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ZERZAN
TEORICO DEI BLACK BLOC? MA MI FACCIA IL
PIACERE
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Nei
giorni successivi agli scontri di Genova
non pochi media hanno identificato in
John Zerzan l'ideologo e il nume ispiratore
del Black bloc. Non so se la cosa gli
faccia piacere; dubito comunque che i
casseurs di Genova dedichino molto tempo
a letture di testi sofisticati e talora
piuttosto difficili come i suoi (direttamente
in inglese, poi…). D'altro canto, intorno
a Zerzan (che risiede a Eugene, Oregon)
si è formato un gruppo di giovani attivisti
che ha avuto un ruolo di primo piano nelle
recenti dimostrazioni contro il nuovo
ordine mondiale (quello dei globalizzatori),
in particolare a partire dai giorni di
Seattle. Tuttavia, sarebbe probabilmente
esagerato conferire una significativa
centralità al guru di Eugene e ai suoi
seguaci nell'organizzazione (e negli esiti)
delle dimostrazioni degli ultimi due anni.
Un altro aspetto mi sembra invece rilevante.
Zerzan pare essere divenuto, negli ultimi
anni, uno dei principali portavoce non
tanto di un movimento, quanto di uno stato
d'animo, di un atteggiamento diffuso soprattutto
in America e in Inghilterra, in quei circoli
di anarchici, ma anche di libertari, verdi,
squatters, ecologisti vari, maggiormente
legati a un orientamento antilegalistico
e immediatamente antagonistico, come quello
della rivista Anarchy. A Journal of Desire
Armed, di cui Zerzan è redattore. Nelle
elaborazioni sue e di buona parte dei
collaboratori della rivista mi pare si
ritrovino alcuni elementi che spiegano
bene il fascino che secondo i media hanno
esercitato sul Black bloc: un'ideologia
di radicale contrapposizione con il Sistema,
fondata su un rifiuto complessivo dell'esperienza
dell'Occidente, riletta soprattutto alla
luce delle categorie marxiane di "divisione
del lavoro" e di "lavoro salariato", condita
da un profondo odio per la tecnologia
(in particolare quella informatica) e
da un altrettanto profondo astio nei confronti
di ogni idea di "progresso". Il tutto
conduce alla tesi zerziana più discussa:
la positività di un ritorno al "primitivo",
all'organizzazione tribale, a un'epoca
precedente all'affermazione della divisione
del lavoro. Element of Refusal (1988),
il primo libro di Zerzan, raccoglie interventi
composti tra l'inizio degli anni settanta
e la fine degli ottanta. È un libro guidato
dalla polemica culturale e politica contro
la sinistra tradizionale: in particolare
contro i sindacati, colpevoli di sostenere
pienamente l'ethos dell'industrialismo
e l'etica del lavoro salariato (il saggio
forse più noto del libro, Organized Labor
vs "The Revolt against Work", illustra
gli sforzi dei sindacati per controllare
e gestire le spinte genuine e autonomiste
delle iniziative dei workers, spesso disposti
a ribellarsi non alle condizioni del lavoro,
ma al lavoro stesso); e contro il marxismo,
colpevole in sostanza degli stessi crimini
(l'intervento più tipico mi sembra The
Practical Marx, in cui il "Marx teoretico"
viene contrapposto al "Marx pratico":
quest'ultimo si sarebbe, "nell'intero
corso della sua vita, costantemente rifiutato
di vedere le possibilità del vero scontro
di classe, di comprendere la realtà della
negazione vivente del capitalismo"). In
sintesi, Elements mi pare essenzialmente
riflettere le prospettive politiche dell'autonomia
operaia, con una sagace rilettura in chiave
movimentista dei capisaldi della letteratura
marxista. Di fatto, l'orientamento complessivo
di Zerzan resta qui in tale ambito: "Il
mondo moderno offre un tessuto di vita
severamente degradato, senza compensazioni
per renderlo altro che intollerabile",
scrive nella prefazione al testo, adattando
al modus dell'autonomia il millenarismo
marxiano, "un capitalismo morente con
nulla nella sua tasca ideologica, senza
assi nella manica, sembra, principalmente,
volerci portare con sé stesso all'oblio".
