresentato,
nel panorama dell'editoria, non solo anglosassone,
un esempio riuscito di pragmatico e disincantato
confronto dell'anarchismo con le più interessanti
acquisizioni scientifiche, sociali, culturali
moderne. Per fare emergere il libertarismo
che comunque si manifesta già oggi nonostante
la "società del dominio". La ricerca di
Ward è focalizzata proprio su come la
società possa produrre (e spesso produca)
proposte e risposte alternative a quelle
dominanti. Fin dagli anni Settanta Ward
ha pubblicato libri che spaziano dall'educazione
all'urbanistica, ma legati da una comune
convinzione, cioè il fulcro del suo pensiero:
l'anarchia è la più efficace forma di
organizzazione sociale. Non è un'organizzazione
ipotetica ma una vivente realtà sociale.
Una realtà che è sempre esistita e tuttora
esiste, come "seme sotto la neve", pur
schiacciata dall'oppressione della gerarchia,
dello stato e del capitalismo. Ward sostiene
queste sue tesi fin dal 1973, anno di
pubblicazione di quello che è ormai diventato
un classico del pensiero anarchico: Anarchy
in action (La pratica della libertà, Elèuthera,
Milano, 1996). Lo fa avvalendosi di una
notevole mole di fonti e argomenti tratti
da diverse discipline scientifiche come
sociologia, antropologia, cibernetica,
economia, psicologia e pedagogia, ma anche
da esperienze tratte dal campo della pianificazione
urbanistica, dall'architettura, dall'organizzazione
del lavoro, dalla dimensione ludica. Gran
parte dei suoi libri si occupano dei modi
"non ufficiali" utilizzati dalle persone
per rimodellare l'ambiente, sia rurale
sia urbano, secondo le proprie necessità
o bisogni. Ecco perché si è occupato di
vandalismo, di orti urbani, di autocostruzione,
di occupazione di case, ma soprattutto
di educazione. Ha scritto anche libri
per bambini su tematiche come il lavoro,
la violenza e l'utopia (pubblicati dalla
Penguin Education, dal 1973 al 1976).
Numerosi sono i suoi saggi e articoli,
alcuni dei quali pubblicati in italiano
sul trimestrale Volontà e sul mensile
A rivista anarchica. Suoi contributi sono
apparsi anche su testate nazionali inglesi
come New Statesman & Society, su People
& Ideas, su The Guardian. In lingua italiana,
oltre al già citato libro, sono apparsi:
Dopo l'automobile (Elèuthera, Milano,
1992); La città dei ricchi e la città
dei poveri (E/O, Roma, 1998) che raccoglie
le conferenze tenute da Colin Ward come
visiting professor alla London School
of Economics nel 1996; Il bambino e la
città (L'Ancora del Mediterraneo, Napoli,
2000). Attualmente vive nel Suffolk e
continua la sua attività editoriale. Ma
i suoi indubbi meriti in ambito intellettuale
e anarchico non possono competere con
la sua straordinaria umanità.
Il
1989 rappresenta il simbolo della rottura
definitiva della continuità, la discontinuità
con il secolo ventesimo. La caduta del
muro, oltre che svelare la fine irreversibile
del comunismo di stato, mette in crisi
anche le società social-democratiche ed
evidenzia il trionfo del capitalismo.
L'anarchismo come reagisce a questo evento,
come può evitare di essere coinvolto in
questa "caduta" del socialismo?
Una
delle cose più interessanti della caduta
del muro e del crollo dell'impero sovietico
è il fatto che non fosse prevista da nessuno
e neppure si poteva pensare che avvenisse
così rapidamente. L'anarchismo come reagisce
alla fine dello stato comunista? Gli anarchici
possono sicuramente vantare che la natura
del regime sovietico era stata preannunciata
in modo preciso da Michail
Bakunin nella sua polemica con Karl
Marx nel 1870-1873, e da Kropotkin nelle
sue lettere a Lenin nel 1920. Una di quelle
lettere termina così: "Una cosa è certa.
