IL SEME SOTTO LA NEVE
INTERVISTA A COLIN WARD

di Francesco Codello

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L'anarchismo ha senso nel ventunesimo secolo? Le sue idee fondanti sanno dare risposte convincenti di fronte a una società che cambia a velocità sempre più elevata? Le domande esistenziali, sociali, culturali, organizzative che si pone l'uomo del terzo millennio quanto possono riconoscersi nell'anarchismo? E, infine, lo stesso anarchismo quanto deve trasformarsi per essere coerente con se stesso in una situazione profondamente mutata? Quanto deve saper perdere del suo passato per essere capace di progettare una futura società fondata sulla libertà? Domande complesse, però se l'interlocutore di Libertaria è Colin Ward il problema può essere affrontato con maggiore facilità. Come mai? Perché Ward rappresenta, con la sua opera investigativa, l'esempio dell'intellettuale impegnato nelle questioni sociali, il ricercatore e sperimentatore mai pago dei risultati raggiunti. Insomma, un utopista che non si ferma a contemplare il "radioso avvenire", ma vuole trasfondere la sua utopia nella quotidianità. Nato nel 1924, Ward ha percorso le rotte principali della cultura moderna alla ricerca di risposte libertarie in vari ambiti della vita sociale e lo ha fatto seguendo un metodo completamente empirico, applicando gli insegnamenti di quello che può essere considerato il suo principale maestro: Pëtr Kropotkin. Già nel 1947 lo troviamo nella redazione di Freedom, giornale anarchico londinese fondato proprio da Kropotkin, dove è rimasto fino al 1960. Nel 1961 ha fondato, e diretto fino al 1970, il mensile Anarchy, che ha rappresentato, nel panorama dell'editoria, non solo anglosassone, un esempio riuscito di pragmatico e disincantato confronto dell'anarchismo con le più interessanti acquisizioni scientifiche, sociali, culturali moderne. Per fare emergere il libertarismo che comunque si manifesta già oggi nonostante la "società del dominio". La ricerca di Ward è focalizzata proprio su come la società possa produrre (e spesso produca) proposte e risposte alternative a quelle dominanti. Fin dagli anni Settanta Ward ha pubblicato libri che spaziano dall'educazione all'urbanistica, ma legati da una comune convinzione, cioè il fulcro del suo pensiero: l'anarchia è la più efficace forma di organizzazione sociale. Non è un'organizzazione ipotetica ma una vivente realtà sociale. Una realtà che è sempre esistita e tuttora esiste, come "seme sotto la neve", pur schiacciata dall'oppressione della gerarchia, dello stato e del capitalismo. Ward sostiene queste sue tesi fin dal 1973, anno di pubblicazione di quello che è ormai diventato un classico del pensiero anarchico: Anarchy in action (La pratica della libertà, Elèuthera, Milano, 1996). Lo fa avvalendosi di una notevole mole di fonti e argomenti tratti da diverse discipline scientifiche come sociologia, antropologia, cibernetica, economia, psicologia e pedagogia, ma anche da esperienze tratte dal campo della pianificazione urbanistica, dall'architettura, dall'organizzazione del lavoro, dalla dimensione ludica. Gran parte dei suoi libri si occupano dei modi "non ufficiali" utilizzati dalle persone per rimodellare l'ambiente, sia rurale sia urbano, secondo le proprie necessità o bisogni. Ecco perché si è occupato di vandalismo, di orti urbani, di autocostruzione, di occupazione di case, ma soprattutto di educazione. Ha scritto anche libri per bambini su tematiche come il lavoro, la violenza e l'utopia (pubblicati dalla Penguin Education, dal 1973 al 1976). Numerosi sono i suoi saggi e articoli, alcuni dei quali pubblicati in italiano sul trimestrale Volontà e sul mensile A rivista anarchica. Suoi contributi sono apparsi anche su testate nazionali inglesi come New Statesman & Society, su People & Ideas, su The Guardian. In lingua italiana, oltre al già citato libro, sono apparsi: Dopo l'automobile (Elèuthera, Milano, 1992); La città dei ricchi e la città dei poveri (E/O, Roma, 1998) che raccoglie le conferenze tenute da Colin Ward come visiting professor alla London School of Economics nel 1996; Il bambino e la città (L'Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2000). Attualmente vive nel Suffolk e continua la sua attività editoriale. Ma i suoi indubbi meriti in ambito intellettuale e anarchico non possono competere con la sua straordinaria umanità.