È anche notevole (a proposito, appunto,
della "politica" del Black Bloc) che nel
libro di Zerzan manchino quasi del tutto
riferimenti alla letteratura anarchica,
se non per notare, en passant, "le debolezze
e le contraddizioni dei seguaci di Proudhon
e Bakunin". Il suo secondo libro, Future
Primitive and other Essays (1994), riflette
meglio la sua notorietà attuale. Il saggio
di apertura (il celebre Future Primitive)
è una rassegna di studi antropologici
sulle società tribali, dalla quale emergerebbe
la visione di una quasi idilliaca associazione
primitiva, egualitaria, rispettosa delle
individualità, incontaminata rispetto
alle perversioni della tecnologia e della
divisione del lavoro: "una società", ci
dice Zerzan, "senza relazioni di potere",
raggiungibile a patto di rinunciare ai
peccati centrali della modernità. Nella
recensione di un libro di Murray Bookchin,
Zerzan ci spiega meglio in cosa consistano
tali peccati (sui quali il "tecnocrate"
Bookchin "non trova nulla da ridire"):
"la più fondamentale dimensione della
vita moderna, il lavoro salariato e la
merce", insieme ai suoi tratti distintivi,
"la distruzione produzionista della natura,
il potere delle corporazioni transnazionali,
la mediazione e la quantificazione del
computer dell'Era dell'informazione, la
portata enorme, soporifera, omogeneizzante
e intrusiva dei media". In sostanza, una
condanna senza sospensive della società
industriale e dell'intero Occidente, una
condanna che nel testo prende anche l'aspetto
di una sorta di escalation dell'atteggiamento
antagonista, in un confronto a tutto campo
con il potere pervasivo del capitalismo
corporato. I brani che seguono sono tratti
da alcune voci del Dizionario del nichilista
ospitato in Future e dalla recensione
di America di Jean Baudrillard, e mostrano
abbastanza bene la suggestione e le implicazioni
di tale escalation. Ricordo che anche
in Future mancano riferimenti alla letteratura
anarchica; a mio parere, ciò non è solo
dovuto alla filosofia della storia di
ispirazione marxista (rielaborata di recente
in chiave "primitivistica") abbracciata
da Zerzan, ma anche al fatto che la sua
visione dell'esperienza occidentale è
profondamente intrisa di antiumanesimo,
antiindividualismo e antimodernismo, mentre
l'anarchismo è stato spesso interpretato
come una peculiare e convincente replica,
in termini umanisti e individualisti,
ai nuovi problemi posti dalla creazione
della modernità, dalla secolarizzazione
e dalla stessa rivoluzione industriale.
Della stessa opinione sembrano essere
non pochi libertari d'oltreoceano: secondo
Ramsey Kannan, uno dei responsabili della
Ak Press (il più importante distributore
di letteratura libertaria negli Usa),
"le idee di Zerzan sono vera e propria
spazzatura […]. Io credo che Zerzan non
possa essere considerato interno al pensiero
anarchico. Le sue idee si rifanno a un'immagine
totalmente irrazionale e romantica della
società primitiva. Un'epoca idilliaca
in cui regnavano pace, amore e anarchia.
In realtà, con sei miliardi di abitanti
sul pianeta, il ritorno a una società
primordiale è assolutamente improponibile".
Pietro
Adamo
Smettiamola
di fare i bravi
Tra
i casi di buonismo ci sono i "pacifiniks",
la cui etica buonista li mette (e li fa
continuamente ricadere) in situazioni
idiote, ritualizzate, perdenti, come quegli
Earth Firstlers che rifiutano di confrontarsi
con la deplorevolissima ideologia del
vertice della "loro" organizzazione, e
Fifth Estate, i cui importantissimi contributi
sembrano oramai rischiare di esser eclissati
dal liberalismo. Tutte le cause a senso
unico, dall'ecologia al femminismo, e
ogni militanza al loro servizio, non sono
altro che modi di sfuggire alla necessità
di una rottura qualitativa con qualcosa
di più dei soli eccessi del sistema. Il
buonista è il peggiore nemico del pensiero
tattico e analitico: devi essere conciliante,
non devi permettere qualche idea radicale
turbi il tuo comportamento personale.
Accetta i metodi preconfezionati e i limiti
dello strangolamento quotidiano. La deferenza
introiettata, la risposta condizionata
allo "stare alle regole" (quelle dell'autorità):
è questa la vera quinta colonna, quella
che sta in mezzo a noi. Nel contesto di
una vita sociale bistrattata che richiede,
come reazione minima che abbia di mira
la salute mentale, una soluzione drastica,
il buonismo diventa sempre più infantile,
conformista e pericoloso. Non può offrire
gioia, ma solo maggiore routine e isolamento.