Anche se una dittatura di partito fosse
il giusto mezzo per assestare un colpo
al sistema capitalista (anche se ho forti
dubbi), è certamente dannosa per la costruzione
di un nuovo sistema socialista. Ciò che
è necessario e di cui vi è bisogno è di
istituzioni locali, forze locali. Ma non
ve ne sono, da nessuna parte. Invece,
da qualunque parte si osservi, ci sono
persone che non hanno mai conosciuto nulla
della realtà, commettendo, in questo modo,
i più atroci errori, errori pagati con
migliaia di vite e con la devastazione
di interi distretti". Quando gli anarchici
attivisti, per esempio Emma Goldman e
Alexander Berkman, cercarono di pubblicare
in Occidente la verità sull'Unione Sovietica,
furono osteggiati dall'intellighenzia
di sinistra che preferiva tenere nascosta
la verità. Lo stesso George Orwell incontrò
difficoltà nel trovare un editore per
La Fattoria degli animali nel 1944. Senza
dubbio la rivoluzione bolscevica ebbe
un effetto disastroso sui movimenti socialisti
nel resto del mondo, dividendoli tra i
portavoce della politica dei bolscevichi
e quelli che preferivano ragionare con
la loro testa. Non solo gli anarchici
dell'impero sovietico, ma anche quelli
delle altre nazioni furono vittime della
politica estera di Stalin. Ormai questa
è storia. L'attuale "trionfo del capitalismo"
nell'Europa occidentale non è il risultato
della caduta del muro ma della globalizzazione
del mercato. Industriali britannici, francesi,
tedeschi o italiani possono comprare il
lavoro degli operai in Cina, Malesia,
Vietnam o Indonesia sempre più a buon
mercato, a una frazione del costo della
manodopera dell'Occidente e senza che
migliori condizioni di lavoro siano sostenute
da generazioni di sindacati. C'è un ulteriore
aspetto del trionfo del capitalismo. Kropotkin,
nel suo saggio del 1887 sul Comunismo
anarchico, vide attraverso la sua visione
ottimista, che la tendenza crescente della
società moderna andava proprio verso il
comunismo, il libero comunismo, nonostante
lo sviluppo apparentemente contraddittorio
dell'individualismo. Egli pensava che
questa tendenza stesse continuamente affermandosi
e continuando a farsi strada nella vita
sociale. Scrive ancora Kropotkin: "Musei,
biblioteche libere, scuole pubbliche libere,
parchi e luoghi di ricreazione, strade
pavimentate e illuminate, liberamente
usate da tutti, acqua fornita a tutte
le abitazioni private, con una crescente
tendenza a trascurare l'esatta quantità
che viene usata da ciascun individuo;
il sistema tramviario e ferroviario che
ha già iniziato a introdurre l'abbonamento
o la tassa unica e che sicuramente andrà
oltre su questa linea quando non ci saranno
più proprietà private…". Ebbene, questo
elenco di servizi pubblici così prosaico
è interessante se si pensa che un secolo
dopo, il governo britannico di Margaret
Thatcher, cominciò ad applicare "i valori
di mercato" agli aspetti della vita nei
quali il suo partito aveva precedentemente
accettato il socialismo spontaneo della
società civile. Per esempio chiese che
venisse pagata l'entrata ai musei pubblici,
vendette l'industria dell'acqua a imprese
private e vendette il sistema ferroviario
a chiunque volesse acquistarlo, con il
risultato che le ferrovie britanniche
sono diventate tra le meno affidabili
e le più costose d'Europa. Chiunque si
rende conto di come il linguaggio delle
facoltà di economia e commercio e del
mercato sia entrato nel vocabolario dell'organizzazione
sociale. E tutto questo rende più difficile
il nostro compito di propagandisti anarchici.