Il 1989 rappresenta il simbolo della rottura definitiva della continuità, la discontinuità con il secolo ventesimo. La caduta del muro, oltre che svelare la fine irreversibile del comunismo di stato, mette in crisi anche le società social-democratiche ed evidenzia il trionfo del capitalismo. L'anarchismo come reagisce a questo evento, come può evitare di essere coinvolto in questa "caduta" del socialismo?

Una delle cose più interessanti della caduta del muro e del crollo dell'impero sovietico è il fatto che non fosse prevista da nessuno e neppure si poteva pensare che avvenisse così rapidamente. L'anarchismo come reagisce alla fine dello stato comunista? Gli anarchici possono sicuramente vantare che la natura del regime sovietico era stata preannunciata in modo preciso da Michail Bakunin nella sua polemica con Karl Marx nel 1870-1873, e da Kropotkin nelle sue lettere a Lenin nel 1920. Una di quelle lettere termina così: "Una cosa è certa. Anche se una dittatura di partito fosse il giusto mezzo per assestare un colpo al sistema capitalista (anche se ho forti dubbi), è certamente dannosa per la costruzione di un nuovo sistema socialista. Ciò che è necessario e di cui vi è bisogno è di istituzioni locali, forze locali. Ma non ve ne sono, da nessuna parte. Invece, da qualunque parte si osservi, ci sono persone che non hanno mai conosciuto nulla della realtà, commettendo, in questo modo, i più atroci errori, errori pagati con migliaia di vite e con la devastazione di interi distretti". Quando gli anarchici attivisti, per esempio Emma Goldman e Alexander Berkman, cercarono di pubblicare in Occidente la verità sull'Unione Sovietica, furono osteggiati dall'intellighenzia di sinistra che preferiva tenere nascosta la verità. Lo stesso George Orwell incontrò difficoltà nel trovare un editore per La Fattoria degli animali nel 1944. Senza dubbio la rivoluzione bolscevica ebbe un effetto disastroso sui movimenti socialisti nel resto del mondo, dividendoli tra i portavoce della politica dei bolscevichi e quelli che preferivano ragionare con la loro testa. Non solo gli anarchici dell'impero sovietico, ma anche quelli delle altre nazioni furono vittime della politica estera di Stalin. Ormai questa è storia. L'attuale "trionfo del capitalismo" nell'Europa occidentale non è il risultato della caduta del muro ma della globalizzazione del mercato. Industriali britannici, francesi, tedeschi o italiani possono comprare il lavoro degli operai in Cina, Malesia, Vietnam o Indonesia sempre più a buon mercato, a una frazione del costo della manodopera dell'Occidente e senza che migliori condizioni di lavoro siano sostenute da generazioni di sindacati. C'è un ulteriore aspetto del trionfo del capitalismo. Kropotkin, nel suo saggio del 1887 sul Comunismo anarchico, vide attraverso la sua visione ottimista, che la tendenza crescente della società moderna andava proprio verso il comunismo, il libero comunismo, nonostante lo sviluppo apparentemente contraddittorio dell'individualismo. Egli pensava che questa tendenza stesse continuamente affermandosi e continuando a farsi strada nella vita sociale. Scrive ancora Kropotkin: "Musei, biblioteche libere, scuole pubbliche libere, parchi e luoghi di ricreazione, strade pavimentate e illuminate, liberamente usate da tutti, acqua fornita a tutte le abitazioni private, con una crescente tendenza a trascurare l'esatta quantità che viene usata da ciascun individuo; il sistema tramviario e ferroviario che ha già iniziato a introdurre l'abbonamento o la tassa unica e che sicuramente andrà oltre su questa linea quando non ci saranno più proprietà private…". Ebbene, questo elenco di servizi pubblici così prosaico è interessante se si pensa che un secolo dopo, il governo britannico di Margaret Thatcher, cominciò ad applicare "i valori di mercato" agli aspetti della vita nei quali il suo partito aveva precedentemente accettato il socialismo spontaneo della società civile. Per esempio chiese che venisse pagata l'entrata ai musei pubblici, vendette l'industria dell'acqua a imprese private e vendette il sistema ferroviario a chiunque volesse acquistarlo, con il risultato che le ferrovie britanniche sono diventate tra le meno affidabili e le più costose d'Europa. Chiunque si rende conto di come il linguaggio delle facoltà di economia e commercio e del mercato sia entrato nel vocabolario dell'organizzazione sociale. E tutto questo rende più difficile il nostro compito di propagandisti anarchici. Molto più difficile di quanto lo fosse un secolo fa, quando militanti come Kropotkin ed Errico Malatesta potevano estrapolare il loro discorso anarchico anche dall'esperienza comune. Purtroppo il culto del mercato continuerà perché ha ampliato il divario fra i ricchi e i poveri.

