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Editoriale
del n° 2/2000
La
guerra del bit
Su
Internet si sta giocando una partita importante.
Perché lì si formano una nuova gerarchia
e un nuovo dominio del sapere. Processo
messo a nudo, "analizzato",
proprio dalle azioni degli hacker. Dove
ci porta la guerriglia in corso sulla
"grande rete"? Nessuno può prevederlo
con esattezza. Però alcuni indizi sono
significativi.
La
notizia più divertente degli ultimi tempi?
Sicuramente quella del diciottenne gallese
che ha sottratto a Bill Gates, il ricchissimo
della Terra, i codici della sua carta
di credito. Il re del software beffato
da un giovanissimo hacker. E a questo
punto la notizia divertente diventa qualcosa
di più: è in un certo senso lanalizzatore,
come avrebbe detto René Lourau (si veda
la sezione Laboratorio), della guerriglia
in corso sulla "grande rete".
Una guerriglia che è segnata con cadenze
quasi regolari da atti di "pirateria
informatica" contro i grandi gestori
dei flussi in Internet. Perfino il sito
superprotetto del Pentagono è stato violato
qualche anno fa. Allora, pur senza mitizzare
gli hacker, si deve riconoscere, come
scrivevamo sulleditoriale dello
scorso numero di Libertaria, che "i
crocevia della circolazione delle idee,
delle merci, delle monete, dei flussi
finanziari sembrano dei Moloch inattaccabili,
ma in realtà sono fragili". Ebbene,
gli hacker mettono a nudo questa fragilità,
la analizzano, la rendono comprensibile.
Gli
hacker ci raccontano questa nuova realtà
che si va configurando sullintero
pianeta e la loro guerriglia rende esplicita
la lotta in corso per il monopolio dei
saperi. Novelli luddisti, gli hacker hanno
intuito che in questo momento si stanno
giocando carte importanti. Anche se Internet
interessa soltanto una piccolissima minoranza
(dal 3 al 5 per cento dellintera
popolazione mondiale, collocata nelle
aree più ricche), lì si stanno confrontando
le nuove strategie del dominio. Il nuovo
dominio fatto di parole, di informazioni,
di bit.
Lì
si controlla, in definitiva, il pensiero,
come aveva magistralmente intuito George
Orwell. In questa ottica, la recente maxiaggregazione
tra American on line e Time Warner, al
di là degli aspetti puramente economici,
ci dice che è in atto il tentativo di
creare poli di produzione di sapere in
grado di dare una connotazione gerarchica
a una Rete finora esplorata, arricchita,
vissuta grazie alla vertiginosa accelerazione
dei suoi flussi pluridirezionali, irraggiati
senza capo né coda, senza principio né
fine: cioè, letteralmente, an-archica.
Internet, infatti, offre un immenso e
infinito archivio la cui mobilità di composizione
dà a ciascuno la possibilità di montare
e smontare il sapere a proprio piacimento,
secondo i propri interessi, in vista di
propri obiettivi. A differenza di altri
media comunicativi, la Rete si estende
in ragione dellintervento attivo
di ciascun fruitore, che si sottrae alla
logica tipica del mero utente ricettivo,
per divenire protagonista non solo del
suo uso, ma dei suoi contenuti accessibili
e arricchibili.
Ma
al pensiero poliedrico attuale potrebbe
sostituirsi, anche nella Rete, il pensiero
unico, tipico del liberismo trionfante
nelleconomia. Ed è ovvio. Il globalismo,
mito fondatore del nuovo capitalismo (come
ha sottolineato il sociologo Alain Touraine),
deve rappresentarsi e rispecchiarsi nei
flussi di informazioni perché il controllo
del sapere disponibile è da sempre un
obiettivo e, al contempo, uno strumento
per lesercizio del dominio: consente
di delineare il quadro dei dati di conoscenza
tramite cui si forma ogni convincimento,
avanza ogni argomentazione persuasiva,
e, quindi, prelude alla nascita di ogni
opinione pubblica e di ogni agire significativamente
politico.
Non
è un caso che nei santuari del credo capitalista,
le Borse, i titoli delle società tecnologiche,
di quelle che operano in Internet alimentino
ondate speculative senza precedenti. Società
che non danno dividendi (e non li daranno
ancora per molto tempo) incendiano i listini
con rapide crescite e altrettanto rapidi
ribassi. La febbre finanziaria conquista
sempre più larghi strati della popolazione:
gente che fino a ieri discuteva solo di
calcio, oggi si infervora per landamento
degli indici o di un titolo. Si scommette
e si spera che la crescita non abbia mai
fine. In un certo senso la storia si ripete.
Ricordate la famosa "tulipanomania"
che colpì gli olandesi agli inizi del
Seicento? Ad Amsterdam nel 1635 laumento
dei prezzi dei bulbi di tulipano sembrava
non conoscere ostacoli, tanto che "nel
1636 un bulbo, prima considerato di nessun
valore, poteva venire scambiato per un
carro nuovo, due cavalli grigi e una bardatura
completa" (John Kenneth Galbraith,
Breve storia delleuforia finanziaria).
Lanno successivo la febbre svanì
così come era venuta: nessuno comprava
più bulbi di tulipano e chi li aveva,
a quel punto, se li piantò in giardino,
sempre che nel frattempo non si fosse
rovinato rimanendo senza casa.
Oggi
è la new economy ad alimentare "leuforia
finanziaria" e anche in questo caso
le trattative riguardano "simboli
di ricchezza", per di più aleatori,
non "sostantivi di ricchezza".
È il trionfo della virtualità in un settore
già di per sé "astratto" come
la finanza. Il processo di finanziarizzazione
si accresce autoalimentandosi: il 98 per
cento di tutte le transazioni economiche
mondiali riguarda appunto operazioni finanziarie.
E sono proprio gli strumenti tecnologici
a veicolare questa moltiplicazione. La
finanza si globalizza nella Rete: nessun
mercato finanziario, nessuna Borsa è troppo
lontana, la simultaneità, il tempo reale
uniscono il pianeta. Ma questo processo
produce fenomeni sociali che contrastano
la globalizzazione. La società di mercato
distruggendo la socialità, la dimensione
comunitaria, crea frammentazione sociale.
Altro che cittadini del mondo, avanza
una nuova figura che, rifiutando la dimensione
globale, si rifugia nel particolarismo
alla ricerca di unidentità in via
di dissoluzione. Molti vedono nella scoperta
o riscoperta del particolarismo un processo
involutivo, perché fonte di visioni egoiste
e negatrice di una progettualità di trasformazione.
È possibile. Questo però non deve impedirci
di coglierne le potenzialità positive.
Molto dipende, infatti, da come i membri
di una comunità si rappresentano e da
quali aspirazioni sono mossi. La critica
del particolarismo si fonda su una falsa
visione dei processi di trasformazione
ancorata a una figura tipica dellideologia
marxista: il "soggetto della storia".
Un mito, perché il "soggetto della
storia" rappresenta una manifestazione
del pensiero unico, opposto a quello del
liberismo, ma allinterno della stessa
logica, della stessa razionalità. Molto
probabilmente, proprio abbandonando ipotetiche
strategie unitarie e unificanti, cioè
con una visione pluralista delle manifestazioni
del dissenso e delle proposte, si può
disarticolare laffermazione del
nuovo dominio che muove passi sempre più
decisi. Un modo analogo alle azioni degli
hacker per sottrarsi allegemonia
dentro Internet.
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