Molto più difficile di quanto lo fosse
un secolo fa, quando militanti come Kropotkin
ed Errico Malatesta potevano estrapolare
il loro discorso anarchico anche dall'esperienza
comune. Purtroppo il culto del mercato
continuerà perché ha ampliato il divario
fra i ricchi e i poveri.
Quali
sono ancora oggi i valori e i punti irrinunciabili
e fermi dell'idea anarchica? Questi valori
sono propri dell'anarchismo oppure sono
universali? Ma l'anarchismo così come
si è definito nel corso di questi ultimi
centocinquant'anni è un'ideologia universale,
oppure è semplicemente il prodotto di
un'epoca storica e un contesto geografico?
Come
tutti sappiamo, ci sono una varietà di
interpretazioni della parola anarchismo,
cercherò comunque di dare una definizione
che sia abbastanza ampia per includerne
diverse. Vorrei sottolineare che in tutte
le scelte della nostra vita sociale, in
famiglia, nella comunità locale, nel lavoro,
nel tempo libero, nelle comunicazioni,
nei trasporti e nelle arti, ci sono una
varietà di soluzioni. L'anarchico è una
persona che di solito ricerca, sceglie
ed è a favore di soluzioni libertarie
opposte a quelle autoritarie. I valori
che io vorrei descrivere come anarchici
sono sostenuti da un grande numero di
persone che non si ritengono anarchiche,
così vorrei felicemente considerarli come
universali, e il più importante fra tutti
è la fiducia nell'aiuto reciproco, alla
base della vita sociale umana, anche se
la competizione rimane la caratteristica
dominante. L'anarchismo così come si è
sviluppato è il prodotto della sua storia
e geografia. Deriva dal liberalismo dell'Illuminismo
del diciottesimo secolo e dal socialismo
dell'Europa del diciannovesimo secolo.
Così ha in comune con il primo di questi
la fiducia nella perfettibilità umana
e con il secondo la convinzione che una
"lotta finale" rivoluzionaria metterebbe
fine allo sfruttamento e al governo dell'uomo
sull'uomo. Tuttavia non ho mai incontrato
un anarchico moderno che sostenga queste
tesi semplicistiche. Storici anarchici
come Max Nettlau ed etnografi anarchici
come i fratelli Réclus hanno cercato di
dimostrare che l'anarchismo non era semplicemente
un prodotto dell'Europa del diciannovesimo
secolo, scoprendo idee anarchiche anche
fra culture tradizionali di molte parti
del globo, dall'antica Cina all'Africa
tribale. Sono anche consapevole che negli
Stati Uniti, la parola "libertario" è
stata assunta dai sostenitori di un'economia
di mercato senza limitazioni. E questo
avviene in una nazione in cui il 5 per
cento delle famiglie possiede più di quanto
possiede il rimanente 95 per cento. Per
di più gli Stati Uniti hanno una percentuale
più alta di popolazione carceraria rispetto
a qualsiasi altro stato di cui abbiamo
le statistiche.
Schematizzando:
esistono due tendenze diverse nella tradizione
anarchica rispetto alla lettura della
storia sociale. Una mette l'accento maggiormente
sulla capacità dello stato e del dominio
organizzato di trasformare le rivolte
e le contestazioni in nuove tecniche più
aggiornate del potere, l'altra è più disposta
a cogliere i progressi sociali, generalmente
intesi, e vedere nell'allargamento di
maggiori spazi di libertà e giustizia
sociale, una conquista comunque positiva.
Dalle due consegue una diversa interpretazione
storica e ideologica della democrazia
liberale. Chi, nel primo caso, tende a
vederla come la forma più astuta di dominio,
peggio anche dei sistemi totalitari, chi,
nella seconda lettura, privilegia comunque
gli spazi di libertà che in essa esistono.
L'anarchismo in quanto insieme di valori
radicalmente diversi da quelli delle società
finora esistite, è per sua natura rivoluzionario,
anche se oggi non ha più senso, nel contesto
occidentale, considerarlo insurrezionalista.