Quali sono ancora oggi i valori e i punti irrinunciabili e fermi dell'idea anarchica? Questi valori sono propri dell'anarchismo oppure sono universali? Ma l'anarchismo così come si è definito nel corso di questi ultimi centocinquant'anni è un'ideologia universale, oppure è semplicemente il prodotto di un'epoca storica e un contesto geografico?

Come tutti sappiamo, ci sono una varietà di interpretazioni della parola anarchismo, cercherò comunque di dare una definizione che sia abbastanza ampia per includerne diverse. Vorrei sottolineare che in tutte le scelte della nostra vita sociale, in famiglia, nella comunità locale, nel lavoro, nel tempo libero, nelle comunicazioni, nei trasporti e nelle arti, ci sono una varietà di soluzioni. L'anarchico è una persona che di solito ricerca, sceglie ed è a favore di soluzioni libertarie opposte a quelle autoritarie. I valori che io vorrei descrivere come anarchici sono sostenuti da un grande numero di persone che non si ritengono anarchiche, così vorrei felicemente considerarli come universali, e il più importante fra tutti è la fiducia nell'aiuto reciproco, alla base della vita sociale umana, anche se la competizione rimane la caratteristica dominante. L'anarchismo così come si è sviluppato è il prodotto della sua storia e geografia. Deriva dal liberalismo dell'Illuminismo del diciottesimo secolo e dal socialismo dell'Europa del diciannovesimo secolo. Così ha in comune con il primo di questi la fiducia nella perfettibilità umana e con il secondo la convinzione che una "lotta finale" rivoluzionaria metterebbe fine allo sfruttamento e al governo dell'uomo sull'uomo. Tuttavia non ho mai incontrato un anarchico moderno che sostenga queste tesi semplicistiche. Storici anarchici come Max Nettlau ed etnografi anarchici come i fratelli Réclus hanno cercato di dimostrare che l'anarchismo non era semplicemente un prodotto dell'Europa del diciannovesimo secolo, scoprendo idee anarchiche anche fra culture tradizionali di molte parti del globo, dall'antica Cina all'Africa tribale. Sono anche consapevole che negli Stati Uniti, la parola "libertario" è stata assunta dai sostenitori di un'economia di mercato senza limitazioni. E questo avviene in una nazione in cui il 5 per cento delle famiglie possiede più di quanto possiede il rimanente 95 per cento. Per di più gli Stati Uniti hanno una percentuale più alta di popolazione carceraria rispetto a qualsiasi altro stato di cui abbiamo le statistiche.