Il piacere dell'autenticità esiste se
si va contro tendenza della società. Il
buonismo ci fa stare ognuno al suo posto,
ci fa ripetere confusamente ciò che dovremmo
aborrire. Smettiamola di fare i bravi,
davanti a questo incubo e a tutti quelli
che ci impediscono di uscirne. (Future
Primitive, pp. 136-137)
Liberiamoci
della tecnologia
Oggi
viviamo il controllo [della tecnologia]
come una costante riduzione del nostro
contatto con il mondo vivente, come la
vuotezza accelerata dell'Era dell'Informazione,
disseccata dalla computerizzazione e avvelenata
dall'imperialismo morto e addomesticato
del metodo high-tech. Mai come oggi le
persone sono state tanto infantilizzate,
rese tanto dipendenti dalla macchina per
qualsiasi cosa: mentre la Terra si avvicina
rapidamente all'estinzione a causa della
tecnologia, il nostro spirito è soffocato
e appiattito dal suo dominio pervasivo.
È possibile recuperare un senso d'integrità
e di libertà solo smontando la grandiosa
divisione del lavoro che sta al cuore
del progresso tecnologico. In questo consiste,
nel suo senso più profondo, il progetto
di liberazione. (Future Primitive, p.
139)
Dalla
civilizzazione allo stato selvaggio
Ci
troviamo […] ad affrontare la rovina della
natura e insieme quella della nostra natura,
l'assoluta enormità dell'insensatezza
e dell'inautentico che equivale a una
montagna di bugie. Ciò significa ancora
sofferenza e tossicità per la vasta maggioranza,
mentre una povertà più assoluta di quella
finanziaria rende più vuota l'universale
"Zona morta" della civiltà. Resi "più
potenti" dall'informatizzazione? Più infantili,
magari. Un'Era dell'Informazione caratterizzata
da maggiore comunicazione? No, questo
presupporrebbe un'esperienza che valga
la pena di comunicare. Un periodo in cui
l'individuo è rispettato come non mai?
Traduzione: la schiavitù del salario esige
la strategia dell'autogestione dei lavoratori
sul luogo di produzione per procrastinare
le ricorrenti crisi di produttività, e
le ricerche di mercato devono puntare
a ogni "stile di vita", nell'interesse
di massimizzare la cultura del consumatore.
Nella società alla rovescia, la soluzione
dell'uso massiccio di droghe indotto dall'alienazione
è il prodotto del fuoco di fila dei media,
con risultati imbarazzanti quanto quelli
delle centinaia di miliardi buttati al
vento per contrastare il calo dei votanti
alle elezioni. Intanto la televisione,
voce e anima del mondo moderno, sogna
invano di arrestare la crescita dell'analfabetismo
e di salvare ciò che resta di sano dei
sentimenti attraverso spot promozionali
di trenta secondi o meno. Nella cultura
industrializzata, fatta d'irreversibile
depressione, di isolamento e di cinismo,
lo spirito sarà il primo a morire e la
morte del pianeta seguirà dappresso. Sarà
così, se non cancelliamo del tutto quest'ordine
marcio, con le sue categorie e le sue
dinamiche. (Future Primitive, pp. 144-145)
L'utopia
di Baudrillard
Riprendendo
il tema dell'America come società primitiva,
Baudrillard continua a fare variazioni
sul "potere dell'incultura", sul carattere
meravigliosamente irriflessivo degli Americani.
In un passo in cui fa riferimento al centro
californiano di Porterville, egli plaude
alla "totalità dell'esistenza come un
drive-in. Davvero magnifico". Questa,
ci viene detto, è la "vera società utopica".
Non scherzo. È il paradiso, nientedimeno,
questa società "sicura nel proprio benessere
e nella propria forza". Un paradiso perché
"non ce ne sono altri". Non suona un po'
familiare? Tutte queste scemenze sono
proprio quelle che si sono ascoltate prima:
nei corsi di educazione civica alle superiori,
in quelli di scienze politiche all'università
e in tutte le forme di aperta propaganda:
delle vecchie tesi sull'eccezionalità
dell'America, sul suo egualitarismo e
pluralismo, da Tocqueville e altri. C'è
da chiedersi se Baudrillard abbia mai
sentito queste stanche bugie, visto che
riesce a riportarle senza il minimo d'imbarazzo.
(Future Primitive, p. 169)
Traduzione
di Guido Logomarsino
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