Editoriale del n° 1/1999

Una nuova rivista è sempre una scommessa. Libertaria non si sottrae a questa regola. Ovviamente. Ma è altrettanto ovvio che i promotori e i collaboratori di Libertaria sono convinti di vincere la scommessa. Oggi il pensiero libertario, il pensiero anarchico, si presenta (ed è) come uno dei più originali e convincenti in un contesto caratterizzato dalla "crisi delle ideologie". E non è un caso che l’anarchismo si sottragga a questa crisi generalizzata: non è mai stato un’ideologia nel senso pieno del termine, ma una teoria e una pratica della libertà, dell’eguaglianza e della diversità. Ed è anche per questo suo aspetto poliedrico e al contempo omogeneo (contraddizione solo apparente), che è riuscito a influenzare quasi tutti i campi del sapere e dell’arte moderni. Incredibile, a prima vista, ma vero. Questa influenza, a volte esplicita altre volte sottaciuta (quasi occultata), necessita di un "luogo" di rappresentazione, di elaborazione, di ricerca. Questo vuole essere Libertaria.

Dopo Volontà, oltre Volontà

Con la chiusura di Volontà (rivista pubblicata dal 1946 al 1996) questo luogo era venuto a mancare. Il pensiero libertario non aveva più in Italia un "laboratorio di ricerche" come si definiva Volontà. È chiaro che Libertaria non è la prosecuzione di Volontà sotto altra veste, anche se diversi redattori e collaboratori erano già presenti in Volontà. In questa nuova rivista la formula editoriale è pensata per poter recepire con maggiore tempestività (rispetto a una pubblicazione monografica come era Volontà negli ultimi dieci anni) quanto di originale e significativo si manifesta nel composito arcipelago dell’area libertaria internazionale. Compito non irrilevante, anzi indispensabile nel momento in cui la situazione si fa sempre più confusa e difficilmente interpretabile. Perché i tempi che stiamo vivendo sono veramente difficili e "strani". Qualche semplice esempio sotto gli occhi di tutti. La guerra è bandita dal contesto internazionale eppure si combattono continuamente guerre locali, più o meno distruttive. Si ragiona sempre più in termini sovrannazionali, ma i conflitti etnici, religiosi, locali sono all’ordine del giorno. Si afferma il primato della politica, ma le decisioni strategiche vengono prese nei santuari dell’economia. Altra contraddizione: il liberalismo ha vinto la sua partita contro il comunismo reale e domina tutto il Nord del mondo gestendo rapporti sempre più ineguali con il Sud. Quest’ultimo, infatti, accresce l’unica esportazione possibile: i suoi abitanti. Però il trionfo nei fatti del liberismo si accompagna a una sua crisi teorica,resa paradossalmente più acuta dalla disfatta del comunismo. Il mercato globale, grande sogno del liberalismo (in parte più sogno che realtà acquisita, rappresentazione ideologica della crisi delle ideologie) ha reso macroscopici lo squilibrio e l’imprevedibilità. Il mondo-mercato è un assurdo. A sostenerlo non sono soltanto i critici e gli oppositori del capitalismo, lo riconoscono perfino i più attenti operatori di questo sistema. Tra questi c’è uno dei maggiori speculatori internazionali, George Soros: "i valori economici di per sé non possono bastare a sorreggere una società". Aggiungendo una preoccupazione significativa: "i valori di mercato hanno assunto, nell’attuale periodo storico, un’importanza molto superiore a quella appropriata e sostenibile".

Ora tutta, ma proprio tutta, la "scienza" economica si fonda sulla pretesa capacità di rendere prevedibili i comportamenti dei soggetti che animano il mercato, tanto che l’equilibrio è una sorta di dogma intoccabile. Ma questi due elementi fondanti si stanno dissipando nell’espansione del mercato cosiddetto globale. Nella pratica tutto sembra funzionare, proprio mentre la teoria perde colpi. Ma non solo la teoria mostra i suoi limiti. Il mercato quale mezzo per l’allocazione delle risorse è diventato regolatore e fine dell’agire sociale. Ha subìto una sorta di processo divinizzante, giustamente criticato da Cornelius Castoriadis (si veda la sezione Laboratorio): "Dovremmo volere una società nella quale i valori economici abbiano smesso di essere centrali (o unici), in cui l’economia sia rimessa al suo posto di semplice mezzo della vita umana e non di fine ultimo".

Insomma, la situazione è veramente contraddittoria. Ed è per questo che si deve concorrere, per quel tanto o poco possibile, a sciogliere o a rendere palesi i dubbi che conformano e circoscrivono la realtà attuale. Compito non facile, anzi difficilissimo. Ma vale la pena di tentare. Ed quello che Libertaria, nel suo piccolo, vuole cercare di fare. Con un approccio originale e disincantato, sintetizzato dal sottotitolo della rivista: il piacere dell’utopia.

Doppio livello

Come? Sviluppando un doppio livello di lettura e di approccio. Accostando riflessione teorica a indagini, interviste, analisi controcorrente. La quotidianità con i suoi problemi ritenuti minori, con la speculazione filosofica, scientifica, antropologica, sociale. Questo vuole dire che Libertaria si colloca in un ambito poco esplorato della pubblicistica e ha l’ambizione di affrontare tematiche "ai confini dell’attuale riflessione". A questo punto è ovvio che Libertaria non sarà una rivista da "grandi numeri", ma punterà a essere di "buoni contenuti". Ricerca la qualità, non la quantità di lettori. E con i suoi lettori Libertaria vuole creare un rapporto diverso da quello usuale: non ricerca passivi consumatori di pagine scritte, ma queste pagine devono diventare l’ambito da cui si sviluppano riflessione e discussione. E critica. Cioè quanto di più salutare possa ricercare un collettivo redazionale che si pone continuamente in discussione secondo una delle migliori acquisizioni del pensiero libertario. Un impegno che si concretizzerà, oltre che nello scambio di idee via telefono, lettera ed e-mail, anche nelle assemblee annuali dei lettori. Ogni volta in una città diversa.

A questo punto sono chiari (almeno si spera) gli obiettivi e le ragioni per cui è nata questa rivista: contribuire all’approfondimento del necessario lavoro di attualizzazione del pensiero libertario, esplorazione di percorsi ancora inesplorati. Riscoperta delle radici per dare ossigeno a nuovi germogli. Perché se è vero (fortunatamente) che le idee non sono proprietà privata, è anche vero che risulta indispensabile l’esistenza di luoghi capaci di dare a specifiche idee la possibilità di presentarsi in un contesto appropriato. Così da farle emergere come acquisizione complessa ma unitaria di un determinato filone di pensiero: quello libertario, appunto.

 
 
 
       

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