Schematizzando: esistono due tendenze diverse nella tradizione anarchica rispetto alla lettura della storia sociale. Una mette l'accento maggiormente sulla capacità dello stato e del dominio organizzato di trasformare le rivolte e le contestazioni in nuove tecniche più aggiornate del potere, l'altra è più disposta a cogliere i progressi sociali, generalmente intesi, e vedere nell'allargamento di maggiori spazi di libertà e giustizia sociale, una conquista comunque positiva. Dalle due consegue una diversa interpretazione storica e ideologica della democrazia liberale. Chi, nel primo caso, tende a vederla come la forma più astuta di dominio, peggio anche dei sistemi totalitari, chi, nella seconda lettura, privilegia comunque gli spazi di libertà che in essa esistono. L'anarchismo in quanto insieme di valori radicalmente diversi da quelli delle società finora esistite, è per sua natura rivoluzionario, anche se oggi non ha più senso, nel contesto occidentale, considerarlo insurrezionalista. Può l'anarchismo del ventunesimo secolo definirsi ancora rivoluzionario ed eventualmente in che senso e con quali modalità?

Sono uno di quegli anarchici che preferiscono vivere in una democrazia liberale e che si è rallegrato quando la stampa anarchica è riapparsa in Spagna, Russia e Argentina. Questo non significa che io mi illuda sul sistema di potere delle democrazie liberali. Credo anche che gruppi di minoranze, come gli anarchici, possano avere un'influenza al di là del loro numero. Nel mio libro La pratica della libertà affermai che "Una nuova fiducia in se stessi, la rivendicazione del diritto a esistere con le proprie caratteristiche, si è diffusa nei gruppi sociali sottoposti a forme particolari di discriminazione. Già lunga è la lista dei movimenti di liberazione: neri, donne, omosessuali, carcerati, persino bambini ed è destinata ad allungarsi man mano che la gente si renderà conto che la società in cui vive è organizzata in modo da negare a tutti i diritti più elementari". Sarebbe troppo drammatico descrivere il movimento anarchico moderno in Occidente come insurrezionale, tuttavia le aspirazioni e le richieste dell'anarchismo oggi sono così lontane dal capitalismo di mercato nel quale credono i politici di destra e di sinistra, che le dobbiamo descrivere come rivoluzionarie. Ogni incontro mondiale (Wto, Ocse, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale) negli ultimi anni, a Londra, Seattle, Praga, Nizza, è stato assediato e interrotto da dimostrazioni all'interno delle quali non è mancata la presenza anarchica. Il fatto che io menzioni queste opposizioni puramente simboliche all'economia globale capitalistica, indica quanto lontani siamo dall'influenzare il clima politico. È comunque importante ricordare che tutti i movimenti socialisti che criticarono gli anarchici per un secolo per la loro mancanza di realismo pratico, sono esattamente nella stessa posizione degli anarchici oggi. Si pensi alla forza opprimente che le idee marxiste hanno tenuto per decenni sull'intellighenzia accademica europea. Autorganizzazioni popolari e cooperative riemergeranno come ideale politico e gli anarchici dovranno essere pronti con una teoria e pratica convincente.

Tu sostieni (e lo fai da tanto tempo) che l'anarchismo è come "un seme sotto la neve": cova all'interno delle società e si manifesta in molteplici forme ed espressioni spontanee e variegate. È chiaro il tuo riferimento al pensiero di Kropotkin: il recupero di una tradizione illuministica dell'anarchismo. A che cosa serve, se serve, dare a queste espressioni un senso di appartenenza comune, uno stesso sentire e riconoscersi parte di un progetto più ampio?