Può l'anarchismo del ventunesimo secolo
definirsi ancora rivoluzionario ed eventualmente
in che senso e con quali modalità?
Sono
uno di quegli anarchici che preferiscono
vivere in una democrazia liberale e che
si è rallegrato quando la stampa anarchica
è riapparsa in Spagna, Russia e Argentina.
Questo non significa che io mi illuda
sul sistema di potere delle democrazie
liberali. Credo anche che gruppi di minoranze,
come gli anarchici, possano avere un'influenza
al di là del loro numero. Nel mio libro
La pratica della libertà affermai che
"Una nuova fiducia in se stessi, la rivendicazione
del diritto a esistere con le proprie
caratteristiche, si è diffusa nei gruppi
sociali sottoposti a forme particolari
di discriminazione. Già lunga è la lista
dei movimenti di liberazione: neri, donne,
omosessuali, carcerati, persino bambini
ed è destinata ad allungarsi man mano
che la gente si renderà conto che la società
in cui vive è organizzata in modo da negare
a tutti i diritti più elementari". Sarebbe
troppo drammatico descrivere il movimento
anarchico moderno in Occidente come insurrezionale,
tuttavia le aspirazioni e le richieste
dell'anarchismo oggi sono così lontane
dal capitalismo di mercato nel quale credono
i politici di destra e di sinistra, che
le dobbiamo descrivere come rivoluzionarie.
Ogni incontro mondiale (Wto, Ocse, Banca
mondiale e Fondo monetario internazionale)
negli ultimi anni, a Londra, Seattle,
Praga, Nizza, è stato assediato e interrotto
da dimostrazioni all'interno delle quali
non è mancata la presenza anarchica. Il
fatto che io menzioni queste opposizioni
puramente simboliche all'economia globale
capitalistica, indica quanto lontani siamo
dall'influenzare il clima politico. È
comunque importante ricordare che tutti
i movimenti socialisti che criticarono
gli anarchici per un secolo per la loro
mancanza di realismo pratico, sono esattamente
nella stessa posizione degli anarchici
oggi. Si pensi alla forza opprimente che
le idee marxiste hanno tenuto per decenni
sull'intellighenzia accademica europea.
Autorganizzazioni popolari e cooperative
riemergeranno come ideale politico e gli
anarchici dovranno essere pronti con una
teoria e pratica convincente.
Tu
sostieni (e lo fai da tanto tempo) che
l'anarchismo è come "un seme sotto la
neve": cova all'interno delle società
e si manifesta in molteplici forme ed
espressioni spontanee e variegate. È chiaro
il tuo riferimento al pensiero di Kropotkin:
il recupero di una tradizione illuministica
dell'anarchismo. A che cosa serve, se
serve, dare a queste espressioni un senso
di appartenenza comune, uno stesso sentire
e riconoscersi parte di un progetto più
ampio?
Ogni
insegnante accresce la conoscenza che
il suo studente già possiede. Di conseguenza
per i propagandisti anarchici è importante
attirare l'attenzione su quegli elementi
di libertà, cooperazione volontaria che
esistono in ogni nazione. L'anarchismo
prevede l'espansione di questi elementi
all'intera vita sociale e produttiva.
Penso sia importante per gli anarchici
enfatizzare l'esistenza di un anarchismo
"diffuso" e "sotterraneo". Primo perché
il fenomeno è più ampio di quanto credano
gli stessi anarchici, poi per poter meglio
mettere in evidenza i falsi della propaganda
governativa. Faccio un esempio: in Gran
Bretagna i partiti politici, sia di destra
sia di sinistra, rivendicano questo territorio
come proprio. Il governo di Margaret Thatcher
dichiarò che stavano "arretrando le frontiere
dello stato". Mentiva: il suo governo
imponeva un controllo centrale sull'amministrazione
locale ancora più rigido di qualsiasi
precedente governo britannico. Il governo
di Tony Blair fece lo stesso genere di
dichiarazione alla "società civile", facendo
intendere che quegli elementi non-capitalistici
dell'organizzazione sociale non sono controllati
dal governo centrale. A questo punto è
importante enfatizzare come l'elemento
di aiuto reciproco familiare nella vita
quotidiana è un modello per gli anarchici
e non esiste nei programmi dei partiti
politici.
