|
Editoriale
del n° 3/2001
RIVOLTO
DUNQUE SIAMO
Diciamolo
francamente: le immagini che caratterizzano
questo inizio di secolo, questo inizio
di millennio, possono essere simbolizzate
dal soldato israeliano che spara sui dimostranti
palestinesi, dal missile che fa saltare
una postazione in Macedonia, dai caccia
americani e inglesi che controllano il
cielo dell'Irak. Potremmo aggiungere tante
altre figure, ma sarebbero tutte dello
stesso segno. La guerra, quindi la violenza,
è la cartina al tornasole di questo 2001.
Non è una novità, non è certo questo l'anno
più violento della nostra più recente
storia. Non scherziamo: questo pianeta
si è costruito proprio sulla violenza.
Da quando possiamo parlare di società
(e probabilmente anche prima) la violenza
ha dato configurazione alla struttura
sociale. Violenza e società: due termini
inseparabili (almeno per ora). Sgombriamo
il campo da fraintendimenti: la violenza
determina gerarchia e diseguaglianza.
È lo strumento che crea il dominio e lo
perpetua. Sono, infatti, gli stati che
fanno le guerre: il massimo concentrato
di violenza, sviluppata oggi all'ennesima
potenza dalla tecnologia. Sono le transnazionali
che violentano i paesi del sud per poter
condizionare con le loro merci e servizi
i consumatori del ricco nord. Per accrescere
con ritmi esponenziali i loro profitti.
Grassi superprofitti distribuiti, poi,
sotto forma di dividendi ai ceti ricchi
e benestanti che, guarda caso, abitano
nei paesi più ricchi. Insomma, nei sette
(o se preferite, otto) paesi più ricchi
della terra.
Bombardieri
e broker
Questa
è la vera grande violenza che percorre
tutto il pianeta. Incessantemente. Da
quando un bombardiere sgancia il suo carico
fino al momento in cui un broker batte
sul suo computer l'ok a una transazione
finanziaria. La violenza fa parte della
nostra dimensione quotidiana. Una dimensione
forgiata da questa società, in cui tutti
siamo obbligati a vivere. Ed è nelle cose
che qualcuno non gradisca e si ribelli.
Quindi, voglia ritorcere contro i gestori
della violenza legalizzata e istituzionalizzata
un po' della violenza che è costretto
a subire: mi rivolto, dunque siamo, come
ci ha insegnato Albert Camus. A questo
punto entrano in campo i mass media. Che,
grazie ai mezzi di cui dispongono, hanno
buon gioco nel presentare uno scontro
di piazza, una sassaiola come le più pericolose
violenze oggi in atto. È nelle regole
del gioco (truccato) della comunicazione.
Da un po' di tempo, poi, tutte le manifestazioni
contro le riunioni dei globalizzatori
(ma non solo quelle) vengono presentate
come l'assalto dei barbari contro la società
civile. La società dello spettacolo (e,
quindi, anche quella della politica) ha
le sue regole: dove viene rappresentato
un grande evento, là ci deve essere il
contro-evento. Così ci saranno militari
e poliziotti a difendere la riunione dei
potenti e dall'altra parte coloro che
"non ci stanno" e soprattutto non vogliono
subire passivamente. Cioè non vogliono
che la loro vita venga scandita e condizionata
da signori che pretendono (e purtroppo
possono) imporre condizioni inumane alla
maggioranza degli abitanti del pianeta
e concedono un po' di benessere a chi
abbassa la testa. Sempre che sia "regolare
cittadino" dei paesi ricchi. (Ma forse
si sta facendo strada una nuova tendenza.
Che ha già un precedente: la recente riunione
della Banca Mondiale, invece di tenersi
fisicamente a Barcellona si è tenuta su
Internet. Anche se la città catalana ha
comunque visto scontri tra manifestanti
e polizia). Dove stia la vera violenza
è chiarissimo. Non dilunghiamoci oltre.
Qui però bisogna affrontare il problema
fino in fondo. Cercare la coerenza. È
il caso di mettere sul tavolo alcuni interrogativi.
La
burocrazia del dissenso
Usare
la violenza contro la "violenza dei padroni"
appare cosa logica e sensata. La storia
ci dice, per esempio, che il movimento
operaio ha dovuto lottare duramente per
ottenere condizioni di vita decenti, per
attenuare forme di sfruttamento bestiali.
Non c'è nulla da aggiungere: è una storia
che tutti conoscono. E tutti sanno che,
grazie a quelle lotte, la maggioranza
della popolazione non passa più dodici
o più ore al giorno per sei giorni alla
settimana in una fabbrica malsana. Non
c'è nulla da discutere. Però... Però quelle
lotte hanno anche prodotto una estesa
burocrazia che, in nome della difesa dei
lavoratori, di fatto cogestisce il potere
socio-economico sulla società. E se arriviamo
a fatti più recenti dobbiamo riconoscerne
uno, prevedibile con la metodologia di
analisi derivata dai pensatori anarchici,
soprattutto quella di Michail Bakunin.
Il rivoluzionario russo ebbe la capacità
di prevedere più di quarant'anni prima
dell'arrivo al potere dei bolscevichi
gli esiti che avrebbe avuto una rivoluzione
di tipo marxista: la nascita di una "burocrazia
rossa" ancor più sfruttatrice e spietata
dei padroni allora al potere. Senza schematizzare,
però con la conoscenza di quegli strumenti
analitici, possiamo ipotizzare: coloro
che gestiscono "militarmente" la contrapposizione
alle riunioni dei potenti della terra
non sono forse la forma embrionale di
una nuova, ulteriore "burocrazia del dissenso"?
È inutile nascondersi dietro il classico
dito. Come scritto prima: la violenza
determina gerarchia e diseguaglianza.
È lo strumento che crea il potere e lo
perpetua. Allora, in un'ottica libertaria
(che vuole annullare i poteri presenti
senza crearne di nuovi) quale posto occupa
l'uso della violenza? È possibile usare
uno strumento che fa parte del vocabolario
e dell'armamentario del potere, senza
entrare in una logica attigua a quella
del potere? Il problema non è di facile
risoluzione. Perché l'alternativa più
conosciuta sembra essere soltanto la non-violenza.
Vale a dire una pratica, un modo di procedere
estraneo alla logica del potere. Ma, altro
interrogativo: è possibile applicare sempre
e comunque la non-violenza? E questa pratica
è immune da critiche? La problematica
si complica ulteriormente. È proprio il
caso di avviare, senza remore, senza preconcetti,
senza tabù un ampio e approfondito "dibattito".
|