Ogni insegnante accresce la conoscenza che il suo studente già possiede. Di conseguenza per i propagandisti anarchici è importante attirare l'attenzione su quegli elementi di libertà, cooperazione volontaria che esistono in ogni nazione. L'anarchismo prevede l'espansione di questi elementi all'intera vita sociale e produttiva. Penso sia importante per gli anarchici enfatizzare l'esistenza di un anarchismo "diffuso" e "sotterraneo". Primo perché il fenomeno è più ampio di quanto credano gli stessi anarchici, poi per poter meglio mettere in evidenza i falsi della propaganda governativa. Faccio un esempio: in Gran Bretagna i partiti politici, sia di destra sia di sinistra, rivendicano questo territorio come proprio. Il governo di Margaret Thatcher dichiarò che stavano "arretrando le frontiere dello stato". Mentiva: il suo governo imponeva un controllo centrale sull'amministrazione locale ancora più rigido di qualsiasi precedente governo britannico. Il governo di Tony Blair fece lo stesso genere di dichiarazione alla "società civile", facendo intendere che quegli elementi non-capitalistici dell'organizzazione sociale non sono controllati dal governo centrale. A questo punto è importante enfatizzare come l'elemento di aiuto reciproco familiare nella vita quotidiana è un modello per gli anarchici e non esiste nei programmi dei partiti politici.

Il processo di globalizzazione economica ha portato con sé anche un pensiero unico, quello proprio della tradizione occidentale e capitalista. Sia il pensiero liberale e l'economia di mercato sia la tradizione socialista hanno sempre sostenuto, in teoria e nei fatti, la necessità di un internazionalismo generalizzato, che superi e contempli da un lato il liberismo economico, dall'altro il socialismo universale. L'anarchismo come si può porre rispetto a queste questioni? L'anarchismo è relativista o pluralista?

La tua domanda evidenzia una particolare ironia. Furono i movimenti della sinistra: il socialismo e l'anarchismo a mettere in rilievo la solidarietà globale. È stata l'economia di mercato della destra a garantire la possibilità di acquistare nei negozi europei prodotti meno costosi grazie allo sfruttamento della manodopera in Africa, Asia o America latina. Tuttavia è l'internazionalismo della sinistra a sostenere che questa è una situazione temporanea e il libero movimento del popolo così come quello dei prodotti è inevitabile in un mondo di comunicazioni immediate. Per quanto riguarda la distribuzione globale della produzione industriale, immagino che gli anarchici siano propensi a prediligere la produzione locale per soddisfare i bisogni locali rispetto al trasporto a grande distanza di prodotti agricoli e manufatti, caratteristica dell'economia capitalista. Infine, "relativismo e pluralismo": la tradizione anarchica alla quale noi apparteniamo ha le sue origini nella storia europea, ma incontriamo forme equivalenti in tutto il mondo. Per esplicitare questa tradizione diversificata, basta ricordare quanto dice Malatesta: "noi siamo, in ogni caso, soltanto una delle forze che agiscono nella società, e la storia avanzerà come sempre, in direzione dei conseguenti risultati di tutte le forze in campo".

Quali possono essere le possibilità di affermare e diffondere una cultura della partecipazione diretta alla formulazione delle decisioni, al rispetto e all'agibilità del dissenso, alla molteplicità della sperimentazione sociale e individuale?