Il
processo di globalizzazione economica
ha portato con sé anche un pensiero unico,
quello proprio della tradizione occidentale
e capitalista. Sia il pensiero liberale
e l'economia di mercato sia la tradizione
socialista hanno sempre sostenuto, in
teoria e nei fatti, la necessità di un
internazionalismo generalizzato, che superi
e contempli da un lato il liberismo economico,
dall'altro il socialismo universale. L'anarchismo
come si può porre rispetto a queste questioni?
L'anarchismo è relativista o pluralista?
La
tua domanda evidenzia una particolare
ironia. Furono i movimenti della sinistra:
il socialismo e l'anarchismo a mettere
in rilievo la solidarietà globale. È stata
l'economia di mercato della destra a garantire
la possibilità di acquistare nei negozi
europei prodotti meno costosi grazie allo
sfruttamento della manodopera in Africa,
Asia o America latina. Tuttavia è l'internazionalismo
della sinistra a sostenere che questa
è una situazione temporanea e il libero
movimento del popolo così come quello
dei prodotti è inevitabile in un mondo
di comunicazioni immediate. Per quanto
riguarda la distribuzione globale della
produzione industriale, immagino che gli
anarchici siano propensi a prediligere
la produzione locale per soddisfare i
bisogni locali rispetto al trasporto a
grande distanza di prodotti agricoli e
manufatti, caratteristica dell'economia
capitalista. Infine, "relativismo e pluralismo":
la tradizione anarchica alla quale noi
apparteniamo ha le sue origini nella storia
europea, ma incontriamo forme equivalenti
in tutto il mondo. Per esplicitare questa
tradizione diversificata, basta ricordare
quanto dice Malatesta: "noi siamo, in
ogni caso, soltanto una delle forze che
agiscono nella società, e la storia avanzerà
come sempre, in direzione dei conseguenti
risultati di tutte le forze in campo".
Quali
possono essere le possibilità di affermare
e diffondere una cultura della partecipazione
diretta alla formulazione delle decisioni,
al rispetto e all'agibilità del dissenso,
alla molteplicità della sperimentazione
sociale e individuale?
Quando
ero un giovane propagandista anarchico,
il governo laburista del dopoguerra introdusse
in Gran Bretagna l'assistenza sanitaria
nazionale, e un vasto programma per l'edilizia
e l'assicurazione nazionale. E allora
la gente mi avrebbe potuto replicare:"La
tua immagine dello stato come macchina
tirannica e oppressiva è folle, perché
non tiene conto della sua funzione principale:
fornire sicurezza e benessere ai suoi
cittadini". C'erano due modi di rispondere
a questa obiezione: il primo era di attirare
l'attenzione sulle origini del benessere
sociale basato sulla solidarietà popolare.
(Questo è il contenuto del dodicesimo
capitolo del mio libro La pratica della
libertà). La seconda risposta era osservare
l'amaro resoconto di Kropotkin (in La
scienza moderna e l'anarchia) dove sostiene
che saremo costretti a trovare nuove forme
di organizzazione per le funzioni sociali
cui lo stato adempie tramite la burocrazia
e che "finché non si farà ciò, nulla cambierà".
Ho cercato di applicare questo consiglio
al settore che meglio ho conosciuto: l'edilizia.
