Editoriale del n° 1/2000

IL MONDO NON È UNA MERCE

Il programma della World Trade Organization ha subìto una battuta d'arresto. Così i suoi responsabili si sono dati tre anni di tempo per approvare l'agenda delle norme del commercio mondiale. Nessuno, certo, può illudersi: la globalizzazione avanza. Ma c'è un po' di tempo per mettere in campo forme di resistenza e di dissidenza. Senza illusioni, ma anche sapendo che la partita non è già conclusa Anche se sono già un felice ricordo, i moti di Seattle, scoppiati in occasione del vertice della Wto (World trade organization) del Millennium Round, hanno rappresentato un momento importante, perché abbiamo assistito al primo passo di un vasto e, si spera, duraturo, processo di controglobalizzazione dei popoli. Senza lasciarsi andare a facili ottimismi si deve però riconoscere che è stato lanciato un messaggio chiaro e forte: sono in molti (anche chi a Seattle non c'era) quelli che non sono disposti ad accettare passivamente le nuove regole del cosiddetto commercio globale. Adesso bisogna fare in modo che il ricordo non diventi amnesia, che quel primo passo non rappresenti solamente un episodio. Perché gli interessi forti delle imprese transnazionali che (viene il sospetto) si sono comprati in blocco i ceti politici di governo dei 135 Paesi rappresentati alla Wto, ci riproveranno sicuramente, insisteranno dentro e fuori le sedi istituzionali, come hanno fatto con l'Ami (Accordo multilaterale sugli investimenti) che prevedeva, fra le altre amenità, la responsabilità civile (ossia economica) delle nazioni che si dovessero mostrare riluttanti a piegarsi alle esigenze del capitale globale, industriale e finanziario. Vale a dire, l'abolizione di ogni norma di tutela dei cittadini (diritto di sciopero, leggi previdenziali, assistenziali, sanitarie, formative) qualora esse cozzassero contro la previsione dei profitti iscritti in bilancio da parte di una impresa transnazionale quando decide di investire in un determinato Paese (magari con qualche generoso sussidio del governo che defiscalizza, procura commesse e così via). L'agenda dei poteri forti mostra l'intento strategico, di medio-lungo periodo, di conquista del potere globale, politico ed economico, da parte di élites che deliberatamente si sottraggono alla pubblicità del loro potere, non ottenuto neppure in quello show chiamato elezioni. Infatti basta dare una occhiata a ciò che interessa lo specchio della politica, ossia i media (di cosa parlano, come ne parlano, cosa dicono e come informano) per rendersi conto che la politica pubblica è mera apparenza, mentre il potere reale sfugge alla vista di tutti. Tale esproprio della politica è la posta in palio di questo fine secolo (il ventunesimo comincerà nel 2001), un esproprio che si traduce nella promozione di un falso sapere: illusorio e inessenziale ai fini della formazione di una consapevolezza di ciò che ci circonda. Tassello importante per questo progetto di dominio immediato, sostanziale, reale, è lo sconvolgimento della geopolitica degli Stati nazionali attraverso la liberalizzazione e la privatizzazione dei mercati e delle loro risorse territoriali, interrompendo il nesso tra terra e controllo pubblico. Il potere, non solo nell'economia e nella finanza, si deterritorializza sino a scavalcare ogni frontiera. La Wto, da parte sua, ci mette di fronte all'eventualità di realizzare tutto ciò con la forza vincolante per gli Stati aderenti delle sue norme internazionali. Se uno Stato si azzardasse a dissentire, verrebbe richiamato all'ordine da una corte di arbitraggio dei conflitti le cui decisioni hanno immediata applicazione a meno che non ci sia l'unanimità dell'opposizione alle sue decisioni, invertendo così il criterio dell'unanimità. E la corte è composta da tre distinti signori nominati, non eletti, come dovrebbe essere per ogni carica che si rispetti sul piano del potere reale e che voglia salvare una qualche formalità (come avviene per il presidente della Commissione europea o per il governatore della Banca centrale europea, tanto per restare a organismi più conosciuti). È minacciata la biodiversità di tutto il settore agroalimentare che dovrebbe sfamare "naturalmente" (le virgolette sono obbligate) i sei miliardi di abitanti del pianeta, mentre già da tempo li rende dipendenti da tecniche di ingegneria che rende sterili le sementi, in modo che il contadino in ogni luogo della terra sia dipendente dalla transnazionale che gliele vende in dollari. È minacciato l'accesso a risorse pubbliche come l'aria, inquinata da politiche industriali i cui danni ricadono in soldoni e in termini di livelli di vita (anche quantitativi) su tutti; come l'acqua, la cui privatizzazione (l'Acea a Roma come la Vivendi in Francia, su scala diversa) rende dipendente la nostra salute dal volere di pochi, i quali preferiscono ovviamente vendercela, rendendo più difficile la possibilità che i cittadini autorganizzino quel servizio. E si sa, per i profitti occorre insegnare a comprare i pesci piuttosto che insegnare a come pescarli. Ma la Wto non intende solo privatizzare beni e risorse materiali, toccabili, misurabili; non solo intende regalare a privati la loro gestione organizzativa, ma intende privatizzare anche i frutti dell'intelligenza diffusa, attraverso la possibilità di brevettare, e quindi poter cedere a suon di dollari (o di euro), i benefici di una ricerca intellettuale e culturale. Come se si potesse brevettare non un tipo particolare di acqua minerale, ma addirittura la composizione chimica H2O! Se queste sono le vere poste in palio per gli anni Duemila, è importante conoscere il Leviatano globale che si sta formando, lentamente ma decisamente, sapendo far fronte contro di esso senza lasciarsi deprimere da Tina. Chi è Tina? È l'unica donna ammessa da quel maschiaccio della Lady di Ferro, alias l'ex premier inglese Margaret Thatcher, che così rispondeva a chi osava mettere in dubbio l'irreversibilità della globalizzazione: There Is No Alternative. Effetto Tina. Le alternative, per fortuna, ci sono. I problemi che vengono posti in campo dal processo di globalizzazione sono, ovviamente, complessi. Ma, per il momento, si possono ipotizzare due tipi di azioni. La prima: nessuno ci obbliga a mangiare determinati cibi, a vestire determinati abiti, a consumare determinati beni culturali. Il boicottaggio del consumatore è un'arma potente e ancora poco usata. Potente perché tocca immediatamente il processo economico e soprattutto i profitti delle transnazionali. La seconda: accettare la sfida spostando il luogo imposto dalla globalizzazione. Occorre, quindi, attrezzarsi per elaborare proposte alternative. Come? Riconoscendo che i crocevia della circolazione delle idee, delle merci, delle monete, dei flussi finanziari del globalismo sembrano dei Moloch inattaccabili, ma in realtà sono fragili (incredibile, ma vero). Con una buona dose di immaginazione (al potere, ovviamente) si può ripudiare Tina e adottare una nuova Tata che ci sappia orientare nel magma caotico della transizione in atto. Chi è Tata? There Are Thousands of Alternatives: ci sono mille cose da fare.

 
 
 
       

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