Quando ero un giovane propagandista anarchico, il governo laburista del dopoguerra introdusse in Gran Bretagna l'assistenza sanitaria nazionale, e un vasto programma per l'edilizia e l'assicurazione nazionale. E allora la gente mi avrebbe potuto replicare:"La tua immagine dello stato come macchina tirannica e oppressiva è folle, perché non tiene conto della sua funzione principale: fornire sicurezza e benessere ai suoi cittadini". C'erano due modi di rispondere a questa obiezione: il primo era di attirare l'attenzione sulle origini del benessere sociale basato sulla solidarietà popolare. (Questo è il contenuto del dodicesimo capitolo del mio libro La pratica della libertà). La seconda risposta era osservare l'amaro resoconto di Kropotkin (in La scienza moderna e l'anarchia) dove sostiene che saremo costretti a trovare nuove forme di organizzazione per le funzioni sociali cui lo stato adempie tramite la burocrazia e che "finché non si farà ciò, nulla cambierà". Ho cercato di applicare questo consiglio al settore che meglio ho conosciuto: l'edilizia. In Gran Bretagna negli anni Sessanta, quasi un terzo della popolazione viveva in case o appartamenti di proprietà dello stato e presi in affittato dalle autorità locali. Nella rivista Anarchy e successivamente nel mio libro Tenants taken over ho analizzato la trasformazione dell'edilizia pubblica in cooperative di inquilini. In una certa misura questo effettivamente accadde (nel 1970 c'erano solo due cooperative di affittuari in tutta la Gran Bretagna; oggi ce ne sono forse duemila). Ma una buona parte delle abitazioni pubbliche è passata sotto il controllo di organizzazioni non a fini di lucro, non controllate dagli affittuari. Questi sforzi erano senza dubbio un tentativo di "diffondere una cultura della partecipazione diretta nel processo decisionale". Ci sono molti altri aspetti della vita sociale quotidiana che richiederebbero sperimentazione anarchica. Per esempio: il controllo e l'amministrazione dell'assistenza sanitaria.

In un articolo dal titolo What will anarchism mean tomorrow? (apparso sulla rivista londinese Freedom il 6 marzo 1993) di fronte alla diffusione delle concezioni fondamentaliste sostieni che spesso diventa inevitabile difendere lo stato moderno, in quanto comunque "meno" opprimente di quello teocratico. Anche gli anarchici in determinate circostanze storiche e specifici contesti culturali e sociali dovrebbero, allora, difendere gli spazi di libertà democratiche delle attuali società statuali?

Non mi sono mai sentito in grado di dire agli altri anarchici come devono comportarsi, ma il dilemma che cito è presente in varie parti degli Stati Uniti dove viene difeso lo stato moderno contro i Cristiani Rinati (Born Again), o per gli anarchici in Israele che difendono lo stato dal giudaismo ultra-ortodosso, o per gli anarchici egiziani che si difendono contro il fondamentalismo islamico, o per gli anarchici indiani che difendono lo stato secolarizzato contro l'estremismo induista. Ho voluto evidenziare che, come altre persone non religiose e non nazionalistiche, non abbiamo idea di come frenare questi fenomeni indesiderati. Attacchiamo il revival religioso, con il rischio di alimentare, piuttosto che ridurre, il suo potere. Non ho ancora trovato una risposta a queste domande. Ma ho il sospetto che dietro alla tua domanda ci sia una preoccupazione per la questione del compromesso. Questo non mi ha mai disturbato eccessivamente, perché ogni giorno tutti noi facciamo compromessi con la società in cui viviamo e con le sue regole. (Infatti, se si considerano i meccanismi quotidiani di una ipotetica società libertaria, scopriremmo che il compromesso fra opposte visioni sarebbe il suo principio guida). Un vecchio anarchico inglese mi ha raccontato il suo rapporto con un ispettore delle imposte che gli mandava un modulo da completare ogni anno. Lui forniva ogni dettaglio delle sue entrate e cercò più volte di convincere l'ispettore a visitarlo personalmente per discutere la questione. Naturalmente il suo reddito era talmente basso da non meritare la considerazione dell'ispettore; egli comunque mi sottolineò che il tipo di persona che froda il fisco è, secondo lui, anche il tipo di persona che renderebbe impossibile una società anarchica.

Finora, sostieni sempre nel citato articolo, che l'anarchismo è stato, anche quando non europeo, fondamentalmente eurocentrico. Quali tracce vedi di un anarchismo contemporaneo di diversa etnia culturale?

Dal momento che i primi propagandisti anarchici, come Kropotkin ed Elisée Réclus, furono per caso geografi ed etnologi, ci fu una precoce scoperta dell'esistenza del pensiero anarchico in culture non europee. Sarebbe difficile affermare che l'anarchismo contemporaneo influenza le culture non europee, ma con la globalizzazione della cultura, la maggior parte di noi ha qualche idea dell'esistenza di idee anarchiche taoiste e buddiste dal lontano Est e di tradizioni anarchiche indiane nel movimento conosciuto come Sarvodaya, e dei movimenti contemporanei in America latina, noti come "basismo".