In Gran Bretagna negli anni Sessanta,
quasi un terzo della popolazione viveva
in case o appartamenti di proprietà dello
stato e presi in affittato dalle autorità
locali. Nella rivista Anarchy e successivamente
nel mio libro Tenants taken over ho analizzato
la trasformazione dell'edilizia pubblica
in cooperative di inquilini. In una certa
misura questo effettivamente accadde (nel
1970 c'erano solo due cooperative di affittuari
in tutta la Gran Bretagna; oggi ce ne
sono forse duemila). Ma una buona parte
delle abitazioni pubbliche è passata sotto
il controllo di organizzazioni non a fini
di lucro, non controllate dagli affittuari.
Questi sforzi erano senza dubbio un tentativo
di "diffondere una cultura della partecipazione
diretta nel processo decisionale". Ci
sono molti altri aspetti della vita sociale
quotidiana che richiederebbero sperimentazione
anarchica. Per esempio: il controllo e
l'amministrazione dell'assistenza sanitaria.
In
un articolo dal titolo What will anarchism
mean tomorrow? (apparso sulla rivista
londinese Freedom il 6 marzo 1993) di
fronte alla diffusione delle concezioni
fondamentaliste sostieni che spesso diventa
inevitabile difendere lo stato moderno,
in quanto comunque "meno" opprimente di
quello teocratico. Anche gli anarchici
in determinate circostanze storiche e
specifici contesti culturali e sociali
dovrebbero, allora, difendere gli spazi
di libertà democratiche delle attuali
società statuali?
Non
mi sono mai sentito in grado di dire agli
altri anarchici come devono comportarsi,
ma il dilemma che cito è presente in varie
parti degli Stati Uniti dove viene difeso
lo stato moderno contro i Cristiani Rinati
(Born Again), o per gli anarchici in Israele
che difendono lo stato dal giudaismo ultra-ortodosso,
o per gli anarchici egiziani che si difendono
contro il fondamentalismo islamico, o
per gli anarchici indiani che difendono
lo stato secolarizzato contro l'estremismo
induista. Ho voluto evidenziare che, come
altre persone non religiose e non nazionalistiche,
non abbiamo idea di come frenare questi
fenomeni indesiderati. Attacchiamo il
revival religioso, con il rischio di alimentare,
piuttosto che ridurre, il suo potere.
Non ho ancora trovato una risposta a queste
domande. Ma ho il sospetto che dietro
alla tua domanda ci sia una preoccupazione
per la questione del compromesso. Questo
non mi ha mai disturbato eccessivamente,
perché ogni giorno tutti noi facciamo
compromessi con la società in cui viviamo
e con le sue regole. (Infatti, se si considerano
i meccanismi quotidiani di una ipotetica
società libertaria, scopriremmo che il
compromesso fra opposte visioni sarebbe
il suo principio guida). Un vecchio anarchico
inglese mi ha raccontato il suo rapporto
con un ispettore delle imposte che gli
mandava un modulo da completare ogni anno.
Lui forniva ogni dettaglio delle sue entrate
e cercò più volte di convincere l'ispettore
a visitarlo personalmente per discutere
la questione. Naturalmente il suo reddito
era talmente basso da non meritare la
considerazione dell'ispettore; egli comunque
mi sottolineò che il tipo di persona che
froda il fisco è, secondo lui, anche il
tipo di persona che renderebbe impossibile
una società anarchica.
Finora,
sostieni sempre nel citato articolo, che
l'anarchismo è stato, anche quando non
europeo, fondamentalmente eurocentrico.
Quali tracce vedi di un anarchismo contemporaneo
di diversa etnia culturale?
Dal
momento che i primi propagandisti anarchici,
come Kropotkin ed Elisée Réclus, furono
per caso geografi ed etnologi, ci fu una
precoce scoperta dell'esistenza del pensiero
anarchico in culture non europee. Sarebbe
difficile affermare che l'anarchismo contemporaneo
influenza le culture non europee, ma con
la globalizzazione della cultura, la maggior
parte di noi ha qualche idea dell'esistenza
di idee anarchiche taoiste e buddiste
dal lontano Est e di tradizioni anarchiche
indiane nel movimento conosciuto come
Sarvodaya, e dei movimenti contemporanei
in America latina, noti come "basismo".
Quali
pensatori consideri tuttora validi per
comprendere in senso libertario l'evoluzione
della società?
Io
sono nato nel 1924 e sono stato influenzato
soprattutto dagli anarchici classici,
come Kropotkin, e da alcuni pensatori
non propriamente anarchici, come Alexander
Herzen del diciannovesimo secolo e da
Martin Buber e Isaiah Berlin del ventesimo
secolo. L'anarchico del ventesimo secolo
più vicino alle mie idee è stato Paul
Goodman. Appartengo a una generazione
per la quale la parola stampata è stata
il più importante mezzo di propaganda
e mi stupisce davvero scoprire che scrivo
per la stampa anarchica britannica dal
1943. Tuttavia, sono sicuro che la mia
propaganda è stata più efficace quando
ho avuto l'opportunità di scrivere per
la stampa non anarchica. Fui infatti invitato
a scrivere un articolo ogni settimana
nel New Society dal 1978 fino al 1988
e poi fino al 1996 su New Stateman & Society.
Tu
hai affermato che probabilmente nel ventunesimo
secolo l'anarchismo, potrà essere chiamato
con altri nomi, definito con altre espressioni,
colto in altre manifestazioni: che cosa
intendi dire?
Volevo
mettere in risalto che secondo il mio
punto di vista l'anarchismo non è un tipo
di utopia, ma un modello di organizzazione
sociale e sottolineavo questa osservazione
di Paul Goodman: "una società libera non
può essere realizzata sostituendo un ordine
nuovo a quello vecchio, ma piuttosto con
l'ampliamento delle sfere di azioni libere
fino a che esse vengano a costituire il
fondamento della vita sociale". Essendo
così, è probabile che l'anarchismo sarà
reinventato da persone che non hanno alcuna
conoscenza della tradizione a cui, in
teoria, appartengono.
Che
rapporto c'è tra l'ecologismo, l'ecologia
sociale e l'anarchismo del futuro?
C'è
un rapporto molto stretto. Quando Fields
Factories and Workshops (Campi fabbriche
e officine) di Kropotkin (il suo manuale
per una società ecologicamente vitale)
fu ristampato nel 1919, il libro conteneva
una nota introduttiva che sottolineava
questo: "Si richiede una nuova economia
nelle energie usate per provvedere ai
bisogni della vita umana, poiché questi
bisogni stanno aumentando e le energie
non sono inesauribili". Questa è un'osservazione
molto insolita intorno ai problemi ambientali
nella letteratura socialista di quei tempi.
Fra gli anarchici moderni mi rallegro
del fatto che la voce di Murray Bookchin
sia presente nel movimento ambientalista
americano che conduce una campagna per
l'"ecologia sociale", opposta all'"ecologia
profonda", propria di persone che preferiscono
i loro sentimenti mistici ai problemi
che affrontano i loro simili. Il futuro
dell'anarchismo è legato alla sua consapevolezza
ambientalista.
Se
tu dovessi spiegare a un essere di un
altro pianeta che cos'è l'anarchia, cosa
gli diresti?
Il
mio primo sforzo sarebbe quello di persuadere
il mio ospite a dividere il pasto con
me, mi è sempre stato detto che il primo
gesto che le popolazioni nomadi compiono
verso gli estranei è quello di metterli
a proprio agio spiegando che la parola
"compagni" significa persone che dividono
il pane con te. Il secondo passo sarebbe
quello di spiegare che alcuni di noi credono
che la spontanea condivisione dei beni
e dei servizi porta al massimo piacere
per tutti e che se l'ospite fosse disponibile
a partecipare al lavoro della nostra comunità
sarebbe il benvenuto fra noi. Sarebbe
comunque libero di partire, con un avvertimento:
molte comunità sono ostili agli estranei
di diverso colore e potrebbero giudicarlo
come "immigrato illegale" o "emigrante
economico".
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