Quali pensatori consideri tuttora validi per comprendere in senso libertario l'evoluzione della società?

Io sono nato nel 1924 e sono stato influenzato soprattutto dagli anarchici classici, come Kropotkin, e da alcuni pensatori non propriamente anarchici, come Alexander Herzen del diciannovesimo secolo e da Martin Buber e Isaiah Berlin del ventesimo secolo. L'anarchico del ventesimo secolo più vicino alle mie idee è stato Paul Goodman. Appartengo a una generazione per la quale la parola stampata è stata il più importante mezzo di propaganda e mi stupisce davvero scoprire che scrivo per la stampa anarchica britannica dal 1943. Tuttavia, sono sicuro che la mia propaganda è stata più efficace quando ho avuto l'opportunità di scrivere per la stampa non anarchica. Fui infatti invitato a scrivere un articolo ogni settimana nel New Society dal 1978 fino al 1988 e poi fino al 1996 su New Stateman & Society.

Tu hai affermato che probabilmente nel ventunesimo secolo l'anarchismo, potrà essere chiamato con altri nomi, definito con altre espressioni, colto in altre manifestazioni: che cosa intendi dire?

Volevo mettere in risalto che secondo il mio punto di vista l'anarchismo non è un tipo di utopia, ma un modello di organizzazione sociale e sottolineavo questa osservazione di Paul Goodman: "una società libera non può essere realizzata sostituendo un ordine nuovo a quello vecchio, ma piuttosto con l'ampliamento delle sfere di azioni libere fino a che esse vengano a costituire il fondamento della vita sociale". Essendo così, è probabile che l'anarchismo sarà reinventato da persone che non hanno alcuna conoscenza della tradizione a cui, in teoria, appartengono.

Che rapporto c'è tra l'ecologismo, l'ecologia sociale e l'anarchismo del futuro?

C'è un rapporto molto stretto. Quando Fields Factories and Workshops (Campi fabbriche e officine) di Kropotkin (il suo manuale per una società ecologicamente vitale) fu ristampato nel 1919, il libro conteneva una nota introduttiva che sottolineava questo: "Si richiede una nuova economia nelle energie usate per provvedere ai bisogni della vita umana, poiché questi bisogni stanno aumentando e le energie non sono inesauribili". Questa è un'osservazione molto insolita intorno ai problemi ambientali nella letteratura socialista di quei tempi. Fra gli anarchici moderni mi rallegro del fatto che la voce di Murray Bookchin sia presente nel movimento ambientalista americano che conduce una campagna per l'"ecologia sociale", opposta all'"ecologia profonda", propria di persone che preferiscono i loro sentimenti mistici ai problemi che affrontano i loro simili. Il futuro dell'anarchismo è legato alla sua consapevolezza ambientalista.

Se tu dovessi spiegare a un essere di un altro pianeta che cos'è l'anarchia, cosa gli diresti?

Il mio primo sforzo sarebbe quello di persuadere il mio ospite a dividere il pasto con me, mi è sempre stato detto che il primo gesto che le popolazioni nomadi compiono verso gli estranei è quello di metterli a proprio agio spiegando che la parola "compagni" significa persone che dividono il pane con te. Il secondo passo sarebbe quello di spiegare che alcuni di noi credono che la spontanea condivisione dei beni e dei servizi porta al massimo piacere per tutti e che se l'ospite fosse disponibile a partecipare al lavoro della nostra comunità sarebbe il benvenuto fra noi. Sarebbe comunque libero di partire, con un avvertimento: molte comunità sono ostili agli estranei di diverso colore e potrebbero giudicarlo come "immigrato illegale" o "emigrante economico".

 
 
 
       

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